sabato 9 dicembre 2017

Egitto, trovate statue di Sekhmet

Il deposito in cui sono stati rinvenuti i frammenti delle statue di
Sekhmet (Foto: english.ahram.org.eg)
Un gruppo di 27 frammenti pertinenti statue della dea dalla testa leonina Sekhmet è stato portato alla luce presso il tempio funerario del faraone Amenhotep III, nell'area di Kom el-Hettan, sulla sponda occidentale di Luxor. La scoperta è opera di una missione archeologica egiziano-europea, diretta dall'archeologa Hourig Sourouzian che lavora al progetto di conservazione del tempio di Amenhotep III.
Le statue, tutte in granito nero, avevano un'altezza massima di due metri, alcune di esse raffiguravano Sekhmet seduta in trono, con il simbolo della vita nella mano sinistra; altre mostravano la dea in piedi con uno scettro di papiro stretto al petto. La testa di Sekhmet è coronata dal disco solare, mentre la fronte è adorna di un ureo.
I frammenti scoperti appartengono a diverse statue, alcune quasi complete, della dea Sekhmet, sepolte poco profondamente nel terreno e in buono stato di conservazione. Altri frammenti, invece, sepolti ad un livello più profondo sono in cattive condizioni a causa della presenza di acque sotterranee e di sali.
Le statue sono ora in mano ai restauratori. Saranno pulite e liberate dai sali, dal momento che erano deposte in uno strato di fango e sepolte dall'arenaria. Ayman Ashmawy, responsabile del settore Antichità Egiziane ha posto l'accento sulla collaborazione tra la missione europea e il Ministero delle Antichità Egizie per quel che riguarda i lavori di scavo tuttora in corso e il restauro del tempio di Amenhotep III. La missione ha iniziato i suoi lavori di scavo nel 1998 e da allora sono state scoperte ben 287 statue di Sekhmet.
Il tempio di Amenhotep III è il più grande del suo genere. Un tempo era una magnifica struttura con un numero considerevole di statue reali e divine, tra queste centinaia erano le statue di Sekhmet, il cui nome significa "la potente", una delle tre figure divine della triade di Memphis con Ptah e Ramses III.

Esaminato un resto osseo di San Nicola

L'osso del bacino sottoposto ad analisi dai ricercatori dell'Università di
Oxford (T. Higham & G. Kazan)
Il frammento di un osso che molti sostengono appartenga a S. Nicola, il santo che ha ispirato la figura di Babbo Natale, è stato testato con il radiocarbonio dall'Università di Oxford. Il test ha rivelato che la reliquia risale all'epoca in cui si pensa che sia morto S. Nicola, ossia il 343 d.C. circa. Quindi, pur non confermando la "paternità" del reperto, gli studiosi hanno confermato la datazione dell'osso all'epoca in cui è vissuto il santo. Le reliquie di San Nicola, morto nell'attuale Turchia, sono state custodite nella cripta della chiesa a lui dedicata a Bari, fin dall'XI secolo.
La popolarità del santo e la sua associazione con il Natale ha fatto si che molti frammenti delle ossa abbiano preso le più disparate direzioni, sollevando dubbi e domande su quanti di questi frammenti siano autentici. Il test dell'Università di Oxford ha interessato un frammento del bacino, un tempo custodito in una chiesa francese ed ora venute in possesso di un sacerdote, padre Dennis O'Neill, che risiede negli Stati Uniti.
I test di datazione al radiocarbonio effettuato sui campioni di reliquie hanno confermato che le ossa appartengono ad un individuo vissuto nell'epoca di San Nicola. Altre reliquie del santo sono custodite in una chiesa di Venezia. I ricercatori intendono, ora, utilizzare il test del Dna per capire quanti dei frammenti raccolti in tutto il mondo appartengono allo stesso individuo e quanti possono essere collegati all'osso appena esaminato ad Oxford. Sicuramente il primo test comparativo riguarderà le reliquie custodite a Bari, dove il bacino che vi si trova è incompleto.

