domenica 19 settembre 2010

La sorpresa della balena

Foto Discovery.com

Alcuni operai che stavano costruendo una vasca nello zoo di San Diego, nello scavare hanno fatto una scoperta sorprendente: una balena di 3 milioni di anni. La squadra stava utilizzando una scavatrice per asportare i sottili granelli di sabbia del fondo, quando, improvvisamente, l'apparecchiatura ha urtato contro qualcosa di solido. Le indagini successive hanno rivelato che l'ostacolo contro il quale si erano imbattuti gli operai erano i resti di un'enorme balena preistorica.
L'uomo non era comparso ancora sulla faccia della terra, quando questa balena solcava i mari. Il che ha fatto supporre agli studiosi che il luogo dove ora sorge lo zoo di San Diego, durante il pliocene, era sommerso dall'acqua.
I resti del cetaceo sono molto ben coservanti, con la maggior parte dello scheletro fossilizzato recuperato. E' stato estratto anche il teschio che, con altri parti dello scheletro più grandi, è stato incapsulato in un involucro di gesso, mentre le parti più piccole, incluse le vertebre, sono state pulite con pennelli ed inscatolate per essere inviate al laboratorio del Museo di Storia Naturale di San Diego, per le necessarie analisi.

venerdì 17 settembre 2010

Lo splendore di Sybaris


I primi coloni achei approdarono alla piana di Sibari intorno al 730 a.C.. Qui fondarono la città di Sybaris, vicina alla costa, allora più arretrata rispetto a quanto appare attualmente. In pochi decenni gli achei sconfissero gli Enotri e realizzarono impianti di canalizzazione, bonificando terreni paludosi.
Dal momento che Siri, colonia ionica, minacciava da vicino Sybaris, i Sibariti fondarono, con l'aiuto di Crotone, Metaponto. Poi risalirono le valli del Basento e del Bradano, raggiungendo il Tirreno dove, nel 600 a.C., fondarono Poseidonia, più nota con il nome di Paestum dove dedicarono un grande tempio ad Hera. Nel VI secolo, inoltre, con l'aiuto di Metaponto e Crotone, distrussero Siri.
Nel suo momento di maggiore splendore, Sybaris dominò 4 popoli e 25 città, secondo Strabone. I Greci coniarono, per lei, un verbo, sibarizein, vivere alla sibarita, uno stile di vita ricco ed ozioso. I Sibariti dovevano la loro ricchezza alla natura fertile del terreno dove sorgeva la loro città ed alla disponibilità di manodopera enotria.
Nel 510 a.C. Crotone distrusse Sybaris dopo un breve assedio e, dall'altra parte del Mediterraneo, i Milesii si rasero il capo in segno di lutto. Per mezzo secolo due generazioni di Sibarti tentarono invano di ricostruire la patria distrutta.
Nel 444 a.C. Pericle decise di inviare nella piana sibaritica dieci navi, una per ogni tribù ellenica, sotto il comando di Senocrito e dell'esegeta Lampone. Erano parte dell'avventura Erodoto, il filosofo Protagora di Abdera, lo stratega spartano Cleandrida ed Ippodamo di Mileto. I coloni fondarono Turi sulle rovine di Sybaris ma la nuova città, ben presto, cade preda di lotte intestine tra i Sibariti rientrati ed i nuovi coloni.
A pochi anni dalla sua fondazione, Turi venne assediata dai Lucani e, dopo qualche anno, dai Brettii. Alla fine sarà costretta a chiedere aiuto ai Romani di cui rimase sempre alleata, guadagnandosi, nel 204 a.C., la distruzione operata dalle truppe di Annibale.
Dieci anni più tardi arrivano i primi coloni Romani che a Turi sostituirono Copia, città latina dal nome beneaugurante (significa, infatti, abbondanza) che prosperò sino all'età cristiana (VI-VII secolo a.C.).
Il Parco Archeologico di Sybaris è il più antico sorto in Calabria. E' stato realizzato nel 1974, grazie all'esproprio di ben 176 ettari. Nel 1996 al Parco si è aggiunto il Museo Archeologico Nazionale della Sibaritide, al cui interni sono conservati reperti di notevole interesse archeologico.
Dell'antica Sybaris è riemerso, finora, solo un quartiere periferico risalente al VII-VI secolo a.C., composto di abitazioni piuttosto semplici, costruite con ciottoli di fiumi e mattoni crudi intonacati. Sono riemersi anche laboratori artigiani che hanno restituto molte terrecotte votive e vasi miniaturistici. L'intervallo passato dalla distruzione di Sybaris all'edificazione di Turi è rappresentato da uno strato di limo e sabbia che ha ricoperto le rovine di Sybaris, sul quale si sovrappone un secondo strato di livellamento realizzato alla metà del V secolo per edificare Turi.
Lo schema urbanistico di Turi viene descritto in modo estremamente dettagliato da Diodoro Sicuro. Gli Achei, secondo Diodoro, identificarono il sito in cui costruire la nuova città, lo circondarono con un muro e divisero lo spazio con sette strade larghe (plateiai), quattro nel senso della lunghezza e tre nel senso della larghezza. Diodoro ce ne rammenta anche i nomi: Herakleia, Aphrodisia, Olympias, Dionysias in un senso e Heroa, Thuria e Thurina nell'altro.
Lo spazio delimitato dalle plateiai era a sua volta suddiviso da una rete ortogonale di strade anguste, gli stenopoi, che aveano il compito di delineare i confini degli isolati. Era, questo, lo schema ippodameo (da Ippodamo di Mileto) tramandato come il sistema più razionale e perfetto di costruire una città.

