venerdì 28 aprile 2017

La straordinaria villa romana di Positano

Uno degli affreschi della villa romana di Positano
(Foto: Beacon)
Positano, per la sua bellezza e la sua posizione geografica, divenne un luogo di villeggiatura privilegiato già nei tempi antichi. I Romani vi edificarono una sfarzosa villa d'ozio che si inserì nel novero delle abitazioni che i ricchi cittadini dell'Urbe avevano cominciato ad edificare nel II secolo a.C. lungo tutta la costa campana.
Di queste ville restano, purtroppo, scarse testimonianze nella zona flegrea, in quella vesuviana e lungo la costa sorrentina. Per questo il ritrovamento, a Positano, di una di queste dimore di lusso costituisce una notizia clamorosa. Questa villa era, in realtà, nota già dalla metà del '700, nel periodo delle grandi scoperte archeologiche ad Ercolano (1738), Pompei (1748) e Stabiae (1749).
Nel 1758 un ingegnere svizzero, Karl Weber, addetto agli scavi borbonici, riferisce del ritrovamento, al lato di una chiesa di fronte alla spiaggia, dei resti di un antico edificio con i pavimenti in mosaico bianco, di una serie di stanze dipinte, di colonne in stucco rosso e di un giardino con vasca. Altri resti della villa emersero nel corso del tempo in più punti della cittadina, tanto che in molti pensarono ad una residenza imponente, realizzata su più piani degradanti fino alla spiaggia. Lo studioso Matteo Della Corte (1875-1962) avanzò l'ipotesi che la denominazione stessa di Positano derivasse dal proprietario della villa, Posides Claudi Caesari, liberto dell'imperatore Claudio.
Amorini in stucco dalla villa romana di Positano
(Foto: L'Espresso - Repubblica)
Ma le scoperte più eclatanti si sono avute durante gli scavi del 2003-2004, sotto la cripta della chiesa di Santa Maria Assunta, utilizzata per secoli come un cimitero, dove è stata posta in evidenza una straordinaria sequenza stratigrafica che dal '700 arriva al medioevo e all'età romana. Venne riportato alla luce parte di un ambiente riccamente decorato sepolto dall'eruzione del 79 d.C.. Gli scavi, però, furono ripresi solo nel 2015-2016, a causa di problemi di natura economica, sotto la supervisione della Soprintendenza. Gli archeologi responsabili dello scavo, Luciana Jacobelli e Riccardo Iaccarino, hanno scoperto quello che pare essere un lussuoso triclinium, del quale sono state riportate alla luce le pareti nord ed est, mentre la parete ovest risulta crollata. Un paziente lavoro di ricomposizione sta impegnando attualmente gli studiosi.
Gli affreschi presentano una notevole qualità ed originalità. La tecnica è quella che veniva solitamente utilizzata negli ambienti termali: stucco e pittura insieme. Una tecnica rara nella pittura parietale delle domus. L'uso abbondante dello stucco, la scelta di colori accesi e costosi come l'azzurro e il tema delle raffigurazioni, fanno pensare che il proprietario desiderasse ottenere un effetto scenografico a beneficio degli ospiti.
Un particolare di un amorino in stucco
(Foto: Positano News)
L'affresco, che si articola in più pannelli, è pieno di figure: animali (cigni, cavallucci, capre, pavoni), tappeti gialli e rossi, tralci di vite, quadretti marini, inseriti tutti in un'architettura fantastica. Compare anche l'immagine di una divinità, forse Dioniso. La particolare abilità nella resa pittorica degli elementi risalirebbe, secondo alcuni studiosi, a botteghe non locali ma itineranti. Si trattava, forse, di maestranze sicuramente di alta qualità provenienti da diverse zone dell'impero.
A sottolineare la ricchezza del padrone di casa c'è anche una cassaforte. Si tratta di un vero e proprio armadio blindato, tre lati in legno rivestiti internamente di ferro e uno sportello pure di ferro, chiuso da una lunga sbarra metallica. Gli archeologi ne stanno recuperando con estrema cura il contenuto. Finora sono stati identificati sei oggetti in bronzo (brocche, tazze, situle per simposi). I resti ammaccati del forziere si trovano in un cumulo di detriti vulcanici, grandi pezzi di intonaco dipinto, altri oggetti in bronzo.

