martedì 30 agosto 2011

Il volto antico di Trieste

Castello di Colle San Giusto
Uno spettacolare terrazzamento, realizzato con un drenaggio di anfore, una strada secondaria, che dalla costa risaliva verso il Colle San Giusto, sepolture tardo-antiche e resti di edifici medioevali: queste sono le sorprendenti emergenze che stanno restituendo il volto antico di Trieste.
Gli scavi si stanno svolgendo sotto Colle San Giusto e nelle vicinanze del Teatro Romano e sono stati iniziati in occasione della realizzazione del nuovo Park San Giusto. Gli archeologi hanno subito isolato un'interessante sequenza di strutture murarie e di strati archeologici. Sono stati ritrovati complessi sistemi di terrazzamento e di scorrimento delle acque che risalgono al primo impianto della colonia romana di Targeste (fine I secolo a.C.), ma anche sepolture e resti di edifici che modellavano la collina. E' stato ritrovato uno spesso muro con, a monte, un drenaggio di anfore.

lunedì 29 agosto 2011

La civiltà che addomesticò il cavallo

Uno degli oggetti rinvenuti ad al-Maqar
Recenti scavi in Arabia Saudita, nel sito di al-Maqar, hanno portato al ritrovamento delle tracce di una civiltà che gli archeologi hanno chiamato civiltà Maqar. Questi ritrovamenti portano a pensare che nel sito, già 9000 anni fa, si addomesticavano i cavalli. Tesi che contraddice il comune credo accademico, che vuole i cavalli addomesticati 5500 anni fa nell'Asia Centrale.
I reperti dimostrano che la cultura Maqar fosse molto avanzata per l'epoca in cui fiorì (Neolitico). Gli oggetti mostrano una evidente abilità artigianale, si sono rinvenuti grattatoi, torni, macine, punte di freccia ed altri oggetti di uso comune. Sono stati trovati anche degli scheletri mummificati.

Il leone di Taynat

Il leone di Taynat
Nei pressi della città di Taynat è stato scoperto un complesso monumentale raffigurante un leone scolpito. Il ritrovamento è stato fatto dagli studiosi dell'Università di Toronto.
La statua è molto ben conservata, è alta 1,3 metri e lunga 1,6, con lunghe e massicce zampe ed orecchie rivolte all'indietro. Il leone è situato all'entrata di una fortezza che, probabilmente, costituiva l'anticamera della cittadella di Kunula, capitale del regno neo-ittita di Patina (950-725 a.C.). Somiglia in modo straordinario ad un portale analogo ritrovato nel 1911 presso la città ittita di Carchemish da Leonard Wooley.
Vi è anche un secondo ritrovamento, annunciato dal professore di archeologia orientale Timothy Harrison. Si tratta di una forma umana affiancata da leoni, ritrovata non lontano dall'ingresso monumentale di Taynat. Questa statua testimonia un motivo molto frequente, nel vicino oriente, conociuto come "il Maestro degli Animali": rappresenta la civilizzazione che trionfa sulle forze caotiche della natura.
Il portale monumentale venne utilizzato nel tradizionale recinto assiro con la conquista degli Assiri nel 738 a.C. Statue come quelle ritrovate rientrano in una locale tradizione scultorea in voga già prima della conquista assira. Rappresentazioni di leoni, statue e sfingi colossali sono tipicamente neo-ittite e simboleggiano il ruolo del sovrano quale protettore della comunità, in stretto rapporto con gli dèi.

La Porta di Damasco ritorna al suo antico splendore

La Porta di Damasco
Per molti anni chi visitava Gerusalemme entrando dalla Porta di Damasco, la più grande e la più bella della città, poteva vedere, alzando la testa, la corona che Solimano il Magnifico fece costruire sulla cima della porta nel 1538. Nel 1967, però, questa porta fu danneggiata e la corona distrutta durante la Guerra dei Sei Giorni. Ora il restauro, dopo quattro anni, è terminato.
La porta di Damasco portava verso la capitale della Siria e venne edificata sui resti di una porta romana, risalente all'imperatore Adriano (II secolo d.C.) che ne fece il suo ingresso monumentale ad Aelia Capitolina, come aveva ribattezzato Gerusalemme. In epoca bizantina la porta venne incorporata nelle mura della città.
L'antica porta ebraica che precedette quella romana, venne distrutta nel 70 d.C.. Fu Solimano ad edificare e terminare quella attualmente visibile nel 1540. Il nome arabo è Bab El Ammud, porta della colonna, probabilemente un riferimento alla colonna dedicata ad Adriano che, un tempo, sorgeva davanti all'apertura.

venerdì 26 agosto 2011

L'antico porto di Syedra

Tracce dell'antico porto di Syedra
Gli archeologi hanno ritrovato i resti di un porto antichissimo nei pressi della città di Alanya, nel sud dell'attuale Turchia. Si tratta del porto della città di Syedra.
L'archeologo Hakan Oniz, della Eastern Mediterranean University ritiene che il porto risalga a 5000 anni fa, dal momento che sono state trovate testimonianze dell'età del Bronzo. Allora gli abitanti del luogo si dedicavano prevalentemente alla pesca e alla navigazione.
Syedra è divisa tra l'area portuale, chiamata distretto di Adatas, dalla quale le mercanzie raggiungevano l'interno, e la città vera e propria, che si trova, oggi, a 240 metri di profondità nelle acque del Mediterraneo. Attualmente, circa 20 chilometri ad est di Alanya, una strada segnalata conduce a nord verso la Syedra romana, su una collina al confine tra il centro di Kargicak ed il villaggio di Seki. Le antiche terme cittadine sono ancora in buone condizioni, anche se le lastre di marmo e le colonne che le adornavano sono sparse all'intorno. E' visibile anche una serie di cisterne per l'immagazzinamento dell'acqua ancora in buone condizioni. Queste cisterne sono composte da tre vasche che misurano metri 8 x 12 metri, con una profondità di 8 metri, in origine coperte. Due di queste vasche funzionano ancora, alimentate dall'acqua di storiche sorgenti, e vengono utilizzate dai contadini per irrigare gli orti. In una caverna sono presenti tracce di affreschi murari. Sono state ritrovate, in questo luogo, monete coniate tra il 138 ed il 161 d.C., con inciso il nome degli imperatori Marco Aurelio e Antonino Pio.
Una delle cose più interessanti ritrovate a Syedra è un mosaico che raffigura un pescatore e dei pesci, ora nel giardino del Museo di Alanya.

giovedì 25 agosto 2011

Un antico santuario sul Monte Ladro

Lago di Bolsena
Sulla sponda settentrionale del lago di Bolsena, nei dintorni di Roma, sulla sommità del Monte Ladro, è stata fatta un'importante scoperta. Sono stati riportati alla luce i resti di un santuario a pianta rettangolare (8,60 x 11,60 metri), orientato nord-sud e con tutte le caratteristiche dei templi tuscanici descritte da Vitruvio.
Non lontano dall'edificio sacro è stata ritrovata una vasca foderata con blocchi di tufo che, unitamente al tempio, ha portato a pensare che può trattarsi di un'area deputata a santuario circondata da una muraglia che delimita l'intera sommità del monte.
Gli archeologi, in base ai primi rilievi ed ai primi ritrovamenti in situ, collocano la frequentazione di quest'area già al VII secolo a.C., mentre la prima fase del santuario risalirebbe al V secolo a.C. e risulta documentata anche grazie alla ricca decorazione in terracotta che è stata ritrovata. Sono documentate anche fasi successive, per quel che riguarda il santuario, fino all'abbandono all'epoca di Antonino Pio.
Sono stati recuperati materiali che fanno pensare ad un culto di Hercle, tra i quali una piccola clava. Al dio doveva essere associata una divinità femminile, visto che sono stati recuperati dei pesi da telaio. Le terrecotte recuperate, invece, paiono evidentemente riferibili a quelle di Velzna (Orvieto), nella cui zona di influenza era inserito il santuario.

