venerdì 24 novembre 2017

I "guardiani" dei rotoli di Qumran

Resti di anfore e papiri in una delle grotte di Qumran
(Foto: repubblica.it)
Chi erano quei 33 uomini? Sono stati loro a scrivere i famosi Rotoli del Mar Morto, o forse erano soltanto i protettori degli antichi manoscritti? Una serie di interrogativi, al quale gli esperti stanno cercando di dare una risposta, è nata dopo l'annuncio del completamento delle analisi fatte su più di trenta scheletri scoperti nel deserto della Giudea, nei pressi di Qumran nel 2016 e su cui ora sono stati completati gli esami.
Gli scheletri provengono dalla zona che ospita le grotte dove furono ritrovati i famosi Rotoli del Mar Morto, composti da 900 documenti fra cui testi della Bibbia ebraica e trovati 60 anni fa in undici caverne vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran. Sul valore e la creazione dei testi rimangono decine di interrogativi aperti che ora gli archeologi e storici proveranno a colmare attraverso l'analisi degli ultimi ritrovamenti: si tratta di scheletri e resti di ossa di decine di uomini, probabilmente tutti celibi e appartenenti a una "casta", sepolti appunto nella zona di Qumran.
Un team internazionale di ricercatori, con il supporto dell'Autorità israeliana per le antichità, ha eseguito analisi al radiocarbonio sulle ossa e stimato che quegli uomini fossero di 2200 fa, il che si allinea con il periodo in cui si pensa che le pergamene siano state scritte, tra il 150 a.C. e il 70 d.C.. Per questo motivo gli studiosi avanzano l'ipotesi, come ha spiegato Yossi Nagar, antropologa dell'Autorità israeliana, che quelle persone fossero "o i guardiani dei rotoli o coloro che li hanno scritti".
La domanda su chi ha realizzato i rotoli da tempo è strettamente collegata a quella su chi fossero esattamente gli abitanti di Qumran. Una teoria è quella che l'area di Qumran allora era popolata da una setta ebraica, quella degli Esseni, che conduceva una vita eremitica, dedita al celibato. Altre teorie parlano di popolazioni beduine o addirittura di soldati romani. Per Nagar è difficile confermare "che gli scheletri appartenessero agli Esseni, ma è probabile che fossero di uomini celibi".
Dalle analisi delle dimensioni e della forma pelvica risulta, infatti, che i resti appartenevano tutti a persone di sesso maschile, ma saranno necessari ulteriori esami, - in particolare su tre scheletri di cui restano solo poche parti - per confermare che non ci siano anche resti di donne o bambini. "Quello che pensiamo - aggiunte Nagar - è che al momento della loro morte avevano un'età compresa tra i 20 e i 50 anni. Adesso, con l'aiuto di vari esperti, speriamo davvero di riuscire a capire chi fossero e quale fosse il loro collegamento con i rotoli".

Fonte:
repubblica.it

venerdì 17 novembre 2017

In mostra le lamine d'oro di Tutankhamon

Una delle lamine d'oro di Tutankhamon (Foto: english.ahram.org.eg)
Il Ministro Egiziano delle Antichità, Khaled el-Enany, ha inaugurato la mostra dei tesori di Tutankhamon al Museo Egizio del Cairo, dove saranno esposti, per la prima volta, delle lamine auree di notevole importanza.
La mostra cade nel 115° anniversario dall'apertura del Museo e nel 60° anniversario della riapertura dell'Istituto Archeologico Tedesco de Il Cairo. Christian Eckmann, un restauratore tedesco che ha restaurato i cosiddetti fogli d'oro di Tutankhamon, ha dichiarato che per la prima volta queste lamine saranno esposte al pubblico.
Carter ed i suoi collaboratori, che scoprirono la tomba di Tutankhamon nel 1922, hanno documentato meticolosamente la posizione e l'aspetto di circa 5.400 oggetti, tra i quali mobili, armi, abbigliamento, stoviglie, resti di cibo, carri e oggetti cultuali. Alcune applicazioni di pelle, trovate sparse sul pavimento, sono state associate ad un carro e ai finimenti di un cavallo. Vi sono anche parti di faretre, paraocchi e rivestimenti del carro funebre.
A causa della condizione delicata e del loro precario stato di conservazione, questa collezione di lamine d'oro è stata custodita per anni nel Museo Egizio de Il Cairo.

