domenica 30 ottobre 2011

Un tempio alla Genitrice della gens Iulia

Tempio di Venere Genitrice
Tutto quel che attualmente resta di un tempio, voluto da Caio Giulio Cesare nel 46 a.C., sono tre colonne, rialzate dagli scavi mussoliniani nell'area dei Fori Imperiali, non lontano dal Colosseo.
Grazie alle vittoriose guerre galliche, Cesare iniziò a progettare il suo Forum Iulium, espropriando allo scopo diversi terreni nell'area immediatamente adiacente all'area pubblica più antica e centrale di Roma, dove batteva il cuore politico dell'Urbe. Qui Cesare fece edificare una lunga piazza circondata da portici su tre lati. Sul fondo, addossato al colle capitolino, fece erigere un tempio, celebrazione di se stesso e delle sue presunte origini divine. Il tempio venne dedicato a Venere Genitrice, madre dell'eroe troiano Enea che, tramite suo figlio Iulo, aveva dato origine alla gens di Cesare, la gens Iulia.
I resti visibili ora appartengono alla ricostruzione voluta da Traiano nel II secolo d.C., che rispettò, sostanzialmente, lo schema architettonico di quello di Cesare. Il tempio era ottastilo (otto colonne sulla fronte) e periptero sine postico (otto colonne sui lati lunghi ma nessuna colonna sul retro). Era accessibile tramite due scale laterali che confluivano in una rampa frontale. Le colonne erano estremamente vicine le une alle altre, in un ritmo architettonico che Vitruvio definiva picnostilo e che contribuiva a rendere il tempio molto imponente rispetto alla piazza circostante.
L'architrave del tempio aveva un fregio sontuoso decorato da girali di acanto. Anche la cornice era estremamente lavorata e terminava con un motivo di delfini con le code arrotolate attorno a tridenti. I muri della cella erano decorati con pannelli di marmo bianco, ritrovati in frammenti, inseriti tra le lesene delle pareti. Questi pannelli erano incorniciati da un raffinato motivo vegetale con putti alati, la rappresentazione del figlio di Venere, Eros. Nel Rinascimento furono trovate due lastre ancora integre pertinenti al tempio. Una di esse, proveniente dalla Collezione Farnese, si trova ora esposta al Museo Archeologico di Napoli e mostra due amorini affrontati nell'atto di sacrificare dei tori. La seconda lastra, conservata a Villa Albani a Roma, mostra amorini con le gambe trasformate in foglie di acanto che depongono offerte in un thymiaterion (incensiere).
Entrambe i motivi delle lastre si riferiscono al mondo dei riti e dei culti. Il sacrificio del toro era una tematica piuttosto importante nella religione pagana, raffigurando il rinnovamento della vita. Le offerte bruciate nel thymiaterion volevano creare, invece, un collegamento tra il mondo umano e quello divino. Altri frammenti relativi a lastre sicuramente collocate all'interno del Tempio di Venere Genitrice, fanno pensare alla presenza di lastre anche di maggiori dimensioni delle due integre attualmente disponibili.
Anche il portale d'ingresso all'aula di culto celebrava la prosperità di cui Venere era considerata portatrice. Gli stipiti erano ornati di splendide lesene in marmo bianco proconnesio, decorate da tralci d'uva tra i quali si muovevano animali nascosti. L'interno del tempio era costituito da una cella a navata unica scandita, ai lati, da due ordini di colonne e con un'abside sul fondo. In quest'abside - una vera novità al tempo di Cesare - era ospitata la statua di Venere che andò, sfortunatamente, distrutta. Cesare aveva chiesto allo scultore greco Archesilao di modellare una copia in terracotta di un originale in bronzo attribuito a Callimaco (V secolo a.C.), era questa la statua ospitata nel grande tempio, un'iconografia di grande successo, viste le copie in marmo che se ne fecero durante l'epoca imperiale. La dea compare vestita con una tunica e un mantello poggiato sulle spalle.
Le colonne laterali del primo ordine della cella, in marmo pavonazzetto, poggiavano su dadi in peperino ancora visibili. Tra queste colonne vi erano delle nicchie sormontate da piccoli timpani in marmo bianco, destinate ad ospitare statue ed opere d'arte, stando alla testimonianza delle fonti antiche. Il tempio era, insomma, una sorta di raccolta d'arte o un museo ante litteram. Cesare aveva donato al tempio la Venere di Archesilao e un'immagine dorata di Cleopatra, posta accanto alla statua di Venere. Vi erano, inoltre, sei contenitori con gemme incise e due quadri di Timomaco di Bisanzio, anch'essi doni di Cesare. Lo storico Cassio Dione ricorda, all'interno del tempio, anche una statua di Cesare dedicata da Ottaviano. Caligola fece porre qui, alla morte di Drusilla, una statua della sorella.
Le colonne del tempio sorreggevano un fregio-architrave in marmo lunense, capolavoro dell'arte imperiale romana, recante, ancora una volta il tema degli amorini. Il frammento più grande è custodito nel Museo dei Fori Imperiali e presenta un amorino che sostiene la faretra, Minerva che mostra lo scudo con la testa di Medusa e un altro amorino che versa del liquido da un'anfora.
Il secondo ordine di colonne, in marmo portasanta, accentuava ancora di più il forte coromatismo dell'ambiente in cui i colori giocavano un ruolo fondamentale. Durante gli scavi del 1932 venne ritrovata una lesena in marmo bianco lunense, ornata con motivi vegetali. Si trovava nell'area della cella del tempio e corrisponde a due basi di colonna reimpiegate per la costruzione, nel VI secolo d.C., del Battistero Lateranense, dove ancora oggi delimitano l'ingresso. Queste basi sorreggono fusti in porfido non pertinenti, sormontati da capitelli compositi uguali ad altri frammenti rinvenuti, anch'essi, nel 1932, nell'area del tempio.
Il completamento della zona absidale è di epoca adrianea, a cui sono anche riconducibili le paraste davanti l'abside. Probabilmente anche il Tempio di Venere Genitrice venne completato da Adriano, anche se fu ufficialmente fu terminato nel 113 d.C.. All'epoca di Traiano si attribuiscono le parti marmoree dell'alzato del tempio e i muretti tra i dadi in peperino, con mattoni di reimpiego contenenti impressi i bolli di Caio Pontio Felice (II secolo d.C.). Dell'età di Cesare sono gran parte del nucleo cementizio del podio, i blocchi di tufo e peperino della scalinata frontale e la fondazione in blocchi di tufo del muro sud-ovest della cella.
Il pavimento della cella del tempio era in lastre di marmo di differenti qualità, risalenti all'età traianea. Ne sono rimasti solo pochissimi lacerti che hanno permesso di ricostruire il motivo decorativo del pavimento. Esso era costituito da lastre rettangolari in giallo antico incorniciate da fasce di pavonazzetto. Pronao e peristasi erano pavimentati in marmo lunense.
Gli archeologi ritengono che il Tempio di Venere Genitrice sia stato l'esempio al quale si è ispirato il tempio di Marte Ultore, inaugurato nel 2 a.C. nel Foro di Augusto.

