sabato 31 ottobre 2009

Tracce di passato sardo


La Giara di Serri, in Sardegna, è un altopiano basaltico a 650 metri di altitudine, non lontano da su Nuraxi, il nuraghe di Barunimi. L'area archeologica di Santa Vittoria prende il nome da una chiesa campestre che, nell'XI-XII secolo i monaci Vittorini dedicarono alla Signora della Vittoria sui resti di una preesistente chiesa bizantina. Intorno alla chiesa, in età tardo-antica, sorgeva un cimitero dove sono state ritrovate croci ed altri oggetti di vestiario risalenti al VI-VII secolo e riferibili a sepolture militari della guarnigione bizantina di stanza a La Giara.
Il santuario nuragico di Santa Vittoria è un sito archeologicamente di estrema importanza. Le sue origini risalgono alla media Età del Bronzo (1600-1500 a.C.) e sono attestate dai resti di un nuraghe di planimetria irregolare detta "a corridoio", non riconducibile alle forme canoniche di questo monumento. L'abitato non gravitava attorno al nuraghe originario, ma prese vita da diversi agglomerati di capanne. Qui intorno vi erano numerose sorgenti, necessarie all'approvvigionamento idrico nella prima fase della vita del villaggio, che diedero luogo - nel Bronzo finale e nella prima Età del Ferro (1100-800 a.C.) al culto di una divinità delle acque, venerata attraverso un pozzo sacro.
Il pozzo sacro è una costruzione circolare di due metri di diametro, edificata con blocchi di roccia vulcanica (basalto) ben squadrati e lavorati a T, disposti in modo da impedire la dispersione dell'acqua. Un vestibolo rettangolare lastricato, munito di panchine ai lati, era attraversato da una canaletta dove correva l'acqua del pozzo quando tracimava dalla perfetta scala trapezoidale che, con i suoi tredici gradini, portava al livello di captazione dell'acqua. Le pareti del pozzo si conservano per un'altezza di tre metri e si è calcolato che l'altezza, originariamente, doveva essere almeno di cinque.
La struttura del pozzo era contenuta in un recinto (temenos) che delimitava l'area sacra. All'esterno del vestibolo due tratti di muro chiudevano il passaggio ai pellegrini che, probabilmente, accedevano al luogo sacro solo dalla parte anteriore per attingere l'acqua sacra da un bacino rettangolare. Il vestibolo era coperto con un tetto a doppio spiovente. Intorno al pozzo sono stati ritrovati elementi architettonici in calcare decorati con profonde incisioni a dentelli.
All'interno dell'area sacra è stato scoperto un deposito votivo composto da spade, pugnali, lance, contenitori in lamina bronzea e bronzetti di personaggi che offrono pani rtuali, vasi, una stampella di ringraziamenti alla divinità. Il mondo femminile è rappresentato da donne avvolte in un manto che offrono ciotole, madri con figli in grembo, sacerdotesse che pregano, arcieri saettanti e personaggi con il bastone del comando.
All'esterno del vestibolo una serie di canali trasportava l'acqua che traboccava dal pozzo all'interno di un bacino costruito in opera isodoma, distrutto e modificato in epoca romana e bizantina, quando nell'area del pozzo vennero collocate delle sepolture.
Un'ampia area cerimoniale al margine de La Giara è conosciuta come recinto delle riunioni o delle feste. Vi si accedeva da due ingressi posti sotto un porticato di sedici metri, con copertura a spiovente semplice, sostenuto da pilastri. La copertura era, forse, in travi di legno che sostenevano file di lastre ricavate nel calcare.
Nella parte settentrionale de La Giara si conservano gruppi isolati di capanne, rispetto al pozzo ed al recinto delle feste. L'ambiente più grande è una capanna o recinto con pavimentazione lastricata in calcare, detta "sala delle stelle", per la presenza di una sorta di altarino composto da due torri stilizzate di nuraghe, usato come basamento per fissare bronzi votivi negli appositi fori. Un altro importante edificio è la "curia" o "capanna delle riunioni", che conserva un imponente muro pieno di nicchie con mensole in calcare.

Prime sepolture lungo il Po


L'incinerazione è il rituale funerario maggiormente praticato durante l'Età del Bronzo finale anche nella penisola italiana. La testimonianza più significativa viene dalla necropoli del villaggio protostorico di Frattesina (Fratta Polesine, Rovigo). Qui di recente è stata indagata l'area di Narde, dove sono state ritrovate oltre 200 sepolture databili fra il Bronzo finale e la prima Età del Ferro (XII-XI secolo a.C.).
In un settore della necropoli è stata individuata una superficie ricca di carboni, frammenti ceramici e bronzei, cenere e frammenti di ossa combuste che hanno immediatamente fatto pensare ai rituali di incineraione dei defunti. Questa è la prima fase di utilizzo. La stessa area venne, poi, utilizzata per la deposizione delle urne.
Le analisi sui carboni rinvenuti nei pozzetti tombali e nell'area dei roghi funebri ha consentito di individuare specie arboree utilizzate per le cremazioni. Tra tutte spicca il frassino.
Alla prima fase di utilizzo della necropoli risale anche quello che sembrerebbe un terrapieno a difesa delle esondazioni del Po, che, in antico, correva poco distante. In un successivo periodo, l'argine perse la sua funione ed ebbe inizio la seconda fase di utilizzo della necropoli, con sepolture a cremazione a breve distanza l'una dall'altra.
Il villaggio di Frattesina documenta importanti produzioni artigianali che riguardavano il consumo interno e quello di esportazione. L'attività dei vasai è attestata da migliaia di frammenti ceramici pertinenti a vasi ed oggetti funzionali alla filatura e tessitura. Le decorazioni più frequenti erano realizzate ad incisione, impressione od a cordoni applicati. La cottura avveniva a temperature comprese tra 600°C e 800°C.
La lavorazione dell'osso animale e del corno era una delle principali, nel villaggio. Veniva soprattutto utilizzato il palco di cervo. In corno si realizzavano vari tipi di utensili e di oggetti di ornamento o connessi all'abbigliamento.

venerdì 30 ottobre 2009


L'area archeologica di Bibele, nel cuore dell'Appennino bolognese, prende il nome dal massiccio di Monte Bibele. Le cime principali sono il Monte Savino (550 metri), Monte Tamburino (575 metri) e Monte Bibele (600 metri).
Il luogo è posto strategicamente su una delle antiche vie transappenniniche che mettevano in collegamento la costa tirrenica con quella adriatica ed era vicino ad importanti bacini minerari che fornivano rame, ferro e gesso. Non ultima la ricchezza di acque sorgive (Bibele deriva dalla radice latina "bib", bere) ha indotto, con le caratteristiche precedenti, ad insediare qui dei centri abitativi. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce i resti di un abitato etrusco/celtico, la relativa necropoli e diverse aree di culto risalenti ad un periodo tra l'Età del Bronzo e quella del Ferro.
L'area archeologica di Monte Bibele è, in ambito celtico, tra le più importanti d'Europa per i corredi che vi sono stati rinvenuti e per le condizioni in cui è tornato alla luce l'abitato, distrutto da un incendio e poi abbandonato verso l'inizio del II secolo a.C.. Quasi tutti i reperti ritrovati in zona sono esposti al Museo Civico Archeologico "Luigi Fantini" di Monterenzio (Bo). Altri sono ospitati nel Museo Civico Archeologico di Bologna. Le aree sacre, ma anche le stipi o i depositi votivi sono attestazioni religiose etrusche tra le più diffuse dell'Italia antica. In genere si tratta di figurine umane o animali in bronzo e vasellame ceramico miniaturizzato destinato a scopi religiosi. La stipe che è stata ritrovata a Monte Bibele è la più grande dell'Etruria padana.
L'area sacra di Monte Bibele è collocata in una depressione che, un tempo, ospitava uno specchio d'acqua sul cui fondo sono state rinvenute centinaia di statuette votive e vasellame in terracotta miniaturizzata. Non sono state ritrovate, invece, tracce di templi, nell'area sacra, nè tantomeno si sono trovate tracce che permettessero di individuare la divinità oggetto di culto. La frequentazione della stipe votiva varia dal V fino al IV secolo a.C.. L'abbandono di questa forma di culto coincide con la comparsa delle popolazioni celtiche dei Galli Boi, che porta notevoli mutamenti nell'ideologia funeraria e la comparsa di nuove forme di culto.
Sulla sommità di Monte Bibele, gli scavi archeologici hanno, inoltre, identificato un'area rettangolare spianata artificialmente e circondata da un fossato su tutto il perimetro. Forse era un santuario all'aperto simile ai santuari celtici dell'area transalpina.
La necropoli di Monte Tamburino è stata scoperta nel 1978, in diverse campagne di scavo. Sono state riportate alla luce 161 sepolture (123 tombe ad inumazione e 38 ad incinerazione). La necropoli fu utilizzata a partire dal V secolo a.C., frequentata da genti etrusche e celtiche. Vi sono anche evidenze archeologiche di sepolture del III secolo a.C., ma non sono ancora state riportate alla luce. Il Museo Civico Archeologico "Luigi Fantini" di Monterenzio mostra molti corredi tombali provenienti dalla necropoli, soprattutto corredi di guerrieri celti.