mercoledì 24 agosto 2011

Caccia al Leonardo scomparso

Rubens, la Battaglia di Anghiari
Il Comune di Firenze e il National Geographic stanno cercando di rintracciare la "Battaglia di Anghiari", celebre dipinto perduto di Leonardo da Vinci. L'opera dovrebbe trovarsi dietro una delle pareti del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.
L'indagine è portata avanti per mezzo di radar speciali che, si spera, potranno fornire risultati utili per stabilire le modalità di prosecuzione dell'ultima fase di lavoro.
La Battaglia di Anghiari era una pittura murale di Leonardo, datata al 1503. Il dipinto venne lasciato mutilo e incompiuto per via della tecnica inadeguata. Circa sessanta anni dopo, la decorazione del salone venne rivista da Giorgio Vasari che, non è ancora chiaro, forse distrusse i frammenti leonardiani o li nascose sotto un nuovo intonaco.
Nel 1503 Pier Soderini, gonfaloniere della Repubblica fiorentina, affidò a Leonardo, di ritorno in città dopo il lungo soggiorno milanese, l'incarico di decorare una delle grandi pareti del nuovo Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. L'opera era sicuramente grandiosa e metteva Leonardo a confronto con il suo più diretto collega e rivale, Michelangelo, che doveva eseguire un affresco gemello su una parete vicina, la Battaglia di Cascina.
Leonardo cominciò a progettare il dipinto dopo un viaggio a Pisa. Non sarebbe stato un affresco ma un'opera ad encausto, recuperando, in tal modo, le antiche conoscenze dei Romani tramandate attraverso l'Historia Naturalis di Plinio il Vecchio.
Nè la pittura di Leonardo, nè quella di Michelangelo vennero completate. Non sono pervenuti a noi nemmeno i cartoni originali. Leonardo iniziò l'opera che si era prefisso, ma la scelta tecnica si rivelò inadatta quando era oramai troppo tardi. Predispose due grandi calderoni carichi di legna che ardeva a temperatura altissima. Avrebbero dovuto essiccare la superficie dipinta. Ma l'opera era talmente vasta che la temperatura non fu sufficiente a far essiccare i colori, che finirono per colare sull'intonaco, tendendo quasi a scomparire.
Nel 1503 Leonardo interruppe il trasferimento del dipinto dal cartone alla parete. Tra le migliori copie tratte dal cartone leonardesco, vi è quella di Rubens, oggi al Louvre.

domenica 21 agosto 2011

Selinunte greca e punica

Tempio di Hera a Selinunte
La città di Selinunte prende il nome dal selinon, il prezzemolo selvatico. Fu fondata dai coloni di Megara Hyblaea, guidati dall'ecista Pammilos, nel VII secolo a.C.
Successive migrazioni di coloni megaresi sicelioti si ebbero verso la fine del VII e per tutto il VI secolo a.C. Quando, all'inizio del V secolo, scoppiò la guerra tra Greci di Sicilia e Cartaginesi, conclusasi con la battaglia di Himera (480 a.C.), Selinunte si alleò con Cartagine fino a venire distrutta, nel 409 a.C., proprio dai Cartaginesi i quali, in seguito, la ricostruirono e la fortificarono nell'area dove sorgeva l'acropoli.
Il dominio punico durò fino alla prima Guerra Punica, quando Cartagine, per difendersi dai Romani, decise di accentrare le sue forze a Lylibeo, dove trasferì la popolazione di Selinunte. La città venne, pertanto, nuovamente distrutta.
Un violento terremoto, tra il X e l'XI secolo, finì per ridurre la città ad una grande rovina. Selinunte fu riscoperta dallo storico Tommaso Fazello, nel XVI secolo. Gli scavi furono iniziati dagli inglesi nel 1823.
I Megaresi, al momento della colonizzazione, si insediarono su una zona del sito dove, in seguito, sarebbe sorta la polis. Già sul finire del VII secolo a.C. avevano occupato l'acropoli, la pianura Mannuzza, il sito dove sono visibili i resti del santuario della Malophoros, la fonte del Selinos e la collina orientale.
Gli archeologi fanno risalire la data di fondazione ad un periodo compreso tra il 650 e il 627 a.C.. Successivamente fu fissato il confine tra lo spazio urbano e quello destinato alla sepoltura dei defunti attraverso la costruzione di mura che, nel contempo, avevano anche una funzione difensiva (VI secolo a.C.). Il processo di urbanizzazione si perfezionò tra il VI e il V secolo a.C., probabilmente in coincidenza con l'instaurazione della tirannide o con il ristabilimento di un regime aristocratico o oligarchico a seguito della fallita spedizione di Dorieo.
Le opere maggiori dal punto di vista architettonico furono realizzate nel 570 a.C., quando le condizioni economiche di Selinunte erano senz'altro estremamente floride. Le aree riservate negli impianti di epoca arcaica occupano posizioni marginali comunque ben collegate ai grandi assi che costituiscono il fulcro della pianta cittadina. Le zone deputate alla vita politica, civile e religiosa della città furono sempre piuttosto autonome.
Nel 1977, alla foce del Selinos, fu scoperto un secondo porto (il primo porto era situato sul litorale della vallata, tra l'acropoli e la collina orientale), incluso nel medesimo tracciato di quello dell'acropoli ed abitato ininterrottamente fino alla fine del V secolo a.C.
Nella zona residenziale non lontana dall'acropòoli, sorse un impianto arcaico di isolati paralleli alla linea di costa. Gli isolati erano larghi circa 30 metri e le strade 3,25. L'abitato risulta essere stato abbandonato verso la metà del VI secolo a.C.. Le abitazioni arcaiche furono distrutte e sostituite da difici in grossi blocchi, molto più grandi. Lungo le strade sorsero nuovi muri a prendere il posto dei precedenti. Le abitazioni private, originariamente composte da un solo vano, si arricchirono di diverse stanze.
La zona sacra occupava metà dell'acropoli. Qui sorsero, sin dalla fine del VII secolo a.C., cappelle votive, aree e recinti sacri. L'edificazione continuò fino al V secolo a.C.. Ad est venne realizzato un vasto spiazzo sostenuto da un muro a gradini. Alla fine del V secolo a.C. venne costruito un portico a due ali, il cui colonnato era in armonia con le colonne dei templi della collina orientale. Il primo di questi templi ad essere edificato fu quello di El, nella stessa epoca in cui furono costruiti i primi luoghi di culto dell'acropoli.
Secondo Plutarco, verso la metà del IV secolo a.C., "la maggior parte delle città sopravvissute erano occupate da barbari di stirpi diverse e da soldati che nessuno pagava più e che accoglievano volentieri tutte le rivoluzioni". I Cartaginesi aiutarono Selinunte a riprendersi ed aprirono una nuova fase di prosperità che si tradusse con il rifiorire della trama urbana. La città venne ricostruita sul suo sito primitivo, anche se in modo più limitato. Alcuni quartieri furono abbandonati e occupati da sepolture (350 a.C.). Sia l'abitato chei luoghi di culto assunsero, però, un aspetto e i caratteri peculiari della civiltà punica.
Le potenti fortificazioni dell'acropoli furono rafforzate a nord da un complesso sistema difensivo. La vecchia cinta muraria fu raddoppiata, a sud-est, con una nuova linea difensiva marcatamente punica. A sud-ovest fu aperta una nuova porta fortificata che guardava in direizone del porto e che formava l'ossatura della nuova zona abitativa insediata negli antichi santuari. Nella zona orientale, agli antichi edifici religiosi si aggiunsero altri edifici di carattere cultuale squisitamente punico.

