domenica 21 maggio 2017

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò
(Foto: quotidianodipuglia.it)
Un insediamento fortificato di età messapica: è l'ultima scoperta firmata Unisalento. Un tesoro svelato sulla sommità di una collina tra Nardò e Porto Cesareo. Un'altra sorpresa che arricchisce la mappa archeologica del Salento. Da lì, in località Schiavoni, i primi abitanti del Salento nel I millennio a.C. posavano lo sguardo sul nord Salento.
Un territorio che continua a restituire tracce di un passato lontano ma sempre pronto a raccontare nuove storie. Come quella di questo piccolo insediamento fortificato che potrebbe aver avuto, in periodo messapico, la stessa funzione che l'imperatore Carlo V volle dare alle torri costiere, sparse lungo il litorale per dare l'allarme non appena fossero state avvistate le navi dei pirati o dei Turchi. Una funzione, dunque, di difesa e di controllo del territorio.
La nuova scoperta è un insediamento fortificato di circa tre ettari di superficie, delimitato da un circuito murario, di cui sono visibili le tracce al di sotto di un muretto a secco di epoca moderna. All'interno del sito si trovano una serie di evidenza che fanno capire che era abitato. Ci sono numerosi blocchi riferibili ad una struttura di carattere monumentale, oltre a lastre che testimoniano la presenza di tombe che, probabilmente, secondo l'uso messapico, si trovavano anche all'interno dell'abitato.
Gli archeologi hanno analizzato le immagini aeree di questo sito negli ultimi sessant'anni, notando, oltre alle tracce del sistema murario, anche la presenza di un fossato sul lato orientale e forse un avanmuro sul lato settentrionale. L'insediamento si trova a 4 chilometri dal mare, punto strategico di controllo del territorio. Da qui si poteva controllare il mare e, forse, c'era un'approdo, forse a Scalo di Furno, dove sono state rinvenute evidenze archeologiche. Una posizione ben scelta, indubbiamente.

Fonte:
quotidianodipuglia.it

Cina, trovati modellini di telai meccanici

Un modellino di telaio rinvenuto in una sepoltura cinese di 2100 anni fa
(Foto: Tao Xie, Feng Zhao Et Al/Antiquities 2017)
Un'antica tomba scavata in Cina ha restituito i più antichi esempi conosciuti - in forma ridotta - di macchine per tessere. Si tratta di quattro modellini che possono fornire informazioni sulla tessitura della seta e che risalgono ad un periodo compreso tra i 2200 e i 2100 anni fa. Fili di seta rossa sono stati ritrovati ancora attaccati a questi modellini, il più grande dei quali è alto mezzo metro.
Il modello è composto da due pedali a pompa collegati ad assi, alberi ed altre parti. Un dispositivo che, riprodotto su scala maggiore, con il movimento di tutte le sue parti, avrebbe potuto tessere trame geometriche su tessuti di abbigliamento ed altri articoli in seta. I piccoli modelli di telaio meccanico sono in legno e bambù e sono la prova che questi meccanismi sono stati inventati nell'antica Cina. Essi sono stati menzionati negli antichi testi di questo Paese, ma finora non ne erano state trovate tracce. Modelli di telai quali quelli rinvenuti in forma ridotta nella sepoltura cinese, hanno influenzato il tipo di tessitura che è stata poi "esportata" in Persia, India ed Europa.