La rivolta di Tessalonica

La Rotonda di Salonicco
La rivolta dei cosiddetti "zeloti" sconvolse l'impero bizantino nel 1342. Essa scoppiò nella città di Tessalonica, attuale Salonicco.
Il 15 giugno 1341 era morto, a Costantinopoli, l'imperatore Andronico III Paleologo, lasciando il trono a suo figlio di nove anni Giovanni V. Il comandante in capo delle forze militari terrestri, Giovanni Cantacuzeno, che aveva avuto importanti incarichi di governo anche durante l'impero di Andronico III, decise di autoproclamarsi reggente,  con la motivazione della sua lunga amicizia con il defunto sovrano. Contro di lui si formò immediatamente una coalizione che comprendeva anche l'imperatrice madre, Anna di Savoia, il patriarca di Costantinopoli e Alessio Apocauco, antico seguace dello stesso Giovanni Cantacuzeno.
Profittando di un'assenza di Cantacuzeno, i congiurati lo dichiararono nemico pubblico, incendiarono la sua casa e saccheggiarono i suoi beni. La reggenza venne affidata al patriarca di Costantinopoli, vera anima della congiura. Cantacuzeno, a sua volta, si fece proclamare imperatore in Tracia e assunse il nome di Giovanni VI, pur dichiarandosi ancora reggente del piccolo Giovanni V.
Alessio Apocauco cercò, allora, il sostegno del popolo, provocando una guerra civile e spingendo la plebe contro i sostenitori di Cantacuzeno che appartenevano, per la maggior parte, al ceto aristocratico (hoi dynatoi, "i potenti"). I rivoltosi decisero di assumere il soprannome di "zeloti". I primi scontri si ebbero ad Adrianopoli - odierna Edirne, nella parte turca della Tracia - dove i notabili locali furono massacrati. La rivolta si estese, da qui, in tutta la Tracia.
Il nucleo "pensante" della rivolta, però, rimase Tessalonica, la città bizantina più importante dopo Costantinopoli. Qui Giovanni Apocauco, figlio di Alessio, riuscì a guidare il malcontento popolare nei confronti del governatore Teodoro Sinadeno, considerato un alleato di Cantacuzeno. Fu attuato un vero e proprio colpo di stato con l'appoggio dei marinai della flotta e dei lavoratori del porto. All'inizio dell'estate del 1342 Sinadeno fu costretto ad abbandonare Tessalonica, seguito immediatamente da tutti i nobili. In città venne instaurato un nuovo governo a capo del quale, con il titolo di Arconti, furono posti Giovanni Apocauco e Michele Paleologo, uomo di origini oscure. A costoro si affiancò un consiglio (boulè) convocabile su iniziativa dei due magistrati.
All'inizio gli "zeloti" riuscirono a contenere gli attacchi di Giovanni VI Cantacuzeno ma, nel 1345, a causa di divisioni interne, la situazione di Tessalonica divenne estremamente critica e nella primavera dello stesso anno Giovanni Apocauco fece uccidere Michele Paleologo. Quando, poi, Alessio Apocauco cadde a Costantinopoli vittima di un attentato, Giovanni si risolse a cercare una tregua con i seguaci di Cantacuzeno.
La fazione più radicale, però, finì per prevalere. A capo di questa vi era Andrea Paleologo, figlio del defunto Michele. Giovanni Apocauco venne eliminato e i suoi sostenitori furono letteralmente fatti a pezzi dalla folla. Poi si aprì la caccia ai nobili. Il 3 febbraio 1347, alla morte di Alessio Apocauco, Giovanni Cantacuzeno fece il suo ingresso a Tessalonica, dove venne riconosciuto imperatore e tutore di Giovanni V Paleologo. Gli "zeloti", da parte loro, impedirono a Gregorio Palamas, mistico nonchè metropolita di Tessalonica, di prendere possesso della sua sede. Addirittura giunsero a tentare di consegnare la città al sovrano serbo Stefano Uros IV Dusan, ma la fazione moderata, guidata da Alessio Metochite, ebbe il sopravvento. Andrea Paleologo fuggì, quindi, in Serbia e, nel 1350, Giovanni VI, Giovanni V e Palamas entrarono in Tessalonica. L'ordine era stato, così, ristabilito.
Alessio Apocauco, anima della rivolta contro Cantacuzeno, era nato in Bitinia alla fine del XIII secolo. Era di oscure origini provinciali ma riuscì ad accumulare un consistente patrimonio grazie alla sua professione di esattore. Nel 1321, quando Andronico III si era ribellato contro il nonno Andronico II, Apocauco restò al fianco del giovane imperatore dal quale, in seguito, ottenne importanti cariche politiche.
Durante il suo mandato come governatore di Costantinopoli, restaurò le mura di Teodosio, costruì una fortezza sul Bosforo e ricostruì una chiesa a  Selimbria. Nel luglio 1345 fu assassinato da prigionieri politici del ceto aristocratico mentre ispezionava una prigione.
La città di Tessalonica, tuttora chiamata, in greco moderno, Thessaloniki, mentre è meglio conosciuta come Salonicco, fu fondata nel 315 a.C. da Cassandro, uno dei diadochi di Alessandro Magno, che le volle dare il nome di sua moglie, sorellastra di Alessandro.
L'importanza di Tessalonica risiedeva principalmente nel suo porto, importantissimo scalo commerciale, ma anche nella sua posizione strategica che ne faceva una sorta di avamposto verso il mondo balcanico. Proprio da Tessalonica partì l'evangelizzazione del mondo slavo e qui nacquero Cirillo e Metodio (IX secolo) che portarono quest'impresa a buon fine. La città ebbe una gran fioritura sotto Basilio II (976-1025), che la trasformò nel maggior centro di scambi commerciali e culturali con i Balcani.
La città conserva molte testimonianze del lungo periodo storico compreso tra il IV e il XV secolo: la Rotonda, l'Arco di Galerio (III-IV secolo d.C.), la chiesa di S. Demetrio (V secolo), le chiese di Hosios David e di S. Nicola Orphanòs (la prima del V secolo con un notevolissimo mosaico absidale protobizantino e affreschi del XII secolo; la seconda, fondata nel XIV secolo, custodisce un ciclo di affreschi tra i più splendidi del periodo tardo bizantino).