L'antica residenza di Minerva Medica


Le indagini archeologiche nella villa urbana rustica di Montegibbio di Sassuolo hanno restituito reperti importanti per tracciare meglio la storia di questo insediamento. Sono state individuate tracce di insediamenti più antichi, nel corso degli anni, che vanno dal I secolo a.C. fino al I secolo d.C..
Nella zona a nord del perimetro esterno della villa sono emersi muri in ciottoli squadrati, riferibili ad una costruzione precedente, edificata al di sopra di un crollo, costituito da grandi blocchi di pietra squadrata che sono inerenti una costruzione monumentale più antica.
Gli elementi in pietra, forse, sono riferibili ad un santuario dedicato a Minerva, tanto più che è stata ritrovata un'iscrizione su una coppa in ceramica: "...MINER SUM", vale a dire "sono dedicato a Minerva". Il santuario risulta piuttosto antico, la datazione è ancora al vaglio degli archeologi, ed i blocchi della sua costruzione furono in parte riutilizzate in altri edifici.
L'esistenza di un tempio è connessa, quasi certamente, alle acque salutari che le fonti riportano esistenti nei pressi del sito archeologico. Si tratta di fonti salate, polle di petrolio e vulcani di fango. Divinità dai mille compiti, secondo Publio Ovidio Nasone, protettrice di medicina e dottori, con il termine di Minerva Medica, la dea Minerva ed i culti che le erano propri sono attestati nella zona, collegati ad antichi riti salutari e tradizioni indigene. A qualche decina di chilometri da Montegibbio, ad esempio, in prossimità dei vulcani di fango di Nirano, è stata rinvenuta una piccola ara votiva di epoca imperiale dedicata a Minerva. Gli archeologi, a questo punto, sono stimolati a scavare lungo la fascia collinare della provincia di Modena, che potrebbe restituire interessanti reperti.
L'insediamento di Montegibbio ha continuato a vivere fino al V-VI secolo d.C.. E' stato rinvenuto un pozzo di forma ellittica, databile alla piena età imperiale, costruito con pietre squadrate ed una grande pietra di copertura. Il pozzo aveva originariamente una struttura circolare e fu quasi certamente deformato in un ovale da un profondo movimento della terra, forse un terremoto.
Sono state ritrovate anche tre monete (assi) di epoca repubblicana, con una prua di nave sul verso e Giano bifronte sul recto e due piattelli in ceramica a vernice nera databili tra il II ed il I secolo a.C.. Le fasi successive dell'insediamento sono state confermate dal rinvenimento di varie monete (nummi tardo-antichi, assi, sesterzi di I secolo d.C.) e di pregevole vasellame tra cui piatti in terra sigillata italica e coppette a pareti sottili.

martedì 27 ottobre 2009

Uno, cento, mille labirinti


Sarà stato, finalmente, ritrovato il mitico labirinto? Forse una cava di pietra, abbandonata da tempo, sull'isola di Creta potrebbe essere la risposta affermativa. La cava ha una complessa retta di gallerie sotterranee e risponde al mito del Minotauro, rinchiuso in un labirinto, appunto, per non essere veduto da nessuno.
Un gruppo di archeologi inglesi e greci, dopo aver esplorato il sito, che si trova nei pressi della città di Gortyna, ritiene che verosimilmente la grotta corrisponde alla descrizione del labirinto.
La maggior parte dei visitatori di Creta, nonchè le guide che operano sull'isola, hanno sempre associato il mito del labirinto al magnifico palazzo di Minosse, a Cnosso, riscoperto nel secolo scorso.
Nicholas Howarth, geografo dell'Università di Oxford, ha detto che era possibile che a Gortyna si fosse persa la storia del labirinto a causa della posizione dominante che Cnosso aveva finito per assumere nella leggenda. Una posizione, c'è da dire, favorita da Arthur Evans, che scavò il sito tra il 1900 ed il 1935.
Il complesso delle grotte a Gortyna è stanto, però, anche visitato dai ladri di beni archeologici. Nei loro piani c'era l'idea di far saltare, con la dinamite, una delle camere interne, nella speranza di scoprire una fantomatica e nascosta stanza del tesoro.
A livello locale, la cava è conosciuta come le Grotte di Labyrinthos e comprendono circa due miglia e mezzo di gallerie con ampie camere e camere a vicolo cieco. Fin dal Medioevo dei visitatori in cerca del mitico labirinto hanno visitato il luogo. Poi è stata scoperta Cnosso, il Palazzo di Minosse ed i suoi intricati corridoi. Le Grotte di Labyrinthos hanno finito per diventare un deposito di munizioni durante la Seconda Guerra Mondiale.
Vi è anche un terzo complesso di grotte simili a quelle di Labyrinthos, in Grecia. Si tratta delle Grotte di Skotino, sulla terraferma, che potrebbero contendere a quelle di Gortyna il titolo di sito del labirinto.

lunedì 26 ottobre 2009

Un mosaico rarissimo in Puglia


Nella basilica di Santa Maria a Canosa, nell'area di San Giovanni al Piano, è stato scoperto un mosaico rarissimo, realizzato con tessere di color arancio, rosso scuro e blu, in calcare, ciottoli e pasta vitrea. Il mosaico raffigura due cervi che si abbeverano ad un kantharos, una coppa per libagioni, e costituisce una scoperta straordinaria, perchè l'iconografia di due animali è attestata, in questo caso, per la prima volta in Puglia.
La decorazione è emersa il 20 ottobre scorso all'ingresso della basilica di Santa Maria, prima cattedrale costruita a Canosa, risalente alla metà del IV-V secolo d.C.. I resti erano situati a tre metri di profondità rispetto al piano attuale di calpestìo. Le indagini, nell'area archeologica, sono iniziate nel 2006 e sono state interrotte per mancanza di fondi, almeno fino a due mesi fa. Tuttavia gli archeologi sono riusciti a a riportare alla luce la chiesa di Santa Maria, sottoposta, nel corso del VI secolo ad una completa ripavimentazione delle navate e, forse, ad un rifacimento delle decorazioni pittoriche delle pareti. Tale ristrutturazione fu fortemente voluta dal vescovo Sabino, che, accanto alla cattedrale, fece costruire il monumentale battistero del VI secolo, preceduto da un ampio atrio che sostituì la precedente struttura battesimale tuttora ignota, articolato in due ali porticate orante da pavimentazioni musive policrome e in un cortile centrale con piano rivestito da tasselli lapidei e in cotto. La pavimentazione della basilica di Santa Maria rimanda ai tassellati ravennati ed all'area greco-orientale. L'edificio di culto cominciò ad ospitare anche delle sepolture che, con il tempo, portarono allo spoglio progressivo degli ornamenti lapidei della chiesa. La progressiva perdita di funzione dell'edificio ecclesiale fu chiaramente visibile nell'alto Medioevo, così come appare dalle testimonianze sepolcrali e da alcuni resti riferibili ad un impianto artigianale, nella zona sud occidentale dell'atrio. Dopo diversi secoli, l'area tornò ad essere occupata nel XIX secolo, quando all'intero del battistero paleocristiano fu installato un frantoio e lo spazio antistante subì notevoli rimaneggiamenti per la realizzazione di opere connesse all'impianto stesso.
Nel corso dell’Altomedioevo, un piccolo edificio ecclesiale, a tre navate, venne ad installarsi nello spazio corrispondente al cortile scoperto dell’atrio, riutilizzandone parzialmente le strutture e il pavimento. Davanti all’abside fu realizzata una fossa d'altare cruciforme.
Per il momento le indagini archeologiche hanno riguardato solo una piccola parte della chiesa, precisamente il nartece, corridoio-porticato della basilica, parte della navata centrale e di quella meridionale. La zona absidale ed il presbiterio sono tuttora sepolte.
Prima della costruzione della basilica, insisteva, sul sito di Santa Maria una domus romana di I-II secolo d.C.

Il tempio perduto di Mut


Il Ministero della Cultura egiziano ha rivelato che sarebbe stato scoperto il sito di un luogo considerato sacro durante l'epoca faraonica. Si tratterebbe di un tempio dedicato alla dea Mut, situato tra le rovine dell'antica città di Tanis.
Il tempio comprendeva un lago, posto a 12 metri nel sottosuolo nel sito archeologico di San al-Hagar, nel Delta orientale del Nilo. Questo lago misurava 15 metri per 12 ed aveva il letto di blocchi argillosi. Si tratta del secondo lago sacro ritrovato presso Tanis, che divenne capitale del Nord dell'antico Egitto durante la XXI dinastia, 3000 anni fa.
La dea Mut era talvolta raffigurata come un avvoltoio ed era la moglie di Amun, dio del vento e del respiro vitale, nonchè madre di Khonsu, dea della luna.

