lunedì 16 aprile 2018

Israele e gli antichi legami con l'Egitto

Israele, reperti trovati negli scavi in Giudea
(Foto: Ansamed.info)
Anche dopo la fuga dall'Egitto e la fine dell'esilio, la terra dei faraoni ha continuato ad influenzare gli Ebrei. A confermarlo sono nuove scoperte di archeologi israeliani che hanno riportato alla luce numerose testimonianze di questa presenza.
In uno scavo effettuato in una cava nelle vicinanze del Kibbutz Lahav, nel sud del Paese, i reperti trovati risalgono alla Tarda Età del Bronzo (circa 1500 a.C.) e all'Età del Ferro (1000 a.C.), ovvero più di 3000 anni fa: oltre 300 bacinelle di diverso genere, alcune delle quali intatte. E insieme al vasellame anche dozzine di pezzi di gioielleria in bronzo, conchiglie e maiolica, bacinelle di alabastro giallo uniche, sigilli e vasetti cosmetici.
Secondo l'archeologo Amir Ganor, direttore dell'Unità per la Prevenzione del Furto delle Antichità alla Israel Antiquities Authority - citato in un comunicato - "fra i vari artefatti che sono stati scoperti, molti dei quali propri della cultura giudaica del sud del Paese, abbiamo trovato dozzine di sigilli in pietra e alcuni di essi hanno la forma di scarabei alati e recano simboli incisi e immagini tipiche della cultura Egizia che prevalse nel Paese nella tarda Età del Bronzo. Alcuni sigilli sono stati modellati su pietre semi-preziose che venivano dall'Egitto e dalla penisola del Sinai".
Per Daphna Ben-Tor, curatore dell'archeologia egizia al Museo d'Israele - anche lei citata in un comunicato - "gran parte dei sigilli a forma di scarabeo trovati nello scavo sono stati datati tra il XV e il XIV secolo a.C.. Durante questo periodo Cana era governata dall'Egitto. I nomi dei re erano stampati su alcuni dei sigilli. Tra le altre cose è stata identifixcata una sfinge posta all'opposto del nome del faraonte Thutmose, che regnò tra il 1504 e il 1450 a.C.. Un altro sigillo a forma di scarabeo porta il nome di Amenhotep sul trono tra il 1386 e il 1349 a.C.. Ancora un altro scarabeo ritrae Ptah, il dio principale della città di Menfi".