Cani e uomini, un legame antichissimo

In basso gli antichi cani da caccia dell'Arabia
Saudita mentre in alto il cane della razza
di Canaan (Foto: Alexandra Buba)
Un cacciatore scolpito nell'arenaria sul bordo di un fiume nel deserto arabo è pronto ad uccidere la preda con il suo arco. L'uomo è accompagnato da ben 13 cani, due dei quali sembra abbiano una sorta di guinzaglio.
Le incisioni risalgono a più di 8000 anni fa, il che fa di loro le prime rappresentazioni di cani, secondo uno studio recente. Il fatto che alcuni dei cani abbiano il guinzaglio fa pensare che gli esseri umani abbiano imparato l'arte di addestrare e controllare i cani migliaia di anni prima di quanto si pensasse.
La scena di caccia proviene da Shuwaymis, una regione collinare dell'Arabia Saudita, dove piogge stagionali formavano, un tempo, fiumi e davano vita ad una fitta vegetazione. In questi ultimi tre anni, l'archeologa Maria Guagnin, del Max Planck Institute per la Scienza e la Storia Umana a Jena, in Germania, ha aggiunto più di 1400 pannelli rocciosi al "catalogo" di quasi 7000 animali ed esseri umani trovati incisi sulle rocce della regione di Shuwaymis e di Jubbah.
Circa 10000 anni fa, un gruppo di cacciatori-raccoglitori entrarono nella regione. Le immagini più antiche ricavate nella roccia risalgono, con tutta probabilità, a questo periodo e raffigurano donne formose. Intorno ai 7000-8000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori divennero sedentari e si diedero alla pastorizia e all'allevamento del bestiame. Fu in questo periodo che comparvero le immagini di bovini, ovini e caprini sulle rocce. Comparvero anche i primi cani da caccia: 156 raffigurazioni da Shuwaymis e 193 da Jubbah. Tutti i cani sono di medie dimensioni, con le orecchie ritte e la coda arricciata. In alcune scene i cani stanno assalendo degli asini selvatici; in altre mordono il collo e il ventre di stambecchi e gazzelle. In molti petroglifi i cani sono tenuti al guinzaglio da un uomo armato di arco e frecce.
I cani raffigurati ricordano molto la razza di Canaan, cani prevalentemente selvatici che vagano nei deserti del Medio Oriente. Questo particolare potrebbe indicare che queste antiche popolazioni allevava cani per la caccia nel deserto.
Le incisioni, al momento, sono sottoposte ad un'attenta analisi: i ricercatori devono collegare le immagini ad un sito archeologico con datazione certa, una sfida, perché la documentazione archeologica relativa a questa regione non è del tutto precisa.
Resta il fatto che i cani sono stati, anche in passato, molto importanti per gli esseri umani, fondamentali per aiutare questi ultimi a sopravvivere in un ambiente difficile. Potevano aiutare gli uomini a cacciare animali troppo veloci per essere rincorsi dagli uomini. 

Foto:
sciencemag.org

martedì 14 novembre 2017

Georgia, tracce di antica vinificazione

Un vaso neolitico, un qvevri, utilizzato per la fermentazione
del vino, proveniente dal sito di Khramis Didi Gora
(Foto: SkarzynskaMieczyslaw Olszewski/PA)
Gli esseri umani vinificano centinaia di anni prima di quanto si è mai creduto, almeno stando a quanto si deduce dalle analisi di alcune terraglie che risalgono al 6000 a.C.
Alcuni scavi in Georgia hanno permesso di recuperare le prove del fatto che il processo di vinificazione risalga almeno al 6000 a.C.. Ci sono migliaia di cultivar di vino, nel mondo, ma quasi tutti derivano da una sola specie di uva, quella euroasiatica, l'unica addomesticata. Il ritrovamento è stato effettuato in due villaggi nella regione del Caucaso meridionale, a circa 50 chilometri a sud della capitale Tbilisi.
Nelle località in questione sono state riconosciute tracce di una cultura neolitica caratterizzata da case circolari in mattoni di fango, da strumenti in pietra ed osso e dall'allevamento di bovini, suini nonché dalla coltivazione di frumento e orzo. I ricercatori sono stati particolarmente incuriositi da alcuni recipienti in terracotta, alti fino a quasi un metro e larghi altrettanto, che potevano contenere fino a 300 litri, con una decorazione che richiama i grappoli d'uva.
I ricercatori si sono concentrati sulla raccolta e sull'analisi di frammenti di ceramica provenienti da due villaggi neolitici. La datazione al carbonio ha restituito una datazione che va dal 6000 al 5800 a.C.. In totale sono stati esaminati 30 frammenti in ceramica e 26 campioni di terreno. Molti di questi reperti sono stati raccolti in scavi recenti, mentre due sono stati trovati durante gli scavi del 1960. Si pensa che questi reperti possano recare tracce di vino.
Gli esami hanno rilevato che otto dei frammenti, tra i quali due rinvenuti nel 1960, recano tracce di acido tartarico, una sostanza che si trova in gran quantità nell'uva. Test sui terreni nei quali giacevano i reperti hanno mostrato livelli molto più bassi di acido. E' stata identificata anche la presenza di altri tre acidi legati all'uva e al vino.
Gli archeologi pensano che i vasi possano essere stati utilizzati per custodire uva, anche se la forma è più adatta a contenere un liquido piuttosto che l'uva, che si sarebbe degradata senza lasciare traccia.  Il sito del ritrovamento, dunque, sembra essere la più antica località in cui sia stata coltivata l'uva, precedendo un sito iraniano a 500 chilometri di distanza.
La base stretta dei vasi di terracotta non sono facilmente sollevabili, il che fa pensare che potessero essere sepolti in parte nel terreno durante il processo di vinificazione, una tradizione ancora presente in alcuni villaggi della Georgia.

