venerdì 16 febbraio 2018

Lomellina, scoperta necropoli longobarda

Pavia, una necropoli longobarda scoperta in Lomellina durante gli scavi al metanodotto. Gli archeologi hanno contato undici tombe, perfettamente allineate, ma l'area potrebbe svelare antichissimi segreti. Il sito lungo la provinciale della Belcreda, frazione di Gambolò, in provincia di Pavia, è presidiato giorno e notte da carabinieri e polizia locale per il timore che i tombaroli possano far sparire qualche reperto.
Operai e ruspe erano al lavoro da diversi giorni per la realizzazione del nuovo metanodotto Cervignano d'Adda-Mortara, quando sono stati bloccati dagli archeologi che stavano facendo assistenza a Snam Rete Gas: lungo l'asse di scavo erano emerse alcune canalette parallele, orientate est-ovest, che da subito avevano fatto pensare a delle sepolture di età longobarda. "Stavamo facendo le consuete verifiche su un'opera pubblica e abbiamo trovato la prima tomba - spiega Nicola Cassone, archeologo e direttore degli scavi - Con estrema cautela abbiamo scorticato la parte che potesse permetterci di evidenziare tutta la necropoli in pianta. Secondo noi non è tutto qui: l'area potrebbe essere molto più estesa; le fosse trovate sino ad ora sarebbero solo una piccola parte".
La conferma che quella emersa sia proprio una necropoli del "popolo dalle lunghe barbe" è arrivata ieri dalla Soprintendenza archeologica. Dalla valle del Ticino sono venute alla luce le tombe dei barbari guerrieri che assediarono Pavia, capitale del regno. Corredi funebri, armature e cimeli collocherebbero il loro passaggio su questi campi a 1400 anni fa. "Abbiamo trovato alcuni reperti risalenti alla più antica epoca longobarda. Necropoli simili si trovano soltanto sopra il Danubio - prosegue Nicola Cassone. - La prima sepoltura che abbiamo studiato apparteneva ad un soldato. Gli oggetti trovati ai piedi ci raccontano la sua storia".
Questo il patrimonio restituito al territorio un tempo colonizzato: fiasche in astralucido di ceramica con stampigliature, asce barbute, pugnali, punte di frecce e fibbie di cinturoni da guerra. Le ossa, però, non si trovano: "Difficile rinvenirle in questa zona: il terreno, per via della vicinanza al fiume, è molto acido ed altamente corrosivo". A Gambolò, in passato, ci furono alcuni ritrovamenti risalenti alla civiltà di Golasecca, ora custoditi nel museo archeologico locale all'interno del castello, ma le tracce del popolo longobardo si fermavano qualche chilometro più in là, nel battistero di Lomello, dove la regina Teodolinda sposò in seconde nozze Agilulfo, sovrano dei Longobardi, tra il 591 e il 616 d.C. "L'amministrazione comunale è a disposizione, anche se questi beni appartengono allo Stato. - Commenta il sindaco Antonio Costantino. - La prossima settimana ci sarà un consiglio comunale per collocare i ritrovamenti alla Belcreda nei nostri musei". I lavori di realizzazione del metanodotto devieranno obbligatoriamente in un'altra direzione. Il gruppo di archeologi emiliani impegnati sul sito lomelino, invece, continuerà gli scavi per riportare alla luce l'intero tesoro nascosto.

Fonte:
milano.corriere.it

venerdì 2 febbraio 2018

Gran Bretagna, sacrifici rituali vicino l'acqua?