Fonte:
Ansamed.info

Roma, trovate tracce di un acquedotto romano in periferia

Roma, il luogo in cui è stata rinvenuta traccia dell'acquedotto
(Foto: roma.repubblica.it)
Prima nove antichi pozzi romani, a distanza di 45 metri l'uno dall'altro, di due metri per due, foderati di tufo. E poi sotto, esplorati dagli speleologi, 500 metri di un acquedotto che riaffiora al VI miglio della Prenestina, proprio davanti alla facciata di mattoncini rossi del nuovo ipermercato Esselunga.
La scoperta è stata fatta dagli archeologi della Soprintendenza guidata da Francesco Prosperetti. E si tratterebbe proprio dell'acquedotto Appio, di cui 35 metri di tracciato sono stati riportati alla luce a 17 metri di profondità nelle viscere del Celio durante gli scavi per i lavori della linea C della metropolitana.
Il contesto è preciso. "Si tratta - spiegano l'archeologo che sovrintende alla zona Stefano Musco e l'arcehologa degli scavi Federica Zabotti - di un quadrilatero compreso tra le vie Prenestina, Valente, Collatina e Palmiro togliatti e noto da sempre con il toponimo di 'Cappellette'. Ed è qui che, durante i sondaggi preventivi fatti per l'insediamento del Nuovo Centro Servizi Prenestina, che sono emersi i pozzi disposti in modo ordinato su di un pianoro di tufo che fiancheggia la valle del Fosso di Centocelle, che oggi non esiste più perchè è stato intubato".
Roma, parte del percorso dell'acquedotto
(Foto: roma.repubblica.it)
Ma la conferma dell'esistenza dell'acquedotto sotterraneo è arrivata con lo scavo del pozzo più orientale, rinvenuto accanto a viale Palmiro Togliatti. E qui non solo sono state trovate numerose anfore, che provano che l'area era frequentata fino in epoca tardo antica, ma gli speleologi hanno potuto esplorare il condotto interno. "Si tratta - raccontano gli archeologi - di uno speco che abbiamo perlustrato per 27 metri in direzione est e per 26 metri in direzione ovest, scavato nel tufo della collina, un condotto alto fino a 2,15 metri e largo 90 centimetri. Ha una copertura in conglomerato cementizio gettato su uno strato di 4-5 tavole di legno. E l'acqua scorreva, in pendenza da est verso ovest, a una quota di più di 21 metri sotto terra".
Ma subito arriva il giallo dell'attribuzione. Frontino, infatti, responsabile delle acque ai tempi di Traiano, nel suo "De Aqaeductu Urbis Romae" segnala in questa zona il tracciato di due soli acquedotti, quello dell'Aqua Appia e l'altro dell'Aqua Appia Augusta. Ora le murature dei pozzi trovati sono sicuramente di epoca augustea, però sembrano essere costruiti su un acquedotto precedente, proprio quello Appio.
Esplorazione del nuovo condotto
(Foto: roma.repubblica.it)
L'Aqua Appia, il primo degli acquedotti pubblici, venne fatta arrivare a Roma nel 312 a.C. sotto i censori Appio Claudio Crasso e Gaio Paluzio Venox. Le sorgenti, sempre secondo Frontino, erano poste in quello che veniva chiamato l'ager Lucullanus, tra il VII e l'VIII miglio della via Prenestina, ad una quota di circa 24 metri di profondità. L'acquedotto subì restauri nel 147 a.C., nel 33 a.C. e tra l'11 e il 4 a.C., quando Augusto ne potenziò la portata collegandovi un nuovo condotto, quello dell'Aqua Augustana, l'altra attribuzione possibile, che confluiva nell'Appia in prossimità della località "Ad Spem Veterem".
Non è tutto. Nella zona sono stati rinvenuti anche due mausolei, nel parco del nuovo quartiere Prampolini. Due sepolcri a tempietto con pronao, del IV secolo d.C.. E sotto, con una telecamera, si è raggiunto il luogo della sepoltura di una ragazza, una tomba foderata di marmi, trovata depredata, ma in cui è rimasta la sagoma della defunta, che ha impresso sul suolo un colore viola, quello della porpora di Tiro, che allora si usava solo per le vesti delle famiglie patrizie vicino all'imperatore. Infine è stata anche trovata un'antica fornace, scavata dall'archeologa Floriana Policastro, pressoché intatta, dove si trasformavano in calce i marmi, cuocendoli alla temperatura di mille gradi.