Fonti:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio/giugno 2017 e L'Espresso on line

mercoledì 26 aprile 2017

Continuano le scoperte ad Aquileia

Gli scavi di via delle Vigne Vecchie ad Aquileia
(Foto: messaggeroveneto.it)
In via delle Vigne Vecchie, ad Aquileia, lo scavo archeologico, aperto di recente, ha portato alla luce ben sette vani con pavimentazione in tessellato.
Una trincea, lunga una trentina di metri per una larghezza di circa due metri, corrispondente all'ampiezza della striscia di terreno tra il campo arato di proprietà Ritter e la strada, via delle Vigne Vecchie, all'incrocio con via Julia Augusta, ha riportato alla luce, a soli venti centimetri di profondità, parte di sette vani affiancati uno all'altro.
Sei conservano la pavimentazione in mosaico, più o meno danneggiata, uno presenta, invece, una superficie in cubetti di terracotta. Lo scavo archeologico preventivo è stato effettuato in occasione della realizzazione di uno spaccio agricolo, di un posteggio e di una canalizzazione. L'area, già sottoposta a vincolo nel 1931, costituisce la naturale prosecuzione del complesso noto come "Casa delle Bestie Ferite", che non risultava completo nella sua struttura.
Per il momento si sta cercando di ricontestualizzare il nuovo complesso proprio in relazione all'importante domus scavata dall'Università di Padova fin dal 2007 e della quale il recente rinvenimento costituisce l'articolazione settentrionale più prossima al decumano. La stratigrafia relativa all'edificio ha consentito di attestare almeno quattro fasi, che vanno dall'epoca tardo-repubblicana, fine del I secolo d.C., tra l'altro raramente documentata ad Aquileia, al IV secolo d.C.
Durante i lavori di rilievo archeologico è stato possibile documentare anche delle suspensurae, che sostenevano una superficie più alta andata perduta, indice della presenza di un vano riscaldato. Di grande rilievo, inoltre, i mosaici pavimentali, in tessere bianche e nere, con decori vegetali e a crocette, che caratterizzano la pavimentazione dei vani.
Lo scavo non è ancora ultimato verso ovest. Parte dei lavori relativi alla realizzazione dello spaccio agricolo sono stati già autorizzati. Per la conclusione si attende il completamento delle indagini archeologiche. Non si può, al momento, dire con certezza che si tratti della stessa casa che continua (un isola può comprendere più domus), ma sicuramente siamo all'interno dello stesso isolato della "Casa delle Bestie Ferite". Questi livelli tardo-repubblicani sono piuttosto rari per Aquileia.

Fonte:
www.messaggeroveneto.it (Elisa Michellut)

martedì 25 aprile 2017

I segreti della città abbandonata di Ayawiri

Vista dal forte abbandonato sulla collina di Ayawiri, in Perù
(Foto: Elizabeth Arkush)
Intorno al 1450 d.C., gli Incas effettuarono un attacco a sorpresa alle genti che vivevano nella fortezza di Ayawiri, una città posta su una collina in Perù. Le persone non ebbero nemmeno il tempo di prendere i loro oggetti di valore: dovettero fuggire precipitosamente.
Ayawiri era una grande città delle Ande centrali del sud, abitata da circa mille persone nei primi anni del XV secolo. Il centro urbano era arroccato sulla cima di una collina ripida, piatta, circondata da pianure erbose. Gli scavi condotti ad Ayawiri hanno restituito il quadro di una partenza improvvisa dei suoi abitanti. Gioielli in bronzo, utensili in metallo pesante e ceramiche intatte sono stati tutti lasciati nelle case in pietra a pianta circolare, sepolte poco sotto la superficie del terreno.
"Ci sono molti oggetti in rame e bronzo, si tratta di ornamenti personali, spille, piccoli fermagli che ornavano i capi di abbigliamento delle persone. - Ha detto la Dottoressa Elizabeth Arkush, dell'Università di Pittsburgh. - Abbiamo anche trovato un paio di anelli e frammenti di un bracciale. Trovare una così ricca collezione di oggetti di metallo è piuttosto raro negli insediamenti abbandonati".
Tra gli oggetti abbandonati figurano anche asce e utensili in pietra. E' probabile che alcuni dei residenti di Ayawiri fossero a conoscenza dell'invasione degli Incas con almeno un giorno di anticipo e che abbiano avuto il tempo di prepararsi alla fuga. Alcune case di Ayawiri appartenevano a persone di alto rango, ma contenevano molti pochi oggetti. Altre case, viceversa, contenevano oggetti di valore e questo ha indotto i ricercatori a pensare che qualcuno, ad Ayawiri, sapesse dell'imminente attacco. Dove siano andati, però, non è possibile saperlo.
Una casa di pietra a pianta rotonda nel sito dell'antica città di Ayawiri, ancora in corso di scavo
(Foto: Elizabeth Arkush)