Memorie antiche in Friuli


Già l'Università tedesca di Francoforte aveva rilevato la presenza di interessanti reperti in aree localizzate a Sevegliano e Bagnaria, in Friuli. Ora anche a Castions delle Mura, nei pressi della ex cava di Torvisabbia, è stata individuata una villa romana.
Nel febbraio di quest'anno le indagini avevano portato gli studiosi ad ipotizzare l'esistenza di muri perpendicolari tra di loro. Così, nelle vicinanze del vecchio alveo della Castra, è stato riportato alla luce un edificio monovano, probabilmente un magazzino, lungo dieci metri e largo circa sette. La parte inferiore della muratura è formata da cocciopoesto, malta mista a frammenti di ceramica tritati e pezzi di laterizio. La muratura della villa di Castions delle Mura era realizzata colando il materiale allo stato liquido dentro casseforme formate da tavole di legno, sostenute da paletti i cui alloggiamenti nel terreno sono riaffiorati durante lo scavo.
Il pavimento poggiava direttamente su uno strato naturale di ghiaino ed era formato da grandi lastroni di cotto. Si sono rinvenuti, anche, alcune grosse tegole con marchio del fabbricante e databili all'inizio dell'età imperiale. L'edificio risulta perfettamente orientato nel senso della lunghezza da est ad ovest. Ulteriori sondaggi hanno permesso di accertare, a profondità notevole, una frequentazione in età pre-romana.

domenica 25 ottobre 2009

Per un bicchiere di birra


Dopo la caduta dell'impero romano d'Occidente, le popolazioni dell'impero continuarono a mantenere le usanze romane, integrandole con le nuove provenienti dai popoli che si erano insediati nei territori dell'impero.
Arrivarono, dunque, anche nuove usanze alimentari e, tra queste, la birra che, con il vino, all'inizio del Medioevo venne sempre più integrata nella dieta delle famiglie. A sud delle Alpi prevalse il consumo del vino, a nord quello della birra.
Scandinavi, Germani e Celti portarono la "loro" bevanda, derivata dall'orzo e considerata propria dei guerrieri e simbolo di prosperità e trinfo, nelle terre conquistate ed occupate.
Nell'impero carolingio solo tre gruppi sociali continuavano a praticare la viticultura: gli aristocratici, i vescovi ed i monaci, in particolare nelle vicinanze dei centri urbani più popolosi. E questo accadeva soprattutto al nord, dove il clima era assai sfavorevole alla crescita della vite.
I monasteri, perciò, cominciarono ad incrementare la produzione della birra soprattutto nel nord Europa, dal momento che era una bevanda che i fedeli potevano bere anche durante la Quaresima, perchè considerata più un alimento che una semplice bevanda. La birra, infatti, era d'ausilio nei lunghi giorni di digiuno e penitenze prescritti dalla chiesa. La cosiddetta Merzenbier, la birra di marzo, deriva dalle birre ad alto tasso di alcol, con un elevato estratto di orzo non fermentato che i monaci usavano bere durante la Quaresima, quando il vino era loro severamente proibito. I religiosi ne potevano consumare anche due o tre litri al giorno.
Fino all'XI secolo fu la chiesa a monopolizzare il commercio della birra, conservando segreti i metodi di lavorazione. I monaci dell'Europa settentrionale producevano la cosiddetta cerevisia monachorum, la "birra dei monaci", partendo da acqua, orzo, lievito e gruyt o gruut, un insieme di spezie, frutti di bosco e aromi dal sapore piccante. L'abbazia benedettina di San Gallo, nell'attuale Svizzera, fu uno dei primi centri monastici dove si iniziò a produrre birra.
Già nel X secolo ci sono testimonianze della produzione di tre tipi differenti di birra: una dal sapore particolarmente gradevole, chiamata prima melior e riservata alle alte cariche ecclesiastiche ed ai nobili in visita all'abbazia; un'altra con minore quantità di alcol, chiamata secunda e riservata ai monaci; una terza, leggera, destinata all'alimentazione dei poveri e dei pellegrini, chiamata tertia.
Nell'anno 974 l'imperatore Ottone II concesse alla città di Liegi, nell'attuale Belgio, il diritto di fabbricazione della birra, con l'intento di esigere maggiori imposte dalla produzione e vendita della bevanda. L'introduzione del luppolo, già conosciuto nel IX secolo ma non utilizzato, mise fine al monopolio del gruyt dei monasteri. Iniziò, in questo modo, la "guerra del luppolo" tra i poteri ecclesiastici e quelli laici. Gli artigiani della birra che, contrariamente ai monaci, pagavano le imposte per il prodotto lavorato e le autorità civili, che da parte loro non riscuotevano alcuna imposta dal commercio del gruyt, unirono le loro forze.
Dal luppolo celtico, detto bior, deriva il termine inglese beer, bière francese, bier tedesco ed il termine italiano che, però, alcune fonti vorrebbero derivare dal latino bibere, cioè bere. I termini spagnolo-castigliano cerveza e portoghese cerveja derivano dalla parola latina cerevisia, con la quale gli antichi Romani chiamavano la bevanda, derivata dall'unione di Cerere, dea dell'agricoltura, e vis, che significa forza.
Dal XIII secolo la produzione di birra venne affidata agli artigiani delle corporazioni ed alle autorità civili, che stabilirono i criteri di composizione della birra. Nel 1487 il duca di Baviera, Alberto IV, promulgò, a Monaco, un decreto sulla purezza della birra, nel quale si definivano i quattro unici ingredienti della bevanta autorizzati per la sua produzione (malto d'orzo, acqua, luppolo e lievito).

"Ci aspetta solo la morte! Nessuno potrà scappare! Sono finito!". Questa è la disperata richiesta di aiuto del governante assiro Mannu-ki Libbali. Richiesta che restò inascoltata, dal momento che l'esercito babilonese saccheggiò e rase al suolo la città di Mannu-ki Libbali.
Il messaggio, trenta righe in caratteri cuneiformi, è stato inciso nel 630 a.C. su una tavoletta di argilla che è stata ritrovata recentemente dagli archeologi durante gli scavi della città assira di Tushan, oggi Ziyaret Tepe, nella Turchia sud-orientale, sulle rive dell'Eufrate.
Nel VII secolo a.C., Tushan era una vivace città di commerci, uno dei centri più ricchi del vastissimo impero assiro che si estendeva dalla Turchia fino all'Iran. Ma Tushan non era per niente preparata a fronteggiare l'esercito babilonese: non vi erano ufficiali, operai, scribi, costruttori di armi o fortificazioni. Il crollo della città segnò un punto fondamentale nel crollo degli Assiri, che cadranno nelle mani prima dei Babilonesi e dei loro alleati (Medi e Cimmeri) e poi del re di Persia Ciro il Grande.
Gli archeologi ritengono che la tavoletta sia stata scritta di proprio pugno da Mannu-ki Libbali, che ha inciso i caratteri cuneiformi direttamente sulla tavoletta di argilla ancora fresca.

Non è l'anello mancante


"Nature" ha pubblicato uno studio di Erik Seiffert che smentisce l'ipotesi che il fossile di Darwinius masillae sarebbe l'anello mancante tra i primati e gli esseri umani e le scimmie.
Il fossile è stato scoperto a maggio del 2009 e subito fu pubblicato un libro e girato un documentario con lo scopo di sostenere l'ipotesi dell'anello mancato. Il Darwinius masillae ha le dimensioni di un gatto ed è stato ritrovato in Germania. Secondo gli studiosi risale a 47 milioni di anni fa e le nuove analisi dimostrano che non appartenne alla categoria dei primati ma all'altra, anch'essa principale, dei lemuri. Precisamente fa parte della famiglia degli Adapidi e non ha discendenti moderni.

sabato 24 ottobre 2009

La coppa di Yahwe


Gli archeologi americani hanno trovato, vicino la porta di Zion, nell'antica città di Gerusalemme, una coppa di calcare piuttosto rara, antica di 2000 anni. Incise vi sono dieci righe in aramaico o ebraico.
Queste coppe erano comuni specialmente in aree abitate da sacerdoti ma, di solito, riportavano una sola riga di testo. La coppa recentemente ritrovata è, pertanto, eccezionale, anche se ancora gli archeologi non sono riusciti a decifrare quello che vi è scritto. Sanno solo che contiene la parola ebraica per Dio, YHWH o Yahweh, che sta ad indicare la destinazione sacra dell'oggetto.
Il luogo dove è stata ritrovata la coppa si trova nel parco nazionale di Gan Soper Homot Yerushaayim. Con la coppa sono emerse le rovine di edifici datati dal periodo della fondazione del Tempio da parte di re Salomone, nel 970 a.C., attraverso il primo periodo islamico fino alla distruzione di Gerusalemme ad opera dei crociati, nel 1099.
E' stato trovato anche un complesso abitativo del secondo periodo del Tempio, dal 573 a.C. al 70 d.C., con una mikvah o piscina purificatrice.

venerdì 23 ottobre 2009

Antiche impronte


Impronte di piedi e di sandali antichi di 1700 anni sono emerse al di sotto di uno dei mosaici più grande e più bello d'Israele.
Queste impronte rivelano come gli antichi artisti hanno operato per creare il mosaico, che risale al periodo romano.
Il mosaico ha una superficie di 180 metri quadrati ed è stato scoperto 13 anni fa a Lod, a sud di Tel Aviv, solo tre metri sotto l'asfalto di una strada non lontana dall'areoporto Ben Gurion. Appartentemente sembra il pavimento di un'opulenta villa romana. Dopo essere stato brevemente mostrato a centinaia di visitatori in un solo fine settimana, il mosaico è stato ricoperto e lo sarà finquando non saranno reperiti i fondi per conservarlo in modo adeguato.
In una parte sulla quale sono state raffigurate delle foglie di vite, gli archeologi hanno scoperto che gli artisti che hanno composto il mosaico hanno inciso delle linee per indicare dove dovevano essere poste le tessere. Mentre gli archeologi, poi, stavano ripulendo il piano di giacitura del mosaico, sono state individuate le impronte dei piedi e dei sandali. Impronte che sono piuttosto piccole ed hanno suggerito che fossero presenti dei bambini, mentre si completava l'opera d'arte. Una delle impronte di sandali ricorda proprio le attuali calzature, il che fa pensare a quanto poco sia, in fondo, per alcuni versi, cambiato il mondo. Le impronte saranno rimosse per essere conservate ed esposte con il pavimento in mosaico al museo di Lod. Una parte del pavimento sarà in mostra al Metropolitan Museum of Art il prossimo anno.