Il cranio ritrovato nei pressi del canale Sowy (Foto: newsweek.com)
Il cranio di una donna di mezza età, morta, con tutta probabilità, duemila anni fa, durante l'Età del Ferro è stato trovato in Gran Bretagna. La scoperta è stata fatta da un uomo e dal suo cane nei pressi del fiume Sowy, nel Somerset, nel marzo dello scorso anno. In realtà il Sowy è un fiume solo di nome, si tratta di parte di un canale di drenaggio creato nel 1960 a seguito di una serie di tragiche alluvioni.
In seguito al ritrovamento del cranio, le autorità hanno disposto l'abbassamento dei livelli dell'acqua per cercare altri reperti. Sfortunatamente non sono stati trovati altri resti umani, ma reperti lignei che sono, allo stato attuale, in fase di analisi da parte dei ricercatori. Il livello dell'acqua è stato poi nuovamente innalzato per permettere la conservazione dei pali di legno e di ogni altro residuo archeologico presente nel canale.
Gli archeologi ritengono che la defunta, alla quale apparteneva il cranio, doveva avere 45 anni al momento della morte e soffriva di una grave malattia gengivale che le aveva fatto perdere alcuni denti e ne aveva danneggiati altri. Il teschio presentava anche una grave artrite alla mascella e sembra essere stato deliberatamente rimosso, forse subito dopo la morte.
Le teste mozzate non sono una scoperta insolita per l'Età del Ferro, ma il posizionamento del cranio, in una zona umida accanto ad una struttura di legno è molto rara. Forse gli antichi abitanti del luogo ritenevano di dover fare un'offerta rituale nei pressi di un ambiente acquatico, a detta dell'archeologo Richard Brunning, del South West Heritage Trust. In effetti dieci anni fa è stato trovato un'altro cranio dell'Età del Ferro, a York, considerato anch'esso una sorta di sacrificio rituale. Questo cranio è stato rinvenuto con il tessuto cerebrale ancora intatto.

Fonte:
newsweek.com

Yukon, trovata freccia di mille anni fa

La freccia trovata nello Yukon nel 2016 (Foto: Yukon Government)
L'archeologo Greg Har ha affermato di aver trovato un manufatto, una freccia, utilizzato per la caccia e risalente a 1000 anni fa, nel ghiaccio dello Yukon. La recente datazione al radiocarbonio conferma che si tratta di uno dei primi esempi di metallurgia del rame mai trovata nello Yukon. La scoperta risale al 2016 ed è stata fortuita, poiché la freccia si trovava parzialmente nascosta nel ghiaccio e gli studiosi si trovavano in quel luogo per filmare un branco di caribù.
Per migliaia di anni i caribù, in estate, si sono rifugiati sulle distese di ghiaccio dello Yukon per sfuggire al caldo e agli insetti. Questo ha reso queste zone delle buone riserve di caccia per gli antichi cacciatori. Alcune delle armi rinvenute negli anni passati hanno mancato il bersaglio e si sono perse nella neve e nel ghiaccio, finendo per costituire un vero tesoro per gli archeologi. Sono state trovate anche armi da caccia in legno ed osso o corno.
La freccia di rame appena ritrovata fissa la tecnologia di questo metallo, per quel che riguarda lo Yukon, a circa mille anni fa. Il reperto è, dunque, tra i primi esempi di questa tecnologia mai recuperati nella regione. Jennifer Herkes, consulente del patrimonio di Carcross / Tagish First Nation, ha dichiarato che questo ritrovamento supporta la conoscenza orale tradizionale trasmessa dagli anziani.

Fonte:
cbc.ca

Gran Bretagna, "pastelli" preistorici

Il pastello di ocra trovato nei pressi di un antico lago in Gran Bretagna
(Foto: University of York)
Una sorta di "pastello" fatto di ocra, utilizzato, forse, per disegnare su pelli di animali, è stata trovata nei pressi del sito di un antico lago, ora coperto di torba, vicino Scarborough, nel North Yorkshire, in Gran Bretagna. Il "pastello" primitivo risalirebbe a 10000 anni fa ed è lungo 22 millimetri. Sulla riva opposta dell'antico lago è stato trovato un "pastello" analogo. L'area si trova nei pressi di uno dei più famosi siti mesolitici europei, Star Carr.
L'ocra, un pigmento composto da sabbia ed argilla, ha una superficie fortemente striata, probabilmente perchè è stata raschiata per ricavarne il pigmento rosso. Gli archeologi affermano che la vicina Flixton era un luogo chiave del Mesolitico e il "pastello" potrebbe aiutare a dimostrare come le persone riuscivano ad interagire con l'ambiente circostante. Probabilmente "pastelli" del genere servivano per colorare le pelli degli animali o per dipingere la roccia. Il colore era una parte molto importante nella vita dei cacciatori-raccoglitori.