venerdì 28 ottobre 2011

San Giovanni prima di...San Giovanni!

Gli scavi della metro C a S. Giovanni
La costruzione della metro C a Roma sta rivelando un insospettato aspetto di alcuni quartieri di Roma. Per esempio San Giovanni, dove sorgevano una serie di colline boscose punteggiate di alberi di grandi dimensioni e "corredate" persino da un torrente che creava delle piccole isole, prima di gettarsi nel Tevere.
Sono stati più di 400 i carotaggi compiuti dalle ditte incaricate della costruzione della metro tra le future stazioni di San Giovanni e Lodi nord. Proprio questi carotaggi hanno restituito un quartiere cittadino completamente pianeggiante, una vallata acquitrinosa con tanto di rapide, depressioni e cascatelle che aveva il posto dell'attuale, popoloso, quartiere di San Giovanni. L'antico torrente che percorreva questa valle amena è lo stesso che scorre, ancor oggi, sotto il Colosseo. Un torrente di cui non si conosce l'antico nome e che, pertanto, nome non ha ancora oggi.
La vegetazione che ricopriva questa valle era costituita, in prevalenza, di canne e di cosiddetti alberi di Giuda, nonchè da fitti boschi. Erano talmente fertili, questi terreni, che dal I secolo a.C. furono trasformati in appezzamenti agricoli possesso di grandi proprietari. Nel cantiere della stazione di San Giovanni, poi, a 14 metri di profondità, gli archeologi hanno ritrovato le radici ancora in situ di peschi e meli, opere di canalizzazione dell'età augustea, i resti di una sorta di mulino ad acqua e molti laterizi con il bollo di un unico produttore. Poco distante, in via Sannio, sono state ritrovate lastrine di marmo pregiato che rivestivano, un tempo, pavimenti e pareti.
Sul torrente che, un tempo, percorreva la vallata di San Giovanni furono costruite parte delle Mura Aureliane che, proprio per questo, hanno un'intrinseca fragilità in diversi punti del percorso. L'area di San Giovanni rimase a destinazione prevalentemente agricola fino alla caduta di Roma, in seguito alla quale attraversò secoli di abbandono. Venne sbancanta negli anni Venti del '900, quando le si dette l'attuale fisionomia.
Ma i lavori della metro C hanno permesso altre scoperte, lungo il percorso della ferrovia sotterranea: la necropoli paleolitica di Pantano, un tratto dell'antica via Labicana, una cava di pozzolana dell'età Flavia, con mosaici e colonne, al Pigneto.