Fonte:
roma.repubblica.it

domenica 15 aprile 2018

Pompei, riemerge una finestra con grata

Pompei, la finestra con grata di ferro tornata recentemente alla luce
(Foto: Susy Malafonte)
Pompei. La città archeologica continua a regalare al mondo scoperte meravigliose. L'annuncio Instagram del direttore generale del Parco Archeologico Massimo Osanna, infiamma il web: "Pompei, Regio V. Dagli scavi in corso affiora la finestra di una casa con la grata in ferro".
La foto inedita della nuova scoperta è virale. E' questo il più sorprendente dei risultati conseguiti fino ad ora dai nuovi scavi avviati nella Regio V della città, su una superficie di oltre 1.000 metri quadrati, il cosiddetto "cuneo", posto tra la casa delle Nozze d'Argento e la casa di Marco Lucrezio Frontone. Attraverso uno studio multidisciplinare e di nuove metodologie di analisi, sono parzialmente venuti alla luce altri elementi importanti, strutture e reperti di ambienti privati e pubblici.
In adiacenza alla Casa della Soffitta, è stata individuata un'area aperta, probabilmente destinata a giardino, la cui funzione potrà essere meglio definita grazie a indagini e analisi paleobotaniche che il Parco Archeologico di Pompei condurrà contestualmente allo scavo. Nell'angolo sudorientale di questo spazio aperto già affiorano alcune anfore, di cui si sta studiando la tipologia e il contenuto. Poco oltre, poi, sta emergendo il vicolo che partendo da via di Nola fiancheggiava la Casa delle Nozze d'Argento. Leggermente in salita, si presenta nella sua originaria configurazione con lo zoccolo dei marciapiedi e gli ingressi degli edifici che vi si affacciavano.
Nel Vicolo delle Nozze d'Argento stanno venendo alla luce alcune strutture archeologiche, tra le quali l'ingresso di una domus, con pareti affrescate a riquadri su fondo rosso con al centro l'immagine dipinta di una coppia di delfini. "La messa in sicurezza globale dei fronti di scavo e l'indagine del cuneo rappresentano il più grande intervento nell'area non scavata di Pompei, dal dopoguerra. Finora si era sempre proceduto per piccoli interventi di tamponamento nei punti più critici. Oggi si sta procedendo in maniera radicale al consolidamento dei fronti e all'individuazione di una soluzione definitiva al problema dell'acqua che si accumula nei terreni. Entro il 2019 l'area archeologica di Pompei sarà interamente consolidata", ha spiegato il Professor Osanna.

Fonte:
ilmattino.it

sabato 14 aprile 2018

L'uomo dalla protesi a coltello...

La sepoltura dell'uomo con la protesi a coltello
(Foto: I. Micarelli, Journal of  anthropological sciences)
Scoperta affascinante fatta dagli archeologi in Italia, a Povegliano Veronese: lo scheletro di un uomo vissuto nel medioevo con una strana protesi al posto della mano amputata, un coltello. Lo scheletro è stato rinvenuto in una necropoli longobarda e risale al VI-VIII secolo d.C.. Era seppellito con centinaia di altri scheletri, con un cavallo privo di testa ed anche con cani.
Lo scheletro con la strana protesi appartiene ad un uomo di circa 40-50 anni, al quale era stato amputato metà dell'avambraccio. I ricercatori, guidati dall'archeologa Ileana Micarelli, dell'Università di Roma "La Sapienza", hanno determinato che la mutilazione era stata procurata da un corpo contundente del quale, però, non si sa altro. Un'altra ipotesi è che l'arto sia stato amputato per ragioni mediche, forse si era spezzato a causa di una caduta e la frattura era insanabile. O, altra ipotesi, l'uomo potrebbe averlo perso in combattimento.
L'esame delle estremità dell'osso rimasto in sede ha mostrato la prova di una pressione biomeccanica e del rimodellamento delle ossa che hanno formato un callo. Tutte prove che poteva essere stata applicata una protesi a quel che rimaneva del braccio. I denti dell'uomo mostrano una severa usura, una perdita dello smalto e una lesione dell'osso. Tutti presenti nella parte destra della mandibola. Sono stati riscontrati, inoltre, i segni di un'infezione batterica. Probabilmente l'uomo aveva l'abitudine di usare i denti per stringere le cinghia della sua protesi.
Anche una delle spalle del defunto mostra segni di un eccessivo carico, che ha permesso la formazione di una sorta di cresta sull'osso che provocava un'innaturale posizione della spalla. Tutte le sepolture maschili trovate nel sito avevano braccia ed armi al fianco del defunto, solo questo scheletro non le presentava, ma aveva il braccio destro piegato all'altezza del gomito. Accanto vi era la lama di un coltello allineata al polso amputato. Nei pressi gli archeologi hanno rinvenuto una fibbia a forma di D, il materiale organico che la componeva (probabilmente pelle) era piuttosto decomposto. Questo porta a pensare che la protesi fosse coperta da una sorta di berretto di cuoio fissato con una fibbia. Dalla copertura, attraverso un foro, usciva la lama del coltello. L'uomo visse diversi anni dopo aver subito la mutilazione.
Il defunto, un longobardo, sopravvisse, dunque, all'amputazione per diverso tempo. E questo fu dovuto non solo alla perizia di chi applicò questa protesi originale, ma anche al supporto della comunità in cui l'uomo viveva.
Fonte:
sciencealert.com