Fonti:
bbc.com

Norvegia, trovato un antico pezzo degli scacchi

Il pezzo degli scacchi scoperto in un'abitazione del
XIII secolo in Norvegia (Foto: T. Wrigglesworth/NIKU)
E' stato scoperto, in Norvegia, un pezzo degli scacchi risalente a 800 anni fa. Gli archeologi hanno scoperto questo oggetto in una casa del XIII secolo a Tonsberg. Il pezzo da gioco è ricavato essenzialmente da corna di cervo e sarebbe stato utilizzato per giocare a quello che veniva chiamato "shatranj", simile agli attuali scacci.
La pedina appare riccamente decorata, con cerchi nella parte inferiore e diversi altri sui lati. Il muso del cavallo appare sporgente. Questa figura di "cavallo (o cavaliere)" è molto simile, secondo Lars Haugesten, project manager dello scavo, ad altri pezzi per scacchi trovati in Arabia. Il gioco degli scacchi è diventato popolare, in questo Paese, dopo la conquista della Persia, nel VII secolo d.C., e venne introdotto in Spagna nel X secolo dai Mori. Dalla Spagna il gioco si è diffuso rapidamente verso il nord Europa e potrebbe essere approdato, poco dopo, in Scandinavia, questa è l'opinione degli archeologi.
Il pezzo appena ritrovato, con un disegno che si ispira ai modelli arabi, è piuttosto raro nella regione, anche se non è l'unico esempio. Un altro pezzo degli scacchi, del XII secolo stavolta, è stato scoperto a Lund, in Svezia. La casa dove è appena stato ritrovato il pezzo degli scacchi, è conosciuta come porta Anders Madsens e si trova nei pressi di un castello medioevale. Qui gli scavi sono iniziati nell'autunno 2017 ed hanno intercettato diverse strade e dimore medioevali, permettendo il recupero di una notevole mole di materiali, tra i quali pettini e ceramiche di vario tipo.

Fonte:
Live Science

Saqqara, scoperte tre sepolture scavate nella roccia

Parte di un sarcofago ligneo scoperto a Saqqara
(Foto: english.ahram.org.eg)
Tre tombe scavate nella roccia, ricolme di oggetti di corredo tra i quali vasi in ceramica, sono state scoperte nella necropoli di Abusir, nei pressi de Il Cairo. La scoperta è stata fatta a seguito della segnalazione, alle autorità, di scavi clandestini nella zona.
Mustafa Waziri, Segretario Generale del Supermo Consiglio delle Antichità, ha dichiarato che il Ministero delle Antichità ha formato un comitato archeologico guidato da Sabri Farag, direttore generale della necropoli di Saqqara, al fine di condurre urgenti scavi nel sito. Gli scavi fatti finora hanno rivelato le sepolture anzidette, contenenti corredi funebri ed anche quattro sarcofagi in legno purtroppo in cattive condizioni di conservazione. I cartigli presenti sui sarcofagi recano il nome del faraone Tolomeo IV (244-204 a.C.), anche se il resto dei testi non sono decifrabili. Le bare contenevano quattro mummie, presumibilmente di uccelli, insieme a tre involucri di lino a forma rotonda che ospitavano lo stomaco delle mummie. Sono stati trovati anche 38 vasi in faience.