L'accampamento romano sul Lippe

Il luogo del campo romano sul Lippe
Storici ed archeologi ritengono che i resti dell'accampamento romano sul fiume Lippe, presso la città tedesca di Okfen, possa essere stata la base del generale romano Druso durante la guerra che egli condusse contro le tribù della Germania occidentale.
Questa scoperta viene a cento anni di distanza dal ritrovamento di un elmo romano in bronzo che aveva indicato la presenza, nell'area, di resti antichi. Sono stati necessari cento anni per individuare esattamente il luogo dove era localizzato il campo. Uno degli archeologi impegnati nello scavo ha parlato di "ultimo anello mancante" nel sistema di difesa romano nella Germania occidentale.
Tra i ritrovamenti vi sono monete di rame, cocci di ceramica e resti di opere difensive. Le foto aeree hanno permesso, tra l'altro, anche di individuare il tracciato del fossato esterno al campo, campo che era grande come sette campi di calci e fu occupato dall'11 al 7 a.C.

martedì 25 ottobre 2011

Ritrovato un bagno rituale in Israele

Il bagno ritrovato nei pressi del Kibbutz Zor'a
La scoperta di un bagno rituale (miqve) a due chilometri circa dal Kibbutz Zor'a, dà sostegno alle fonti storiche che indicavano l'esistenza di un insediamento ebraico nella regione. Si tratta di un edificio intonacato, risalente al periodo del Secondo Tempio (I secolo a.C.-I secolo d.C.), ritrovato in uno scavo archeologico che l'Autorità Israeliana per le Antichità ha effettuato prima dell'installazione di una condotta d'acqua della Mekorot Company in un'antica località a nord del Kibbutz Zor'a.
Lo scavo ha riportato alla luce una struttura quadrata che ha tre pareti trattate con un sottile strato di intonaco che ha permesso di raccogliere efficacemente l'acqua. In un angolo è stato ritrovato un canale utilizzato per il drenaggio dell'acqua dal bagno rituale. Inoltre è stato rimesso in luce un pavimento di intonaco e tre gradini che scendono da questo verso delle aperture scavate in una roccia. L'archeologo Pablo Betzer ha affermato che è la prima volta, questa, che emergono dei resti del periodo del Secondo Tempio in questa regione.
Il Talmud parla di una fiorente comunità ebraica che, in questo luogo, riuscì a sopravvivere alla distruzione del Tempio del 70 d.C.. A questa comunità fanno cenno anche fonti non ebraiche.

lunedì 24 ottobre 2011

Il più antico duomo di Muggia

L'antico Duomo di Muggia
Nel 1263 Arlongo dei Visgoni ricopriva la carica di vescovo di Trieste. In quest'anno una vecchia chiesa (chiesa antiqua), venne distrutta ed i suoi resti inglobati in un nuovo edificio religioso che sarebbe diventato, di lì a poco, il Duomo di Muggia. La vecchia costruzione venne scoperta per la prima volta negli anni Trenta del '900, quando dei lavori di sterro provocarono danni ai resti dell'edificio religioso che oggi ritorna alla luce sotto le fondamenta del successivo Duomo.
La riscoperta è stata fatta nell'ambito di indagini archeologiche preventive della Soprintendenza e permetterà di ricostruire, attraverso lo scavo stratigrafico, la storia dell'edificio religioso più antico, antecedente al 1263, anno in cui, secondo le fonti storiche, fu deciso di cancellare il vecchio edificio di culto sovrapponendo ad esso una nuova chiesa, con una sola abside quadrangolare affiancata da cappelle laterali.
Della chiesa costruita nel 1263 non rimangono pavimentazioni ma solo muri perimetrali visibili in corrispondenza della fascia bassa dell'abside centrale dell'attuale Duomo. Per la prima volta verrà indagato il sottosuolo del centro storico di Muggia dove nacque il primo insediamento costiero, il burgus Lauri, che diede vita ad una seconda Muggia corrispondente all'attuale, che per lungo tempo affiancò la Muggia antica, chiamata Castrum Muglae, insediamento d'altura sulla vicina collina.
Il Duomo attuale è dedicato ai martiri romani Giovanni e Paolo. Il Comune di Muggia si costituì nel 1256, chiuso all'interno della cerchia delle mura cittadine, che conservano ancora una delle nove torri quadrate di difesa e la più bella delle quattro porte con il leone di San Marco.
La facciata visibile fu costruita nel '400 e fu aggiunta alla chiesa duecentesca solo dopo la dedizione a Venezia del 1420.