venerdì 13 aprile 2018

Plovdiv, una città piena di sorprese

Il frammento di ceramica invetriata egiziana rinvenuto a Plovdiv
(Foto: Kamen Stanev)
Un pezzo molto raro, un tipo di ceramica realizzata, nel medioevo (XII-XIII secolo), in Egitto è stato scoperto in un edificio medioevale della città di Plovdiv, nella Bulgaria meridionale. Il reperto è emerso durante gli scavi effettuati in quello che un tempo era uno dei quartieri centrali di Plovdiv.
I recenti scavi nella fortezza romana di Nebet Tepe, nel sud di Plovdiv, inoltre, hanno in parte indotto gli archeologi a rivedere la convinzione che Plovdiv sia la città più antica d'Europa, pur non negando il valore artistico ed archeologico del luogo. La città si chiamava, un tempo, Philippopolis, dal nome di Filippo II di Macedonia e mutò il suo nome in Trimontium all'arrivo dei Romani.
Negli scavi recenti gli archeologi hanno trovato tracce dell'invasione dei Goti del 251 d.C.. Ancora più recentemente è stata trovata una tomba romana nella necropoli occidentale dell'antica Philippopolis. Gli scavi sul sito sono condotti dall'archeologa Elena Bozhinova del Museo di archeologia di Plovdiv e dalla Professoressa Kamen Stanev dell'Accademia bulgara delle Scienze di Sofia.
Plovdiv, frammenti di affresco da un edificio
medioevale (Foto: Kamen Stanev)
Il frammento di ceramica scoperto, fabbricato in Egitto, appartiene ad un piatto e presenta una raffigurazione umana ed è un tipo di ceramica detto invetriato. Gli archeologi hanno stimato che sia stato fabbricato tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo, quando sorse il secondo impero bulgaro che aveva fatto parte dell'impero bizantino fino al 1185.
Gli archeologi hanno affermato che è rarissimo trovare pezzi del genere in Bulgaria, proprio per il fatto che essi erano solitamente prodotti nell'Africa del nord per un mercato locale. Il frammento del piatto è stato scoperto in quella che sembra essere stata la cantina di un lussuoso palazzo medioevale costruito nel XII secolo. Insieme al frammento di ceramica sono stati rinvenuti molti frammenti di affreschi di colore rosso, verde, blu che, assemblati, hanno mostrato motivi floreali. Sono state trovate, negli stessi ambienti, anche monete, fibbie, pesi e frammenti architettonici. I pochi frammenti di muratura pertinenti case medioevali mostrano che esse erano costruite con sassi e fango, con uso occasionale di mattoni.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Un tumore di mille anni fa...

Il cranio esaminato a Siena (Foto: intoscana.it)
In un cimitero non lontano da Siena è stato trovato un tumore osseo di oltre mille anni fa, si tratta del più antico mai osservato nel suo genere. I resti dell'antica malattia sono stati scoperti dall'equipe della divisione di Paleopatologia dell'Università di Pisa coordinata da Valentina Giuffra. Si tratta di un osteoblastoma "che i ricercatori hanno diagnosticato nel seno frontale del cranio di uno scheletro datato al X-XIII secolo - spiega l'Ateneo in una nota - e portato alla luce durante gli scavi archeologici del 2004 presso il cimitero medioevale della pieve di Pava".
La scoperta, pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale The Lancet oncology, getta nuova luce sull'antichità dei tumori ossei e pone le basi per nuove ricerche nel campo della paleoncologia. Lo scheletro appartiene ad un maschio di 25-35 anni, che presentava in corrispondenza dell'osso frontale una rottura post mortale: ciò ha permesso di osservare la presenza di una piccola neoformazione ovalare nel seno frontale destro del cranio.
Gli studiosi hanno potuto classificare l'osteoblastoma grazie all'ausilio di moderne tecniche radiologiche ed istologiche: "Si tratta - sottolinea Gino Fornaciari, coautore della pubblicazione - di un raro tumore benigno dell'osso che rappresenta attualmente circa il 3,5% di tutti i tumori primitivi benigni dell'osso e l'1% di tutte le neoplasie ossee: colpisce prevalentemente i giovani adulti, prediligendo la colonna vertebrale e le ossa lunghe, la localizzazione nel cranio e nei seni paranasali è invece estremamente inconsueta e pochissimi sono i casi noti nella letteratura moderna".