Fonte:
sciencenews.org

Parziale decifrazione di un sistema di scrittura andino

Un khipu, formato da diverse cordicelle attaccate ad un cordolo principale,
risalente al XVIII secolo e proveniente da un villaggio delle Ande
centrali (Foto: William Hyland)
Delle cordicelle ritorte formate da crini animali e risalenti al 1700, secondo un recente studio, potrebbero rivelare nuovi particolari sul sistema di scrittura Inca. I ricercatori ritengono che queste cordicelle formate da crini animali intrecciati tra loro, noti come khipus, siano una sorta di scrittura capace di memorizzare eventi su cose e persone. In particolare si pensa che essi siano un sistema contabile decimale.
La svolta su queste misteriose cordicelle sembra sia stata data da due khipus del tardo XVIII secolo, conservati in una scatola di legno a San Juan de Collata, un villaggio peruviano che si trova nella zona alta delle Ande. Sono state individuate un totale di 95 combinazioni di colori e fibre animali che formano questi khipus e che indicano specifiche sillabe. La scoperta si deve all'antropologa Sabine Hyland, dell'Università scozzese di St. Andrews.
I risultati ottenuti dall'antropologa vanno a sostegno di una storia narrata nel villaggio di San Juan de Collata, che vuole che khipus siano scritti sacri di due capi locali e che riguardino una ribellione contro le autorità spagnole, ribellione verificatasi nel XVIII secolo. I khipus di San Juan de Collata mostrano notevoli somiglianze con i khipus Inca, hanno le stesse proporzioni e più o meno la stessa composizione.
Un esemplare di questi khipus di San Juan de Collata contiene ben 288 cordicelle suddivise in nove gruppi di nastri di stoffa legati ad intervalli regolari, nella parte alta, ad una cordicella. Un altro khipu è formato da 199 cordicelle divise in quattro gruppi da nastri frapposti tra un gruppo e l'altro. I nodi sono presenti solo alle estremità delle cordicelle, per evitare che si disfino. Ogni cordicella nei khipus che fungono da pallottoliere, invece, contiene molti nodi.
Le cordicelle dei khipus analizzati dall'antropologa Sabine Hyland sono formate da un insieme di peli animali colorati che rappresentano la materia oggetto del messaggio. Questi khipus rinvenuti nel villaggio di San Juan de Collata sono, a detta dell'antropologa, completamente diversi da quelli che ha finora esaminato. I khipus delle Ande centrali, infatti, sono dispositivi contabili formati non da peli animali ma da cotone di due colorazioni principali. Finora l'antropologa è riuscita a interpretare le tre cordicelle finali di un khipu come la parola Alluda, che indicherebbe il nome di una famiglia di San Juan de Collata, mentre altre cordicelle di un altro khipu sono state da lei interpretate come Yakapar, il nome di una famiglia di un villaggio vicino.
I khipus erano concepiti per rimanere inalterati e per questo erano bagnati, fatti seccare e incollati con resine particolari. Ancor oggi i khipus, in una forma più semplificata, sono utilizzati dai pastori peruviani e boliviani.