sabato 22 ottobre 2011

I poveri coniugi di Mutina

Gli scheletri di Modena
Sono stati recentemente ritrovati, nei pressi di Modena, gli scheletri di un uomo e di una donna che si tenevano per mano, probabilmente seppelliti così 1.500 anni fa. Gli archeologi hanno, infatti, confermato che i due corpi furono sepolti insieme tra il V e il VI secolo d.C..
La donna aveva un anello di bronzo ed è stata deposta in modo da guardare il suo compagno. "Crediamo siano stati sepolti con il volto dell'uno di fronte a quello dell'altra. La posizione delle vertebre dell'uomo suggerisce che la testa gli fu ruotata dopo la morte", ha affermato Donato Labate, direttore degli scavi per la Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna.
La scoperta è stata fatta durante degli ordinari lavori di costruzione a Modena ed è stata resa pubblica in questi giorni. Labate ha spiegato che lo scavo ha rivelato tre strati di interesse scientifico. Lo strato più profondo, circa 23 metri dalla superficie, conteneva i resti di strutture di epoca romana, inclusa una clacara. Le rovine sono pertinenti alla periferia dell'antica Mutina (Modena). Lo strato di mezzo, ad una profondità di circa 10 metri, conteneva 11 sepolture mentre una terza stratificazione sovrapposta alla seconda ha rivelato sette tombe vuote.La coppia di scheletri è stata scavata dall'archeologa Licia Diamanti. Appartenevano ad una delle 11 tombe della necropoli ritrovata nello strato mediano. Secondo Labate, la semplice tomba a fossa suggerisce che le persone qui seppellite non appartenevano ad uno strato sociale elevato. Probabilmente si trattava degli occupanti di una fattoria.
L'area della scoperta era soggetta a diverse inondazioni da parte del vicino fiume Tiepido, che possono aver causato lo spostamento della testa dello scheletro maschile verso quello femminile dopo la deposizione. La necropoli fu, nel tempo, coperta da depositi alluvionali sulla cima dei quali furono realizzate altre sette sepolture. Queste ultime sono risultate vuote e probabilmente sono state coperte da un'altra alluvione immediatamente dopo che furono scavate. Probabilmente si tratta della disastrosa alluvione del 589 d.C., descritta dallo storico Paolo Diacono.
Gli scheletri ritrovati saranno studiati dall'antropologo Giorgio Gruppioni, dell'Università di Bologna. Lo studioso cercherà di stabilire l'età della coppia, il legame che li univa e la possibile causa di morte. Non era raro, nell'antichità, che coniugi o membri di un medesimo gruppo familiare venissero sepolti nella stessa tomba.

Tesori romani d'Inghilterra

Il tesoretto di Frome
Un vero colpo di fortuna la scoperta di un consistente tesoretto di monete romane nel Worcestershire, in Inghilterra, in una proprietà agricola a Brendon Hill. Si tratta di 4.000 monete raffiguranti ben 16 imperatori diversi, scoperte nel giugno scorso. Per ovvi motivi la localizzazione esatta di questo tesoretto non è stata rivelata alla stampa.
Gli archeologi pensano che il tesoretto di Brendon Hill risalga al III secolo d.C. e che sia stato seppellito cento anni dopo essere stato accumulato. Il valore di questo tesoretto non sarà determinato fino al prossimo anno.
Brendon Hill è una località molto ricca di siti archeologici, tra i quali si annoverano sterri romani ed i resti di una collina fortificata risalente all'Età del Ferro. Ad Elmley Castle, sul lato nord della collina, un castello medioevale è stato la residenza della famiglia Beauchamp.
Il ritrovamento del tesoretto di Brendon Hill è il più importante avvenuto sinora nelle Midlands da quello del 2009, quando un tesoretto d'oro di origine Anglo-Sassone valutato più di 3 milioni di sterline fu trovato da un appassionato ricercatore con il metal detector nell'area di una fattoria vicino Lichfield.
Il tesoro più consistente mai ritrovato al mondo di monete romane è quello di Frome, ritrovato dal direttore di un ospedale, David Crisp, e consistente in 52.503 monete stipate in un barattolo dal ventre piatto ad appena 30 centimetri sotto la superficie del terreno. La giara è stata recuperata con tutte le cautele del caso e ne è stata preservata l'integrita e il contesto archeologico. Si trattava, in prevalenza, di antoniniani romani della seconda metà del III secolo d.C., monete con la raffigurazione degli imperatori Probo e Caro ma anche cosiddette emissioni galliche a nome dei Tetrici. L'intera collezione fu acquistata per 320.000 sterline ed ora sarà esposta, per la prima volta, nel Museo della Contea di Somerset al castello di Taunton.