Fonte:
intoscana.it

I segreti dei tessuti di Pompei...

Pompei, frammento tessile in oro e porpora mineralizzato
(Fonte: lastampa.it)
Un frammento di tessuto in oro e porpora, risale al I secolo d.C.. Allora era un tesoro inestimabile. Lo hanno trovato a Pompei, ed è un "testimone" preziosissimo della storia, ci racconta usi, costumi e mode del tempo: è arrivato a noi "grazie" all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. Per ricucire la storia si studiano i tessuti, perché "sono la cosa più vicina all'uomo, stanno a contatto con la sua pelle. Ci dicono molto sulla vita e le abitudini". A spiegarlo è Francesca Coletti, archeologa che, a 32 anni, è docente all'Università di Roma "La Sapienza" del corso di Archeologia e Archeometria del Tessuto, unico nel suo genere in Italia, dedicato allo studio e all'analisi del tessuto antico attraverso le tecniche scientifiche.
"I tessuti veicolano tutte le caratteristiche identitarie della persona, - spiega l'archeologa. - ne rivelano il ruolo e lo status sociale, la religione e tante altre cose". Coletti è la prima a studiare i tessuti di Pompei per il progetto di ricerca, condiviso dal dipartimento di Archeologia della Sapienza e il Parco Archeologico della città campana, "Cultura tessile a Pompei", diretto dal Professor Marco Galli.
E se il clima mediterraneo non permette il mantenimento dei tessili nel tempo, perché l'umidità, gli agenti atmosferici, contribuiscono al loro deterioramento, Pompei rappresenta un caso unico in Italia. "E' per l'eruzione del Vesuvio e li processo dicarbonizzazione che i frammenti (oltre 200) sono giunti a noi. - Spiega Coletti. - Questi costituiscono la collezione più grande di tessuti rinvenuti in Italia del periodo romano. I materiali sono i più vari, in fibra animale e vegetale, dal lino, alla lana, dalla canapa all'oro". Il frammento di porpora e oro realizzato con un'armatura a tela decorato con fili o lamine auree è il più antico rinvenimento nel suo genere nella parte occidentale dell'impero, e maggiormente in uso nell'area orientale. "Ciò ci conferma che assieme ai prodotti, ai commerci, ai tessuti stessi, anche le mode dell'epoca erano mobili e attraversano il Mediterraneo".
Pompei, il bimbo con la tunica della Casa del Bracciale d'Oro
(Foto: lastampa.it)
Delle vesti si possono studiare anche le forme, la manifattura, grazie ai calchi di gesso, che oltre ad "immortalare" i corpi ne rivelano le trame e le decorazioni dei vestiti. Il Direttore generale del Parco Archeologico Massimo Osanna, protagonista del rilancio di Pompei, di calchi ne ha fatti restaurare 103, poi li ha sottoposti all'esame del Dna e anche alla Tac. Tra questi c'è il calco del bimbo della "casa del bracciale d'oro", che indossa la tipica tunica senza maniche e regolabile con un nodo dietro al collo.
"Questo studio permette di ricavare informazioni e confermare ciò che vediamo in altre fonti, come l'iconografia del tempo. - Conclude la Coletti. - Infatti la stessa veste del bambino la ritroviamo a Roma nei bassorilievi dell'Ara Pacis". Con la Tac hanno trovato sul corpo del bambino anche una cinta in pelle con una fibbia di metallo. "La ricerca è una delle nostre missioni principali. - Dice Osanna. - Abbiamo potenziato un laboratorio di ricerche applicate, partendo dai resti organici, tra cui anche i tessuti. Lo studio di questi assieme ai calchi è fondamentale. Emergono i tipi indumenti del periodo romano, di qualità variegata e ci raccontano la società di allora".
Osanna ha avviato gli scavi nei 22 ettari del sito ancora da esplorare: e adesso è riemersa anche una borsa in pelle con decorazioni floreali e dentro ci sono i fili d'oro. "Anche attraverso la moda dell'epoca ne esce fuori un ritratto di una società molto avanzata nella prima fase imperiale romana. - Conclude Osanna. - La moda, i tessuti assieme ai calchi, confermano che Pompei era un network del Mediterraneo, che può dare prossimità del passato rispetto alla nostra cultura."