Fonte:
sciencenews.org

sabato 20 maggio 2017

Un nuovo tempio nell'antica Kainua

Rovine dell'ingresso orientale di Kainua (Foto: Wikipedia)
Negli ultimi tempi le ricerche a Kainua, l'attuale Marzabotto, hanno portato a nuove, importanti acquisizioni. E' stato scavato, infatti, un nuovo tempio tuscanico dedicato a Uni e sono state recuperate alcune iscrizioni etrusche legate alla sfera del sacro e della politica.
Oltre allo scavo e allo studio dei materiali, le ricerche comprendono la ricostruzione della città secondo le tecnologie più innovative. L'edificio templare da poco scoperto è conservato al solo livello delle fondazioni, realizzate con ciottoli di fiume e macigni di arenaria. Con questo sono cinque i templi della città, tre sull'acropoli e due in area urbana.
Il tempio recentemente individuato è di tipo tuscanico, con tre celle allineate e chiuse sul retro, affacciate su uno spazio porticato, il pronao, con doppia fila di colonne. Il nuovo tempio di Marzabotto, largo 19,14 metri e lungo 25,70, ha una planimetria ben ricostruibile, nonostante pesanti disturbi di epoca moderna abbiano intaccato il materiale costruttivo e di crollo dell'edificio. Esso trova un significativo parallelo in templi noti in Etruria meridionale, per esempio a Vulci, e nel Lazio, ad Ardea, costruiti tra la fine del VI e la prima metà del V secolo a.C.
Kainua, scalinata di accesso all'altare-podio (Foto: Wikipedia)
Purtroppo sono stati recuperati pochi elementi appartenenti alla decorazione del tetto del tempio. Tuttavia sono state recuperate due iscrizioni che hanno chiarito sia il rito di fondazione del tempio che il culto in esso praticato. Nelle fondazioni murarie dell'edificio, nascoste tra i sassi, sono stati trovati due frammenti di un'anfora in bucchero iscritta, utilizzata per compiere un'offerta rituale di vino alla divinità e poi fratturata intenzionalmente. Originariamente il testo doveva essere più lungo, ma le uniche parole gettate nelle fondazioni del tempio ne chiariscono l'atto di dedica alla divinità da parte della città: si tratta, infatti, del nome della città, Kainua, e del termine istituzionale spural, che la definisce nella sua dimensione politica. L'altra iscrizione riporta il nome della divinità Uni, la Hera greca e la Giunone romana.
Museo nazionale etrusco di Marzabotto, la Signora di Marzabotto
(Foto: Wikipedia)
Kainua sorgeva sul Pian di Misano e fino a pochi anni fa era nota con il nome di Misa. Venne fondata nel V secolo a.C. a poca distanza dal fiume Reno e fu una delle città-stato più importanti dell'Etruria padana, con Felsina (Bologna) e Spina, nonché un importante snodo commerciale tra l'Etruria tirrenica e la Pianura Padana. L'esistenza della città è nota fin dal 1551, quando frate Leandro Alberti ipotizza la presenza di una città antica in base al ritrovamento di alcune rovine di edifici, mosaici e monete.
Kainua rimane, a tutt'oggi, l'unico caso conosciuto di una città etrusca avente una planimetria regolare studiata preventivamente e basata su un preciso progetto tecnico. L'impianto cittadino si presenta attraversato da quattro principali assi ortogonali, orientati secondo i punti cardinali. A lungo si è discusso sull'origine della planimetria di Kainua, se rispecchiasse il modello cosmologico del templum celeste etrusco, così come prevedeva il rito di fondazione, o se invece fosse più compatibile con le pragmatiche e laiche teorie urbanistiche ippodamee del mondo greco, ovvero una pluralità di assi viari in grado di garantire funzionalità al traffico interno e agli scambi commerciali con le altre città, escludendo una qualunque ingerenza religiosa.
Tra il 1963 e il 1965, proprio in merito alla planimetria, nel punto d'incrocio dei principali assi viari vennero trovati, interrati, quattro ciottoli di fiume, di cui solo uno presentava incisa sulla sommità una croce (decussis in latino) orientata secondo gli assi cardinali. Tale scoperta ha indotto gli archeologi a pensare che quel cippo indicasse il centro della croce sacrale che, nell'ambito del rito di fondazione di una città etrusca, costituiva il punto di partenza da cui tracciare l'intero reticolato cittadino.

Fonti:
Liberamente adattato da:
"Archeo", aprile 2017
Wikipedia

Trovate prove di sacrifici umani in un antico sito coreano

I due scheletri ritrovati a Wolseong, in Corea del Sud,
(Foto Yonhap, AFP)
Per la prima volta, in un sito coreano, sono state scoperte tracce sicure di un sacrificio umano. Due scheletri risalenti al V secolo d.C. sono stati scoperti sotto le mura di Wolseong, antica capitale del regno Silla, nella regione di Gyeongju, nella Corea del sud. Si tratta della prima prova di sacrifici umani effettuati durante la posa delle fondazioni di edifici o la costruzione di dighe.
Non è ancora chiaro come siano stati uccisi i due individui, le indagini sono ancora in corso, anche se si pensa siano stati sepolti vivi. La tradizione vuole che gli esseri umani venissero sacrificati per placare una divinità o garantire la lunga durata delle strutture edificate. I due scheletri sono stati rinvenuti fianco a fianco sotto l'angolo occidentale di una strutta in terra e mura di pietra.
Il regno Silla era uno dei tre regni che governarono la penisola coreana nel primo millennio d.C., quello che, sconfitti gli altri due, unificò, nel 668 d.C., la penisola e che venne sopraffatto nel 935 d.C.. I manufatti recuperati negli scavi in località risalenti a questo periodo storico sono tra i tesori più preziosi dell'archeologia coreana ed i siti archeologici della regione di Gyeongju sono una grande attrazione turistica.
I ricercatori stanno analizzando i resti umani, soprattutto il Dna, appena ritrovati per determinare le loro caratteristiche fisiche, la salute, la dieta e gli attributi genetici.
Immagine della scoperta della fossa con gli scheletri oggetto di sacrificio umano in Corea del Sud
(Foto: Yonhap, AFP)