Fonte:
bbc.com

Turchia, scoperto un insediamento dell'epoca di Urartu

L'antico insediamento urartiano mostrato da Omer Faruk Kizilkaya
(Foto: hurriyetdailynews.com)
Scavi archeologici in Turchia hanno permesso di riportare alla luce delle tombe rupestri, un tempio e un tunnel per lo scorrimento dell'acqua a 50 metri di profondità nei dintorni di Dumlu, nella provincia orientale di Erzurum. Si ritiene che i resti appena scoperti siano da attribuire al Regno di Urartu.
Il ricercatore e scrittore Omer Faruk Kizilkaya ha avviato un'indagine su larga scala nella zona, trovando, per l'appunto, tombe scavate nella roccia, tracce di insediamento umano e un tunnel per il passaggio dell'acqua che appartengono ad un'antica civiltà un tempo presente nella regione. In questo luogo si svolgevano cerimonie funerarie per sovrani e gente comune che godeva del rispetto della comunità. I ricercatori ritengono che una delle tombe rinvenute appartenga ad un re, un governante o un sacerdote.
Alcune delle sepolture scavate nella roccia sono composte da una camera sepolcrale, altre da più camere. Questi spazi erano essenzialmente ideati per essere posti a disposizione dei defunti nell'aldilà. Qui, anticamente, veniva lasciato del cibo come sacrificio a questi ultimi. Sepolture analoghe si trovano nei pressi di Erzurum.

Fonte:
hurriyetdailynews.com

venerdì 1 dicembre 2017

Pavimento bizantino in moschea araba

Il pavimento bizantino trovato nella moschea di Fatih
(Foto: greekrepeorter.com)
A Trabzon, sulla costa del Mar Nero è venuta alla luce l'ennesima sorpresa bizantina. Nell'antica Trebisonda, che fu l'ultima città bizantina a cadere in mano ottomana nel 1461, nella moschea di Fatih, è venuto alla luce un pavimento intarsiato in marmi policromi pertinente alla fase in cui l'edificio era una chiesa con il nome di Panagia Chrysokephalos.
Gli Ottomani, una volta impadronitisi della città di Trebisonda, riconvertirono l'edificio bizantino, distruggendo, cancellando e nascondendo ogni attestazione artistica del passato cristiano. Qualcosa di simile era accaduto, in ordine inverso, alla Mezquita di Cordova.
Fortunatamente sembrerebbe che le autorità turche siano piuttosto interessate nei confronti del pavimento appena scoperto e che vogliano ricoprirlo con una lastra di vetro che permetterà al pubblico, e non solo ai fedeli della moschea, di ammirare la meravigliosa testimonianza degli antichi splendori di quello che fu l'Impero Romano d'Oriente.

Fonte:
greekreporter.com



INTEGRAZIONE E CORREZIONE
Come commentato dal Dott. Andrea Angelucci al presente articolo che, ad onor del vero, non volevo assolutamente attribuire alla mia misera cultura personale, visto che ne ho citata, comunque, la fonte, correggo quanto ho inserito come "Fonte" nel modo seguente:

articolo tratto dal sito www.romafu.it/splendido-pavimento-bizantino/
scritto, dopo una seria traduzione, documentazione e integrazione, dal Dott. Andrea Angelucci


Sia dato a Cesare quel che è di Cesare.

domenica 26 novembre 2017

Alessandria d'Egitto: scoperti i resti di un antico naufragio

La barca votiva di Osiride trovata nel fondo del mare ad Alessandria d'Egitto
(Foto: english.ahram.org.eg)
Sul fondo del mar Mediterraneo, di fronte alla città egiziana di Alessandria, questa settimana sono stati scoperti tre relitti di navi romane ed una barca votiva del dio Osiride, unitamente ad altri manufatti.
I reperti sono stati rinvenuti durante un'esplorazione archeologica subacquea effettuata da una missione congiunta del Dipartimento di archeologia subacquea del Ministero per le antichità e dell'Istituto europeo di archeologia subacquea nella baia di Abu Qir.
Tra i reperti trovati vi è anche una testa romana in cristallo, raffigurante probabilmente il generale romano Marco Antonio e monete d'oro dell'epoca di Augusto. Il porto orientale, che si trova nella baia di Abu Qir, nasconde ancora molti tesori, a detta di Osama al-Nahas, capo del Dipartimento di archeologia subacquea presso il Ministero delle Antichità. Quanto ritrovato è la prova di un naufragio ancora non identificato e che potrebbe essere circoscritto ed esplorato durante la stagione di scavi 2018. La missione archeologica ha già individuato diverse grandi assi di legno e resti archeologici di vasi in ceramica che possono rappresentare il carico della nave.