Mirabilia urbis


Ho già parlato dell'Ateneo (o Athenaeum) di Adriano in questo post. Si presume che l'edificio sia stato fatto costruire dall'imperatore nel 133 d.C. ed al suo interno poteva ospitare fino a 200 persone. Secondo gli archeologi Adriano avrebbe voluto ricreare la tradizione della recita pubblica, con conferenze e gare poetiche che era tipica della Grecia classica. Ad Atene la Biblioteca di Adriano si trova sul confine del Foro romano, a nord, costruita dall'imperatore nel 132 d.C., è l'edificio più grande della capitale greca. Accanto alla Biblioteca, l'Athenaeum era un luogo assai caro all'imperatore, lo si conosce attraverso le fonti antiche. Un auditorium talmente famoso che Aurelio Vittore, un testimone dell'epoca, definisce, nei suoi scritti, "ludum ingenuarum artium".
La struttura rivela anche le tracce di un terremoto verificatosi nell'849 d.C., che fece crollare i piani superiori. E' stato ritrovato anche, al centro, un pavimento in granito con listelli giallo antico simile a quelli delle biblioteche che Adriano fece costruire ai lati della Colonna di Traiano.
Molti reperti archeologici, tra i quali taverne romane riutilizzate fino all'alto Medioevo e fondamenta di palazzi del XVI secolo, sono, invece, stati recuperati in piazza Venezia. Le botteghe medioevali erano officine per la lavorazione del metallo. Non mancano, tra i resti scoperti, anche alcune sepolture, abitazioni con focolari ed una calcara.
Altri edifici, rinvenuti in diversi luoghi della città, sembrano appartenere al colonnato del Gymnasium greco di Nerone, ad un canale che attraversava Campo Marzio e che portava fino al Tevere e ad una parte di mura Aureliane tra San Giovanni e Porta Metronia. Ma non mancano testimonianze dell'Età del Rame e dell'Età del Bronzo (IV-III millennio a.C.), scoperti nell'area di Pantano Borghese.

Giordania, una mostra per la storia


La Giordania è stata sempre, per sua vocazione naturale, il crocevia dei popoli dell'area mediterranea. In questi giorni il re di Giordania, Abdullah II, e sua moglie, la regina Rania Al-Abdullah, sono stati ospiti del governo italiano ed hanno visitato la mostra dedicata al loro paese, mostra che è stata allestita al Palazzo del Quirinale.
L'esposizione contiene ben 60 capolavori risalenti alle varie fasi della storia della Giordania: dal Neolitico ai tempi dell'Impero Ottomano. Alcune di queste opere escono per la prima volta dai musei di Petra e di Amman.
In passato le terre dell'attuale Giordania sono state un ponte tra l'Oriente mesopotamico, la valle del Nilo ed il Mediterraneo. Proprio questa "promiscuità" fa della Giordania un mosaico affascinante, composto da mille tasselli tutti ugualmente importanti e determinanti per comporre il volto di questo splendido paese.
La mostra resterà in allestimento al Palazzo del Quirinale fino al 31 gennaio 2010.

giovedì 22 ottobre 2009

Un cimitero di quattromila anni fa ed oltre...


Durante i lavori per la costruzione di una ferrovia in Sassonia-Anhalt, Germania Orientale, sono stati ritrovati numerosi resti umani che vanno da 7500 anni fa (Età del Bronzo) fino al Medioevo.
Gli scavi sono stati estesi per 22 chilometri ed hanno restituito gioielli in rame ed ambra, centinaia di denti di cane perforati, piccoli gusci indossati come decorazioni per abiti, una fattoria di una cultura datata al 2200-1600 a.C. (Antica e Media età del Bronzo) accanto ad un piccolo sito funerario in cui erano presenti otto tombe.
E' stato recuperato anche un cimitero slavo del IX-X secolo, in cui i corpi dei defunti giacevano con la testa rivolta ad ovest, secondo la tradizione cristiana ma i contenitori ed i resti di cibo sepolti con i defunti indicano la persistenza di tradizioni pagane.

Le monete di Giuseppe?


Si sta sollevando una sorta di vespaio attorno al ritrovamento di alcune monete egiziane in cui sarebbe inciso il nome e l'immagine di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Si dice che queste monete siano custodite tra i reperti non ancora classificati presso il Museo Egizio del Cairo.
Il professor Steven Ortiz, docente di archeologia e contesti biblici nel Southwestern Baptis Theological Seminary di Forth Worth, in Texas, ritiene che questi reperti siano, in realtà, articoli di gioielleria o amuleti e sottolinea che le prime informazioni diffuse cercano un riferimento nei versi del Corano che citano monete collegate alla figura di Giuseppe senza basarsi su uno studio completo degli oggetti.
A quanto sostiene il Middle East Media Research Institute, in un primo tempo si pensava che i reperti fossero amuleti, ma grazie ad uno studio approfondito si è scoperto che i manufatti recano il loro valore e l'anno nel quale sono stati coniati. Si è rilevato, inoltre, che alcune monete risalgono all'epoca della permanenza in Egitto di Giuseppe e recano la sua immagine ed il suo nome.
Un articolo, uscito su "Al Ahram", riporta che le monete risalgono a periodi diversi che tra di esse ve ne sono alcune che recano segni diversi e sono databili all'epoca di Giuseppe. Tra di esse una reca un'iscrizione e l'immagine di una mucca, che rammenta il sogno del faraone delle sette mucche magre e delle sette mucche grasse. Robert Griffin spiega che una delle più popolari divinità mitologiche egiziane aveva la testa di vacca (Hathor) e sostiene che questa divinità era ben conosciuta negli ultimi anni del Regno Medio e del Secondo Periodo Intermedio, che coincide, quest'ultimo, con il soggiorno di Giuseppe.
Il giornale "Al Ahram" ha riportato che le monete recano incisi caratteri geroglifici che corrispondono al nome di Giuseppe, scritto sia in ebraico che in egiziano. Ma gli studiosi continuano ad essere scettici sull'argomento.

lunedì 19 ottobre 2009

Una villa romana sconosciuta


Cocci, mattoni e pietre sono quello che rimane di un insediamento romano, forse un'antica fattoria risalente al periodo imperiale. E' stato scoperto quasi per caso, grazie alle ruspe di un cantiere per la costruzione della nuova tangenziale di Sommariva Bosco (Cn).
Il sindaco di Sommariva si è dichiarato stupito del ritrovamento, in quanto non si avevano testimonianze dell'abitato di Sommariva prima dell'anno Mille. A breve i resti, però, saranno ricoperti. Sono stati, nel frattempo, rinvenuti alcuni sesterzi e resti di oggetti in ceramica che sono allo studio della Sorpintendenza per i beni archeologici del Piemonte.
La villa di Sommariva Bosco sarebbe riconducibile a quello che, in epoca imperiale, fu il territorio di Pollentia. I muretti in pietra, emersi dallo scavo, forse erano recinti o stalle. Purtroppo non ci sono fondi disponibili per indagare oltre.

domenica 18 ottobre 2009

La dea del sole e la margherita

Nei pressi del castello di Santa Severa, sulla costa nord di Roma, sorgeva un grande e famoso santuario etrusco, posto ai margini dell'abitato di Pyrgi, porto della potente città di Caere (Cerveteri). Fra le divinità che erano veneratte nelle due aree sacre di questo santuario, per il numero di dediche votive spicca la dea Cavatha (forma arcaica del più recente Cavtha e Cautha), che divideva la sua collocazione templare con Apollo/Suri, un dio che, in Etruria, aveva caratteri infernali ed oracolari.
I frequentatori greci del santuario invocavano Cavatha sia con il nome di Demeter sia con quello di Kore, la "figlia" per antonomasia della mitologia classica, compagna di Ade. In quest'ultima eccezione Cavatha fu particolarmente adorata anche dagli Etruschi, che le attribuirono l'epiteto di sech, "figlia". Sul piombo di Magliano, del V secolo a.C., il nome di Cautha compare in un lungo rituale con aspetti inferi e funerari, accompagnata dal nome di altre divinità, tra cui Calus, corrispondente al greco Ade. A Populonia, sempre nel V secolo a.C., un greco etruschizzato di nome Karnu firma, in etrusco, la dedica di una coppa a figure rosse decorata da una civetta, rivolgendosi a Cavatha con il diminutivo di Kavza, che, forse, allude ad un'immagine infantile o giovanile.
Un dizionario enciclopedico botanico risalente al III-IV secolo d.C., redatto da un anonimo compilatore, ha conservato il nome etrusco di alcune piante officinali accanto al corrispondente greco, latino e di altre lingue dell'area mediterranea antica. Tra le informazioni si nota il termine kautà(m), corrispondente etrusco di un fiore che in greco si chiama ànthemis ed in latino solis oculos, occhio del sole. Probabilmente è un genere di camomilla o di fiore di campo, il cui nome latino, tradotto nell'inglese medioevale degesege, "day's eye", occhio del giorno, costituisce la radice del moderno daisy, nome comune della margherita.
L'ultima attestazione del nome di Cavatha è del IV secolo a.C., quando le fu dedicata una paletta di bronzo in un santuario sulle sponde del lago Trasimeno. Dopo tale data il nome della dea non compare più in questa forma. Si fa strada il termine Catha, una variante più semplificata.
Con il nome di Catha si conosce una divinità che godeva di pubblico culto a Tarquinia, in associazione con aspetti propri dei riti dionisiaci. Un altro reperto, custodito negli Stati Uniti, accenna ad una madre di questa divinità che non è altrimenti nota. Sul Fegato di Piacenza, poi, è riportato il nome Cath, al quale corrisponde Catha in una delle caselle interne al reperto, confermando, in tal modo, la permanenza della divinità tra quelle più importanti del pantheon etrusco.