Gli uomini di Qesem

Uno dei denti ritrovati nella grotta
Gli archeologi dell'Università di Tel Aviv ha fatto una scoperta che, se confermata, sposterebbe la produzione di lame in pietra ben prima di quanto indichino le teorie attualmente in voga. Finora l'inizio della produzione di queste lame di pietra era fissata al Paleolitico superiore (30-40.000 anni fa), l'epoca nella quale comparve l'Homo Sapiens e si sviluppò l'arte rupestre.
Gli archeologi israeliani hanno, però, ritrovato delle testimonianze che proverebbero che la realizzazione di queste lame sia stata una caratteristica della produzione Amudiana, durante il tardo Paleolitico inferiore (200-400.000 anni fa), pertinente ad un piccolo gruppo di ominidi stanziati in Israele, Giordania, Siria e Libano. Gli archeologi, infatti, hanno scoperto un gran numero di utensili da taglio, lunghi e sottili, nella Grotta Qesem, non lontana da Tel Aviv.
Ogni elemento componente le lame ritrovate testimonia un sofisticato metodo di realizzazione di utensili che anticipa notevolmente la tecnica che sarà in voca centinaia di migliaia di anni dopo. Le lame ritrovate nella Grotta Qesem si distinguono sia per la raffinatezza della tecnica adottata che per la enorme produzione. Il processo di "confezionamento" iniziava con una selezione accurata delle materie prime. La maggior parte delle lame aveva un bordo opaco ed un filo tagliente, adatte ad essere impugnate dall'uomo con notevole facilità.
Gli ominidi che abitavano la Grotta Qesem, inoltre, utilizzavano queste lame per la macellazione, avevano l'abitudine di servirsi quotidianamente del fuoco ed avevano suddiviso accuratamente gli spazi all'interno della caverna, all'interno di ciascuno dei quali svolgevano compiti ben determinati.
Il professor Avi Gopher e il dottor Ran Barkai del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Tel Aviv, che gestiscono gli scavi, unitamente al dottor Israel Hershkowitz del Dipartimento dell'Università di Antomia e Antropologia e Sackler School of Medicine, hanno eseguito, inoltre, un'analisi morfologica su otto denti umani rinvenuti nella medesima grotta dove sono state ritrovate le lame di pietra. I denti sono stati scansionati anche ai raggi X ed hanno rivelato che, per dimensione e per forma, sono molto simili ai denti moderni.
La Grotta Qesem è datata ad un periodo compreso tra 400.000 e 200.000 anni fa e gli archeologi che vi lavorano credono che tutti questi risultati testimonino una significativa evoluzione nel comportamento dell'uomo antico. I ricercatori ritengono, addirittura, che i recenti ritrovamenti potrebbero rovesciare la teoria che l'uomo moderno sia nato nel continente africano.

venerdì 21 ottobre 2011

Nunc est bibendum...

Termopolio di Pompei
Di nuovo l'uva a Pompei, gli orti e i giardini dell'antica città tornano a produrre come nel passato. Le aree coltivate della Casa della Nave Europa, della Casa della Fontana a Mosaico, del Foro Boario e del giardino dell'Osteria di Eusino hanno rivissuto, il 20 ottobre scorso, la festa della vendemmia.
Il primo vitigno fu impiantato nel 1996, con otto tipi differenti di uva coltivati seguendo le indicazioni date negli antichi testi e nelle fonti ed osservando le scene riprodotte negli affreschi degli edifici pubblici e privati. Oggi in produzione vi sono due qualità di vino prodotte: Piedirosso e Sciascinoso.
I vendemmiatori antichi raccoglievano l'uva e la pigiavano con i piedi. Nel torcularium il succo era raccolto nei dolia, lavati in precedenza con acqua di mare e rivestiti di resina di pino. Su questi dolia veniva, in seguito, annotata la zona d'origine del vino e l'anno della vendemmia. Prima di arrivare sulle tavole dei pompeiani, il vino era mescolato dagli haustores, che si servivano di specifico vasellame. Tra i produttori di vino più famosi si contano gli Arrii ed Asinio Proculo che produceva un vino chiamato asiniano racemato.
Chi dal vino traeva la massima fonte di guadagno erano A. Vettius Conviva e A. Vettius Restitutus, i fratelli proprietari della casa dei Vettii. Nell'Osteria di Eusino, poi, si gustava un ottimo vino che aveva il nome del proprietario dell'osteria.
Il vino era una bevanda ricercata anche dalle classi più povere ed il prezzo di un boccale di qualità mediocre era piuttosto accessibile. Il vino era consumato anche più volta durante la giornata. Dal momento che era piuttosto sciropposo - a causa delle tecniche di lavorazione dell'epoca - si usava mescolare il vino con acqua fredda d'estate (i ricchi ricorrevano anche alla neve) e calda d'inverno.
Il vino si beveva nei termopolia, dove era acceso sempre un fornello che consentiva di scaldare l'acqua da mescolare al vino. Pare che una specialità di Pompei fosse la cosiddetta posca: un mescuglio discutibile di acqua, uova e vino acido.

giovedì 20 ottobre 2011

Il messaggio nascosto de "La Tempesta" del Giorgione

La Tempesta del Giorgione (1509)
Dietro il dipinto "La Tempesta" di Giorgione (1478-1510) ci sarebbero la supremazia della Repubblica di Venezia e il terremoto di Costantinopoli del 1509 ed anche la città di Padova. Queste sono alcune delle ipotesi che il Direttore della Biblioteca Statale di Lucca, Marco Paoli, ha presentato nel suo lavoro di ricerca sul celeberrimo dipinto dell'artista veneto.
L'opera è stata datata al 1509, nel momento estremo della carriera del Giorgione: Venezia è in lotta contro la Lega di Cambrai. Padova, raffigurata sullo sfondo, era uscita, invece, vittoriosa dai bombardamenti dell'imperatore Massimiliano I. "La Tempesta" è custodita nella Galleria dell'Accademia di Venezia e Marco Paoli ritiene che il nome del quadro derivi dagli eventi bellici dell'epoca.
La parete inclinata dietro la figura del giovane e le due colonne spezzate, secondo Marco Paoli, sono, inoltre il ricordo di un cataclisma, il terremoto che colpì Costantinopoli il 14 settembre 1509 e che salvò, in modo miracoloso, la comunità veneziana residente in città.
Per la prima volta, nel saggio scritto da Paoli, la parete inclinata viene identificata con la facciata del palazzo del "Porphirogenitus" di Costantinopoli, mentre le colonne spezzate rappresenterebbero il luogo "alle Due Colonne", danneggiato dal terremoto. Lo studioso ha fatto anche un'altra interessante scoperta, l'identità del committente. Si tratterebbe del filosofo neoplatonico Cristoforo Marcello, patrizio veneziano nonché membro della corte pontificia di Giulio II. Paoli ritiene che il conflitto tra Roma e Venezia sia il motivo del messaggio criptato nel dipinto.