Fonte:
lastampa.it

Bulgaria, trovato un cratere a figure rosse intatto

Bulgaria, il cratere a figure rosse del V secolo a.C. scoperto a
Sozopol (Foto: Istituto e Museo di Archeologia)
Durante uno scavo di emergenza sono state scoperte a Sozopol, antica colonia greca con il nome di Apollonia, sulla costa bulgara del Mar Nero, le rovine ben conservate di una casa del VI secolo a.C.. Con la casa sono stati trovati reperti, tra i quali un cratere in ceramica attica a figure rosse, sul quale è rappresentato il mito di Edipo e della Sfinge.
Sia la casa che il pregiato cratere sono stati rinvenuti durante gli scavi del 2017 nelle fondamenta di un edificio risalente al 1826. Già nel 2016 erano state scoperte le rovine di VI secolo a.C. del santuario delle dee Demetra e Persefone, costruito dai coloni greci. Gli scavi condotti al di sotto dell'edificio del 1826 si sono spinti fino a quasi due metri di profondità, scoprendo ceramiche e monete sia antiche che medioevali. In una sepoltura dell'XI secolo, poi, sono emerse due piccole croci, una in bronzo e l'altra in osso.
Durante gli scavi sono state identificate anche le rovine di una cappella cristiana e di altri antichi edifici di epoca medioevali. Gli archeologi sottolineano che il sito di scavo è stato incessantemente abitato fin dal periodo arcaico dell'antica Grecia (VIII-V secolo a.C.). La struttura individuata dal recente scavo è di forma rettangolare e risulta edificata con materiali del VI-V secolo a.C.
Nel corso delle operazioni di scavo sono state scoperte tre fosse del periodo greco classico, contenenti materiali del V-IV secolo a.C. nonché numerosi oggetti appartenuti agli antichi abitanti di Apollonia Pontica, quali ceramiche di lusso, ceramica a figure rosse, lanterne, pesi da telaio, monete, frammenti di anfore, pezzi di un gioco in ceramica ed altri ornamenti.
Sicuramente il ritrovamento più importante è quello di un cratere di ceramica a figure rosse, rinvenuto intatto. Il cratere è stato plasmato seguendo lo stile decorativo greco a figure rosse, in uso tra il VI e il III secolo a.C.. Il reperto è stato datato al V secolo a.C. e sulla sua superficie sono raffigurati Edipo e la Sfinge nella scena del famoso indovinello.
Altri recipienti in ceramica sono emersi dagli scavi, tra i quali un askos in ceramica, un contenitore di piccole dimensioni per liquidi. L'askos è stato datato alla seconda metà del VI secolo a.C. ed è in ceramica eoliana monocromatica.