sabato 20 agosto 2011

L'"assassino" di Hatshepsut

Hatshepsut da Deir el-Bahari
Uno scienziato tedesco avrebbe fatto luce sulla morte della regina egiziana Hatshepsut. Nel corredo della regina è presente un flaconcino, oggi esposto al Museo Egizio dell'Università di Bonn. E' proprio su questo flaconcino che si è concentrata l'attenzione dello scienziato.
Il capo della collezione del Museo, Michael Hoveler-Muller, e il Dott. Helmut Wiedenfeld dell'Istituto di Farmacologia dell'Università sono giunti ad un'importante scoperta dopo due anni di studi. All'interno del flaconcino del corredo funerario di Hatshepsut sono state ritrovate tracce di una lozione per la cura della pelle, perchè, pare, la regina egiziana soffriva di eczema. Con le tracce di lozione, gli studiosi hanno ritrovato una sostanza altamente cancerogena che potrebbe aver ucciso Hatshepsut.
Il collo del flacone era chiuso da quella che era stata, finora, ritenuta solo sporcizia, ma Michael Hoveler-Muller riteneva si trattasse del tappo originale d'argilla. Questo avrebbe consentito di recuperare una parte della sostanza contenuta nel flacone. Quest'ultimo è stato sottopostoa ad una scansione che ha confermato il "sospetto" di Michael Hoveler-Muller: la chiusura del flacone era intatta e quest'ultimo conteneva residui disseccati del liquido che vi era riposto.
Una volta analizzato, il liquido risultò essere troppo unto per essere un comune profumo. Gli scienziati hanno analizzato gli ingredienti della sostanza. Oltre a forti quantità di olio di palma e di olio di noce moscata, vi erano altri grassi acidi insaturi utilizzati per curare le malattie cutanee che erano frequenti nella famiglia di Hatshepsut.
A questi elementi, il farmacologo aggiunse idrocarburi derivati dal creosoto e dall'asfalto che consentivano di combattere un grave prurito. Ancora oggi vengono utilizzate creme contenenti creosoto per trattare le malattie croniche della pelle. Il potenziale pericolo del creosoto, però, ha determinato la sua eliminazione da cosmetici e i medicamenti che lo contengono devono essere somministrati solo se prescritti espressamente da un medico.
Il flaconcino di Hatshepsut conteneva benzo(a)pyrene, un idrocarburo piuttosto pericoloso. Il benzo(a)pyrene è una delle sostanze cancerogene più pericolose che si conoscano. E' la maggiore responsabile del cancro ai polmoni derivato dal fumo della sigaretta. Probabilmente la regina Hatshepsut si avvelenò senza saperlo. Era diverso tempo che gli egittologi sapevano che la regina egiziana era morta a causa del cancro, ma finora non conoscevano cosa lo avesse causato.

giovedì 18 agosto 2011

L'uomo di Lazaret

La Grotte du Lazaret, Nizza
Il 13 agosto scorso è stato scoperto un cranio risalente a 170.000 anni fa nelle Grotte du Lazaret.
La Grotte du Lazaret si trova sul versante occidentale del Mont Boron a Nizza. Intorno i calcari dolomitici del Giurassico Inferiore. Il 21 marzo 1963 la Grotte du Lazaret fu dichiarato Monument Historique. Gli studiosi hanno scoperto che l'occupazione del sito ha coperto un raggio dai 190.000 ai 130.000 anni fa. La grotta era un rifugio per le popolazioni europee vissute a cavallo dell'ultima glaciazione del Pleistocene medio.
All'interno del sito sono state individuate tracce di abitato, resti di focolari e gli accumuli di ossa animali (elefante, cervo, stambecco, rinoceronte, lupo, orso, lince e pantera). I resti umani ritrovati fino alla scoperta del 13 agosto scorso, erano alcuni denti e un parietale di bambino di 170.000 anni fa.

mercoledì 17 agosto 2011

Il cenobio dei benedettini di Breme

La cripta dell'Abbazia di Breme
La storia del monastero benedettino di Breme, dal 726 all'anno Mille, legato all'abbazia piemontese di Novalesa, è narrata nel Chronicon novaliciense, una fonte documentale di notevole valore, redatta intorno al 1050 da un monaco di Breme.
La minaccia saracena costrinse la comunità religiosa della Val di Susa, tra il 912 e il 920, ad abbandonare la sede tra i monti per rifugiarsi a Torino. I monaci ricevettero dal marchese Adalberto, loro protettore che esercitava il potere sulla marca di Ivrea, le corti di Breme e Pollicino, confermate con un diploma del 24 luglio 929 dal re Ugo di Provenza. Questi territori si trovavano in un'area pianeggiante, attraversato dalla via Francigena e dalla Strada Regia, che collegavano Pavia, sede del palazzo regio, e Lomello, sede della contea, ai passi alpini del nord-ovest.
Fiumi pescosi e l'abbondanza di acqua contribuirono a fare di queste terre un locus amoenus. Uno dei dossi presenti nella regione venne occupato dai frati che vi eressero un cenobio, ben difeso dalle aggressioni esterne e dalle improvvise esondazioni dei fiumi Sesia e Po. L'erezione del nuovo monastero intitolato a San Pietro fu iniziata da Donniverto, ultimo abate di Novalesa e primo di Breme.
Il cenobio si presentava fortificato da un fossato, a sua volta rinforzato da una palizzata. L'abbazia rispondeva, in generale, alle esigenze politiche, economiche e militari dei fondatori e fu, per questo, coinvolta spesso nelle complesse vicdende storiche per la lotta alla corona del Regno d'Italia.
Nel 950 l'ente religioso fu ceduto, con beni e pertinenze, da Lotario ad Arduino il Glabro, negli anni settanta del X secolo, quando visse un periodo di grande rinascita, coinciso con l'abbaziato di Gezone, eletto nel 976. Costui si impegnò nella ricostruzione di Novalesa, che, alla metà del Mille, tornò in piena attività e diede ampio risalto al cenobio di Breme.
Il cenobio aveva ricevuto ulteriore consolidamento economico dai diplomi imperiali di Ottone III, datati 19 luglio 992 e 26 aprile 998, di Enrico III (1048) e con la bolla di Benedetto VIII.
Il declino avvenne a distanza di tre secoli, quando, nel 1306, Breme fu assediata, conquistata e trasformata in un presidio militare dalle milizie di Galeazzo Visconti. La comunità benedettina si trasferì, nel 1542 nell'abbazia di S. Alberto di Butrio, sulle colline dell'Oltrepò pavese, lasciando posto agli olivetani.
Durante la guerra dei trent'anni la località fu occupata e fortificata dalle truppe della coalizione di Francia, ducato di Savoia e ducato di Modena. La nuova struttura difensiva incorporò nelle mura pure l'abbazia di S. Pietro e la chiesa abbaziale fu trasformata in deposito munizioni. Il cenobio venne radicalmente restaurato nel 1650, ma il declino era, oramai, inarrestabile. Nel 1784 il re di Sardegna Vittorio Amedeo III ne decretò la soppressione.
Qualche decennio dopo la chiesa, piuttosto diroccata e pericolante, fu abbattuta durante il regno italico di Napoleone I. L'attuale complesso architettonico è quello costruito dai monaci olivetani alla metà del '500 e completamente ristrutturato un secolo dopo.
Dell'abbazia del X secolo oggi rimane ancora la bellissima cripta che, orientata verso est, si presume sia stata eretta nella prima metà del 900 e ampliata verso la fine del secolo. La cripta è costruita in laterizio frammisto a ciottoli di fiume ed è lunga più di 11 metri e larga 6 ed è divisa in tre navatelle. Le volte a crociera sono impostate su otto colonne terminanti con capitelli piuttosto rozzi. Degli otto pilastri, quattro sono in pietra, uno in marmo bianco venato, probabilmente recuperato da qualche edificio di epoca romana. Altri quattro sono in laterizio e risalgono al '700.