Fonte:
theguardian.com

lunedì 13 novembre 2017

I cancelli di re Salomone...

Gli scavi in Israele meridionale, nel Parco Biblico di Tamar
(Foto: coolisrael.it)
Un importante ritrovamento che confermerebbe alcune notizie che si trovano nella Bibbia è stato fatto nel biblico parco di Tamar, nel sud di Israele. Si tratta dei famosi cancelli di Salomone, descritti nel I Libro dei Re. La scoperta, se confermata, evidenzierebbe il controllo del regno di Giudea nell'area di Tamar.
La Torah (Antico Testamento) narra che Salomone costruì una fortezza nel deserto. Gli archeologi hanno trovato i segni della presenza di questo insediamento, con tutte le caratteristiche di un avamposto fortificato. I ricercatori sono convinti di aver trovato i segni dei cancelli della fortezza di Salomone.
I cancelli vennero parzialmente individuati nel 1955 dal Dottor Rudolph Cohen e dal Dottor Yigal Israel che, non avendo potuto portare a termine gli scavi, ricoprirono questi ultimi con la sabbia per permettere, in futuro, di poter condurre ricerche più approfondite.
Il Parco Biblico di Tamar è uno dei siti archeologici più antichi nel sud di Israele, è l'unico, inoltre, che reca tracce della storia archeologica dell'epoca di Abramo. Si trova nei pressi della Via delle Spezie, punto di snodo dei commerci dell'epoca.

Fonte:
coolisrael.it

La splendida incisione su agata della "Tomba del Grifone"

L'incisione su agata del corredo funebre nella "Tomba del Grifone"
(Foto: Università di Cincinnati)
Una straordinaria incisione su agata ritrovata in un corredo funebre dell'Età del Bronzo mostra aspetti dell'arte greca che mai avremmo immaginato. Il piccolo manufatto è una pietra di 3,5 cm montata in modo da stare sul polso, facente forse parte di un bracciale. Questa meraviglia artistica è stata ritrovata nella cosiddetta "Tomba del Guerriero del Grifone" situata nel Peloponneso, vicino al palazzo attribuito al mitico re Nestore a Pylos, nella Grecia occidentale.
Il sepolcro prende il nome da una placca di avorio raffigurante il mitico animale che è stata ritrovata accanto allo scheletro di un guerriero. La sepoltura era già stata definita in precedenza come una delle scoperte archeologiche più importanti degli ultimi anni e il suo corredo dà motivo per crederci. Il team di archeologi che vi ha scavato nel 2015 è guidato dai coniugi Jack Davis e Sharon Stocker dell'Università di Cincinnati, i quali portano avanti le ricerche sul sito da ben 25 anni.
La scena che compare sul reperto mostra un guerriero che dopo aver ucciso un primo nemico, si avventa su un secondo trafiggendolo con la sua spada. L'intera composizione è più facile da apprezzare con una lente di ingrandimento dato che alcuni particolari sono grandi solo mezzo millimetro. E' difficile immaginare come sia stata possibile la realizzazione di un lavoro così minuzioso senza l'utilizzo di strumenti di ingrandimento e l'archeologa Stocker sottolinea che reperti del genere non sono ancora stati ritrovati per questo periodo. Ciò porta a pensare che l'abile artigiano che ha prodotto questo manufatto abbia fatto ricorso ad un utensile che potesse ampliare la sua percezione visiva.
Tutti gli elementi della scena rimandano alla tradizione dell'epica e all'iconografia dei poemi omerici, ma per mancanza di elementi i ricercatori sono riluttanti ad affermare con certezza che si possa trattare di una rappresentazione proveniente dal ciclo dell'Iliade e dell'Odissea. L'agata facente parte di un corredo funebre che consta di 1.400 manufatti e gioielli, tra i quali anelli in oro, collane e una spada di bronzo, testimonia il rango elevato del defunto: gli studiosi credono potesse trattarsi di un membro dell'élite cretese o di un miceneo che apprezzava la sofisticata cultura minoica.
La datazione della "Tomba del Grifone" risale al 1450 a.C., periodo storico in cui i Micenei conquistarono Creta e l'arte dell'isola influenzò gli invasori. Il corredo del guerriero rappresenta un elevato livello di scambio culturale, dato che i suoi manufatti furono prodotti a Creta e poi esportati. Alcuni studiosi fanno però notare che la scena che vi è incisa potesse far parte di storie familiari a entrambe le popolazioni. Per Fritz Blakolmer, esperto di arte dell'Egeo all'Università di Vienna, la pietra potrebbe essere una copia in miniatura di un dipinto murale di dimensioni molto più grandi, come quelli riscontrabili nel Palazzo di Cnosso a Creta.