Fonte:
ibtimes.co.uk

lunedì 24 aprile 2017

La fine del mondo c'è già stata?

Gobekli Tepe, particolare (Foto: Panorama)
11.000 anni prima di Cristo uno sciame di comete colpì la terra devastandola, modificando l'inclinazione dell'asse di rotazione del pianeta, provocando l'estinzione di molte specie come quella dei mammut e causando un'era glaciale che durò mille anni.
A dipingere questo clima apocalittico un gruppo di ricercatori dell'Università di Edimburgo, che ha trovato la narrazione di questo cataclisma nel più antico libro di storia esistente: i bassorilievi portati alla luce nel 1995 nel sito archeologico di Gobekli Tepe, nel sud della Turchia. All'annuncio della scoperta, i sostenitori della teoria secondo la quale antiche civiltà avanzate sono state distrutte da eventi catastrofici hanno esultato. Naturalmente si preparano altri libri sull'argomento.
Gobekli Tepe, stele con rappresentazione di avvoltoi
(Foto: Peter Simon)
Una stele in particolare, quella chiamata dell'avvoltoio, ha attratto l'attenzione degli scienziati di Edimburgo. Riproduce attraverso simbolismi animali una serie di costellazioni, indicandone la posizione nel cielo. Grazie all'aiuto di un computer è stato possibile stabilire che le stelle si trovavano in quel punto esattamente nel 10.950 a.C., alla fine del Pleistocene. Altri bassorilievi riproducevano la caduta dello sciame delle comete e un uomo senza testa indicava la perdita di molte vite umane. La stele è importante perché conferma eventi che già conoscevamo, come il periodo glaciale noto come Dryas recente (dal nome di un fiore della tundra) e l'anomalia dell'iridio osservata in nord America, risalente all'11-10.000 a.C.: l'iridio è poco presente nel suo e quando in uno strato geologico se ne trova molto di più, vuol dire che un meteorite o una cometa lo hanno portato sulla terra, come avvenne nell'estinzione dei dinosauri. Per il Professor Martin Sweatman, direttore della ricerca pubblicata su Mediterranean Archaeology, "questa scoperta, insieme all'anomalia dell'iridio, chiude il caso in favore dell'impatto di una serie di comete".
Gobekli Tepe è il tempio più antico dell'umanità e pare fosse dedicato all'osservazione delle comete e dei meteoriti. I bassorilievi che narrano la catastrofe dell'11.000 a.C. erano tenuti in grande considerazione e conservati con cura, come se fosse importante non perderne la memoria. Inspiegabilmente, in epoca preistorica, il sito venne abbandonato e completamente ricoperto di terra, perché nessuno lo potesse individuare. Archeologi e antropologi collocano nel Dryas recente l'inizio della civiltà umana, con le prime coltivazioni e i primi villaggi del Neolitico. ma per altri ricercatori, che il mondo accademico non tiene in nessuna considerazione, la caduta delle comete ha causato la fine di una civiltà che già esisteva sulla terra e ha costretto gli esseri umani sopravvissuti a un nuovo e faticosissimo inizio.
La teoria che grandi civiltà del passato siano state distrutte da eventi catastrofici è suggestiva e spiegherebbe le grandi costruzioni le cui rovine sono state trovate sui fondali dell'Oceano, dove Platone collocava Atlantide, così come la piramide sommersa che si trova vicino all'isola di Yonaguni, in Giappone. Ma c'è da sperare che i cultori delle civiltà perdute non abbiano ragione: gli sciami di comete sono infatti periodici e quello descritto nella stele di Gobekli Tepe potrebbe tornare nell'arco di qualche decennio.