Un'antica moneta sannita


Il Museo Sannitico di Campobasso ospita, da poco tempo, una moneta appartenente ad un'inedita emissione della zecca di Larinum, odierna Larino, centro dell'antica popolazione italica dei Frentani, parte della più vasta popolazione dei Sanniti
La moneta è stata rinvenuta durante lavori agricoli nelle campagne di Larino e può essere assimilata alle più antiche emissioni monetali della zecca, databili al III secolo a.C.. Sul diritto della moneta compare la testa di Athena, con un elmo corinzio crestato ed ornato da penne laterali, caratteristico dell'etnìa sannita. Al rovescio, invece, vi è un guerriero in piedi, con elmo corinzio crestato, corazza, schienieri, lancia e scudo. La rappresentazione del guerriero è piuttosto rara e in ambito sannita compare solamente su quelle emesse dopo il III secolo a.C. da Aquilonia, centro che non è stato ancora individuato.
La figura del guerriero è riconducibile a Marte, una delle divinità principali delle genti Safine, imparentate con i Sabini, legata all'invio dei giovani, durante il Ver Sacrum, a colonizzare nuove terre. Le attestazioni del culto di Marte, tuttavia, non sono così numerose come potrebbe sembrare. A Larino, in passato, è stata scoperta una statuetta in bronzo del dio, datata al IV secolo a.C., in un'area dove, forse, sorgeva uno dei santuari della città.