mercoledì 19 ottobre 2011

Straordinaria scoperta a Poggio Colla

Un ingrandimento della scena del parto
Scavi archeologici a Poggio Colla, una località etrusca di 2700 anni fa, nella Valle del Mugello, hanno portato ad un ritrovamento unico e sorprendente: la raffigurazione di una donna che sta dando alla luce il suo bambino. I ricercatori del Mugello Valley Archaeological Project, che sovrintendono agli scavi a Poggio Colla, 20 miglia a nord est di Firenze, hanno ritrovato quest'immagine su un piccolo frammento di un recipiente di ceramica di più di 2600 anni fa. La scena mostra la testa e le spalle del bambino che emergono dal corpo della madre, rappresentata con un ginocchio sollevato e il volto di profilo, un braccio alzato ed una lunga treccia sulle spalle.
Gli scavi fanno parte di un progetto della Southern Methodist University di Dallas, del Franklin e Marshall College di Lancaster (Pennsylvania) e dell'Università e Museo di Archeologia e Antropologia della Pennsylvania, in collaborazione con l'Open University di Milton Keynes in Inghilterra.
L'identificazione della scena è stata fatta dal dottor Phil Perkins, un'autorità nello studio del bucchero e professore di archeologia all'Open University, che ha dichiarato: "Siamo rimasti stupiti, alla vista di questa scena così intima; è sicuramente la più antica rappresentazione di una nascita nell'arte occidentale. Solitamente le donne etrusche sono state rappresentate mentre banchettano o partecipano ai rituali o nella figura di divinità. Ora dobbiamo risolvere il mistero sull'identità della donna raffigurata e su quella di suo figlio." Probabilmente l'immagine è connessa a un qualche tipo di culto osservato presso il perduto tempio di Poggio Colla.
Il frammento di ceramica è grande poco meno di 4 centimetri per 3 e proviene da una stoviglia di bucchero, una fine ceramica nera, impreziosita con decorazioni ed incisioni, utilizzata dalla nobiltà etrusca per il vasellame da tavola. Dal momento che Poggio Colla ha restituito numerosi depositi votivi, gli studiosi sono convinti che per un certo periodo della sua storia, questo fosse un luogo sacro ad una o più divinità. L'abbondanza di strumenti per la tessitura e uno straordinario deposito di gioielli scoperti in precedenza hanno suggerito, ad alcuni studiosi, che la divinità tutelare fosse una divinità femminile. La scoperta della scena del parto, a causa della sua unicità, rafforza quest'ipotesi.

martedì 18 ottobre 2011

Meraviglie egizie on line

Museo Egizio di Torino, sala delle statue
(Fonte: "La Stampa") Le mummie vanno on line con tutto il loro corredo funerario: papiri, vasi, abiti, gioielli, mobilio e giocattoli. E' questo il contenuto del database del Museo Egizio di Torino: 6500 reperti esposti nel seicentesco palazzo di Guarino Guarini, sede, dal 1831, di una delle più importanti collezioni egittologiche al mondo, oltre ai 4400 conservati nei magazzini.
Entro il 2015 il volto del Museo Egizio sarà completamente trasformato e alla fine la superficie espositiva sarà quasi raddoppiata, con l'acquisizione dei locali ora occupati dalla Galleria Sabauda. Mentre i lavori fervono, il Museo Egizio festeggia il suo 180mo compleanno con il record storico di 576mila visitatori registrato lo scorso anno, in coincidenza con l'ostensione della Sindone.
Si può accedere al database dal sito del museo: http://www.museoegizio.it/ per poi cliccare sul link "Le collezioni" e, poi, su "Collezione". Comparirà una schermata che consente le ricerche generiche oppure per categoria, per materiale, per provenienza e perfino per numero di inventario e collocazione museale.