A tavola nell'antica Mesopotamia

Gli abitanti della Mesopotamia del III millennio a.C. disponevano di un gran numero di alimenti. Producevano, innanzitutto, diversi tipi di formaggi, gli studiosi ne hanno catalogati almeno una ventina, e preparavano ben 300 tipi diversi di pane. Uno di questi era la "trota", una pasta morbida che si faceva aderire alle pareti del forno e si cuoceva secondo i gusti del consumatore. Alla pasta si poteva aggiungere olio, latte o birra. Il pane era anche aromatizzato con spezie e poteva assumere forme diverse.
Ma i popoli mesopotamici erano gran consumatori, anche, di minestre e, forse, produssero persino i primi insaccati che si ricordino, come suggerisce una tavoletta nella quale viene fatta menzione di un intestino ripiGrassettoeno, forse, di carne. Per quanto riguarda la carne, si consumava prevalentemente quella di bovino, maiale, capra, pecora e cacciagione, condita con erbe aromatiche o piccanti quali il cumino e la senape.
Intorno al 2000 a.C. la dieta mesopotamica si arricchì di pesci di mare e d'acqua dolce, molluschi e crostacei. Si cominciò a preparGrassettoare una sorta di salamoia chiamata siqqu, fatta di pesci, crostacei e cavallette, molto simile al garum romano.
L'ortaggio principe della cucina mesopotamica era certamente la cipolla, seguita dal porro e dall'aglio, considerato un antiparassitarGrassettoio. Ma si utilizzavano, anche, cetrioli, funghi, rape e radici. La frutta più consumata era uva, fichi, mele, pere e melagrane.
Per ovviare al deterioramento delle derrate aGrassettolimentari, visto il clima piuttosto caldo della regione, si ricorreva a diverse modalità di conservazione, a seconda degli alimenti da consumare. Carni e pesci erano essiccati e conservati sott'olio o sotto sale. L'essiccamento riguardava anche i legumi, gli ortaggi, i cereali, l'uva, i fichi ed i datteri.
I Sumeri amavano anche bere. I cereali, germinati e macinati, venivano dapprima setacciati, poi addensati con acqua e lasciati a fermentare. In tal modo aveva origine una bevanda molto simile alla nostra birra. Una qualità di birra vGrassettoeniva prodotta utilizzando, al posto dei cereali, i datteri. La birra in sumero si chiamava ka, in lingua akkadica ikaru ed era presente nella vita di tutti i giorni e nelle cerimonie religiose, nuziali e funerarie.
Per cucinare gli alimenti, le genti mesopotamiche utilizzavano la cottura al vapore, al forno oppure alla brace, controllata dai cuochi (nuhatimmum) che, per questo, godevano di un elevato prestigio sociale. Costoro preparavano salse molto condite, alle quali veniva aggiunto succo di melagrana Grassettomescolato a frutta fresca, spezie ed erbe aromatiche.
Nel 1995 sono state pubblicate trGrassettoe tavolette in scrittura cuneiforme, risalenti al 1600 a.C. e, forse, originarie del sud della Mesopotamia. Queste tavolette sono una sorta di libro di cucina contenente 40 ricette.
Il lavoro dei cuochi non era sempre una passeggiata, come dimostra il caso dell'inaugurazione del palazzo di Kalhu (Nimrud) da parte di re Assurnasirpal II (884-860 a.C.), alla quale vennero invitate ben 69.574 persone e che durò ben 10 giorni. I cuochi dovettero fare un vero e proprio tour de force, cuocendo più di 60.000 animali delle più diverse specie.
Nella zona in cui erano collocate le cucine del palazzo reale di Mari, sono stati ritrovati stampi di ceramica dalle forme diverse. Molto probabilmente erano stampi destinati a pietanze a base di formaggio, pane od altri ingredienti.

venerdì 16 ottobre 2009

Il Papiro Tulli


Il Papiro Tulli è un vecchio manoscritto, piuttosto contenuto nelle dimensioni, scritto in ieratico, variante corsiva del geroglifico convenzionale, e datato al regno del faraone Tuthmosis III (1475 a.C.). Il documento parla dell'apparizione in cielo di una strana sfera di fuoco e le singolari conseguenze che questa avrebbe prodotto.
Il nome deriva al Papiro deriva dal suo acquirente, Alberto Tulli, capo conservatore della sezione egizia delle collezioni del Museo Vaticano, che nel 1934 acquistò questo reperto. Nessuno ha mai visto, in realtà, questo Papiro. Alcuni dicono, addirittura, che Tulli lo abbia semplicemente trascritto in geroglifico dall'originale ieratico, in possesso di un antiquario cairota e troppo costoso per le sue tasche.
Il primo cenno a questo Papiro si trova nella rivista statunitense "Doubt", in cui la ricercatrice Tiffany Thayer, in un articolo del 1953, pubblicava per la prima volta la trascrizione dello ieratico e la traduzione di quello che era conosciuto come Papiro Merceologico o Papiro Tulli. La traduzione dal geroglifico era dovuta all'egittologo italiano Boris de Rachewiltz, che aveva scoperto il documento tra le antiche carte di Alberto Tulli nel Museo Vaticano.
Secondo de Rachewiltz il documento era semplicemente un piccolo frammento di papiro in cattivo stato di conservaione, pieno di lacune. In esso si fa cenno, secondo de Rachewiltz, al faraone Tuthmosis III pur senza nominarlo esplicitamente.
Alcuni studiosi obiettano che il Papiro sembra essere redatto da una persona che ha appreso i geroglifici con metodi del XX secolo, cosa che sembra riflettersi in alcuni errori grammaticali che, certamente, gli esperti scribi faraonici non avrebbero commesso.
La cosa che ha fatto più insospettire gli esperti è che la lacunosità del testo non danneggia la sua comprensione, come se le parti illeggibili fossero state collocate "ad arte" per simulare un documento antico.
I documenti faraonici che, al pari del Papiro di Tulli, menzionano le stelle ed i meteoriti, sono numerosi. Tra essi la Stele di Gebel Barkal, conservata oggi nel Museo di Khartoum, in Sudan. La Stele fu scoperta tra alcune macerie situate di fronte ad una colonna del grande Tempio di Amon ai piedi della montagna di Gebel Barkal. La Stele è alta 173 centimetri, larga 87 e spessa 15. Essa glorifica il dio Amon come protettore del faraone durante le campagne d'Asia. In alcune righe si descrive, con abbondanza di particolari, l'apparizione di una stella luminosa che si presentò nel campo di battaglia, attaccò i nemici del faraone, i nubiani, per poi sparire all'orizzonte.
Nel 2006 il Papiro Tulli venne sottoposto ad analisi di appassionati e studiosi tramite la community italiana egittologia.net. Si tradusse il testo ex novo, traendolo dall'immagine pubblicata da de Rachewiltz. Durante la traduzione, Franco Brussino, esperto di egittologia, notò la somiglianza tra alcuni passi del papiro e frasi provenienti da testi noti. La ricerca approdò all'"Egyptian Grammar" di sir Alan H. Gardiner, pubblicata nel 1927. Pare proprio che il burlone che ha voluto, in tal modo, gabbare gli accademici per decenni si sia proprio ispirato a questo testo, famosissimo tra gli egittologi.

Il re di Templo Mayor


Dopo una ricerca durata 30 anni, l'archeologo Leonardo Lopez Lujàn, ricercatore del Museo del Templo Mayor di Città del Messico, potrebbe aver fatto la scoperta della sua vita: l'unica tomba conosciuta di un sovrano azteco.
Già nel 2006, nell'area del Templo Mayor, è stato individuato un monolite di pietra con incisioni raffiguranti una divinità azteca. Di recente è stato ritrovato uno scheletro di cane riccamente decorato proprio accanto ad un ingresso sigillato. Il cane aveva dei paraorecchie di legno coperti di mosaico turchese, un collare di perline di pietra verde e campanelli d'oro intorno alle quattro zampe.
Il DNA, prontamente prelevato, potrebbe aiutare a capire se lo scheletro rinvenuto appartiene ad un cane oppure ad un lupo messicano. Il cane, con tutta probabilità, rappresenta l'animale che accompagnava il morto nell'Aldilà e lo aiutava ad attraversare il fiume Chicnahuapan, uno dei pericoli che l'anima del defunto doveva affrontare prima di arrivare all'ultimo livello del mondo sotterraneo.
Il cane di Templo Mayor è stato trovato vicino ad una scatola di pietra che conteneva i resti di un'aquila d'oro, pugnali sacrificali di selce, gusci di crostacei e sfere di linfa di albero della resina. Gli scavi hanno riportato in luce anche sigilli intatti di calce e sabbia. Questo potrebbe suggerire che, sempre se si tratta di una sepoltura, si sia in presenza di una cripta collettiva, che ospita il sovrano azteco ed i suoi successori.

giovedì 15 ottobre 2009

Le sorprese di Smirne

Durante gli scavi nell'agorà dell'antica Smirne, oggi Izmir, sono state trovate tracce di un tempio costruito, forse, in onore della Nemesi, dea greca della giustizia divina.
Sono anche tornati alla luce resti di epoca ottomana, dell'impero romano d'oriente e dell'impero romano. L'agorà, circondata da colonnati, aveva al centro un'ara dedicata a Zeus e, forse, anche le effigi marmoree di Poseidone e Demetra che ora si possono ammirare al museo archeologico di Izmir.
La città si è conservata anche grazie all'intervento di Marco Aurelio, che fece ricostruire Smirne dopo il terremoto del 178 d.C.. Qui è stato ritrovato un busto della moglie di Marco Aurelio, Faustina Minore.