Fonte:
english.ahram.org.eg

Israele, trovato il rilievo di una leonessa a Tell el-Araj

Il rilievo raffigurante una leonessa o una chimera trovato a el-Araj
(Foto: Dottor Mordechai Aviam)
Un rilievo raffigurante una leonessa, risalente a 1500 anni fa, è stato scoperto a Tell el-Araj, in Israele. Il prezioso rilievo giaceva in un mucchio di immondizia. La roccia dalla quale è stato ricavato il rilievo è di basalto e pesa ben 600 chilogrammi.
La scultura risale al IV-VI secolo d.C., ha affermato il Dottor Mordechai Aviam, direttore degli scavi in Galilea. Il rilievo è abbastanza ben conservato, la testa è stata scolpita tridimensionalmente, mentre il corpo è bidimensionale, ad altorilievo. Gli archeologi sono indecisi se si tratti di una leonessa o, piuttosto, di una chimera, vista la criniera piuttosto scarna.
Durante gli scavi del 2016 nel sito di el-Araj, gli archeologi hanno scoperto i resti di un villaggio ebraico dell'epoca del secondo tempio. Il simbolo del leone è molto frequente nel giudaismo, le antiche sinagoghe della Galilea e del Golan recano spesso immagini del leone, che non compare, viceversa, negli edifici ecclesiastici di epoca bizantina. Il Dottor Aviam ha paragonato il rilievo appena scoperto ad altri raffiguranti leoni e leonesse scoperti nelle sinagoghe del Golan.
Il Dottor Aviam pensa che il sito in cui è stato rinvenuto il prezioso reperto sia stata, un tempo, la città romana di Julias. Probabilmente, se così fosse, il rilievo leonino abbelliva un edificio pubblico non ebraico. Diverse emergenze archeologiche rinvenute nella regione, del resto, indicano la presenza di un grande edificio del IV-VI secolo d.C. che, però, non è stato ancora trovato.
La scoperta del rilievo è stata accidentale, effettuata tra i detriti di epoca moderna. Julias, insediamento romano, era una sorta di periferia della città biblica di Betsaida. Il sito è al momento in fase di scavo da parte del Kinneret Academic College, del Kinneret Archaeology Institute e del Nyack College.
Betsaida, alla quale Julias era collegata, era un villaggio di pescatori presso il mare di Galilea. Fu il re Filippo Erode, figlio di Erode il Grande, a far costruire la città di Julias Betsaida o, comunque, l'estensione dell'originaria Betsaida, stando a quanto racconta lo storico ebreo Giuseppe Flavio. Molti ricercatori ritengono che il sito di el-Araj sia l'originaria Betsaida, dove Gesù operò diversi miracoli, luogo di nascita di Filippo, Pietro e Andrea.