Una strada di legno nell'East Anglia

La strada di legno conservata nella torba
nell'East Anglia
Una strada, probabilmente risalente all'Età del Ferro, costruita in legno e conservatasi nella torba per più di 2000 anni, è stata ritrovata dagli archeologi durante degli scavi nell'East Anglia. Il sito, scavato a giugno, era forse inserito in un percorso che attraversava il fiume Waveney e le zone umide circostanti Geldeston nel Norfolk. Strade rialzate sono state ritovate, in zona, nel 2006, durante i lavori per prevenire un'alluvione presso la vicina città di Suffolk Beccles.
Si pensa che la strada di legno appena ritrovata risalga ad un periodo preromano e sia stata costruita dalla locale tribù degli Iceni. La datazione esatta deve ancora essere effettuata, ma gli anelli del legno suggeriscono una datazione al 75 a.C.. La strada in legno, dunque, risalirebbe a più di cento anni prima dell'invasione romana, quando gli Iceni, capeggiati dalla loro regina Boudicca (o Boadicea), si ribellarono e sconfissero le armate di Roma. Nel 60 d.C. tesero un'imboscata ad una legione romana e saccheggiarono gli insediamenti romani di Londra e Colchester prima di essere sconfitti.
Le strutture di legno, che di solito sono deperibili e vanno facilmente perdute durante gli scavi archeologici, fanno acquisire, al luogo in cui vengono ritrovate intatte, un'importanza notevole. Al momento in cui vengono alla luce paiono strutture moderne, tanto che è possibile vedere chiaramente su di esse gli interventi di carpenteria.
Kristina Krawiec, ricercatrice archeologica dell'Università di Birmingham, che fa parte della squadra che opera sul sito appena scoperto, ha affermato che gli studiosi stanno acquisendo, attraverso ritrovamenti simili, maggiore comprensione della tecnologia del tempo in Gran Bretagna.
I legni che, messi insieme, formavano questa antica strata britannica sono stati scoperti, per la prima volta, nel giugno dello scorso anno, a 4 metri di profondità e per un percorso di 500 metri attraverso la zona umida fino al fiume. Altri due reperti, ritrovati in precedenza, possono collegarsi a questa strada: uno è collocato sull'altra sponda del fiume, l'altro corre lungo il letto di quest'ultimo.
Ben Gearey, archeologo dell'Università di Birmingham, ha affermato: "Forse abbiamo la prova che questi allineamenti sono stati progettati appositamente ad indicare un attraversamento oppure un'immissione alla strada che conduceva al fiume Waveney". Gli archeologi ritengono che questa strada sia stata un modo per segnalare, da lunga distanza, questo territorio a chi viaggiava nonché un percorso verso il luoghi di ritrovo a scopo religioso dai quali la tribù, responsabile della costruzione della strada, poteva recarsi a portare offerte al fiume. Elementi come spade, scudi e punte di lancia si ritrovano spesso nei fiumi, offerte, probabilmente, agli déi o agli antenati defunti da lungo tempo.
Boudicca o Boadicea, regina degli Iceni, viene chiamata in modo differente dalle antiche fonti. Si pensa che la forma più corretta del suo nome sia Boudicca o Boudica, derivante dalla parola celtica bouda, "vittoria". Tacito scrive che la regina era di nobili natali e che a circa sette anni di età era andata a vivere con una seconda famiglia, dove apprese storia, tradizioni, religione e cultura delle tribù celtiche. Nel 47 d.C. tornò a casa e fu data in moglie all'iceno Prasutago, dal quale ebbe due figlie.
Prasutago sperava di lasciare il suo regno ai suoi familiari, diviso equamente tra la moglie, le figlie e l'impero Romano, a quel tempo sotto Nerone. Normalmente i Romani concedevano l'indipendenza ai regni alleati solo finchè erano vivi i re clienti, che avevano l'obbligo di lasciare in eredità a Roma i loro possedimenti. Inoltre la legge romana riconosceva validità solo ai lasciti in linea maschile. Sicché quando Prasutago morì, le sue intenzioni furono vanificate e il suo regno fu annesso dai Romani.
Tacito scrive che le proteste di Boudicca furono punite severamente: venne esposta in pubblico nuda e frustata mentre le sue figlie furono violentate.
Nel 60 o 61 d.C., il proconsole Gaio Svetonio Paolino stava conducendo una campagna contro i druidi dell'isola di Anglesey (nel Galles settentrionale), gli Iceni e i Trinovanti si ribellarono sotto la guida di Boudicca, conquistando Camulodunum (Colchester) e Londinium (Londra). Riorganizzate le truppe, Paolino si scontrò con Boudicca nela battaglia di Watling Street e, nonostante fossero inferiori di numero, i Romani sconfissero i ribelli. Boudicca si avvelenò.

lunedì 15 agosto 2011

Il tesoro di Pantelleria

L'effigie del cavallo su una delle monete ritrovate
a Pantelleria
Dopo le 600 monete di bronzo ritrovate da alcuni studenti di archeologia nelle acque di Pantelleria, nel giugno scorso, è la volta di un altro sorprendente ritrovamento, nelle medesime acque.
Ricercatori e volontari, riuniti nel consorzio "Pantelleria Ricerche", hanno recuperato ben 3500 monete risalenti a oltre 2200 anni fa. Il ricercatore Francesco Spaggiari ha affermato che l'iconografia è identica in tutte le monete che sono state recuperate, che sembrerebbero coniate in un periodo di tempo compreso tra il 264 e il 241 a.C.
Molte monete recano, su una faccia, la dea Tanit, con la testa adagiata verso sinistra e sull'altra faccia un profilo equino rivolto verso destra con simboli quali un bastone e una stella. Il coordinatore scientifico del progetto, Leonardo Abelli, pensa che così tante monete potessero servire a finanziare la missione antiromana presso i partiti punici della Sicilia.
Ora si spera che questi ritrovamenti possano portare all'apertura di un parco archeologico anche subacqueo, che potrebbe bloccare il piano di trivellazioni petrolifere
che minaccia l’orizzonte dell’isola a causa del possibile incremento delle piattaforme petrolifere.

domenica 14 agosto 2011

Nuove scoperte a Dra Abu el-Naga

Scavi spagnoli nella necropoli di
Dra Abu el-Naga
Un'equipe diretta da Josè Manuel Galàn ha ritrovato a Luxor un deposito contenente più di 80 statuette di creta, dipinte e datate a 3000 anni fa. Vicino alle figurine è stato scavato un cimitero per animali di epoca greco-romana, contenente ben cento mummie di ibis e falchi.
Josè Manuel Galàn ha presentato questi ed altri ritrovamenti della decima campagna di scavo a Luxor, nell'ambito del progetto Djehutyen, della necropoli Dra Abu el-Naga, lungo la sponda occidentale del Nilo, dove sorgeva l'antica Tebe.
Le 80 statuine rinvenute dall'archeologo sono ushabti, dell'altezza di circa 15 centimetri. Probabilmente facevano parte del corredo funerario di un sacerdote. L'importanza della scoperta non è tanto in questi ushabti, quando nel fatto che essi sono riemersi intatti da una tomba non profanata. Nel frattempo gli scavi procedono con l'esplorazione dell'area dove si trovano le sepolture di Djehuty ed Hey, due alti dignitari della corte egizia tra il 1500 e il 1450 a.C..
Nell'attuale campagna di scavi, oltre agli ushabti, sono state scoperte sei stanze con mummie di ibis e falchi vicine alla sepoltura di Hery. Vi sono, inoltre, una "Tavola dell'apprendista", resti di fiori, utilizzati a scopo funerario, risalenti a 1000 anni fa e la tomba di Iqer, arciere vissuto 500 anni prima di Djehuty.