mercoledì 14 ottobre 2009

La Collegiata di Santa Maria a Guardiagrele


La nascita della chiesa di Santa Maria a Guardiagrele, in Abruzzo, è collocabile alla fine del Duecento, quando una nuova cerchia di mura abbracciò le aree suburbane. In questo momento storico, la famiglia Palearia, che resse la contea di Manoppello, di cui Guardiagrele era capoluogo, permise all'abitato di espandersi e di dotarsi di una struttura adeguata di culto.
Nel 1243 è documentata un'antica chiesetta annessa ad un cimitero, punto di riferimento religioso cittadino fino a quasi tutto il 1200 e sostituita solo a fine secolo con una nuova struttura a forma rettangolare ed a navata unica, priva di abside aggettante e dotata di strette monofore. Questa struttura è simile alla chiesa a fienile mendicante, piuttosto diffusa all'epoca e sussiste tuttora, leggibile attraverso le modifiche intercorse nei secoli. Al suo interno è stato sistemato, di recente, il Museo Civico Diocesano cittadino.
Dall'inizio del XIV secolo, l'edificio acquisisce sempre più importanza. Nel 1313 viene elevanto a rango primaziale e, in quest'occasione, vi fu impiantata una nutrita comunità di canonici per i quali fu miniato un importante ciclo di corali.
I Palearia, poi, cedono la contea di cui fa parte Guardiagrele agli Orsini, per via matrimoniale: Maria de Suliaco, una Palearia, sposa Napoleone Orsini. Il figlio della coppia, Giovanni, pronotaro del regno angioino, stabilì la sua residenza a Guardiagrele tra il 1374 ed il 1380, anno della sua morte. Questo favorì il capitolo di Santa Maria Maggiore, giacchè un documento del 1377 afferma che fu proprio Giovanni a nominarsi patronus Ecclesiae Parochialis S. Mariae de Castro Guardiae Grelis, carica che trasmise al figlio Napoleone II, signore di Guardiagrele, conte di Manopello.
Nella seconda metà del Trecento la chiese fu nuovamente modificata ed ampliata. Fu prolungata la navata mediante la sopraelevazione del coro rispetto al piano stradale, per poter scavallare la sottostante via dei Cavalieri. Altri interventi si ebbero in occasione del testamento di Napoleone II, nel 1385, che volle realizzare un monumento funerario per il padre che, secondo le fonti, doveva essere collocato nella cappella del Battista, situata nel nuovo coro. L'opera, alla quale lavorarono maestranze napoletane, ci è pervenuta purtroppo frammentata. Era formata da un baldacchino con timpano, sul quale campeggiava, in posizione centrale, lo stemma Orsini sorretto da due angioletti in volo. Sotto era collocato il sepolcro, su un fondo caratterizzato da tre stemmi.
Il testamento di Napoleone II menziona anche lo stanziamento di un'ulteriore somma riservata sempre alla chiesa di Santa Maria, probabilmente spesa per realizzare il portico sul fronte settentrionale, terminato nel 1388 (come da iscrizione su un capitello). Sempre in questo periodo fu eretta la torre quadrangolare racchiusa entro i limiti del prospetto di facciata.
Nel 1406 Guardiagrele passò nelle mani della locale universitas e fu liberata da ogni servitù signorile. Le magistrature, allora, iniziarono ad utilizzare la collegiata per raccogliere i rappresentanti del popolo e fecero collocare, sulla facciata, l'insegna comunale.
Nel 1426 fu avviata una campagna di lavori: artisti napoletani realizzarono il portale maggiore, con colonne a fusti circolari culminanti in capitelli floreali. Nella lunetta del portale fu inserito un arredo plastico con la rappresentazione dell'Incoronazione della Vergine, in pietra di Majella, realizzato da maestranze renane.
Nel 1431 fu dato incarico a Nicola da Guardiagrele (1389-1456/59) di realizzare il capolavoro dell'oreficeria abruzzese: la croce in argento dorato e sbalzato di impianto protorinascimentale ispirato agli studi di Lorenzo Ghiberti nel Battistero di Firenze.
Entro il 1473 si realizzò il portico sul fianco meridionale della Collegiata per preservare il grande affresco raffigurante San Cristoforo, realizzato, nello stesso anno, da Andrea Delitio che aveva importato in Abruzzo lo stile rinascimentale.

martedì 13 ottobre 2009

La donna su fondo oro...



Il ritratto intitolato "La Bella Principessa" era stato attribuito ad una scuola tedesca del XIX secolo, invece un'impronta digitale, scoperta nella parte alta della tela, ha svelato che il dipinto sarebbe addirittura di Leonardo da Vinci.
La tela è dipinta a gesso, penna ed inchiostro ed è stata battuta all'asta da Christie's per 19.000 dollari nel 1998. Due anni fa è stata acquistata da un canadese che voleva saperne di più sul ritratto e che ha fatto sottoporre il dipinto alle più moderne tecniche di autenticazione.
Gli studi di un laboratorio di Parigi, nonchè l'utilizzo di sofisticatissime attrezzature tecnologiche, ha rivelato differenti strati di colore ed ha stabilito che una delle impronte digitali presenti sul ritratto è molto simile ad un'altra impronta di Leonardo ritrovata sul dipinto "San Girolamo", custodito nei Musei Vaticani. Dipinto sicuramente negli anni giovanili, quando Leonardo non aveva ancora assistenti.
Se questa ipotesi trovasse conferma, il prezzo del ritratto schizzerebbe alle stelle fino a raggiungere l'iperbolica cifra di 100 milioni di sterline, pari a circa 106 milioni di euro. Oltre alla prova dell'impronta sia la datazione al C14 che l'analisi agli infrarossi della tecnica utilizzata dall'artista, confermerebbe l'ipotesi che l'opera sia attribuibile a Leonardo. Il dipinto, infatti, pare risalta ad un periodo compreso tra il1140 ed il 1650.
Il ritratto raffigura una donna della fine del XV secolo e sarà esposto in una mostra che, nel 2010, si terrà in Svezia. Martin Kemp, professore emerito di Storia dell'Arte ad Oxford, riconosciuto come il massimo esperto al mondo di Leonardo da Vinci, ha tentato di identificare la donna ritratta nel dipinto. E' riuscito a stabilire, con una certa sicurezza, che la donna sarebbe Bianca Sforza, figlia di Ludovico Sforza, duca di Milano, e della sua amante Bernardina de Corradis.

lunedì 12 ottobre 2009

I misteri di Algeri



Mentre scavavano alle fondamenta di una nuova stazione della metropolitana ad Algeri, alcuni operai si sono imbattuti in una vera e propria scoperta archeologica.
Infatti, sotto i resti della dominazione coloniale francese, hanno ritrovato quelli ottomani, più sotto ancora vi erano resti Medioevali e del periodo romano.
La speranza degli archeologi è quella di ritrovare i resti del passato punico della città di Algeri, quando i commercianti fenici si stabilirono nel nord Africa, intorno al I millennio a.C..
Le importantissime evidenze archeologiche interessano una parte della città posta proprio alla fine della Casbah, dichiarata, dall'UNESCO, patrimonio dell'umanità dal 1992.
Inizialmente sono emersi i resti della colonizzazione francese del 1830, poi quelli ottomani. Kamel Stiti, co-direttore degli scavi e membro del centro nazionale dell'Algeria per la ricerca archeologica, ritiene che il quartiere ottomano sia stato costruito sui resti della città medioevale, di cui è stato ritrovato, probabilmente, il cimitero, con resti di sepolcreti e scheletri leggibili.
Nella zona è tornata alla luce anche una chiesa paleocristiana, risalente al IV-V secolo d.C., con visibili le basi delle colonne, una navata di 20 metri di larghezza ed un pavimento a mosaico.
La speranza degli studiosi, però, è sempre quella di ritrovare i resti dell'antico emporio punico di Icosium, che un tempo sorgeva dove oggi vi è Algeri. Si ritiene che Icosium sia stata fondata nel III secolo a.C., pur nella quasi totale ignoranza sul resto della storia dell'antica città.
Tra le scarsissime tracce dell'antico avamposto fenicio, vi è una pentola di denaro che conteneva monete con l'iscrizione punica di Icosium e l'effige di un uomo, forse Melqart.

domenica 11 ottobre 2009

Frammenti di storia tornano a casa


I francesi hanno deciso di restituire all'Egitto cinque frammenti di un affresco, rubato negli anni Ottanta e venduti al Louvre nel 2000 e nel 2003.
Mercoledì, infatti, l'Egitto aveva troncato tutti i legami con il Louvre, mettendo, in tal modo, a rischio le conferenze e il lavoro nella necropoli di Saqqara organizzati con il museo. Immediatamente il ministro della cultura Mitterand si è dichiarato disponibile alla restituzione qualora si fosse appurato che si trattava di oggetti rubati.
I cinque frammenti provengono da una tomba di 3200 anni fa di un sacerdote di nome Tetaki, situata nella Valle dei Re, vicino a Luxor. Ciascun pezzo misura 15 centimetri di larghezza per 30 centimetri di altezza.