Fonte:
haaretz.com

sabato 25 novembre 2017

Scoperte nei pressi dell'abbazia di S. Gervasio a Mondolfo

Gli scavi nei pressi dell'abbazia di S. Gervasio
(Foto:oltrefano.it)
E' uno scrigno dall'inestimabile valore l'area dell'antica abbazia di San Gervasio di Bulgaria, a Mondolfo, provincia di Pesaro e Urbino, nelle Marche. Sono di enorme interesse e importanza i risultati della indagini archeologiche condotte intorno all'abbazia. La prima campagna 2016-2017 è stata presentata dal sindaco Nicola Barbieri, dal consigliere comunale Enrico Sora, dal funzionario archeologo della Soprintendenza archeologica belle arti e paesaggio delle Marche, Maria Gloria Cerquetti e dagli archeologi che hanno condotto gli scavi.
Tra marzo e maggio 2016, in occasione di alcuni lavori di ammodernamento della rete idrica sono emersi reperti di importanza tale da indurre, nel 2017, a proseguire nelle indagini durante le fasi di manutenzione straordinaria a un impianto di depurazione nei pressi dell'abbazia, in area che insiste nel sito di rinvenimento di una necropoli.
Le indagini hanno portato alla luce reperti e strutture di notevole interesse in ben tre aree: una di carattere cimiteriale e due di carattere abitativo. Per le fasi abitative ci sono ragionevoli elementi che portano a pensare ad una scoperta di eccezionale rilevanza per il territorio di Mondolfo ma anche per l'intera vallata, con tracce di un edificio pubblico di grandi dimensioni e un sito pluristratificato, che presenta almeno tre fasi insediative fino all'ultima, databile all'età gota, successiva alla metà del VI secolo d.C. e quindi altomedioevale. Mentre l'area sepolcrale ha evidenziato sepolture che sembrano tutte databili tra la tarda antichità e l'alto medioevo e forse con elementi del mondo barbarico (longobardo).
La dedicazione dell'abbazia al martire milanese Gervasio, fratello di Protasio, il cui culto era stato diffuso da S. Ambrogio a partire dal 386, farebbe risalire il luogo di culto alle prime fasi della cristianizzazione della valle del Cesano. Anche il sarcofago di stile ravennate degli inizi del VI secolo d.C. è un indizio circa l'esistenza di un'area cimiteriale nello stesso sito. Altri indizi farebbero pensare che nel corso del VI secolo sia accaduto qualcosa di importante nella trasformazione o riutilizzo di strutture di età romana nella prospettiva di fondazione di un edificio chiesastico.
Negli scavi del 2016 sono venute alla luce antiche tombe, probabilmente di epoca romana. Lo scavo era funzionale alla realizzazione di nuove condotte idriche. Le sepolture risalgono al IV o V secolo d.C.. A confermare la rilevanza della scoperta è stata la Dottoressa Maria Gloria Cerquetti, funzionaria della Soprintendenza. Una delle sepolture presentava una copertura a tegole ad alette e custodiva lo scheletro di un infante. L'orientamento della tomba era da est ad ovest, tipico dell'età tardo romana. All'interno di questa tomba non è stato trovato alcun tipo di corredo e lo scheletro era scomposto a causa della spinta del terreno. La seconda tomba, sicuramente di un adulto, è stata individuata pochi metri di distanza dalla prima.

Fonti:
oltrefano.it
ilrestodelcarlino.it

Pompei, emergono nuovi reperti nella Schola Armatorarum

Una delle anfore trovate in un recente scavo a Pompei
(Foto: vesuviolive.it)
Presso la Schola Armatorarum, ormai simbolo di rinascita per gli Scavi di Pompei, dove è in corso il restauro degli affreschi originali salvatisi dal bombardamento del 1943, dallo scorso luglio è stato avviato anche lo scavo degli ambienti retrostanti, mai prima indagati. Un deposito di anfore, al momento formato da 14 reperti immersi nel lapillo, è stato riportato alla luce.
Si tratta di uno dei tre ambienti individuati alle spalle della parte di struttura più nota della Schola Armatorarum. Le anfore, rinvenute intatte, dovevano contenere olio, vino e salse di pesce: un'anfora presenta iscrizioni dipinte in cui si leggono numeri, a indicare i quantitativi e, verosimilmente, il prodotto contenuto. L'uso come deposito dell'ambiente è confermato dai graffiti visibili su una delle pareti dell'ambiente, che ribadiscono l'attività di stoccaggio.
Al termine dello scavo, previsto per il mese di dicembre, le anfore saranno ricollocate in sito nell'ambito del più ampio progetto di valorizzazione del "museo diffuso" che il Parco archeologico sta adottando in più aree degli scavi per ricontestualizzare i reperti nei luoghi di provenienza.
Fino ad ora l'unico ambiente, portato alla luce nel 1915 da Vittorio Spinazzola, era stato quello ben conosciuto che affacciava su via dell'Abbondanza. Il suo carattere pubblico militare fu fin dall'inizio chiaro per via delle grandi dimensioni e della sua decorazione (i trofei all'ingresso e le figure alate e armate che decorano le pareti). Tuttavia la sua esatta destinazione, deposito di armi o scuola di formazione della gioventù pompeiana, continua a non essere certa. Lo scavo di questi altri ambienti, che rientra nel cantiere "Scavi e ricerche", ha come obiettivo proprio quello di chiarire tali aspetti.
L'esplorazione della struttura completa della Schola non è il solo intervento del genere previsto a Pompei. In corso è anche il grande cantiere di scavo della Regio V, il cosiddetto "cuneo" (un'area di oltre 1.000 metri quadrati nella zona posta tra la casa delle Nozze d'Argento e gli edifici alla sinistra del vicolo di Lucrezio Frontone), dal quale ci si aspetta di portare in luce ulteriori strutture e reperti di ambienti privati e pubblici. In quest'area, inoltre, sarà previsto l'allestimento di un laboratorio di studio archeologico dei reperti che verranno alla luce e un deposito per la loro conservazione temporanea.