Fonte:
english.ahram.org.eg

mercoledì 17 gennaio 2018

Civiltà mesoamericane sterminate dalla Salmonella

Fu la febbre tifoide, scatenata da un ceppo letale di Salmonella, a sterminare le popolazioni indigene di Messico e Guatemala dopo l'arrivo dei Conquistadores europei nel XVI secolo. A dimostrarlo sono le tracce di Dna del microrganismo rinvenute nei resti delle vittime dell'epidemia (chiamata "cocoliztli", in lingua azteca) che colpì l'America centrale tra il 1545 ed il 1550. Le hanno analizzate i ricercatori dell'Istituto tedesco Max Planck di Jena, che pubblicano i risultati sulla rivista Nature Ecology and Evolution in collaborazione con l'Università di Harvard e l'Istituto messicano di antropologia e storia.
Come in un episodio di "CSI", i ricercatori hanno esaminato i resti di 29 indigeni uccisi dal morbo letale e sepolti nel cimitero della città messicana di Teposcolula-Yucundaa, abbandonata dopo l'epidemia. Dopo aver estratto il Dna antico dalle ossa, gli esperti hanno usato un innovativo programma che permette di cercare ad ampio spettro ogni genere di Dna batterico. Questo metodo di screening ha evidenziato tracce di Salmonella enterica in 10 campioni.
Successivamente, grazie ad un metodo di arricchimento del Dna ideato apposta per questo studio, è stato possibile ricostruire integralmente i genomi dei vari ceppi del microrganismo: in 10 dei 29 defunti sono state trovate sottospecie di Salmonella enterica responsabili della febbre tifoide.
 
Fonte:
ansa.it


Sardegna, quei Fenici multiculturali

Ricercatori al lavoro sul Monte Sirai in Sardegna
(Foto: Michele Guirguis)
I Fenici erano un popolo inclusivo e multiculturale, fatto di esploratori e commercianti disposti ad integrarsi con le comunità locali che incontravano lungo le proprie rotte: lo dimostrano i campioni di Dna antico rinvenuti in alcuni insediamenti fenici tra la Sardegna e il Libano. I risultati delle analisi sono pubblicati sulla rivista Plos One da un gruppo internazionale di ricerca che comprende l'Università di Sassari ed è coordinato da E. Matisoo-Smith, dell'Università neozelandese di Otago, e da Pierre Zalloua dell'Università americana del Libano (Lau).
Grazie alla genetica, i ricercatori hanno provato a ricostruire la relazione intercorsa tra i Fenici e gli abitanti della Sardegna, che - insieme ad altre isole come Cipro, Malta, Ibiza e Sicilia - era diventata un importante avamposto lungo le primissime rotte commerciali stabilite dai Fenici verso la penisola iberica e il nord Africa.
Lo studio si è focalizzato sull'analisi del Dna mitocondriale, quello ereditato esclusivamente per via materna che non si trova nel nucleo della cellula, bensì nelle sue centraline energetiche, i mitocondri. I ricercatori hanno scoperto in particolare 14 nuovi frammenti di Dna mitocondriale antico, ritrovati in Libano e Sardegna e risalenti all'epoca fenicia (700-400 a.C.) e addirittura a quella pre-fenicia (1800 a.C.). Le sequenze sono state poi confrontate con 87 genomi mitocondriali completi appartenenti a moderni abitanti del Libano, e infine con 21 genomi mitocondriali risalenti all'epoca pre-fenicia in Sardegna.
I risultati delle analisi dimostrano che si è avuta integrazione tra i Fenici e i Sardi insediati nella parte meridionale dell'isola, nella zona del Monte Sirai. Dai dati emerge, inoltre, una significativa mobilità femminile, con donne che sarebbero migrate dal Vicino Oriente e dal nord Africa verso la Sardegna e donne europee che, invece, si sarebbero spostate in Libano. I Fenici, dunque, "non erano conquistatori - spiegano i ricercatori - ma solo esploratori e commercianti", per cui le migrazioni e l'integrazione culturale erano all'ordine del giorno.
 