Fonte:
mediterraneoantico.it

domenica 12 novembre 2017

Velia, novità archeologiche

Veduta di una parte del Parco Archeologico di Velia
(Foto: gazzettadisalerno.it)
Nel Parco Archeologico di Velia, sito gestito dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Salerno e Avellino, nel corso di indagini archeologiche preliminari al progetto di valorizzazione dell'area della cosiddetta Masseria Cobellis, sono emerse importanti novità su questo fondamentale settore della città antica, collocato in un punto di raccordo tra il Quartiere meridionale e il Quartiere orientale.
Nell'area immediatamente antistante la cosiddetta Masseria Cobellis, casa colonica ottocentesca restaurata, agli inizi del 2000 venne alla luce la parte settentrionale di un complesso archeologico costituito da un edificio a pianta rettangolare, articolato su due livelli di terrazzamento artificiali. L'edificio, sicuramente di carattere pubblico, fu costruito fra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C.; a partire dal III secolo d.C. ebbe inizio invece il processo di spoliazione e abbandono che culminò con l'obliterazione nel VI secolo d.C.
Le indagini archeologiche in corso hanno consentito di individuare la fronte dell'edificio, di cui prima non si conosceva l'estensione complessiva, e di ricostruire, pertanto, un complesso monumentale di m. 39 x 65, che occupava un intero isolato di questo settore della Velia romana e si affacciava direttamente su una delle principali strade della città.

Fonte:
gazzettadisalerno.it

La meridiana di Interamna Lirenas

La meridiana trovata nei pressi di Monte Cassino
(Foto: University of Cambridge)
I ricercatori dell'Università di Cambridge hanno scoperto, durante gli scavi nella città romana di Interamna Lirenas, vicino Monte Cassino, una meridiana sulla quale è inscritto il nome di Marcus Novius Tubula, un tribuno della plebe conosciuto a Roma. Questo ritrovamento getta nuova luce sul rapporto tra Roma e le regioni dell'Impero.
Interamna Lirenas venne fondata nel 312 a.C. e abbandonata nel VI secolo d.C. e si trova a circa 130 chilometri da Roma. La meridiana appena trovata risalirebbe al I secolo a.C., quando ai cittadini di Interamna venne concessa la piena cittadinanza romana. Questa scoperta mostra il livello di coinvolgimento negli affari dell'Urbe di cittadini eminenti di Interamna e di altre comunità considerate secondarie.
La meridiana è stata ricavata da pietra calcarea e si trovava in un teatro coperto. Molto probabilmente, secondo gli studiosi, doveva servire a celebrare l'elezione di Marcus Novius Tubula alla carica di tribuno della plebe. La parte concava è incisa con undici linee rappresentanti le ore, che si intersecano con altre tre linee curve che rappresentavano la posizione delle stagioni rispetto al solstizio d'inverno, all'equinozio e al solstizio d'estate. L'ago che faceva da segnacolo è andato perduto in parte mentre un'altra parte è conservata sotto il suo fissaggio in piombo.