La targa di Wah-ib-ra

Rilievo di Apries dal Palazzo di Memfi
L'autorità egiziana preposta alle operazioni militare ha ritrovato, mercoledì scorso, una targhetta contenente il nome di Apries, quinto re della XXVI Dinastia. Il reperto è stato rinvenuto nella zona di Tal Defna a Ismailia, ad ovest del Canale di Suez.
La targa è composta da due pezzi di arenaria rossa con due cartigli che recano scritto il nome Wah-ib-ra (Apries, nella trascrizione di Erodoto). La targa è stata  trasferita nei magazzini di Ismailia. La base della targa era priva di qualsiasi iscrizione o scultura. Il primo dei due pezzi è lungo 163 centimetri per 85 di larghezza e 58 di spessore. Il più piccolo dei pezzi è 86 centimetri di lunghezza per 55 centimetri di spessore.
Tal Defna dimostra di essere stato qualcosa di più di un semplice presidio militare per i soldati mercenari greci. Era, piuttosto, una città egiziana fondata da Psammetico I durante la prima parte della XXVI Dinastia.
Apries fu il sesto faraone della XXVI Dinastia. La maggior parte del suo regno trascorse in continue guerre contro il sovrano babilonese Nabucodonosor II. La maggior parte di questi scontri avvennero nel Levante, ma anche a Cirene, in Libia. Dopo aver subito una pesante sconfitta nella battaglia di Cirene, le truppe egizie si rivoltarono e Apries fu costretto a fuggire. Tentò di riprendersi l'Egitto ma trovò, alla fine, morte per annegamento.
Apries costruì un grandissimo palazzo a Memfi, scavato nel 1909 dalla British School of Archaeology. Sono emersi splendidi piloni, una immensa corte interna e splendide stanze, sette delle quali sono state ritrovate intatte.
Viene nominato anche nella Bibbia con il nome di Efree. Un altro dei nomi con i quali è conosciuto è Khaaibra.

sabato 13 agosto 2011

Il palazzo del re di Meroe

Il sito di Meroe
Meroe, città sulla sponda orientale del Nilo, fu edificata circa 3000 anni fa e fu la capitale del regno di Kush, l'attuale Sudan Settentrionale. Meroe fu scoperta nel 1821 da Frédéric Cailliaud che, per primo, rese note le illustrazioni delle sue rovine. La pianta più esaustiva fu compilata da Karl Richard Lepsius nel 1844, mentre gli scavi a Meroe iniziarono nel 1902.
Meroe era circondata da oltre 200 piccole piramidi dette "nubiane", i testi meroitici erano scritti in un alfabeto che si leggeva da destra a sinistra e dal basso verso l'alto. L'antico nome della città era Medewi o Bedewi ed era nota per l'estrazione e la lavorazione del ferro. Malgrado siano oramai anni che si scava a Meroe, nulla si sa delle origini di chi l'abitava e del perchè abbia deciso di fondare una città proprio in questo luogo inospitale.
L'archeologo Krzysztof Grzymski, curatore del Royal Ontario Museum, è il responsabile di una missione archeologica che opera proprio a Meroe. A lui ed alla sua equipe si deve la scoperta di un antico palazzo, abitazione, forse, di un antico sovrano meroitico. Questo palazzo è stato solo parzialmente scavato, la maggior parte è tuttora nascosta nel terreno. La dazione al radiocarbonio dei reperti organici (ossa di animali, pareti di fango e così via), indica che l'edificio fu costruito circa 900 anni prima della nascita di Cristo.
I resti animali sono veramente abbondanti: si tratta di bestie domestiche quali capre e pecore e starebbe a dimostrare che la civiltà di Meroe si nutriva prevalentemente di carne e derivati del latte. Probabilmente si trattava di pastori seminomadi sedentarizzati. Grzymski pensa che, poco lontando dal palazzo appena scoperto, potesse esseri un antico tempio dedicato ad Amon, un edificio la cui esistenza, finora, è soltanto un'ipotesi.

L'uomo dei sacrifici umani

La tomba del misterioso uomo di Chotuna-Chornancap
Ancora scoperte archeologiche a Lambayeque, nel Perù settentrioinale. I nuovi scavi sono finanziati dal Fondo Italo Peruviano. Il sito al centro dell'attenzione è quello di Chornancap-Huaca Chotuna. Qui il direttore del Museo Bruning, Carlos Wester La Torre, ha riportato alla luce la sepoltura di un uomo attorniato da un coltello. Una tomba preincaica.
Anticamente questo luogo ospitava un centro cerimoniale legato alla civiltà Lambayeque, conosciuta anche come Sicàn. Questa popolazione si sviluppò lungo le coste del Perù tra l'800 e il 1375. Gli studiosi pensano che i sovrani di Chotuna-Chornancap si rifacessero ad un mitico antenato marino chiamato Naylamp. Dopo il crollo della cultura Moche, Naylamp giunse dall'oceano con guerrieri e zattere per fondare la civiltà Sicàn.
In precedenza a Chotuna-Chornancap era emerso un santuario di 250 metri quadri, all'interno del quale era stata ritrovata una piramide a forma di tomba, chiamata Huaca Norte. All'interno le spoglie di trentatre persone di cui trenta di sesso femminile. Gli scheletri mostrano tracce di mutilazioni e di torture e gli archeologi ritengono che le donne fossero state oggetto di sacrifici rituali.
La nuova sepoltura contiene, invece, i resti di un uomo tra i 20 e i 30 anni di età, la cui sepoltura è avvenuta tra il 1200 e l'inizio del 1300 d.C.. Non si conoscono ancora le cause della morte, ma i ricercatori ritengono, dal tipo di corredo e dalla quantità dei materiali che lo compongono, che l'uomo facesse parte dell'élite di Sicàn e che dovesse in qualche modo essere collegato ai sacrifici umani effettuati nel sito.

giovedì 11 agosto 2011

Le sorprese del Tumulo della Regina


Ingresso al Tumulo della Regina
E' stato effettuato un importante ritrovamento durante la IV campagna di scavo dell'Università di Torino, della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria Meridionale e della città di Tarquinia. E' stata ritrovata una camera secondaria ancora sigillata all'interno del Tumulo della Regina, nel cuore della necropoli etrusca di Tarquinia.
Il Tumulo della Regina è un'imponente struttura del diametro di circa 40 metri. Qui era sepolto, con molta probabilità, un personaggio di spicco della comunità etrusca della Tarquinia del VII secolo a.C., probabilmente un personaggio legato ai re della città, noti con l'appellativo di lucumoni.
Il Tumulo della Regina appartiene ad una tipologia di tombe reali che si ritrovano anche nella Cipro della cultura omerica. Nella necropoli regale di Salamina, sito archeologico nel sud est dell'isola, vi sono tombe con ricchi corredi funerari che possono essere considerate equivalenti a quelle di Tarquinia, sia per le grandi dimensioni dell'ingresso che per il tumulo. Probabilmente questo modello funerario fu introdotto in Italia proprio da architetti orientali sbarcati a Tarquinia circa 2700 anni fa.
Le ricerche, che dal 2008 sono condotte sul campo dal Dott. Alessandro Mandolesi, hanno rivelato la presenza, nella parte anteriore del sepolcro, di un ampio e praticabile accesso che, in origine, era coperto da una grande tettoia. Accesso che era utilizzato per le celebrazioni in onore del defunto. Durante la campagna di scavi del 2010, nel Tumulo della Regina, sono stati scoperti i resti di un rarissimo intonaco alabastrino tipico delle culture del Vicino Oriente. E' un esempio di rivestgimento murario finora sconosciuto in Italia, presumibilmente realizzato da maestranze provenienti dal Levante mediterraneo.
In alcuni punti, poi, sono emerse tracce di decorazioni dipinte: una larga fascia rossa che si srotolava sui tre lati dell'ingresso; al di sotto e al di sopra raffigurazioni di carattere religioso, fra le quali una figura difficilmente leggibile, disegnata con un con un contorno rosso. La figura ha andamento sinuoso, probabilmente si tratta di un vegetale o di un animale. Nella parte bassa compare un unguentario di tipo corinzio e, forse, la mano di un personaggio.
Le pitture del Tumulo della Regina sembrerebbero realizzate secondo un'antica tecnica pittorica ricordata anche da Plinio il Vecchio ed inventata da maestri greci tra l'VIII e il VII secolo a.C.. Se la datazione dei decori sarà confermata al VII secolo a.C., si tratterebbe della più antica manifestazione di pittura funeraria tarquiniese realizzata in ambiente aperto, destinato ai vivi.