Fonte:
ansa.it

Selinunte, una città nella città: nuove scoperte

Il Parco Archeologico di Selinunte (Foto: pti.regione.sicilia.it)
Selinunte, il parco archeologico più grande d'Europa ma anche una città nascosta da 2700 anni. E' grazie ad una termocamera ad alta sensibilità termica, caricata su un drone, se i geologi dell'Università di Camerino hanno rilevato sul terreno dell'area archeologica, alcune anomalie riconducibili ad importanti strutture sepolte che dal tempio scendevano verso il porto.
Finora sono 14 i piani di volo effettuati sull'area del Parco Archeologico con un esacottero, un drone con sei braccia, che ha rilevato le temperature dei corpi sia vivi che inerti. "Rimangono ancora molte strutture da indagare - ha rilevato Enrico Caruso, Direttore del Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa. - Va compresa la conformazione geologica della zona e il perché i selinuntini la scelsero per il loro insediamento. Il dramma di Selinunte è la conservazione: dobbiamo capire cosa vuol dire tenere in piedi un tempio che può rischiare di cadere in caso di terremoto".
Piantina del Parco Archeologico di Selinunte (Foto: virtualsicily.it)
Enrico Caruso ha lasciato trapelare notizia dei ritrovamenti più interessanti, a partire dal sistema di tubature costruito dai Greci per portare l'acqua nelle case, per arrivare al rinvenimento, in queste ultime settimane, di ambienti domestici dedicati al culto, a cui sono riconducibili alcuni altari cilindrici e la più antica raffigurazione di Ecate (Hekate) mai ritrovata in tutto il mondo greco: si tratta di un personaggio femminile di origine pre-indoeuropea successivamente acquisito dalla mitologia greca come divinità regnante sui demoni malvagi, sulla notte, sulla luna, invocata negli incantesimi e nelle antiche pratiche di magia.
Tempio "E" di Hera (Foto: lasiciliainrete.it)
Ritrovati anche molteplici oggetti che riportano a momenti di vita dell'antica città come vasi corinzi, ornamenti, statue e persino un flauto, mentre delle case risalenti all'epoca classica ed ellenistica, dopo la distruzione del 409 a.C., è stata presentata la ricostruzione, così come anche quella, parziale, della facciata del Tempio Y - il più antico tempio dorico circondato da colonne tra quelli di Selinunte - della quale sono stati rinvenuti alcuni elementi architettonici.
Il geologo Fabio Pallotta ha affermato che: "l'uso di termocamera ad alta sensibilità terminca, montata su drone, ha permesso ai geologi dell'Università di Camerino di rilevare sul terreno alcune anomalie termiche riconducibili ad importanti strutture sepolte che dal Tempio M scendono verso il porto di Selinunte. Si trattava verosimilmente di un complesso di templi e vasche colme di acqua sorgiva che scorreva verso il mare per offrire ristoro ai viaggiatori. Le immagini termiche consentiranno di notare come il gradiente di calore delinea nel terreno perfetti disegni geometrici che circondano proprio i resti del cosiddetto Tempio M, ora situato lungo la sponda destra del fiume Selino, ma che in origine si ergeva in tutto il suo splendore sull'estremo promontorio occidentale della laguna".
Tempio "C", veduta aerea (Foto: wikimedia)