giovedì 16 settembre 2010

La medicina nell'antica Roma


La professione medica si diffuse, a Roma, intorno al III secolo a.C., soprattutto grazie all'apporto di medici di origine greca, schiavi o liberti. Fino a quel momento, l'assistenza ai malati era demandata alla famiglia, come scrive Catone il Censore, ed era compito del pater familias. Colui che si prende cura degli ammalati, tuttavia, deve tener conto della Lex Aquilia, promulgata nel 286 a.C., che ritiene responsabile, in caso di morte del malato, colui che ha agito con trascuratezza.
Il primo medico ad incontrare successo nell'Urbe è lo spartano Arcagato, verso la fine del III secolo a.C.. Era considerato un valente chirurgo, almeno all'inizio. In seguito la sua fama si appannò notevolmente. Per un altro medico alla sua altezza bisogna attendere il I secolo a.C., con Asclepiade di Bitinia, fondatore della cosiddetta medicina metodica, contraria ai rimedi drastici della chirurgia e sostenitrice di ginnastica e dieta. Tra i pazienti di Asclepiade si annoveravano Cicerone, Marco Licinio Crasso e Marco Antonio.
Nel I secolo a.C. emerse anche la figura di Aulo Cornelio Celso che si dedicò alla chirurgia. Il più famoso dei medici romani, tuttavia, fu Galeno (129-199 d.C.), che scrisse trattati di medicina e di anatomia che trattavano, tra i tanti temi, anche la dissezione di animali.
Arcagato portò a Roma le tabernae medicorum, le medicatrine, case di cura private annesse all'abitazione del medico. Vi si praticava una medicina empirica che aveva molto a che fare con la magia. La medicatrina comprendeva stanze per il ricovero degli ammalati ed un laboratorio che fungeva da ambulatorio.
I valetudinari, invece, erano un'istituzione tipicamente romana: si trattava di ricoveri per familiares bisognosi di cure ed erano ospitati in grandi costruzioni dislocate nelle aziende agricole, dove vivevano famiglie numerose e lavorava molta servitù. Queste strutture vennero descritte, per la prima volta, da Columella, nel I secolo d.C.. Nei valetudinari lavoravano un medico curante (medicus o valetudinario), degli infermieri (servi a valetudinario) e personale femminile che doveva, forse, essere impiegato nel campo dell'ostetricia.
I valetudinari erano annessi anche alle palestre ed ai castra militari, ed avevano una corte centrale, stanze di degenza a tre letti ampie, ben arieggiate e soleggiate, fornite di servizi, con locali per la degenza di medici ed infermieri.
I Romani, poi, realizzarono la prima struttura al mondo in muratura per le cure mediche: il valetudinarium dell'accampamento di Colonia (Colonia Ulpia Traiana), in Germania.
Gli strumenti chirurgici erano numerosi, realizzati per lo più da fabbri in bronzo e ferro, con manici decorati e con una straordinaria somiglianza con i mezzi chirurgici attuali. Gli strumenti taglienti comprendevano coltelli dritti o curvi, con lame di ferro e manico di bronzo: lo scalpellum, la novacula (rasoio), il cultellus dissectorius di Galeno, i flebotomi, la spatha e l'ernispatha (spatole), il ferramentum semicircolatum, l'anulocultrum, il siringotomo per le fistole e il tonsillotomo. Le forbici erano a molla, gli scalpelli e le seghe servivano per le amputazioni. Anche le pinze avevano forge differenti: il forceps era usato per restrarre corpi estranei dalle ferite, le vulsellae erano impiegate nella depilazione e vi erano pinze per denti ed emostatiche.
La chirurgia dei Romani era in grado di affrontare qualsiasi intervento. Per la trapanazione del cranio venivano eseguiti foro intorno all'osso da recidere e si completava l'apertura con lo scalpello. Erano frequenti anche gli interventi di plastica facciale per labbra, naso, palpebre ed orecchie. Il chirurgo greco Anthyllus, vissuto a Roma nel II secolo, operava gli aneurismi con la legatura del vaso sopra e sotto la sacca e l'escissione di questa. Si operavano tumori alla mammella, fistole del torace e dell'addome. La litotomia, rimozione dei calcoli alla vescica per via chirurgica, venne descritta per la prima volta da Celso e sarà praticata con la tecnica romana per secoli, fino all'Ottocento inoltrato.
I Romani conoscevano, inoltre, piuttosto bene la cataratta che veniva operata con la reclinazione del cristallino mediante un ago sottile.
Sono molti i medicamenti in uso a Roma per la disinfezione, la cicatrizzazione e la cauterizzazione delle ferite: il vino, l'aceto (utilizzati sia puri che mescolati ad erbe varie), la cadmia, la trementina, l'incenso, la squama di bronzo rosso, la ruggine ed il sale ammonio. Le sostanze minerali più utilizzate erano il piombo, il mercurio, l'oro e l'allume mescolato con sugna.