Fonte:
archaeologyinbulgaria.com

Egitto, scoperti, tra gli altri, altri frammenti del colosso di Psammetico I

Matariya, frammento di architrave con falchi
(Foto: english.ahram.org.eg)
La missione archeologica egiziano-tedesca a Matariya, Heliopolis, ha recentemente scoperto circa 4.500 frammenti del colosso in quarzite rappresentante il faraone Psammetico I, parti del quale sono state rinvenute lo scorso anno nel vicino sito archeologico di Souq al-Khamis. Questi frammenti, unitamente ai 6.400 pezzi precedentemente scoperti, permettono ai ricercatori di calcolare le dimensioni e la forma del colosso originale, che venne deliberatamente distrutto.
I nuovi frammenti, inoltre, confermano che il colosso era sicuramente una rappresentazione di Psametico I, raffigurato in piedi, con il braccio sinistro proteso davanti al corpo in una posizione insolita. Sul retro del colosso vi è una scena accuratamente scolpita che rappresenta Psammetico inginocchiato di fronte al dio creatore Atum, divinità tutelare di Heliopolis.
I lavori di scavo sono stati completati con un sondaggio geomorfologico e geofisico che hanno rivelato la presenza di molti frammenti di una porta di quarzite dell'epoca di Ramses II (1279-1213 a.C.) e di Nektanebo I (379-361 a.C.) vicino al tempio di Nektanebo I a Matariya. L'indagnie geofisica ha mostrato la presenza di molti frammenti relativi ad un tempio di epoca precedente.
All'interno delle mura che recintavano il tempio è stato trovato, tra tanti frammenti, una parte del fregio con falchi parte di una porta di Merenptah ed anche parti di una colossale sfinge di epoca ramesside scolpita in granito rosso.
Alcuni dei frammenti tornati alla luce hanno rivelato la pratica del riutilizzo di vecchie strutture preesistenti, come, in questo caso, il riutilizzo di elementi di un tempio del II-I millennio a.C.
Matariya, uno dei frammenti ritrovati negli scavi tedeschi (Foto: english.ahram.org.eg)


Fonte:
english.ahram.org.eg

Le antiche scritture di Nubia

Nubia, la stele di Ataqeloula, scoperta nella necropoli di Sedeinga
(Foto: Missione Archeologica, Vincent Francigny/Sedeinga)

In una vasta necropoli del Sudan è stata trovata una grande raccolta di iscrizioni su pietra in una delle lingue più antiche dell'Africa, il meroitico, la lingua scritta più antica conosciuta a sud del Sahara, decifrata solo parzialmente. E' stato anche rinvenuto il tempio di Maat, la dea egizia dell'ordine, della pace e della giustizia, raffigurata con tratti somatici africani.
Gli archeologi hanno studiato anche il sito archeologico di Sedeinga, situato sulla sponda occidentale del Nilo in Sudan, a circa 100 chilometri a nord della terza cataratta. Il sito era noto attraverso i racconti dei viaggiatori del XIX secolo, che descrissero anche il tempio della regina Tiye, moglie di Amenhotep III (1390-1353 a.C. circa).
La Nubia era anticamente conosciuta per i ricchi giacimenti auriferi. La regione diede all'Egitto alcuni dei suoi faraoni. Il sito di Sedeinga, in particolare, ospitava una grande necropoli, una vera e propria città dei morti, che si estende su circa 25 ettari. All'interno di quest'area ci sono almeno 80 piramidi in mattoni e 100 sepolture risalenti ai regni di Napata e Meroe (che fiorirono dal VII secolo a.C. al IV secolo d.C.). I regni di Napata e di Meroe diedero vita a una civiltà conosciuta con il nome di regno di Kush. Il meroitico, antica lingua del regno di Meroe, prese in prestito i caratteri di scrittura dall'antico egizio.
I ricercatori hanno rivelato di aver riportato alla luce la più grande raccolta di testi meroitici. Ogni testo, inciso sulla pietra, riporta il nome del defunto e di entrambi i genitori, le loro occupazioni, la loro carriera nell'amministrazione del regno, il loro rapporto con gli altri membri della famiglia. Attraverso queste lastre tombali si possono conoscere meglio i luoghi, la loro dislocazione geografica, la struttura dell'amministrazione religiosa e si può individuare meglio la città o l'insediamento che era collegato alla necropoli che è in fase di scavo.
In base alle prove, al contesto, alle merci importate trovate nelle sepolture, i ricercatori ritengono che Sedeinga fosse un luogo estremamente importante per il commercio che, percorrendo questi luoghi, evitava le cataratte del Nilo per procedere verso l'Egitto attraverso piste che attraversavano il deserto.
Diversi manufatti trovati a Sedeinga sono stati dedicati a donne di alto rango. Tra questi una stele che recava il nome di Maliwarase, descritta come la sorella di due Gran Sacerdoti di Amon e madre di un governatore di Faras, una città di una certa importanza, vicina alla seconda cataratta del Nilo.
In Nubia la matrilinearità era un aspetto importante nel lignaggio della famiglia reale. Le donne, nella storia meroitica, rivestirono quasi sempre un ruolo importantissimo, spesso connesso all'esercizio del potere sia in campo amministrativo che religioso.