Fonte:
La Stampa


domenica 23 aprile 2017

Trovata una proprietà imperiale in Lidia

La tomba di Kabalis, in Lidia, con il rilievo del leone
(Foto: Università di Vienna)
Gli archeologi hanno scoperto la residenza estiva di un imperatore romano a Kibyratis, sulle montagne turche.
La tenuta rurale apparteneva alla famiglia dell'imperatore Marco Aurelio, che governò tra il  161 e il 180 d.C.. L'area di Kibyratis è stata interessata da alcuni scavi archeologici, anche se si era a conoscenza dell'esistenza del latifondo rurale di epoca romana. Indagini più approfondite sono iniziate nel 2008 ed hanno rivelato vasti siti appartenenti a famiglie imperiali. I resti sono stati gravemente danneggiati, ma gli storici sono riusciti a ricostruire mosaici, tubi per l'acqua in argilla e alcune decorazioni parietali in marmo.
L'impero romano intratteneva proficui contratti per l'esportazione del vino e di prodotti in ceramica dalle province orientali. Ci sono prove di processi di vinificazione costituiti da reperti di pesi utilizzati all'occorrenza.
Indagini su Asar Tepe, del quale almeno una parte apparteneva alla
tenuta dei Calpurnii (Foto: Oliver Hulden)
Un altare votivo rinvenuto in loco reca incisa una poesia su una partita di caccia, uno dei passatempi più popolari tra i nobili romani. L'iscrizione era stata dedicata dalla famiglia dei Calpurnii a Marco Calpurnio Longo, raffigurato mentre uccide uno stambecco durante una battuta di caccia e sacrifica l'animale agli dèi per garantirsi la loro protezione sulle sue ricchezze e sulle sue terre.
Tra gli altri reperti vi sono un rilievo scolpito nella roccia dedicato alla dea madre Cibele, antica divinità frigia, adorata con riti orgiastici. Un secondo rilievo raffigura un pastore attaccato da un lupo. Si pensa che i rilievi siano un dono che l'uomo abbia fatto a Cibele per averlo salvato in un momento di pericolo.
Nel 2011 è stata trovata anche una sepoltura nel settore nord del sito, decorata con il rilievo di un leone e databile al periodo arcaico. Per ragioni sconosciute la famiglia dei Calpurnii perse la tenuta di Kibyratis che venne inglobata nelle proprietà della famiglia imperiale alla fine del II secolo d.C.. Tra i nuovi proprietari vi fu anche Annia Cornifica Faustina, sorella di Marco Aurelio.

Fonte:
International Business Times

sabato 22 aprile 2017

Volterra, emerge un muro di costruzione romana

(Foto: quinewsvolterra.it)
Cospicui resti di una struttura monumentale di epoca romana scoperti a Volterra. L'eccezionale ritrovamento è avvenuto nei giorni scorsi sull'Acropoli all'interno del Parco Fiumi.
In particolare gli archeologi della ditta Ara, sotto la direzione scientifica di Elena Sorge della Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio di Pisa, hanno avuto la sorpresa di riportare alla luce, nel corso dei lavori per la riapertura della vecchia traccia dell'acquedotto, numerosi resti di una potentissima struttura muraria.
Il muro, rimesso in luce per adesso per quasi 7 metri, è costruito in opera quadrata, ovvero con massi quadrati posti in opera e legati con malta "fattori questi che ci lascerebbero pensare ad una struttura monumentale, per ora da definire, di epoca romana. - Ha detto Sorge. - Questa struttura è certamente da identificarsi con un potente muro scoperto nel 1909 sull'Acropoli, documentato da una fotografia dell'epoca, la posizione del quale era però andata perduta".
"Una scoperta eccezionale - ha commentato il sindaco di Volterra Marco Buselli - che moltiplica il valore e il peso specifico dell'Acropoli volterrana, vero e proprio cuore pulsante della città. La scelta di aver allargato l'area dell'Acropoli alla Cisterna Romana è avvalorata da questa ulteriore scoperta della Volterra romana".