La Corona Ferrea


Ci sono corone ben più importanti della Corona Ferrea, custodita nel Duomo di Monza, ma poche sono accompagnate da tanto mistero e prestigio.
Quando Elena, madre dell'imperatore Costantino, ritrovò la Vera Croce di Cristo a Gerusalemme, nel 324 d.C., ne sottrasse due chiodi. Uno venne fissato all'elmo e l'altro al morso del cavallo dell'imperatore. In seguito il primo chiodo venne smontato e donato da papa Gregorio I alla regina longobarda Teodolinda (VI secolo d.C.). Forse fu proprio Teodolinda ad incastonarlo nella corona. La reiliquia simboleggiava anche la continuità del Regno d'Italia con l'Impero romano.
La Corona Ferrea fu posata sulla testa dei sovrani longobardi e, dal 775, su quella di Carlo Magno e dei suoi successori. Chi sedeva sul trono del Sacro Romano Impero veniva incoronato, infatti, tre volte: re di Germania, re d'Italia ed Imperatore.
Nel 1805 Napoleone si pose da sé, sul capo, il diadema. Quando i Savoia divennero re d'italia, invece, disprezzarono il sacro cimelio preferendo restare fedeli alla corona di Sardegna, che in realtà esisteva solo nei disegni araldici perchè non fu mai realizzata dal vero. Il 29 luglio 1900 Umberto I venne assassinato proprio a Monza, non lontano dal luogo in cui era custodita la Corona Ferrea.
Nel 1993 delle analisi rivelarono che il cerchio metallico dentro la Corona era d'argento e non di ferro. Se il diadema derivava davvero dall'elmo di Costantino, il metallo del sacro chiodo dovette rimanere nella calotta, probabilmente razziata dai veneziani durante il Sacco di Costantinopoli del 1204.
La Corona attraversò alcune vicissitudini, nel corso della storia. Nel 1248 fu data in pegno all'ordine degli Umiliati a fronte di un consistente prestito contratto dal capitolo del Duomo per pagare una pesante imposta straordinaria di guerra. Fu riscattata nel 1319. Successivamente venne trasferita ad Avignone, allora sede dei papi, dove rimase dal 1324 al 1345, periodo durante il quale fu anche oggetto di furto, anche se il ladro venne presto catturato e la preziosa refurtiva venne recuperata.
La Corona è troppo piccola per cingere la testa di un uomo, per cui si ritiene che, originariamente, fosse composta da otto placche, invece che dalle attuali sei. E' stata realizzata in lega di argento e le sei placche sono legate tra loro da cerniere verticali. Ha il diametro di cm 15 e l'altezza di cm 5,5. Il peso della Corona è di 535 grammi ed è adornata da ventisei rose d'oro a sbalzo, ventidue gemme di vari colori e ventiquattro placchette floreali a smalto cloisonné.

martedì 14 settembre 2010

Un'hydria dal passato


(Fonte: "Il Fatto Storico") Questa è la bella immagine dell'estrazione di un'hydria operata dagli archeologi bulgari nella necropoli di Nessebar, l'antica Mesembria o Menebria.