"Gli studi fin qui condotti a Selinunte - ha commentato Marco Materazzi, geomorfologo dell'Università di Camerino. - hanno permesso in primo luogo di ricostruire quella che doveva essere l'antica linea di riva al tempo della massima espansione della città greca, evidenziando la presenza di due porti ubicati immediatamente ad est e ad ovest dell'Acropoli di Selinunte e confermando, integrandole, le ipotesi già formulate dagli archeologi Hulot e Fougères agli inizi del Novecento". La recente ricerca ha permesso di rilevare le tracce di importanti interventi effettuati sul territorio: dalle deviazioni di corsi d'acqua, alla captazione di sorgenti, a imponenti sbancamenti per scopi di carattere militare o legati al commercio e al culto religioso. 
Sempre in materia di acqua, lo studioso ha poi aggiunto come essa costituisse la più importante delle risorse di un territorio che dovette avere nell'abbondanza d'acqua la fonte principale della sua prosperità, peraltro non priva di seri problemi a causa della presenza di aree paludose e malsane. Metodi geoelettrici non invasivi, hanno infine evidenziato la presenza nel sottosuolo, sotto i depositi sabbiosi, di strutture presumibilmente riconducibili ad edifici, mura o strade, come future indagini archeologiche si spera potranno confermare.
Strada sull'acropoli di Selinunte (Foto: Wikipedia.org)
Sempre nel sottosuolo di Selinunte, il gruppo di ricerca dell'Università di Camerino coordinato da Gilberto Pambianchi, Ordinario di Geomorfologia e Geografia Fisica e Presidente Nazionale dei Geomorfologi Italiani, ha inoltre delineato, attraverso indagini con la termo-camera, gli ambienti naturali dei primi insediamenti risalenti a 2700 anni fa. Un paesaggio che ha rivelato tracce molto probabilmente rapportabili a terremoti, frane, alluvioni del passato, eventi naturali cui ora sarà necessario dare una successione cronologica. Da questo studio, ha detto Pambianchi, "emergerà una ricostruzione storica decisamente importante per le politiche di prevenzione e di tutela dei siti archeologici in Sicilia e nel resto d'Italia". [...]
Quando saranno terminate le operazioni sul campo, su ogni punto di sondaggio sarà collocata una stele esplicativa che descriverà al visitatore le caratteristiche stratigrafiche, archeologiche ed ambientali rinvenute. Di questi ambienti, non visibili ad occhio nudo ma emersi grazie alla ricerca portata avanti dall'Università di Camerino, dalla Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Trapani e dal Parco Archeologico di Selinunte, saranno mostrate alla stampa le elaborazioni in 3D.
Continua così a comporsi il puzzle di questo che - ha detto il direttore Enrico Caruso - "è il parco archeologico più grande d'Europa in quanto costituisce un unico, grande sistema che comprende al suo interno un'intera città e due zone suburbane che includono ad ovest i piccoli santuari e ad est i grandi santuari. Fondata nella seconda metà del VII secolo a.C. da coloni Greci di Megara Hyblaea, una delle prime colonie greche di Sicilia, Selinunte raggiunse rapidamente uno straordinario sviluppo, diventando la più importante megalopoli della Sicilia Occidentale. La città fu distrutta una prima volta nel 409 a.C. dai Cartaginesi, quindi una seconda volta dai Romani nel 250 a.C., ma ciononostante continuò ad essere abitata fino al XIII secolo circa, quando il progressivo abbandono la fece sparire sotto una spessa coltre di sedimenti sabbiosi di natura eolica e sotto la fitta vegetazione costiera, fino a quando, nel 1551, venne riscoperta da un monaco domenicano di Sciacca, Tommaso Fazello, che l'aveva cercata seguendo le indicazioni dello storico Diodoro Siculo".