Soldi e guai


Ciò che possediamo dell'Antica Roma potrebbe riscrivere parte della storia, indicando l'esatto andamento demografico delle popolazioni nei periodi di battaglie e carestie.
Alcuni studiosi dell'Università del Connecticut hanno messo a punto un modello matematico che mette in relazione la distribuzione temporale delle monete "nascoste" con l'intensità delle guerre. Durante queste ultime, infatti, tesori e soldi venivano sepolti e la popolazione, prevalentemente, incontrava momenti di decremento.
Da una prima applicazione del modello è emerso che la popolazione italiana del primo secolo a.C. sarebbe diminuita drasticamente, contrariamente a quello che si è sempre ritenuto sinora, cioè che il numero degli abitanti sarebbero, invece, raddoppiata.
I ricercatori hanno calcolato il tasso di crescita della popolazione come funzione lineare dell'intensità dei disordini civili, misurati con il numero di sacchi di monete ritrovate. Si sono presi in considerazione i dati relativi al periodo che ha preceduto il 100 a.C., quando la popolazione viveva in un periodo sostanzialmente tranquillo. La maggior parte dei cumuli di monete rinvenuti coincidono con i periodi di guerre e disordini civili, come nel caso della Seconda Guerra Punica contro Annibale (219-201 a.C.). Quindi dalle piccole tragedie quotidiane e personale è possibile risalire alle grandi tragedie collettive.

Una grande area sepolcrale


Su Stonehenge sono state azzardate numerose ipotesi, nel corso degli anni: da osservatorio astronomico, a luogo sacro dove si svolgevano rituali cruenti; da orologio solare a pista di atterraggio per astronavi spaziali.
Forse, però, ora l'enigma è stato risolto, grazie a 25 pietre azzurre che sgombrano il terreno da ogni ipotesi fantastica, restituendo al complesso un utilizzo più concreto e terreno, quello di un vasto luogo di sepoltura.
Il cerchio di sassi chiamato Bluestonehenge, dal colore delle 25 pietre che lo componevano, rimosse dal luogo in cui si trovavano, si trova ad un chilometro e mezzo da Stonehenge, il gemello più grande.
"Durante l'età del neolitico ci si muoveva lungo i corsi d'acqua ed è più che mai probabile che, in questo luogo, arrivassero da tutte le zone toccate dal fiume per seppellire i defunti. Insomma è ormai più che un'ipotesi che il tratto Bluestonehenge-Stonehenge fosse utilizzato come percorso funebre, con Stonehenge come meta finale", ha spiegato Mike Parker Pearson, dell'Università di Sheffield. "E' possibile - ha proseguito l'archeologo - che il cerchio di pietre blu fosse utilizzato per il rito della cremazione. Comunque sia a confermare che tutta l'area di Stonehenge, durante l'età della pietra, fosse eletta a regno dei morti per eccellenza è l'assoluta assenza nel sottosuolo di resti di oggetti, ossa di animali, cibo o strumenti d'uso comune".

venerdì 9 ottobre 2009

L'Ateneo di Adriano


Gli scavi per la linea C della metropolitana di Roma, hanno riportato alla luce l'Ateneo di Adriano, costruito nel 133 d.C. per ospitare poeti, retori, filosofi, letterati, scienziati e magistrati.
La scuola dei filosofi, a lungo cercata e, finora, mai ritrovata, era costruita con una doppia scalea contrapposta come nella Camera dei Lord, sul modello di quello visto nel tempio di Athena ad Atene. Questo edificio, completamente sconosciuto (non è, infatti, presente nella Forma Urbis, la pianta della Roma del 203-211 d.C.), verrà musealizzato.
Già nel 2008, durante un primo sondaggio per gli anzidetti lavori della metro C, accanto alla chiesa di Santa Maria di Loreto a piazza Venezia, permisero di riportare alla luce una scala monumentale con gradini, che il soprintendente archeologo Angelo Bottini definì più fatta per essere utilizzata da seduti che come una scala.

giovedì 8 ottobre 2009

Tracce di peste


Un'importante scoperta in Sardegna, ad Alghero. La scoperta della peste che, nel 1582, decimò la città, con tutti i drammi personali che l'accompagnarono. Per esempio, sono stati scoperti i resti di una madre morta con i suoi tre bambini, di una pellegrina di Santiago de Compostela, di alcune donne anziane sepolte con i pochi averi, di una ragazzina, forse epilettica, seppellita con il collare di ferro al collo, penitenza per essere posseduta dal demonio.
Tutte queste scoperte sono state fatte nel cimitero medioevale di San Michele, nell'area dell'ex collegio gesuitico.
Per quanto riguarda il collare di ferro imposto alla giovane epilettica, che ha colpito gli archeologi, si pensa che sia stato messo durante una cerimonia di esorcismo. San Vicinio era il santo preposto alla guarigione degli indemoniati, che venivano riconosciuti proprio da un collare in ferro al collo, con un anello al quale legare una catena ed una pietra. San Vicinio ha una particolare devozione a Sàrsina, in Emilia Romagna, nella cui cattedrale si trova il collare di ferro che la tradizione attribuisce al santo e che ancor oggi è imposto al vescovo ai fedeli in segno di liberazione dal male.
Lo scheletro della giovane donna alla quale, ad Alghero, fu imposto il collare di ferro, è stato trovato assieme ad altri defunti in una sepoltura collettiva. Probabilmente la sedicenne morì per l'epidemia di peste che, alla fine del Cinquecento, flagellò la città. solo al Quarter, dove sono in corso gli scavi, si sono recuperati 500 scheletri ed altri sicuramente sono ancora sepolti.
L'ex collegio gesuitico in cui sono stati ritrovati i resti dei morti per peste, fu costruito, a partire dal 1589, sul luogo di un grande cimitero urbano. Tra i vari oggetti restituiti dalla terra, vi è il primo monile di corallo mai ritrovato in città.
Le donne anziane, di cui sono emersi i resti, furono seppellite con i loro soldi, contenuti in una sorta di sacca strettamente fasciata al petto.

mercoledì 7 ottobre 2009

Scavi dal vivo

Per la prima volta un sito archeologico sarà visibile anche durante i lavori di scavo.
Si tratta del sito di Dmanisi, alle pendici del Caucaso, in Georgia. Qui da anni si concentra l'attenzione della comunità scientifica perchè ha rivoluzionato le teorie sull'evoluzione umana.
Il ritrovamento di fossili - una mandibola, ossa degli arti, alcuni crani - hanno dimostrato infatti come l'emigrazione del genere Homo dall'Africa sia avvenuta almeno un milione e ottocentomila anni fa.

martedì 6 ottobre 2009

Antichi filari


Tracce di polline di una vigna di età romana sono state rinvenute all'interno di un vigneto fossile lungo uno dei fianchi del Monte Massico, in provincia di Caserta.
Il vigneto risalirebbe all'età imperiale romana. La scoperta, in realtà, è stata fatta negli ultimi anni del secolo scorso, in seguito ai lavori di sbancamento per la costruzione della strada Panoramica del piccolo borgo di Falciano del Massico. Sono state individuate una serie di sulci (filari), in cui dovevano essere sistemate le viti per la produzione del vino. All'interno dei solchi, al momento della scoperta, sono stati rinvenuti frammenti di ceramica fine di produzione africana.
Sono stati individuati 15 solchi paralleli, disposti ad una distanza di circa 2,70 metri l'uno dall'altro.

Arabi in mostra


L'Istituto del mondo arabo di Parigi ospita una selezione della collezione di arte islamica appartenente a Nasser David Khalili.
In mostra sarà possibile ammirare 471 pezzi tra manoscritti, tappeti, ceramiche, vetri, metalli e gioielli, lacche e boiseries, miniature e gouaches. La collezione del miliardario ebreo di origine iraniana è considerata la più importante del mondo. Conta circa 20.000 opere tra il VII ed il XIX secolo, provenienti da tutti i paesi islamici.

lunedì 5 ottobre 2009

Il "fratello minore" di Stonehenge


Gli archeologi della Sheffield University hanno svelato l'esistenza di un sito preistorico chiamato Bluehenge, a due chilometri di distanza da Stonehenge. Del sito restano 27 enormi buchi in cui sono stati ritrovati frammenti di pietra blu identici a quelli di Stonehenge.
Gli studiosi pensano che Stonehenge e Bluehenge abbiano convissuto finquando le pietre di quest'ultimo sito non sono state utilizzate per ingrandire il primo.
Il nuovo circolo di pietre è stato dissotterrato, in gran segreto, quest'estate. E' grande 18 metri e, pare, è stato costruito 5000 anni fa, più o meno quando fu costruito Stonehenge. Le rocce vennero estratte dalle colline di Preseli, nella contea di Pembrokeshire (Galles) e trasportate fino al fiume Avon, nella contea di Witshire. Bluehenge si trova proprio alla fine del sentiero rituale che collegava Stonehenge al fiume Avon.