Sorprendenti scoperte in Gran Bretagna

La Cattedrale di Exeter
La scoperta di una grande quantità di antiche monete potrebbe gettare nuova luce sull'estensione del dominio romano sulla Gran Bretagna. I Romani potrebbero aver avuto il controllo su una parte del sud ovest dell'isola più grande di quanto si è finora pensato.
Gli archeologi sono sempre stati convinti che Exeter, nel Devon, sia stato l'ultimo avamposto dell'impero. Il ritrovamento di queste monete è considerata una delle più grandi scoperte della storia dell'antica di Roma e mette in discussione il fatto che i Romani siano stati fermati dalla resistenza di feroci tribù locali.
Sam Moorhead, studioso del British Museum, è convinto che si è alle fasi iniziali di un importante processo di revisione storica sull'occupazione romana della Gran Bretagna. Le monete che stanno determinando questo subbuglio culturale sono state ritrovate da due archeologi amatoriali tramite il metal detector. Il tesoro è stato immediatamente consegnato alle autorità che hanno incaricato degli archeologi di effettuare un'indagine sul luogo di ritrovamento. Con enorme sorpresa è stato scoperto un grandissimo insediamento che, per motivi di sicurezza, non è stato comunicato alla stampa. Si sa solamente che si trova a qualche miglia da Exeter.
Nell'insediamento sono state ritrovate tredici case a pianta rotonda, cave di ghiaia e sentieri che percorrevano almeno dodici campi. E' il primo ritrovamento del genere in Gran Bretagna. Gli scavi sistematici sono previsti a breve. Uno studioso del British Museum ha affermato che scoperte del genere non sono comuni nel Devon. Gli scavi iniziali hanno permesso di accertare la vivacità degli scambi commerciali con tutta l'Europa, una via di collegamento verso un insediamento molto più grande di Exeter ed alcune strutture che incuriosiscono molto gli archeologi.
Quello che ha maggiormente eccitato gli archeologi è stata la scoperta di due tumuli sepolcrali che sembrano essere stati edificati prioprio al fianco della strada principale dell'insediamento. Gli studiosi pensano che si tratti del primo segno di un antico cimitero romano. Per il momento non esiste certezza sul periodo esatto di occupazione del sito, ma le monete ritrovate risalgono a un periodo leggermente precedente la fase dell'invasione romana e arrivano fino al 378 d.C.
I Romani raggiunsero Exeter durante l'invasione della Britannia, tra il 50-55 d.C.. Una legione, guidata dal futuro imperatore Vespasiano, costruì una fortezza su uno sperone di roccia che si affacciava sul fiume Exe. La legione è rimasta in questo luogo nei successivi venti anni prima di spostarsi nel Galles. Due anni dopo la partenza della legione, Exeter si trasformò in un vivace insediamento romano-britannico dal nome di Isca Dumnoniorum (in cornico Karesk, in gallese Caerwysg) , con palazzi pubblici in stile romano, bagni e un tribunale. Era la città principale dei Dumnonii, una tribù britannica che abitava il Devon e il Cornwall.
Finora si è pensato che la resistenza britannica agli usi ed all'invasione romana avesse impedito ai Romani di espandersi in direzione sud ovest. Si è, pertanto, fissato ad Exeter il punto più estremo dell'occupazione romana nel sud ovest dell'antica Britannia. Pare, invece, che così non sia stato.

Passato e presente ai Mercati di Traiano

I Mercati di Traiano, veduta generale
I Mercati di Traiano sono tra i complessi più imponenti che siano stati edificati in età imperiale a Roma. Furono inaugurati nel 212 d.C. per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano.
Da diversi mesi sono in corso dei lavori di restauro, all'interno dei Mercati, lavori che interessato il grande emiciclo e la via Biberatica, un percorso esterno al complesso noto per la sua particolare concezione urbanistica ed architettonica. Il cantiere di restauro è visibile al pubblico durante tutta l'estate e permette, attraverso l'utilizzo di pannelli di recinzione proprio sulla via Biberatica, di ripercorrere le diverse fasi di vita dei Mercati, permettendo a chi visita il complesso di confrontare sul posto i materiali, le tecniche e l'organizzazione dei cantieri dei Romani con quelli dei contemporanei.
L'esposizione comprende anche materiali inediti: elementi architettonici in marmo, due capitelli corinzieggianti figurati; un tondo con la commemorazione del Giubileo del 1600; un orcio; tre laterizi bollati e frammenti di contenitori dall'età imperiale a quella altomedioevale. Questi ultimi provengono dalla scavo del 2005 nell'area del Giardino delle Milizie.
Le date dei bolli laterizi fanno ritenere che una parte della costruzione risalga in parte all'epoca di Traiano ed è, forse, da attribuire all'architetto dell'imperatore, Apollodoro di Damasco, anche se si ritiene che il complesso sia stato concepito già sotto il regno di Domiziano. La tecnica costruttiva utilizzata nei Mercati di Traiano è il laterizio (cementizio rivestito da un paramento in mattoni), che sfrutta tutti gli spazi disponibili, inserendo ambienti di varia forma ai differenti livelli del monumento. Numerosi sono i collegamenti interni tra i vari livelli, quali scale o cordonate.
In passato si è pensato che la funzione commerciale dell'edificio fosse dovuta alle preoccupazioni di Traiano circa la precaria situazione annonaria della città. I Mercati venivano, in tal modo, ad essere il punto finale di un gigantesco sistema di rifornimento di Roma, assicurato anche dalla costruzione del porto di Traiano a Fiumicino. Ultimamente, analizzando la composizione, la planimetria e la destinazione d'uso dei diversi ambienti, si è più propensi a pensare che i Mercati fossero una sorta di centro polifunzionale dove si svolgevano attività di natura amministrativa. Nel corpo centrale doveva aver sede il procurator Fori Divi Traiani, citato in un'iscrizione ritrovata di recente e forse preposto all'amministrazione e alla gestione del complesso monumentale.

domenica 7 agosto 2011

La casa del vescovo di Acri

Ingresso al baluardo di
S. Giovanni d'Acri
Ad Akko, sulla costa mediterranea di Israele, meglio conosciuta con l'antico nome di San Giovanni d'Acri, l'Autorità per le Antichità israeliane ha riportato alla luce un interessantissimo edificio pubblico del periodo bizantino, risalente a 1500 anni fa e identificato con una chiesa.
Nurit Feig, direttore dello scavo ha affermato: "Fino ad oggi le fonti cristiane ricordavano Akko come una delle località in cui si costituì la religione cristiana. Ed è quello che sembra stia emergendo dai reperti ritrovati nello scavo archeologico."
L'edificio pubblico è piuttosto grande ed ha restituito tegole, pezzi di decorazione in marmo, ceramiche e monete che fanno pensare ad una struttura pubblica ad uso del vescovo di Akko.
Gli abitanti dell'edificio avevano un'abbondante scorta di acqua che proveniva da un pozzo situato in uno dei cortili dell'edificio. Le fonti paleocristiane narrano come i vescovi di Akko e Cesarea parteciparono ad importante conferenze ed incontri che si occupavano di perfezionare la dottrina cristiana.
Interessanti, dal punto di vista archeologico, i materiali di reimpiego ritrovati: si tratta di materiali ellenistici come vasellame proveniente dal bacino del Mediterraneo (anfore dall'Isola di Rodi, per esempio).