Fonti:
famedisud.it
lastampa.it
quotidiano.net


domenica 14 gennaio 2018

La tomba della vestale Cossinia

La tomba di Cossinia al momento della scoperta nel 1929
(Foto: Provincia in Luce
La tomba venne scoperta il 22 luglio 1929 lungo la sponda destra del fiume Aniene. Con il vicino Ponte dei Sepolcri, la tomba è quanto resta di un imponente sepolcreto romano usato fino ad epoca tarda dotato di almeno tre accessi.
Nel 1967, a cura dell'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo, nell'area circostante è stata allestita una scalinata che conduce al sito. Autore della scoperta fu l'archeologo Gioacchino Mancini, funzionario della Soprintendenza di Roma. Il cippo marmoreo che ricorda la vestale fu trovato poggiante su cinque gradini posti a piramide.
Che si trattasse della tomba di una vestale è attestato dalle iscrizioni presenti sulle quattro facce. Sulla faccia settentrionale, in un'elegante corona di quercia con nastro, si legge: "V V COSSINIAE / L F / L.Cossinius / Electus", vale a dire: "alla Vergine Vestale Cossinia figlia di Lucio /Lucio Cossinio Eletto", forse un suo parente. Sul retro del monumento due iscrizioni: "Undecies senis quod Vestae paruit annis hic sita virgo, manu popoli delata, quiescit L(ocus) D(atus) S(enatus) C(onsulto)" cioè "Qui giace e riposa la Vergine, trasportata per mano del popolo, poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta. Luogo concesso per decreto del Senato". Sulla faccia orientale è raffigurato un orciolo mentre sulla faccia opposta compare una patera, ovvero una coppa per sacrifici.
La bambola snodabile
rinvenuta vicino alla
tomba di Cossinia
(Foto: romanoimpero.it)
La tomba, risalente al I secolo d.C., era della Vestale Cossinia. Discendente da una nobile famiglia tiburtina, la gens Cossinia, la fanciulla fu destinata al sacerdozio di Vesta a Tivoli entrandovi a soli otto anni. Avrebbe dovuto fare il servizio per trenta anni ma poi, al termine di questi, decise di non tornare a casa, restando nel collegio fino agli ultimi giorni della sua vita. Morì all'età di 75 anni e la popolazione le attribuì grandi onori per la sua devozione sincera verso al cura del focolare, tanto che seguì il suo corpo fin dove fu poi cremato e sepolto.
L'archeologo Mancini nel 1929 non trovò resti umani sotto i cinque gradini, ma scavando ad occidente portò alla luce un'altra tomba con tre gradini a piramide (l'inferiore dei quali poggiato sul terzo monumento della Vestale). Vi trovò uno scheletro di fanciulla morta prima del matrimonio dai denti bianchissimi, con accanto al capo una bambola snodabile in avorio adorna di monili (al collo una collana d'oro a maglie grandi, ai polsi braccialetti tortili ed alle caviglie dei semplici fili d'oro) e un cofanetto di ambra porta gioie (oggi custoditi presso il Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo a Roma). La bambola ha l'acconciatura come l'imperatrice Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e quindi è databile tra il II e il III secolo d.C.
Sempre al II-III d.C. si data anche il monumento funerario e di conseguenza anche la sepoltura che è a inumazione e non più ad incinerazione, come al tempo della vergine Cossinia. Il Mancini ritenne che i due monumenti fossero un'unica tomba di Cossinia: uno ad est con le ossa e l'altro ad ovest con il cippo e le iscrizioni. Fu un grossolano errore perché lo stile del cippo risale all'inizio del I secolo d.C. ed inoltre non riporta il cognomen gentilizio di Cossinia come fu abituale dalla metà del I secolo d.C.. Inoltre non fece l'esame osteologico delle ossa trovate. Sotto il cippo della Vestale Cossinia, il cui corpo dovette essere cremato, perché deceduta non dopo l'età claudia, non fu trovata l'urna con i resti mortali. Si tratterebbe, dunque, di due sepolture diverse, forse pertinenti un più vasto sepolcreto che si estendeva a valle della via Valeria, sulla riva destra dell'Aniene, all'incirca dai cunicoli gregoriani fino a Ponte Valerio.