Fonte:
AFP

Nuove scoperte nell'antico porto di Akrotiri

Archeologi e alcuni visitatori raccolti intorno all'archeologo Donald Clark che si prepara ad estrarre un vaso romano
dal luogo dove è rimasto per 1600 anni (Foto: University of Leicester)
Uno scavo condotto nella baia di Dreamer, nella base militare della RAF di Akrotiri, sull'isola di Cipro, da archeologi e studenti dell'Università di Leicester, ha portato alla scoperta di nuove preziose informazioni sui resti dell'antico porto di Akrotiri.
Gli scavi, condotti sugli edifici ospitati sull'antico porto in epoca romana e bizantina (300-600 d.C.), hanno evidenziato che questi edifici erano utilizzati con funzione di magazzini e laboratori e che furono colpiti da un terremoto intorno al 360 d.C., un evento che devastò l'antica città di Kourion a 13 chilometri dalla baia di Dreamer.
In uno degli edifici scavati dagli archeologi sono stati trovati piccoli vasi ed anfore per lo stoccaggio di vino o di olio, che si ritiene siano stati danneggiati quando il terremoto ha fatto crollare su di loro le pareti del locale che li ospitava. Alcuni di questi vasi, comunque, sono rimasti intatti e sono una fonte di interessanti informazioni sulla storia e il patrimonio archeologico di Cipro.

Fonte:
University of Leicester

Scoperta una città-accampamento vichingo nel Lincolnshire

L'area di studio dove sorgeva il campo vichingo,
una vera e propria cittadina anglo-scandinava
(heritagedaily.com)
Gli archeologi hanno scoperto un grande campo militare che i Vichinghi avevano costruito ed attrezzato in attesa delle operazioni militari per la conquista l'Inghilterra nel IX secolo. La ricerca è stata portata avanti dagli archeologi delle Università di Sheffield e York. Il campo era strutturato per ospitare migliaia di guerrieri con le loro famiglie, che vivevano all'interno di tende.
Il campo, che si trova sulle rive del fiume Trent nel Lincolnshire, era utilizzato come base per la riparazione delle navi, per la fusione del bottino di guerra, per la produzione e il commercio di oggetti. La Professoressa Dawn Hadley, che ha guidato i ricercatori, ha affermato che il campo era una grande e complessa base, una sorta di città "provvisoria", in cui erano presenti anche botteghe e spazi per le feste comunitarie. Sono stati trovati più di 300 pezzi da gioco in piombo che suggeriscono che i Vichinghi passassero diverso tempo a giocare in attesa della primavera che avrebbe portato una ripresa nelle operazioni militari. Si pensa che l'accampamento vichingo si estendesse su circa 55 ettari e fosse più grande di molti paesi e città dell'epoca, più grande della città di York.
Tra i reperti recuperati dagli archeologi dilettanti armati di metal detectors ci sono anche 300 monete, tra le quali 100 sono in argento e di origine arabe, pervenute nell'accampamento vichingo attraverso le numerose rotte commerciali percorse dai Vichinghi. Altri 50 pezzi di argento, tra i quali diversi lingotti ed i frammenti di una spilla, sono andati ad aggiungersi ad utensili in ferro, fusaiole, aghi e pesi per le reti da pesca già recuperati dagli scavi.

Fonte:
heritagedaily.com

Abydos, blocco di pietra con il cartiglio di Nectanebo II

Particolare del blocco di pietra con il cartiglio di Nectanebo II scoperto ad Abydos
(Foto: englishahram.org.eg)
E' stato trovato, nella città di Abydos, in Egitto, un blocco di pietra con inciso il cartiglio del faraone Nectanebo II, durante l'ispezione in una vecchia casa nella zona di Beni Mansour, dove il proprietario stava effettuando uno scavo archeologico illegale. Le autorità egiziane hanno confiscato la casa fino al completamento delle indagini.
Il blocco, secondo Hani Abul Azm, responsabile dell'amministrazione centrale per le antichità dell'Alto Egitto, potrebbe appartenere al santuario reale di Nectanebo II oppure ad una parete di un tempio costruito dallo stesso faraone, il quale è molto noto per i progetti costruttivi ad Abydos.
Il blocco di pietra appena scoperto misura metri 1,40 per 40 centimetri, la presenza di acque sotterranee nel luogo in cui giaceva rendono difficile determinare se fosse parte di un santuario o di una parete templare.