sabato 6 agosto 2011

L'oscura Ecate

Selinunte, tempio dedicato ad Ecate
Esiodo celebrò Ecate nella sua Teogonia, facendola discendente delle divinità primordiali. Sono, però, rare le citazioni che la riguardano, per cui si concepisce Ecate come una divinità piuttosto misteriosa, il cui culto era radicato soprattutto in Oriente.
L'etimologia del nome si fa comunemente risalire all'epiteto di Apollo Hekatos, un epiteto piuttosto oscuro, che alcuni studiosi hanno interpretato come "che colpisce, che opera da lontano". Altri ritengono, invece, che il nome Ecate abbia la stessa radice della parola greca che sta per "cento", in riferimento alle diverse forme che la dea poteva assumere. Vi è, inoltre, chi ha sottolineato la somiglianza del nome Ecate con quello della dea egizia Hequit, Heket o Hekat, matriarca tribale dell'Egitto pre dinastico, nota anche per la sua saggezza. La dea egizia aveva una testa di rana, connessa con lo stato embrionale, quando il seme morto inizia a germinare. Heket/Hekat era, poi, una delle levatrici che assistettero alla nascita del sole. Anche il termine egizio "heka" può essere collegato, in qualche modo, ad entrambe le divinità. Heka indica la magia legata al ka, l'energia vitale, l'anima, lo spirito.
Ecate viene indicata, dai testi greci, come una dei Titani, ma le sue origini erano certamente antecedenti all'Olimpo degli déi. La tradizione più antica la vuole figlia di Erebo e della Notte e madre di Circe o delle tre Grazie.
Esiodo afferma che Ecate era, invece, figlia di Perse ed Asteria, due Titani simboli della luce splendente, e la descrive come regina delle Stelle, destinata ad ereditare il trono di regina del Cielo. Asteria, madre di Ecate, era una delle sorelle di Leto, madre di Apollo e Artemide.
Ecate, al pari di Zeus, aveva il potere di concedere o vietare ai mortali la realizzazione dei loro desideri. Ecate era collegata, sin dai tempi più antichi, ai crocicchi, ai trivi. Pausania sostiene che la dea fosse stata dipinta, per la prima volta, nella forma che più si conosce, quella triplice, dallo scultore Alcamene, verso la fine del V secolo a.C.. Quel che è certo è che alcuni ritratti classici mostrano Ecate nella sua triplice forma, mentre porta una torcia, una chiave e un serpente.
Un rilievo in marmo del IV secolo a.C. proveniente dalla Tessaglia, mostrava Ecate in compagnia di un cane mentre posa un serto sul capo di una cavalla. Il cane (o la cagna) era il compagno più fedele della dea ed una delle forme di onorare Ecate era quella di lasciare della carne ai crocicchi. Spesso le si sacrificavano dei cani.
Sacri ad Ecate, oltre ai crocicchi, erano le edicole e le effigi che la rappresentavano. Da queste edicole, poste agli incroci di tre strade, Ecate proteggeva i viandanti aiutandoli a prendere la giusta strada, quella meno rischiosa.
Tra gli attributi che accompagnavano la dea vi era la torcia, che serviva a illuminare le tenebre dell'anima che attraversa il passaggio dalla vita alla morte. In molte località oracolari, era onorata la coppia Apollo - Ecate, a simboleggiare l'ambivalenza della saggezza: solare e lucente (apollinea) oppure oscura, interiore (ecatea).
Il coltello, che molte rappresentazioni vogliono essere un oggetto tipico di Ecate, era associato al ruolo di levatrice della dea ed al compito di accompagnatrice nel mondo degli inferi, dove Ecate taglia il legame tra il mondo fisico e quello spirituale.
Hekate Kleidoukos, "che tiene la chiave", è l'attributo della dea che sottolinea la sua funzione di controllo del passaggio dal mondo della superficie a quello ctonio, su cui dominava Ade. Ecate aveva guidato Persefone agli inferi e per questo era considerata la custode dei misteri della conoscenza.
Nell'Oracolo caldeo, edito ad Alessandria, Ecate era associata ad una ruota nota come Ruota di Ecate, avente forme serpentine che disegnano una sorta di labirinto a tre direzioni.
Il cane era, invece, il simbolo dell'Oltretomba, guida dei morti come l'egizio Anubis. Le apparizioni della dea ai crocicchi erano preannunciate dal latrato dei cani.
Ecate era considerata una e trina, era fanciulla ma anche madre e anziana (da cui il nome latino Trivia). Gli antichi Greci avevano principalmente tre divinità femminili associate alla luna: Selene, la luna  piena; Artemide, la luna nuova; Ecate, la luna calante. I Romani ripresero questa ripartizione con le divinità Luna, Diana ed Ecate. Si pensava che quest'ultima fosse uno dei tre aspetti di Demetra, che in sé assommava anche la vergine Persefone e la saggia Ecate.
I poteri di Ecate sono prevalentemente intesi come poteri magici, essendo il suo nome strettamente connesso al termine heka, ciò che rende attivo il ka, la magia della volontà che si esprime e che crea. Ecate mantenne la signoria sul cielo, sulla terra e sul mondo sotterraneo. Custodiva la ricchezza e le benedizioni della vita. Lo stesso Zeus onorava la misteriosa dea.
Ecate era onniscente, conosceva passato, presente e futuro di ognuno. Per questo era rappresentata con un libro in una mano ed una torcia nell'altra. Era anche considerata la divinità della morte e della rigenerazione e come tale accompagnava le anime nel regno dei morti e riconduceva dalla morte alla vita. Esperta nella divinazione, Ecate donava agli umani i sogni e le visioni che, quando erano interpretati con abilità e saggezza, portavano a chiarezza nell'agire. Per questo Ecate era legata alla funzione oracolare delle Sibille.
Il mito vuole Ecate parente di Circe che, a sua volta, è parente di Medea, entrambe maghe, rappresentanti gli aspetti ambivalenti del femminino, della conoscenza, del mistero, della magia manipolatrice.
Ecate dalle tre forme era onorata in un simulacro formato da tre maschere. I riti a lei connessi erano di natura purificativa e si svolgevano una volta al mese (i cosiddetti "banchetti di Ecate"). In questi frangenti si serviva carne di cane ed uova. Queste ultime, ritenevano gli antichi, filtravano tutte le impurità che venivano eliminate dal ventre di Ecate.
Si diceva che la dea spaventava, di notte, i viandanti aiutata dai suoi cani e li portava ad incontrare dei feroci demoni che vivevano nel "recesso di Ecate", una profonda concavità della Luna che, afferma Plutarco, ospitava le anime ree che dovevano scontare le loro colpe prima di morire e diventare, a loro volta, altri demoni.
Plutarco afferma che Ecate era la regina dei Demoni e dei Fantasmi, che portava terrore, distruzione e morte. Prima dell'avvento degli déi Olimpici, Ecate era considerata una divinità positiva, patrona della rigenerazione. Era rappresentata giovane e bella.
Le feste più importanti in onore della dea si svolgevano il 13 agosto e il 30 novembre, probabilmente di notte, presso i crocicchi che Ecate presiedeva. Allora si accendevano fuochi e si celebrava la dea con un banchetto. Il 16 novembre, invece, per onorare Ecate, le si portavano delle offerte presso i crocicchi.

venerdì 5 agosto 2011

Una cisterna sotto l'università

La cisterna Cibali
L'Università Kadir Has di Istanbul è in attesa del consenso comunale per avviare il restauro e la conservazione della Cisterna Cibali, posta sotto il suo campus.
Il primo tentativo di ripristinare l'antica struttura è stato condotto dal Museo Archeologico di Istanbul nel 1944. Tentativo che si è concluso cinque anni più tardi. La cisterna risale all'XI secolo ed ha una struttura architettonica piuttosto eclettica: le colonne, infatti, sono state recuperate da strutture di epoca successiva. E' costituita da ben 48 cupole e 20 colonne.
Sopra la cisterna c'è un hamam ottomano risalente ai primi anni del XVII secolo, i cui costruttori hanno sicuramente voluto sfruttare la cisterna nel suo ruolo di immagazzinamento dell'acqua. Nel XIX secolo, al posto dell'hamam è stata installata una fabbrica di tabacco, chiusa nel 1970. L'edificio andò a fuoco quasi subito dopo esser stato chiuso, per poi venir restaurato dall'Università Kadir Has, che lo ha avuto in concessione per 49 anni.
Gli archeologi hanno fatto uno scavo di prova che intendono portare più in profondità per vedere se è possibile fare altre scoperte. La burocrazia e la infinita richiesta di permessi, però, sta rallentando i lavori che sono piuttosto urgenti, visto che il soffitto della cisterna sta trasudando acqua che rischia seriamente di compromettere la solidità della struttura.