Fonte:
vesuviolive.it

venerdì 24 novembre 2017

I "guardiani" dei rotoli di Qumran

Resti di anfore e papiri in una delle grotte di Qumran
(Foto: repubblica.it)
Chi erano quei 33 uomini? Sono stati loro a scrivere i famosi Rotoli del Mar Morto, o forse erano soltanto i protettori degli antichi manoscritti? Una serie di interrogativi, al quale gli esperti stanno cercando di dare una risposta, è nata dopo l'annuncio del completamento delle analisi fatte su più di trenta scheletri scoperti nel deserto della Giudea, nei pressi di Qumran nel 2016 e su cui ora sono stati completati gli esami.
Gli scheletri provengono dalla zona che ospita le grotte dove furono ritrovati i famosi Rotoli del Mar Morto, composti da 900 documenti fra cui testi della Bibbia ebraica e trovati 60 anni fa in undici caverne vicino alle rovine dell'antico insediamento di Khirbet Qumran. Sul valore e la creazione dei testi rimangono decine di interrogativi aperti che ora gli archeologi e storici proveranno a colmare attraverso l'analisi degli ultimi ritrovamenti: si tratta di scheletri e resti di ossa di decine di uomini, probabilmente tutti celibi e appartenenti a una "casta", sepolti appunto nella zona di Qumran.
Un team internazionale di ricercatori, con il supporto dell'Autorità israeliana per le antichità, ha eseguito analisi al radiocarbonio sulle ossa e stimato che quegli uomini fossero di 2200 fa, il che si allinea con il periodo in cui si pensa che le pergamene siano state scritte, tra il 150 a.C. e il 70 d.C.. Per questo motivo gli studiosi avanzano l'ipotesi, come ha spiegato Yossi Nagar, antropologa dell'Autorità israeliana, che quelle persone fossero "o i guardiani dei rotoli o coloro che li hanno scritti".
La domanda su chi ha realizzato i rotoli da tempo è strettamente collegata a quella su chi fossero esattamente gli abitanti di Qumran. Una teoria è quella che l'area di Qumran allora era popolata da una setta ebraica, quella degli Esseni, che conduceva una vita eremitica, dedita al celibato. Altre teorie parlano di popolazioni beduine o addirittura di soldati romani. Per Nagar è difficile confermare "che gli scheletri appartenessero agli Esseni, ma è probabile che fossero di uomini celibi".
Dalle analisi delle dimensioni e della forma pelvica risulta, infatti, che i resti appartenevano tutti a persone di sesso maschile, ma saranno necessari ulteriori esami, - in particolare su tre scheletri di cui restano solo poche parti - per confermare che non ci siano anche resti di donne o bambini. "Quello che pensiamo - aggiunte Nagar - è che al momento della loro morte avevano un'età compresa tra i 20 e i 50 anni. Adesso, con l'aiuto di vari esperti, speriamo davvero di riuscire a capire chi fossero e quale fosse il loro collegamento con i rotoli".