Fonte:
livescience.com

Antichi molestatori, il caso di Paneb

Il papiro Salt 124 nel quale è narrata la storia di Paneb
(Foto: British Museum)
Nel 1200 a.C. circa, in Egitto, un uomo di nome Paneb venne accusato di corruzione e violenza sessuale e perse il lavoro a causa di queste accuse. I suoi crimini vennero registrati su un papiro e sono noti da decenni.
Paneb lavorava alle tombe dei faraoni, viveva nel villaggio di Deir el-Medina ed era capo operaio. Un uomo di nome Amennakht lo denunciò al Visir Honi per i crimini da lui commessi. Questo è quanto è contenuto nel papiro Salt 124, custodito al British Museum. Sembra che Paneb avesse "rubato" il lavoro ad Amennakht, che aveva "ereditato" lo stesso probabilmente dal padre. Non solo: Paneb avrebbe, secondo la denuncia di Amennakht, saccheggiato templi e tombe reali, aggredito alcuni uomini, danneggiato lo spazio sacro, mentito sotto giuramento, molestato una donna e commesso adulterio con molte donne del villaggio.
Sul papiro si riporta che Paneb avrebbe molestato una donna di nome Yeyemwaw, l'avrebbe spinta contro un muro e l'avrebbe costretta ad avere un rapporto sessuale. In realtà non è ben chiaro se questo rapporto sia stato consenziente o meno. Comunque sia Paneb avrebbe avuto, a detta del testimone, un atteggiamento aggressivo con altre donne. Il che era risaputo a Deir el-Medina che, in fondo, era un piccolo villaggio dove si conoscevano tutti.
La Professoressa Janet Johnson, che insegna egittologia all'Università di Chicago, ha spiegato alcune regole sociali che riguardavano la condotta sessuale al tempo in cui visse Paneb. Le persone non sposate, prima del matrimonio, dopo il divorzio o la morte del loro compagno o della loro compagna, potevano tenere qualunque tipo di atteggiamento nei confronti dell'altro sesso, poiché non vi erano delle regole che li interessassero. Se, però, costoro si sposavano, uomini o donne che fossero, erano praticamente "costretti" alla fedeltà.
Non sappiamo se la denuncia di Amennakht al Visir abbia portato al licenziamento di Paneb, ma i registri pervenuti fino a noi mostrano che un altro capo operaio, di nome Aanakht, subentrò a Paneb.
Nell'antico Egitto le donne avevano lungamente lottato per ottenere i loro diritti. Si annoverano molte donne tra medici, influenti, consulenti politici, scribi ed anche governanti. A Deir el-Medina le donne impararono a scrivere e potevano scambiare missive con altre donne o con il marito. Le sacerdotesse di Seshat erano degli scribi ben istruiti che lavorarono al servizio di nobili e governanti. Il primo esempio di una copista donna è datato al periodo della VI Dinastia.
In campo politico due donne che ricoprirono la carica di Visir furono Nebet, che svolse le sue funzioni durante il regno di Pepi I (VI Dinastia) e la regina Cleopatra I Syra, madre di Cleopatra II, Tolomeo VI e Tolomeo VIII, Visir durante il regno di Tolomeo V.
Uno dei più noti medici donna fu Peseshet, vissuta all'epoca della IV e della V Dinastia. Era il medico ufficiale del regno, una donna molto colta, che faceva anche interventi chirurgici e creava farmaci per la cura del cancro all'utero utilizzando datteri freschi, foglie di alloro e conchiglie sbriciolate.

Fonte:
ancient-origins.net

Israele e gli antichi legami con l'Egitto

Israele, reperti trovati negli scavi in Giudea (Foto: Ansamed.info) Anche dopo la fuga dall'Egitto e la fine dell'esilio, la t...