Le pasticche dei Romani


Dei ricercatori americani hanno analizzato le pastiglie rinvenute a bordo del vascello di Pozzino, in Toscana. Queste pastiglie risalgono al 140-120 a.C. e rappresentano le prime prove dei composti con i quali si curavano gli antichi: carota, ravanello e sedano, ibisco, erba medica ed achillea.
Questi composti naturali erano confezionati in forma di pasticche e sono stati ritrovati in un vascello di pino, quercia e noce affondato al largo del golfo di Baratti. Il suo ritrovamento, ovviamente, è stato salutato con eccitazione dagli scienziati. Insieme con vetri, ceramiche, anfore colorate, infatti, c'era una cassetta contenente il rifornimento di pasticche risultate quasi del tutto integre. Le sostanze - analizzate - sono simili a quelle descritte da medici e farmacisti come Dioscoride e Galeno.
Ad individuare il relitto nel golfo di Baratti è stato il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina di Albenga, nel lontano 1974. Una prima ricognizione ha subito fatto capire, agli archeologi, che sicuramente c'era un medico a bordo: sono stati trovati un uncino utilizzato a scopi chirurgici ed una ventosa per il sangue. Si dovette, però, attendere il 1989 perchè gli archeologi ritrovassero quella che può essere considerata una cassetta da dottore ante litteram: 136 fiale di legno e scatolette di pastiglie. Oggi queste pastiglie sono state studiate da un'equipe diretta da Alain Touwaide, storico delle scienze presso il National Museum of Natural History. I reperti sono custoditi in un acquario nel Museo Archeologico di Piombino, ancora immersi in quello che, oramai, è il loro elemento naturale.
Le analisi del Dna su queste antiche pastiglie, hanno riscontrato in esse la presenza di diversi tipi di piante, dalla cipolla selvatica al cavolo, dalla quercia al girasole. Ogni pastiglia conteneva almeno dieci piante. Alcuni estratti sembrano essere più comuni di altri, come l'alfa alfa, la carota, la cipolla e la noce. Altri corrispondono al biancospino, all'achillea, all'ibisco, probabilmente importato dall'est dell'Asia o dall'India e dall'Etiopia.
Dioscoride, medico, botanico nonchè farmacista, descriveva la carota come una panacea per ogni sorta di mali: dal morso dei rettili ai problemi di contraccezione. Scrisse un'opera in cinque libri, intitolata "De Materia Medica", considerata il primo erbario della medicina occidentale. Questa sorta di enciclopedia venne, poi, copiata verso il 512 d.C. per la principessa bizantina Giuliana Anicia ed in tal modo l'opera poté sopravvivere ai secoli ed alla distruzione indiscriminata delle antiche conoscenze scientifiche. Tra le piante che Dioscoride descrisse nel suo erbario e quelle ritrovate sul relitto del Pozzino, c'è l'achillea millefolium, il cui nome deriva dalla leggenda secondo la quale la foglia di questa pianta guarì il piede di Achille. Proprio per questo, sia Dioscoride che Galeno la raccomandavano come emostatico, in grado, cioè, di arrestare le perdite di sangue.
Sembra che le pastiglie contengano, anche, tracce di girasole, una pianta che gli scienziati ritengono sia giunta in Europa solo dopo la scoperta delle Americhe. Il mistero non è stato ancora risolto: potrebbe trattarsi di una semplice contaminazione avvenuta in laboratorio oppure davvero uno scoop senza precedenti.
Nei prossimi mesi i ricercatori americani continueranno ad analizzare le antiche pastiglie, nella speranza di scoprire la famosa e misteriosa teriaca, una medicina descritta da Galeno che dovrebbe contenere ben 80 estratti differenti.

sabato 11 settembre 2010

Legio VIIII Hispana


La Legio VIIII Hispana fu una legione romana che combattè vittoriosamente durante le campagne d'Africa, di Sicilia, di Spagna, Germania e Britannia.
Di questa legione si persero le tracce nel II secolo d.C. e questa scomparsa ebbe sempre il sapore di un mistero. Ora gli archeologi sembrano aver trovato una risposta: una sorta di "area industriale" romana vicino al forte di Healam Bridge, utilizzato proprio da questa famosa legione. Il sito era composto di grandi strutture di legno occupate, forse, dal IV secolo d.C.. Vi sono stati scavati, finora, i resti di un mulino ad acqua, monete, spille, vestiti, vasellame, tombe ed ossa di animali macellate.