Quando gli svedesi erano scuri


C'è stato un tempo in cui inglesi e scandinavi avevano la pelle scura. Esattamente 5500 anni fa, quando i nord-europei, da cacciatori-raccoglitori, divennero agricoltori. Il cambiamento di regime alimentare portò ad un cambiamento nel colore della pelle. La dieta contadina, infatti, conteneva meno vitamina D rispetto alla precedente, basata essenzialmente sulla carne.
Questo studio sorprendente è stato condotto dall'Università di Oslo, ed ha sottolineato il ruolo giocato dall'alimentazione nello schiarire la pelle delle popolazioni nordiche. Gli umani possono sintetizzare la vitamina D attraverso la luce ultravioletta, ma quelli con la pelle scura fanno più fatica. Ai bambini bianchi di carnagione bastano dai 10 ai 20 minuti di esposizione al sole per produrre la dose giornaliera di vitamina D. I bambini di carnagione scura, proprio perchè più protetti, necessitano di un'esposizione più prolungata.
Dunque, secondo i ricercatori, la pelle chiarissima degli scandinavi sarebbe da attribuirsi alla necessità, da parte dell'organismo, di ottimizzare la produzione di vitamina D, la cui carenza provoca problemi alle ossa, tumori, diabete ed altre patologie.

sabato 3 ottobre 2009

Ritratti nel deserto

I ritratti su mummia e su tavola che provengono dall'Egitto romano, sono chiamati "ritatti del Fayyum". Molti di questi ritratti funebri, infatti, sono stati ritrovati nella zona omonima. Altri, però, sono stati rinvenuti dall'Alto Egitto fino alla costa del Mediterraneo.
I ritratti del Fayyum sintetizzano due tradizioni: le pratiche e l'arte funeraria dell'antico Egitto e la ritrattistica romana. Durante i secoli che precedettero la conquista dei Romani, i Tolomei, dinastia regnante in Egitto, insediarono, sia nel Fayyum che in altri territori, molti coloni, soprattutto soldati Greci. Questa commistione di popolazione tra gli autoctoni Egizi ed i soldati Greci, generò una fioritura artistica particolare. Abiti, acconciature e gioielli greco-romani ed arte funeraria antichissima e sperimentata. Le tecniche utilizzate per ottenere i celebri ritratti sono la tempera, spesso su fondo bianco, e l'encausto che impiegava la cera d'api calda mescolata con uova e semi di lino.
Il ritratto importato nel Fayyum è quello dell'Egitto alla metà del I secolo d.C. e che rimarrà in uso per circa due secoli. In Egitto i ritratti sono utilizzati per coprire la testa del defunto mummificato, per questo sono dipinti su pannelli di legno, inseriti all'interno delle bende, o su sudari di lino che ricoprivano la mummia.
I ritratti potevano anche essere dipinti su teste in gesso che erano posti sui materiali usati per racchiudere e proteggere il corpo: sudari, coperchi lignei di sarcofago, contenitori di lino o cartonnage e contenitori di fango. Scopo del ritratto era riprodurre il volto del defunto quando era ancora in vita. Per questo si curava, in particolare, di riprodurre le acconciature, gli abiti ed i gioielli di chi era deceduto.
I ritratti del Fayyum riprendono la moda romana metropolitana, poichè erano fortemente legati a Roma, in quanto impiegati nell'amministrazione della provincia. Vivevano e si vestivano, pertanto, come i romani. Gli artisti che dipinsero i ritratti furono fedeli nel ripercorrere i tratti somatici dei committenti, persino nel colore della pelle, nella barba, nella struttura ossea. Spesso i soggetti sembrano piuttosto giovani e questo ha fatto pensare, agli studiosi, che i dipinti venissero commissionati e completati quando i committenti erano ancora in vita.
Le indagini effettuate utilizzando la TAC, hanno rivelato una corrispondenza di età e di sesso tra corpo ed immagine. Sono sopravvissute anche alcune effigi di persone di mezza età o anziane, ma sostanzialmente i dipinti registrano e consegnano allo studioso un gran numero di soggetti la cui età media era molto bassa.
I pannelli sui quali erano dipinti i ritratti erano tagliati da una forma rettangolare, in forma arcuata, con gli angoli superiori tagliati o in forma tale da seguire la linea delle spalle. Per la maggior parte erano ritratti con una proporzione reale. Probabilmente i ritratti erano portati in processione (ekphorà) nel villaggio o nella città di provenienza del defunto e, di seguito, con il corpo, erano portanti dall'imbalsamatore per la mummificazione e il taglio del pannello a misura delle bende.
Dopo essere stati mummificati, i corpi erano deposti nelle tombe. La "cena con i defunti", documentata da autori greci e latini come un'usanza egizia, si svolgeva in un luogo adiacente alla tomba.

La "fotografia" di un Impero



A Roma, nelle Scuderie del Quirinale, in occasione dei dieci anni della istituzione a sede di esposizione, è stata allestita una mostra sull'arte pittorica di un'epoca, quella antica, peraltro assai poco conosciuta da questo punto di vista. I lavori, infatti, dei maggiori artisti antichi, Polignoto, Parrasio, Zeusi ed Apelle tra questi, sono andati purtroppo perduti. Ci si deve "accontentare" dei successori, tra i quali vi sono i romani Studius e Ludius, citati da Plinio il Vecchio che, di quest'ultimo, afferma: "Colui che per primo inventò le leggiadre pitture delle pareti raffigurandovi ville, portici, boschi sacri, colline, canali, fiumi e spiagge".
Un esempio dell'arte pittorica di Ludius sarà visibile al primo piano delle Scuderie, dove sono esposte le decorazioni della Villa Farnesiana a Roma e di quella di Boscotrecase, presso Pompei. Il lungo fregio affrescato è dominato dal bianco dello sfondo attraversato da candelabri con cariatidi femminili. In alto una decorazione di nature morte e paesaggi idillico-sacrali.
La parete della Villa di Pompei, invece, è rossa, con riquadri chiari, paesaggi agresti e santuari abitati da sacerdoti, pastori con greggi e mendicanti.
La "Pittura di un Impero" raccoglie circa cento opere appartenenti ad un arco temporale tra il II secolo a.C ed il IV secolo d.C., provenienti dai più importanti siti archeologici e musei del mondo: dal Louvre, dal British Museum, dagli scavi di Pompei ai Musei Vaticani, al Liebighaus di Francoforte. L'esposizione attraversa, idealmente, i regni di Domiziano, Adriano, Traiano, Costantino e Teodosio.
Il secondo piano della mostra ha carattere tematico. I soggetti diventano il centro di quadri. Soggetti mitologici, ovviamente: Polifemo e Galatea, Zefiro e Venere, le tre Grazie, nature morte che gli antichi chiamavano Xenia, paesaggi da sogno e vita quotidiana, otium e ritratti su legno e lino (ad "encausto") dall'oasi egiziana di El Fayyum. Ed, ancora ritratti su vetro che prefigurano l'iconografia cristiana.
Localizzazione: Roma, Scuderie del Quirinale
Durata: fino al 17 gennaio 2010
Orari: da domenica a giovedì dalle ore 10.00 alle ore 20.00; venerdì e sabato dalle ore 10.00 alle ore 22.30
Biglietto: € 10,00
Info: http://www.scuderiequirinale.it/; http://www.mondomostre.it/

venerdì 2 ottobre 2009

Le antenate delle fibre


In una grotta della Georgia è stata scoperta una fibra di lino risalente a 34.000 anni fa. E' la più antica fibra mai usata da esseri umani. E' stata trovata da un gruppo di archeologi e paleobiologi guidati da Ofer Bar-Yosef, George Grant MacCurdy e Janet GB. MacCurdy della Harvard University, in collaborazione con Tengiz Meshveliani del Museo di Stato della Georgia ed Anna Belfer-Cohen della Hebrew University.
Le fibre di lino deriverebbero dalle piante raccolte e non coltivate e potrebbero essere state utilizzate per cucire insieme diversi pezzi di pellame per vestiti o calzature. Erano anche utili per avvolgere i beni di prima necessità prima di un viaggio.

Le sorprese della Grotta Azzurra


Sul fondale della Grotta Azzurra, a Capri, ci sarebbero diverse statue romane, probabilmente rappresentazioni di dèi marini. E' emerso da un'indagine subacquea che ha permesso di notare determinati indizi.
Le indagini avevano lo scopo di ritrovare i basamenti delle statue recuperate nello specchio d'acqua nel 1964, ma i sommozzatori hanno notato altro: ad una profondità di 1,5 metri vi erano sette basamenti fissati nella roccia. Delle tre statue recuperate nel 1964, una raffigurava Nettuno, le altre due il dio greco Tritone, figlio di Poseidone. Secondo gli archeologi, la posizione delle spalle dei Tritoni, ai quali mancano le braccia, suggerirebbero questi stessero soffiando dentro grandi conchiglie.
Quindi una serie di Tritoni, capitanata da Nettuno, era forse disposta lungo le pareti rocciose della caverna. Il che conferma il racconto di Plinio il Vecchio, secondo il quale la grotta marina era abitata da un Tritone che suonava la conchiglia.
E' stato anche scoperto un lastricato con una cementificazione d'epoca lungo il cunicolo che dalla parte emersa della grotta si addentra per un centinaio di metri nella montagna.

La nonna delle nonne


E' stata ritrovata la donna più vecchia del mondo. E' un esemplare di australopiteco femmina che, secondo i ricercatori, sarebbe nata intorno ai 4,4 milioni di anni fa.
Lo scheletro, in realtà, è stato scoperto nel 1992 in Etiopia ma è stato datato solo in questi giorni. Ardi, così è stata ribattezzata la donna, era di sesso femminile e pesava approssimativamente 50 chilogrammi. Era alta 120 centimetri e l'analisi del cranio, dei denti, delle pelvi, degli arti, rivela un mix di tratti primitivi che Ardi condivide con i primati del Miocene e caratteristiche presenti anche negli ominidi. Ardi, insomma, è una creatura mosaico, nè scimpanzè nè essere umano.

giovedì 1 ottobre 2009

L'anfiteatro di Porto


La Sovrintendenza Archeologica di Ostia ha reso ufficiale la scoperta di un anfiteatro romano grande quanto il Pantheon in località Portus, dove un tempo sorgeva il Porto di Traiano.
Il tipo di fondamenta rivela che le pareti che sostenevano le tribune dovevano essere alte almeno 10 metri. L'anfiteatro è stato scoperto dagli inglesi dopo tre anni di ricerca da parte della British School di Roma e delle università di Southampton e di Cambridge.
Appare straordinario che un anfiteatro di queste dimensioni, caso unico finora, si trovi nel cuore di un palazzo imperiale che sorgeva presso l'area di Porto.

Continuano le scoperte ad Aquileia

Gli scavi di via delle Vigne Vecchie ad Aquileia (Foto: messaggeroveneto.it) In via delle Vigne Vecchie , ad Aquileia , lo scavo archeo...