Fonte:
bbc.com

Consigli assiri sull'infertilità...

La tavoletta assira che contiene consigli sull'infertilità risalenti a 4000
anni fa (Foto: dailysabah.com)
La prima diagnosi di infertilità del mondo è stata effettuata ben 4000 anni fa, come registra una tavoletta assira in argilla scoperta da ricercatori turchi nella provincia di Kayseri. A guidare i ricercatori provenienti da diverse università, gli archeologi dell'Università di Harran, a Sanhurfa, che hanno preso in esame la tavoletta.
Questo importantissimo reperto contiene una sorta di accordo prematrimoniale nel quale si fa menzione, per la prima volta di una ipotesi di infertilità. Il testo è in cuneiforme e presenta una rappresentazione del problema e cerca di trovare ad esso una soluzione attraverso mezzi naturali. Diverse altre tavolette assire affrontano il tema della sterilità nelle famiglie assire.
La "soluzione" prospettata è solitamente quella di mettere "a disposizione" del marito, da parte della moglie sterile, una schiava che avrebbe svolto la funzione di "madre surrogata". Questo avveniva solitamente dopo due anni di matrimonio, quando la coppia aveva appurato di non poter avere figli. La schiava sarebbe stata liberata dopo aver dato alla luce il primo bimbo maschio che avrebbe garantito alla famiglia dei "committenti" una discendenza.

Fonte:
dailysabah.com

Il mitreo di Londra si mostra ai visitatori

Il mitreo di Londra, restituito all'ammirazione dei visitatori
(Foto: James Newton)
Un mitreo di epoca romana, restaurato a Londra, sta per riaprire al pubblico. I visitatori potranno scendere, grazie a ripide scale di pietra nera, nella nuova sede europea di Bloomberg, a sette metri sotto il piano di calpestio, là dove un tempo scorreva un fiume e dove, nel 240 d.C., i Romani costruirono un tempio destinato al culto del dio Mitra.
Mitra era una divinità orientale, adorata soprattutto dai soldati. La ricostruzione del tempio mitraico trovato a Londra include anche  l'utilizzo di effetti sonori quali i rumori di passi e le voci di canti in latino. Gli archeologi sanno, però, che nessun toro venne sacrificato in questo spazio sacro.
Il tempio è stato scoperto nel 1954, a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Chi lo ha visitato all'epoca ne ha ricavato una sensazione piuttosto deludente. Il sito è stato identificato come mitreo dopo la scoperta della testa del giovane dio. L'entusiasmo per la scoperta e l'intervento dell'allora primo ministro Winston Churchill costrinse la società Legal & General ad abbandonare l'idea di demolire tutto per far posto ad un nuovo edificio destinato a sede di uffici.
La scoperta del tempio di Mitra a Londra nel 1954
(Foto: Robert Hitchman/MOLA)
Nel 1962 le pareti del mitreo sono state parzialmente ricostruite sul terreno originario. Nuovi corsi in pietra hanno riempito i tratti andati perduti e il materiale che, nel corso dei decenni, è andato disperso. La testa di Mitra ed altri preziosi elementi decorativi sono ora custoditi nel Museo di Londra, mentre le panche di legno originali, destinate ad accogliere gli adepti del culto e considerate una rarità archeologica, sono state, purtroppo, gettate via.
La sede centrale europea di Bloomberg sorge su uno dei siti archeologici più ricchi di Londra. Molto, però, è andato distrutto durante gli scavi per le fondamenta di nuovi edifici. Là dove la stratigrafia è stata conservata sono emersi diversi reperti quali centinaia di tavolette in legno che sono la testimonianza della più antica documentazione trovata in Gran Bretagna a far tempo dall'invasione dell'isola da parte dei Romani.
Il mitreo restituito alle visite del pubblico incorpora anche una galleria d'arte al piano terra. Un'enorme teca di vetro permette di ammirare più di 600 dei 14.000 oggetti rinvenuti nel sito, tra i quali una porta di legno, un sandalo, un minuscolo elmo scolpito nell'ambra e una tavoletta di legno che riporta la più antica registrazione di un'operazione finanziaria della Gran Bretagna.
L'ingresso al mitreo londinese è gratuito, anche se è consigliato prenotare per tempo.