Una chiesa paleocristiana a Comacchio

Freschissima scoperta archeologica in quel di Comacchio: è stata ritrovata una probabile chiesa paleocristiana in Valle Ponti. Non ne è sorpreso lo scopritore della nave romana di Comacchio, Antonio Felletti Virgili che ha così commentato: "Mio padre, ispettore onorario dell'allora Soprintendenza alle Belle Arti, mi riferì a più riprese di questo rinvenimento, avvenuto nel 1934, quando erano in pieno svolgimento le campagne di scavo della necropoli greco-etrusca di Valle Trebba".
La chiesa paleocristiana è stata ritrovata accanto al luogo in cui, negli anni '80, è stata rinvenuta la nave romana di epoca augustea. Dal momento che sono presenti delle sepolture, all'interno del perimetro murato, si è pensato ad un luogo di culto. Non se ne conosce ancora la dimensione e il luogo è ancora in fase di scavo. Sembra, addirittura, che all'interno di questo presumibile edificio religioso sia stato rinvenuto un altare e diversi scheletri integri tra le sepolture, nonchè tracce di abitazioni intorno alla struttura.
"Purtroppo nel 1934 - racconta Virgili. - l'interesse degli archeologi era ben altro e la pieve che mio padre riconobbe in quella di Santa Maria in Auregario, fu ricoperta. Nel tempo le pareti e altre suppellettili furono trafugate e oggi, purtroppo, rimangono soltanto le fondazioni".
Lo studioso monsignor Antonio Samaritani, però, non si sbilancia nell'identificazione del luogo di culto, anche se ammette che potrebbe trattarsi verosimilmente della chiesa dedicata a Santa Maria in Auregario.

Un'incursione a Venosa

Bassorilievo romano di Venosa
dedicato probabilmente a
Cicerone
L'insediamento umano, a Venosa, risale a circa 600.000 anni fa. Nei pressi della cittadina della Basilicata è stata rinvenuta anche una necropoli neolitica. Il centro abitato vero e proprio fu fondato, probabilmente dai Sanniti i quali, nel 291 a.C., dovettero cederlo ai Romani che ne fecero una colonia e vi trasferirono circa 20.000 persone.
Sull'etimologia del nome vi sono diverse ipotesi. La maggior parte degli studiosi ritiene che il nome Venosa derivi dal fatto che la città fosse votata alla dea Venere (in latino Venus mutuato anche dal fenicio Benoth). Altri ritengono, invece, che l'appellativo sia derivato dall'abbondanza e dalla qualità dei vini che qui si producevano (vinosa) o, in alternativa, dalla ricchezza delle vene d'acqua.
L'occupazione romana giovò molto all'economia di Venosa, anche perchè, poco lontano dal centro, correva la via Appia, una delle più importanti arterie di scorrimento della penisola, all'epoca. Nel 65 a.C. a Venosa vide la luce il poeta Quinto Orazio Flacco.
Il cristianesimo si insediò in città intorno al 70 d.C. e con esso anche una delle prime comunità ebraiche d'Italia, che riuscì a integrarsi perfettamente nel tessuto sociale cittadino. Testimonianza di questa felice integrazione è la collina della Maddalena, dove sepolture cristiane e sepolture ebraiche poco si distinguono e convivono da secoli.
Nel 114 d.C. fu aperta la via Traiana, che collegava Benevento e Brindisi ma evitava Venosa, causando gravi ripercussioni economiche per la cittadina della Basilicata.
La caduta dell'impero romano e l'avvento del medioevo portò anche le invasioni barbariche, che devastarono Venosa fino al V secolo d.C.. Nel 476 gli Eruli di Odoacre invasero la cittadina; nel 493 gli Ostrogoti la trasformarono in centro amministrativo, politico ed economico. Nell'842 Venosa fu saccheggiata dai Saraceni, in seguito cacciati da Ludovico II. Fu la volta, quindi, del dominio Bizantino che lasciò spazio, dopo la sconfitta nella battaglia del fiume Olivento, ai Normanni di Arduino (1041).
Nel 1133 Venosa fu saccheggiata e data alle fiamme da Ruggero II di Sicilia. Federico II di Svevia fece costruire, in città, un castello sul luogo dove, nel IX secolo, era stato eretto un fortilizio longobardo. Nel 1200 il castello in questione divenne un convento di frati agostiniani prima, salesiani e trinitari poi.
A Venosa nacque il futuro imperatore svevo Manfredi, figlio di Federico II e Bianca Lancia.
Dopo un avvicendarsi di signori feudali, la città fu concessa in feudo agli Orsini nel 1453 e, nel 1561, agli Aragonesi, che ne fecero un centro di attività culturali e artistiche. In questo periodo visse il principe Carlo Gesualdo, musicista tra i più insigni del suo tempo, ma anche piuttosto chiacchierato. Si diceva che si fosse rifugiato nel suo feudo dopo aver assassinato, a Napoli, sua moglie (nonchè cugina) Maria d'Avalos, che lo aveva tradito con il duca di Andria Fabrizio Carafa.
Tra i monumenti più importanti di Venosa vi è il complesso della Santissima Trinità, in cui è possibile ritrovare la stratificazione di diverse epoche: romana, longobarda e normanna. La struttura si compone di una chiesa antica e di una incompiuta (o nuova). Il complesso è riconosciuto monumento nazionale. Vi sono pareri discordanti sulla data della sua fondazione. L'abbazia, comprendente, un tempo, solo la chiesa antica, venne innalzata dai benedettini prima dell'arrivo dei Normanni. Il nucleo originario è costituito da una basilica paleocristiana (V-VI secolo d.C.) sorta su un precedente tempio pagano dedicato ad Imene. Nel 1059 la basilica venne consacrata da papa Niccolò II. Nello stesso anno Roberto il Guiscardo ne fece il sacrario degli Altavilla.
La chiesa antica conserva l'impianto paleocristiano, con una pianta basilicale romana, un'ampia navata centrale e l'abside di fondo. Vari sono stati gli interventi nel corso dei secoli, fino alla ricostruzione e al restauro in epoca longobarda e normanna. L'ingresso ostenta due sculture di leoni in pietra e quattro sporgenze. L'interno occupa una superficie di 1000 metri quadrati. La navata centrale è divisa in altre quattro costituite da grandi archi larghi 10,15 metri. Nella navata destra si trova la tomba degli Altavilla, in cui furono seppelliti Roberto il Guiscardo, Guglielmo "Braccio di Ferro", Umfredo, Drogone e Guglielmo d'Altavilla. I resti di costoro furono riunificati in un unico sarcofago nella metà del '400. Nella navata sinistra si trova la tomba di Alberada di Buonalbergo, moglie di Roberto il Guiscardo dal 1053, ripudiata a favore della principessa longobarda Sichelgaita di Salerno.
La chiesa incompiuta venne iniziata servendosi del materiale proveniente da monumenti romani, longobardi ed ebraici. Il suo progetto risale al XII secolo ed i lavori vennero sovvenzionati dai benedettini. L'andamento della costruzione, però, fu piuttosto lento a causa delle alterne fortune economiche dei frati. Nel 1297 papa Bonifacio VIII assegnò il complesso ecclesiale ai Cavalieri dell'Ordine dell'Ospedale di San Giovanni in Gerusalemme (meglio conosciuti come Cavalieri di Malta), i quali preferirono insediarti all'interno di Venosa. La chiesa, dunque, non venne mai completata.

Emergono altri frammenti del colosso di Psammetico I

Parte posteriore del pilastro del faraone Psammetico I (Foto: Ministero delle antichità) La missione archeologica egiziano-tedesca ha ...