Fonte:
quinewsvolterra.it
Il rostro "Egadi 12" (Foto: Richard Lundgren, GUE)
Ad 80 metri di profondità, nei fondali a nordovest dell'isola di Levanzo, è stato ritrovato il dodicesimo rostro pertinente la Battaglia delle Egadi. Una spedizione frutto di una collaborazione internazionale tra la Soprintendenza del Mare della Regione Siciliana e la GUE - Global Underwater Explorer, ha effettuato immersioni nell'area già oggetto di ritrovamenti negli scorsi anni da parte della RPM Nautical Foundation. Il team della GUE, sotto il coordinamento scientifico della Soprintendenza del Mare, ha effettuato con due squadre di subacquei immersioni esplorative su batimetriche che vanno dai 75 ai 90 metri.
Dopo avere documentato il rostro "Egadi 9" già individuato nel 2012 dalla RPM Nautical Foundation e in attesa di un recupero, la ricerca è continuata in maniera sistematica sullo stesso areale dove è stato rinvenuto il nuovo rostro. Il reperto in bronzo si trova adagiato sul fondo e si presenta integro e in ottime condizioni. A pochi metri dal rostro è stato individuato un elmo in bronzo del tipo Montefortino che si va ad aggiungere agli altri otto ritrovati e recuperati nelle precedenti campagne di ricerca. E' stato quindi effettuato dai subacquei il posizionamento dei reperti e la documentazione video fotografica. Inoltre per la prima volta i fotografi della Global Underwater Explorer hanno realizzato una fotogrammetria tridimensionale del rostro nel luogo del ritrovamento. Si è ottenuto, quindi, un modello 3D ad alta risoluzione di grande impatto scenografico ma di notevole utilità per le prime analisi scientifiche.
Il ritrovamento dell'elmo Montefortino (Foto: Jarrod Jablonski, GUE)
Il recupero dei reperti è stato già programmato per il mese di ottobre 2017. Il Soprintendente del Mare Sebastiano Tusa si dichiara molto soddisfatto di questo ennesimo successo nei luoghi della Battaglia delle Egadi. "E' un risultato eccezionale sia sotto il profilo scientifico, poiché aggiunge altri reperti a quelli già noti e recuperati che certamente potranno apportare nuovi dati tipologici, tecnici ed epigrafici decifrando le iscrizioni che certamente si trovano sui nuovi rostri. E' anche un ulteriore rafforzamento del dispositivo di tutela localizzando i nuovi reperti e, infine, ci gratifica poiché rende più incisiva e fruttuosa quella collaborazione internazionale che da sempre costituisce uno dei punti di forza più coltivati dalla nostra Soprintendenza. C'è anche da sottolineare che ancora una volta si ribadisce la correttezza del percorso metodologico adottato che vede un eccellente esempio di giusto equilibrio fra ricerca strumentale e intervento diretto dell'uomo".
Queste ultime scoperte si aggiungono alle tante effettuate nel passato in questo tratto di mare tra Levanzo e Marettimo che hanno permesso di localizzare esattamente il sito in cui si combatté una delle più grandi battaglie navali dell'antichità per numero di partecipanti, circa 200.000, tra i Romani, guidati da Gaio Lutazio Catulo, e i Cartaginesi, capeggiati da Annone, e che, oltre a chiudere a favore dei primi la lunga e lacerante Prima Guerra Punica, sancì la supremazia di Roma su Cartagine. Sono tornati alla luce autentici frammenti di storia antica in forma di dodici rostri bronzei di antiche navi da guerra, nove elmi bronzei, centinaia di anfore e reperti di uso comune.

Fonte:
mediterraneoantico.it

giovedì 20 aprile 2017

Pietrabbondante, sopravvivenze pagane

Gli archeologi al lavoro sul sito di Pietrabbondante
(Foto: ecoaltomolise.net)
Nel 2016, grazie alla campagna di crowdfunding "Rock Samnium", promossa da un gruppo di giovani archeologi da anni impegnati negli scavi del santuario sannitico di Pietrabbondante, nel Molise, con l'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte, sono stati raccolti 16.000 euro che hanno consentito di proseguire le attività di ricerca e di laboratorio presso quel sito archeologico. Un ritrovamento ha gettato nuova luce sulla poco documentata fase di passaggio tra paganesimo e cristianesimo nel Molise. I contenuti delle nuove scoperte saranno illustrate durante la conferenza stampa che si terrà il 28 aprile a partire dalle ore 11.00 all'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte in piazza San Marco a Roma.
Gli scavi hanno rivelato la sopravvivenza di un culto pagano, fino agli inizi del V secolo d.C., in un sacello del settore orientale del santuario, mentre i grandi edifici sacri (Tempio A, Tempio B, Aerarium) erano in abbandono da molto tempo. Si è potuto quindi documentare un particolare rituale di chiusura dell'intero santuario in ottemperanza alle disposizioni imperiali per la soppressione dei culti pagani, le leggi di Teodosio I degli anni 391 e 392. La deposizione, nel sacello ora ritrovato, di elementi architettonici e oggetti pertinenti anche a templi già distrutti dimostra, infatti, l'intento di estinguere definitivamente qualsiasi forma di culto nel santuario di Pietrabbondante del cui antico prestigio restava ancora memoria nella regione sannitica.
Di alcuni templi di cui si sono ritrovati i resti nel sacello conosciamo così l'esistenza ed i caratteri stilistici (capitelli, colonne) ma non l'ubicazione. La loro individuazione resta uno degli obiettivi più importanti delle prossime indagini. 