Fonte:
repubblica.it

venerdì 17 novembre 2017

In mostra le lamine d'oro di Tutankhamon

Una delle lamine d'oro di Tutankhamon (Foto: english.ahram.org.eg)
Il Ministro Egiziano delle Antichità, Khaled el-Enany, ha inaugurato la mostra dei tesori di Tutankhamon al Museo Egizio del Cairo, dove saranno esposti, per la prima volta, delle lamine auree di notevole importanza.
La mostra cade nel 115° anniversario dall'apertura del Museo e nel 60° anniversario della riapertura dell'Istituto Archeologico Tedesco de Il Cairo. Christian Eckmann, un restauratore tedesco che ha restaurato i cosiddetti fogli d'oro di Tutankhamon, ha dichiarato che per la prima volta queste lamine saranno esposte al pubblico.
Carter ed i suoi collaboratori, che scoprirono la tomba di Tutankhamon nel 1922, hanno documentato meticolosamente la posizione e l'aspetto di circa 5.400 oggetti, tra i quali mobili, armi, abbigliamento, stoviglie, resti di cibo, carri e oggetti cultuali. Alcune applicazioni di pelle, trovate sparse sul pavimento, sono state associate ad un carro e ai finimenti di un cavallo. Vi sono anche parti di faretre, paraocchi e rivestimenti del carro funebre.
A causa della condizione delicata e del loro precario stato di conservazione, questa collezione di lamine d'oro è stata custodita per anni nel Museo Egizio de Il Cairo.

Cani e uomini, un legame antichissimo

In basso gli antichi cani da caccia dell'Arabia
Saudita mentre in alto il cane della razza
di Canaan (Foto: Alexandra Buba)
Un cacciatore scolpito nell'arenaria sul bordo di un fiume nel deserto arabo è pronto ad uccidere la preda con il suo arco. L'uomo è accompagnato da ben 13 cani, due dei quali sembra abbiano una sorta di guinzaglio.
Le incisioni risalgono a più di 8000 anni fa, il che fa di loro le prime rappresentazioni di cani, secondo uno studio recente. Il fatto che alcuni dei cani abbiano il guinzaglio fa pensare che gli esseri umani abbiano imparato l'arte di addestrare e controllare i cani migliaia di anni prima di quanto si pensasse.
La scena di caccia proviene da Shuwaymis, una regione collinare dell'Arabia Saudita, dove piogge stagionali formavano, un tempo, fiumi e davano vita ad una fitta vegetazione. In questi ultimi tre anni, l'archeologa Maria Guagnin, del Max Planck Institute per la Scienza e la Storia Umana a Jena, in Germania, ha aggiunto più di 1400 pannelli rocciosi al "catalogo" di quasi 7000 animali ed esseri umani trovati incisi sulle rocce della regione di Shuwaymis e di Jubbah.
Circa 10000 anni fa, un gruppo di cacciatori-raccoglitori entrarono nella regione. Le immagini più antiche ricavate nella roccia risalgono, con tutta probabilità, a questo periodo e raffigurano donne formose. Intorno ai 7000-8000 anni fa, i cacciatori-raccoglitori divennero sedentari e si diedero alla pastorizia e all'allevamento del bestiame. Fu in questo periodo che comparvero le immagini di bovini, ovini e caprini sulle rocce. Comparvero anche i primi cani da caccia: 156 raffigurazioni da Shuwaymis e 193 da Jubbah. Tutti i cani sono di medie dimensioni, con le orecchie ritte e la coda arricciata. In alcune scene i cani stanno assalendo degli asini selvatici; in altre mordono il collo e il ventre di stambecchi e gazzelle. In molti petroglifi i cani sono tenuti al guinzaglio da un uomo armato di arco e frecce.
I cani raffigurati ricordano molto la razza di Canaan, cani prevalentemente selvatici che vagano nei deserti del Medio Oriente. Questo particolare potrebbe indicare che queste antiche popolazioni allevava cani per la caccia nel deserto.
Le incisioni, al momento, sono sottoposte ad un'attenta analisi: i ricercatori devono collegare le immagini ad un sito archeologico con datazione certa, una sfida, perché la documentazione archeologica relativa a questa regione non è del tutto precisa.
Resta il fatto che i cani sono stati, anche in passato, molto importanti per gli esseri umani, fondamentali per aiutare questi ultimi a sopravvivere in un ambiente difficile. Potevano aiutare gli uomini a cacciare animali troppo veloci per essere rincorsi dagli uomini. 

Foto:
sciencemag.org

Egitto, trovate statue di Sekhmet

Il deposito in cui sono stati rinvenuti i frammenti delle statue di Sekhmet (Foto: english.ahram.org.eg) Un gruppo di 27 frammenti pert...