Fonte:
theguardian.com

sabato 11 novembre 2017

Puglia, trovato l'altare dell'Atena Iliaca

Il luogo del ritrovamento dell'altare del tempio di Minerva
(Foto: quotidianodipuglia.it)
Castro, in Puglia, si conferma uno scrigno di tesori. Un team di archeologi guidato da Francesco D'Andria ha, infatti, riportato alla luce l'altare del tempio di Minerva. E non si tratta di una scoperta come un'altra, ma dell'unico esemplare di altare monumentale in tutto e per tutto simile a quello dei templi greci rinvenuti in Puglia.
Basti pensare che per trovarne uno simile bisogna spostarsi a Metaponto, città lucana oggetto di campagne di scavo sistematiche, che hanno restituito i celebri templi greci e, davanti ad essi, i relativi altari. L'altare appena trovato si distingue dagli altari tipici messapici, che erano buche scavate nella terra dove si bruciavano e si offrivano le libagioni, perché è un altare costruito, del tipo di quelli che, in età romana, si sarebbero evoluti diventando molto più grandi: si pensi, per esempio, all'Ara Pacis e all'altare di Pergamo.
A Castro si è ripreso a scavare da qualche settimana, su concessione del Ministero, sotto l'egida della Soprintendenza e la direzione scientifica di D'Andria, ma il tempo è stato sufficiente per identificare l'altare - una struttura in blocchi squadrati ben lavorati lunga almeno 6 metri e larga due e mezzo, dove venivano fatti i sacrifici alla dea - e una serie impressionante di reperti legati al rituale: ossa degli animali immolati, oggetti offerti come ex voto, coppette per le libagioni. Insomma, una ricchezza di informazioni che testimoniano della vita quotidiana del santuario.
Sui bastioni del comune adriatico si susseguono campagne di scavo dal 2000 e grazie ad esse, oltre alle fortificazioni messapiche databili al IV secolo a.C., è stato individuato proprio il santuario di Minerva, al quale è dovuto il nome antico della città, Castrum Minervae. Si tratta - è ormai assodato - dello stesso tempio dedicato all'Atena Iliaca, l'Atena troiana, di cui fa menzione Virgilio nel III libro dell'Eneide quando parla dell'arrivo sulle coste dell'Italia di Enea e delle sue navi.
L'altare risale alla seconda metà del IV secolo a.C. ed è contemporaneo della statua di culto della dea, rinvenuta nel 2015, preceduta qualche anno prima da una piccola statuetta in bronzo. Entrambe raffigurano l'Atena di Troia, quella che indossa l'elmo frigio, a ulteriore riprova dei collegamenti con l'eroe in fuga sbarcato, secondo il mito, proprio a Castro. Questa collezione di reperti, conservata nel Museo inaugurato nel 2016 e ospitato all'interno del castello, ora si arricchisce di altri importanti elementi rinvenuti in questi giorni, fra cui spicca una bella maschera in bronzo, di stile tarentino, sempre del IV secolo a.C., che rappresenta forse una figura femminile, agghindata con una specie di nodo sulla testa. Probabilmente era un'offerta votiva fatta alla divinità e tali dovevano essere pure due teste di terracotta, una più piccola e l'altra più grande, appartenenti probabilmente a due divinità femminili, che sono state recuperate recentemente.
Dell'altare sono stati scavati solo un paio dei sei metri di lunghezza perché il resto si trova sotto il manto stradale e nel lotto di terreno adiacente, dove - D'Andria ne è sicuro - c'è il tempio vero e proprio, che, appunto, nel culto greco, si ergeva alle spalle del recinto dove venivano fatti i sacrifici. Ora, quindi, si apre un'altra importante partita, quella dell'esproprio o dell'acquisto di quegli ulteriori 300 mq, di proprietà privata, in modo da poter realizzare un'altra campagna di scavi per portare alla luce le fondazioni, il perimetro e ulteriori elementi del santuario.
Altro aspetto significativo da sottolineare è che l'attuale campagna di scavi è stata finanziata dal Comune di Castro, guidato dal sindaco Luigi Fersini, ma soprattutto da un privato, Francesco Lazzari, figlio del geologo Antonio al quale è intitolato il Museo Archeologico del castello, diventato in breve tempo meta di migliaia di turisti.

Fonte:
quotidianodipuglia.it

I "guardiani" dei rotoli di Qumran

Resti di anfore e papiri in una delle grotte di Qumran (Foto: repubblica.it) Chi erano quei 33 uomini ? Sono stati loro a scrivere i fa...