Fonte:
englishahram.org.eg

Tracce dei primi abitanti dell'Australia

La grotta di Boodie, sull'isola di Barrow, utilizzata
come rifugio umano già 50000 anni fa
(Foto: Peter Veth, James Cook University)
In una grotta dell'Australia occidentale è stato scoperto il primo sito conosciuto di occupazione umana del continente. Si tratta di una grotta la cui occupazione indigena si fa risalire a più di 50000 anni fa. Qui operano gli archeologi della Western Australia University, che hanno rinvenuto resti di animali, carbone ed antichi manufatti.
La grotta di Boodie, la cavità in cui sono state scoperte queste antiche tracce umane, si trova a 60 chilometri al largo della costa, sull'isola di Barrow, separata dal continente australiano circa 7000 anni fa a causa dell'innalzamento del livello del mare.
Il nordovest dell'isola conserva ripari rocciosi e profonde caverne nelle quali sono state reperite numerose prove di comunità umane che vi si erano stanziate. La grotta appena esplorata venne utilizzata come rifugio di caccia in un periodo che va dai 50000 ai 30000 anni fa, prima di diventare, decine di migliaia di anni dopo, un rifugio stanziale. Fu definitivamente abbandonata 7000 anni fa, quando l'innalzamento delle acque marine tagliò il riparo dal continente.

Fonte:
theguardian.com

lunedì 15 maggio 2017

L'Efebo di Pompei

L'Efebo di Pompei (Foto: Museo Isidoro Falchi)
Tra le scoperte fatte a Pompei nel corso degli anni, quella dell'Efebo di via dell'Abbondanza è tra le più suggestive. Gli scavi erano stati avviati, nel 1925, nella Regio I, insula VII, per liberare l'atrio di una delle case a schiera che caratterizzavano questa parte della città, quella che ha, all'ingresso, il numero civico 11. Proprio qui Amedeo Maiuri si imbatté in un ritrovamento eccezionale.
La statua dell'Efebo era completamente sommersa da uno strato di cenere e lapilli, nella stessa posizione nella quale era stata provvisoriamente collocata prima dell'eruzione, vale a dire appoggiata all'anta ovest del cubicolo adiacente all'atrio della casa. La statua era stata avvolta in un tessuto (lino o canapa) conservatosi in tracce nei detriti compattati, nei frammenti mineralizzatisi attraverso il processo che riguarda il tessuto a contatto con i metalli, e in quelli carbonizzati sparsi sul pavimento. Ai piedi della statua giacevano due bracci di candelabro del tipo ad intreccio vegetale, che l'Efebo un tempo stringeva in mano in quanto lychnophoros (portatore di lampada).
Nella casa detta dell'Efebo, la statua di quest'ultimo non fu l'unico ritrovamento. Vennero, infatti, estratte notevoli quantità di suppellettili. La casa, al momento dell'eruzione, era in fase di ristrutturazione, forse a seguito dell'acquisto da parte di P. Cornelius Tages, un liberto citato negli archivi del banchiere L. Caecilius Iucundus come personaggio di recente ascesa (commerciante di vino e speculatore edile) che comprò e unì cinque modeste case confinanti per crearne una di maggiori dimensioni.
Pompei, casa dell'Efebo (Foto: artribune.com)
La nuova casa era un dedalo di ambienti a uso privato e di servizio che sfociavano in un giardino circondato da muri su ogni lato, la cui parte meridionale ospitava una fontana ninfeo. Al centro della sala vi erano i letti triclinari in muratura, sui quali prendevano posto gli ospiti al momento del banchetto. I letti erano dipinti con un fregio di stile impressionistico a soggetto idillico-sacrale e paesaggistico-nilotico. Davanti al triclinio, spostato su un lato, era il basamento circolare in muratura che avrebbe dovuto ospitare l'Efebo, destinato ad illuminare i banchetti serali che si tenevano soprattutto nei periodi caldi.
L'Efebo è modellato sull'originale greco del V secolo a.C., anch'esso in bronzo, uscito dalle botteghe di uno degli artisti che solitamente gravitavano attorno ad un maestro. L'archeologo tedesco Paul Zanker, invece, pensa che la statua sia opera di uno scultore eclettico, "che ha usato per il corpo un tipo classico di efebo del periodo intorno al 430 a.C. e lo ha unito a un tipo di testa femminile stilisticamente più antico di una generazione".
La statua è alta 1,49 metri, come l'Apollo Citaredo e l'Anadumenos, il che lascerebbe pensare che ci fosse un canone fisso tradizionale nel raffigurare un efebo del V secolo a.C.. La gamba sinistra risultò, al momento del ritrovamento, nettamente spezzata quasi all'altezza del ginocchio, nel punto di flessione dell'arto. Gli occhi non erano interamente riportati in materia diversa dal bronzo. La cornea, conservata, era anch'essa bronzea ed inserita nella cavità bulbare. Solo le pupille dovevano essere realizzate in pasta vitrea e smalto, ma di esse non si è trovata, purtroppo, traccia.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio-giugno 2017