Le orme di Minerva


(Archeorivista) Il 2 agosto sono iniziati gli scavi archeologici sul monte Castelon a Marano e sono subito emersi i resti di un antico tempio romano dedicato a Minerva, già noto da molto tempo. Infatti tre anni fa era stato eseguito un saggio archeologico che aveva permesso di riportare alla luce parti di una pavimentazione e resti di murature del tempio e, nelle vicinanze, resti di un castello di epoca scaligera.
La presenza umana, in questo luogo, è attestata sin dalla preistoria e documentata da numerosi resti archeologici. Agli inizi dell'Ottocento il conte Giovanni Girolamo Orti Manara, studioso e appassionato di antichità locali, aveva supposto che vi fosse una relazione tra l'antico toponimo del luogo, Minerbe, e la presenza di un tempio o di un'area consacrata alla dea. Furono svolte delle indagini e le ipotesi del conte furono confermate dal rinvenimento di numerosi resti murari e di manufatti, oltre che dalla presenza di una decina di epigrafi dedicate alla dea Minerva. Il tempio, risalente al I secolo d.C., era extraurbano.
Lo scavo, tuttora in corso, è stato voluto dal sindaco e viene portanto avanti dalla Soprintendenza dei Beni Archeologici del Veneto.

venerdì 3 settembre 2010

I compagni del Signore di Sipàn


Gli archeologi peruviani hanno scoperto i resti di tre antichi nobili, che si pensa siano stati sepolti più di 1600 anni fa nel nord del Perù. Si tratta dei resti di un adolescente che si crede sia di sesso maschile, di circa 13 anni di età, di una donna e di un uomo ancora parzialmente interrato.
I tre si pensa siano appartenuti alla comunità Mochica, che governò la costa nord del Perù sino all'VIII secolo d.C.. L'adolescente è stato sepolto in una cassa fatta con i fusti di canna da zucchero, circondato da navi e da offerte quali arachidi e resti e manufatti sempre raffiguranti le arachidi e manufatti di rame. Secondo gli archeologi, nell'antica cultura Mochica, le piccole nocciole rappresentavano la vita dopo la morte.
Il rinvenimento è stata opera di Walter Alva, che in precedenza aveva scoperto la tomba del Signore di Sipàn. Incredibilmente i nuovi ritrovamenti sono stati effettuati sulla stessa piattaforma funeraria di Sipàn, ad appena 20 metri di distanza dalla sepoltura di un sacerdote, anch'essa nota ed anch'essa scavata sulla medesima piattaforma.
Gli archeologi, dunque, stanno scavando una stessa piattaforma, una sorta di mausoleo reale in cui i Mochicas hanno sepolto tutte le persone di alto rango: nobili, sacerdoti e, naturalmente, il Signore di Sipàn.

giovedì 2 settembre 2010

Dinosauri cugini



Il Velociraptor aveva un "parente" europeo, un dinosauro carnivoro vissuto circa 60 milioni di anni fa, con doppi artigli ai piedi.
Il parente europeo del Velociraptor è stato presentato da ricercatori dell'Università di Bucarest che lo hanno battezzato Balaur Bondoc (in ungherese "Dragone tozzo"). Si tratta del fossile più completo del predatore europeo finora ritrovato.
I paleontologi ungheresi, insieme ai colleghi del Museo di Storia Naturale di New York hanno disotterrato un arto inferiore e tutti e due i superiori, le zampe, l'anca, la colonna vertebrale, le costole e le ossa della coda.
Le prima dita del piede, inoltre, presentano due grandi artigli ed il piede appare corto e tozzo, come le gambe. L'osso pelvico ha un'enorme area di attacco dei muscoli.
Sappiamo che nel Tardo Cretacico, l'Europa era costituita da un arcipelago di isole che, finora, si è creduto fossero abitate da animali più piccoli di quelli che vivevano sulla terraferma. La scoperta di questo nuovo rettile, di dimensioni simili alla fauna continentale, sembra incrinare questa convinzione.

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...