Fonte:
tibursuperbum.it

Antica Hadria, trovato un edificio-laboratorio

Resti del porto dell'antica Hatria (Foto: Sergio Agnellini)
Maria Cristina Vallicelli, funzionario archeologo, svela i risultati e gli studi avvenuti dopo la scoperta in via Ex riformati ad Adria di una casa-laboratorio costruita prevalentemente in materiale ligneo. Nel sito sono stati rinvenuti due grandi focolari, frammenti di lastrine in argilla cotta, alcuni lingotti metallici, lisciatoi in pietra e frammenti di ossa e corno di cervo. La casa-laboratorio è stata inquadrata fra l'età tardo arcaica e classica (fine VI-V secolo a.C.).
Questa la scoperta straordinaria, individuata a quasi quattro metri di profondità da uno scavo archeologico condotto tra 2004 e 2016 dalla già Soprintendenza dei Beni Archeologici del Veneto, in via Ex riformati ad Adria. Un'indagine che ha restituito informazioni su tecniche costruttive, materiali edilizi, attività produttive e manufatti utilizzati durante la vita di tutti i giorni nell'antica Adria, la città-porto che per la sua importanza commerciale nel mondo Mediterraneo, come riferiscono le fonti dei più autorevoli autori antichi, ha dato il nome al Mar Adriatico.
Strutture portuali dell'antica Hadria (Foto: M. Cristina Mancinelli)
A svelare i risultati egli studi sulla documentazione è Maria Cristina Vallicelli, funzionario archeologo e direttore scientifico della seconda campagna di scavo, nella cornice di una conferenza organizzata dal gruppo archeologico Adriese "Francesco Antonio Bocchi" al Museo Archeologico Nazionale di Adria: "Dopo una prima ricerca diretta nel 2004 dalla Dottoressa Simonetta Bonomi, lo scavo di via Ex riformati ad Adria è stato ripreso e concluso nel 2016, preliminarmente ad un intervento di edilizia residenziale, con un importante finanziamento da parte della proprietà del terreno, che ha compreso anche una campagna di analisi diagnostiche e il restauro di alcuni reperti in legno e pellame. Il sito inquadrabile nel settore settentrionale dell'abitato antico, ha fornito dati su una stratigrafia cronologicamente molto ampia (dal VI secolo a.C. al VII secolo d.C.), un tesoro incredibile di notizie ed informazioni in buona parte ancora allo studio, di particolare interesse soprattutto in riferimento all'insediamento tardo antico e classico".
Bitte (Foto: R. Breda Archeosub Hatria)
Continua l'archeologa: "L'indagine, che è arrivata in alcuni punti addirittura a sei metri di profondità, si è svolta con non poche difficoltà data la continua risalita di acqua di falda. Le stratigrafie più basse indagate, quelle riferibili all'insediamento etrusco di VI-V secolo a.C., hanno portato alla luce i resti di una casa-laboratorio, un edificio allora impostato su un podio di limo e sabbia, delle proporzione di oltre dieci metri di lunghezza e sei di larghezza, diviso in almeno due ambienti e delimitato da canalette di scolo. L'edificio era costruito prevalentemente in materiale ligneo quale quercia, acero, olmo e frassino, con alzati impostati su travi perimetrali, pareti di graticcio rivestito di argilla, materiale fittile e tetto in legno o canne. Tale tecnica costruttiva mista permetteva la solidità dell'edificio compatibilmente con i terreni instabili e umidi su cui sorgeva l'antico centro. All'interno della casa si sono rinvenuti due grandi focolari con tracce di carboni e cenere e la presenza di pozzetti fusori che ne documentano l'utilizzo per attività metallurgiche. Lo scavo ha restituito vari manufatti: interessanti i numerosi frammenti di lastrine in argilla cotta che forse rivestivano la parte basale dei muri dell'edificio come protezione dall'umidità; da altre costruzioni, di maggiore monumentalità, dovevano invece provenire i frammenti di un'antefissa e di una cornice fittile con traccia di decorazione pittorica con motivi ad ovuli in rosso su sfondo blu. Nei piani pavimentali della casa-laboratorio, si sono rinvenuti inoltre alcuni lingotti metallici, lisciatoi in pietra e frammenti di ossa e corno di cervo con segni di lavorazione".
E ancora: "L'edificio doveva comunque essere utilizzato non solo per attività artigianali, al suo interno sono stati trovati materiali legati anche alla vita quotidiana, come alcuni frammenti di ceramica attica a figure nere ed etrusco-padana, ceramica da cucina e da stoccaggio. Eccezionali per lo stato di conservazione sono i reperti di materiale organico tra cui: un'anta in legno di frassino perfettamente conservata, probabilmente elemento di un mobile, un pezzo unico che non ha confronti, e un manufatto in pellame, entrambi in corso di restauro. Le analisi paleobotaniche - conclude la direttrice - ci aiutano a ricostruire il contesto ambientale di allora: risulta una presenza significativa di cereali (orzo e avena), canapa, piante da orto come fava, cicoria e rapa, alberi da frutto e naturalmente di aree boscate che dovevano fornire il materiale per la costruzione degli edifici. Dopo le fasi di vita che si susseguono nei primi decenni del V secolo a.C., la casa viene abbandonata forse a seguito di un dissesto idrico non traumatico, visto che prima dell'abbandono l'edificio sembra oggetto di un'azione sistematica di spoglio e asporto dei materiali che potevano essere utilizzati altrove, magari per costruire un nuovo edificio".

Fonte:
Edoardo Zambon per rovigooggi.it

Lomellina, scoperta necropoli longobarda

Pavia , una necropoli longobarda scoperta in Lomellina durante gli scavi al metanodotto. Gli archeologi hanno contato undici tombe , perfe...