domenica 14 maggio 2017

Ameny Qemau, il faraone dalle due piramidi, e Hatshepset

Il cantiere sulla seconda piramide di Ameny Qemau
(Foto: Ministero Egiziano delle Antichità)
Nel sito di Dahshur, in Egitto, è stata trovata una camera sepolcrale che si ritiene ospitasse la mummia di una principessa di nome Hatshepset (che non è la ben più nota Hatshepsut). La camera si trova all'interno di una piramide di 3800 anni fa. Questa scoperta contribuisce, insieme ad altre, ad aiutare gli archeologi a comprendere il perché un faraone, chiamato Ameny Qemau, avesse a Dahshur due piramidi.
Già il mese scorso è stata ritrovata un'iscrizione incisa su un blocco di alabastro, all'interno della piramide che ospita la camera sepolcrale principesca, che menziona il faraone Ameny Qemau (o Qemaw), che governò l'Egitto per un breve periodo intorno al 1790 a.C.. Si tratta della seconda piramide in cui compare il nome di questo faraone. La prima venne scoperta nel 1957 e si trova a circa 600 metri di distanza dalla piramide scoperta recentemente.
La camera funeraria della principessa Hatshepset conteneva anche una teca lignea nella quale erano riposti i vasi canopi per gli organi interni della donna. Purtroppo questi vasi canopi non sono stati ritrovati e all'interno della teca gli archeologi hanno trovato solo pochi resti di bendaggi. Sulla scatola lignea ci sono anche tre linee in scrittura geroglifica che sembrano riferirsi ad una figlia di Ameny Qemau. Le iscrizioni risalgono al Secondo Periodo Intermedio (dal 1640 a.C. circa al 1540 a.C.).
La teca lignea per i vasi canopi appartenente, probabilmente, alla
figlia di Ameny Qemau (Foto: Ministero Egiziano delle Antichità)
Le linee di scrittura sono state decifrate da James Allen, un professore di egittologia della Brown University, il quale ha confermato che la teca era sicuramente un contenitore per vasi canopi. Le linee riportano un augurio "Neith stenda le braccia su Duamutef che è in te". Duamutef era la divinità associata al vaso canopo che conteneva lo stomaco, mentre Neith era la divinità incaricata di proteggerlo. In un'altra riga si legge "Venerati con Neith, figlia di Hatshepset", in un'altra, che corre verticalmente, si legge "Venerati con Duamutef, figlia di Hatshepset". Lo stesso James Allen ha avanzato l'ipotesi che Hatshepset fosse figlia del faraone Amery Qemau e che sia stata sepolta nella piramide del padre.
Altri ricercatori ritengono che Amery Qemau possa aver usurpato la piramide costruita per un suo predecessore per seppellirvi la figlia, dal momento che non è possibile ancora spiegare perché avesse avuto bisogno di costruire due piramidi. All'interno della camera funeraria recentemente scoperta, gli archeologi hanno trovato i resti di un sarcofago mal conservato. Gli scavi sono ancora in corso.

Fonte:
Live Science

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò (Foto: quotidianodipuglia.it) Un insediamento fortificato di età messapica : è l...