Fonte:
ecoaltomolise.net

Druso Minore torna a Napoli

La testa di Druso Minore restituita all'Italia (Foto: vesuviolive.it)
E' stato raggiunto un accordo tra il ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e il Cleveland Museum of Art. Ritorna finalmente a Napoli una statua in marmo dell'inizio del I secolo a.C., raffigurante la testa di Druso Minore. Ad annunciarlo è il ministro Dario Franceschini.
"Questa restituzione è il frutto di un importante e proficuo accordo culturale e della piena collaborazione dei vertici del museo con le autorità italiane - spiega Franceschini. - Ora attendiamo il ritorno dell'opera, che una volta in Italia, verrà restituita al più presto a Napoli e alla sua comunità, alla quale fu sottratta".
L'opera fu trasportata illecitamente da un sito nei pressi di Napoli, verso la fine della seconda guerra mondiale. La scultura era stata acquistata dal Museo di Cleveland nel 2012, credendo che provenisse originariamente dal nord Africa.
 
Fonte:
vesuviolive.it


mercoledì 19 aprile 2017

Bryansk, scoperta una "Venere" di osso di mammut

La "Venere" siberiana (Foto: Istituto di archeologia ed etnografia)
Una splendida statuina raffigurante una "Venere" di 23000 anni fa è stata scoperta nella regione di Bryansk, in Russia. La statuina è stata ricavata dalla zanna di un mammut lanoso ed ha fattezze estremamente delicate.
Il Dottor Konstantin Gavrilov, che ha guidato la spedizione che ha trovato la statuina, ritiene impossibile che la "Venere" sia legata ad un culto della fertilità, poiché è antecedente alla "scoperta" dell'agricoltura. Probabilmente si tratta della rappresentazione di una donna incinta, o con una pancia evidente.
La "Venere" giaceva accanto a strati di calcare di grandi dimensioni e a parti di ossa di mammut dipinte con un colorante di origine minerale. Altre "Veneri" sono state trovate in Russia, in particolare nei pressi del lago Baikal, in Siberia.

Fonte:
Daily Mail


Il luogo dove è stata rinvenuta la statuetta (Foto: Istituto di archeologia ed etnografia)

Iran, scoperta una misteriosa città sotterranea

Il complesso sotterraneo scoperto in Iran, utilizzato prima per scopi religiosi, poi come cimitero ed, infine,
come riparo durante le emergenze (Foto: IRNA)
Gli scavi archeologici nella provincia di Hamedan, in Iran, hanno portato, dopo dieci anni, alla scoperta di una città sotterranea di duemila anni fa. La città dista 400 km da Teheran ed è stata chiamata provvisoriamente Samen.
Si pensa che l'insediamento sia stato costruito durante gli anni della transizione tra la caduta dell'impero achemenide (550-330 a.C.) e l'inizio dell'era partica (247 a.C.-224 d.C.). Gli scavi sono iniziati nel 2005 e sono andati avanti fino ad oggi.
La città è formata da tunnel collegati tra di loro, composti da 25 camere, che servivano da case e catacombe, sale e corridoi. Gli scheletri di 16 uomini, 26 donne, 14 bambini, un infante sono stati recuperati in nove camere. Si ritiene che la città si estendesse su più di tre ettari.

Fonte:
Iran First Page

La straordinaria villa romana di Positano

Uno degli affreschi della villa romana di Positano (Foto: Beacon) Positano , per la sua bellezza e la sua posizione geografica, divenne...