Il misterioso Mastarna

Tomba François, Eteocle e Polinice
I re di Roma, quasi tutti, hanno una storia piuttosto romanzesca, per lo più tramandataci dalla leggenda, corretta, però, dalle fonti storiche che li ricordano e ne hanno tramandato tradizioni ben diverse dalla storia romana più nota. La fonte più importante certamente è un discorso dell'imperatore Claudio nel 48 d.C., nel quale il sovrano difendeva la richiesta della cittadinanza romana avanzata dagli abitanti della Gallia Comata (l'attuale Francia centro-settentrionale). Claudio, che si dilettava di storia antica, in particolare etrusca, passò in rassegna, davanti al Senato romano, alcune occasioni nelle quali il popolo di Roma aveva accolto benevolmente dei cittadini, fino ad offrire loro le massime cariche istituzionali.
I Galli fecero incidere questo discorso su delle tavole di bronzo. Una di queste fu ritrovata a Lione (Lugdunum) ed ha conservato quasi tutto il discorso imperiale. Da questo discorso gli storici e gli archeologi hanno capito che l'imperatore conosceva una storia ben diversa sulle origini di uno dei "mitici" re della Roma pre-repubblicana: Servio Tullio.
La leggenda vuole che Servio Tullio fosse figlio della schiava Ocresia e fosse stato adottato da Tarquinio su intercessione di sua moglie Tanaquil. Dopo di che, alla morte di Tarquinio, Servio Tullio fu proclamato re, successore del defunto sovrano di origine etrusca.
Claudio, invece, sostiene che Servio fosse l'amico fidato di un certo Celio Vibenna, con l'esercito del quale arrivò a Roma, sul colle che proprio da Vibenna prese il nome di Celio. Etruschi entrambi, Mastarna (questo il vero nome, secondo Claudio, di Servio Tullio) mutò il suo nome in uno più...romano.
La stessa storia è raccontata da Tacito, che narra di un aiuto prestato da Celio Vibenna a Tarquinio Prisco, che gli aveva assegnato il colle Celio. Il grammatico latino Festo conosce un'altra versione che voleva che il vicus Tuscus prendesse il nome proprio dai seguaci di Celio Vibenna e di suo fratello Aulo, entrambi di Vulci. Lo scrittore cristiano Arnobio e il grammatico latino Servio raccontano che il Campidoglio (Capitolium, in latino) avrebbe preso il nome dalla testa di un tal Olo di Vulci (caput Oli), che era stata rinvenuta durante gli scavi per l'edificazione del tempio di Giove.
Nella necropoli di Vulci si trova un'eccezionale tomba dipinta, risalente alla seconda metà del IV secolo a.C., chiamata Tomba François, dal nome dell'archeologo che la scoprì, il fiorentino Alessandro François (1796-1857). Nella sepoltura, ai lati della porta della camera di fondo, vi sono due grandi affreschi: a sinistra è la scena del sacrificio dei prigionieri troiani fatto da Achille sulla tomba di Patroclo. Sono presenti demoni etruschi della morte. A destra è raffigurata un'azione militare che culmina nella liberazione di un certo Caile Vipinas per merito dell'amico Macstrna. Nemici e compagni sono indicati tutti con i rispettivi nomi. Dei primi, addirittura, è data anche la provenienza: Larth Ulthes uccide Laris Papathnas di Volsini; Rasce è raffigurato nell'atto di colpire Pesna Arcmsas, forse di Sovana e Avile Vipinas (Aulo Vibenna) ha la meglio su un biondo guerriero che viene chiamato Venthi Cal[e]. La scena si conclude con il duello finale tra Marce Camitlnas e un certo Cneve Tarchunie di Roma. Quest'ultimo sembra avere la peggio. Il suo nome potrebbe indicare un individuo appartenente all'antica famiglia dei Tarquini, forse persino un figlio di Tarquinio Prisco.
Tornando al discorso di Claudio, l'imperatore fa cenno ad un arrivo, a Roma, di un esercito condotto da Mastarna. E Celio Vibenna? Alcuni studiosi hanno ipotizzato che fosse morto, ma lo scrittore Festo lo dà ancora vivo quando re Tarquinio gli affida il colle del Celio. Altri studiosi hanno pensato, piuttosto, che Celio Vibenna fosse prigioniero.
I fratelli Vibenna, comunque, sembrano essere importanti personaggi nella storia arcaica di Roma. Il fatto che, nel corso degli anni, fossero scomparsi dalle "cronache" non può che indicare una precisa scelta politica e culturale, la stessa che portò all'eliminazione delle prove delle origini etrusche di Roma.
Come se non bastasse, un'altra fonte - il cosiddetto Cronografo di Vienna, datato IV secolo d.C. - afferma che sulla testa ritrovata nelle fondamenta del tempio di Giove era scritto in lettere etrusche "testa del re Olus". Olus è una corruzione o distorsione del nome Aulo, il che potrebbe suggerire l'attribuzione di un rango regale al fratello di Celio.
La tradizione latina insiste sull'origine servile di Servio Tullio, sottolineata, del resto, anche dal nome. L'etruscologo Massimo Pallottino ha analizzato il nome etrusco Macstrna, formato da una radice *Macstar- e da un suffisso *-na, rimandante alla parola indoeuropea magister (maestro/mastro, master, maetre, meister) e già riconosciuto nell'onomastica etrusca, poichè facente parte del cursus honorum etrusco con il termine macstrev su un sarcofago di Tuscania. Lo studioso ha dimostrato che esso significa, letteralmente, "Colui che appartiene al magister". Il termine magister, nel latino arcaico, indicava un capo militare. Pertanto Macstrna/Servio Tullio sarebbe un attendente, un luogotenente, più che un servitore, di Celio Vibenna. E così lo indica anche l'imperatore Claudio: sodalis fidelissimus.
Altri oggetti ritrovati dimostrano la storicità dei fatti che videro protagonisti i fratelli Vibenna. Una coppa etrusca a figure rosse da Vulci, raffigura due satiri ubriachi, uno dei quali reca, in spalla, un otre. Un'iscrizione etrusca, sulla stessa coppa, recita: "avles v(i)pinas naplan", vale a dire "otre di Aulo Vibenna". Su uno specchio di bronzo inciso, proveniente da Bolsena, è raffigurata la scena dell'agguato di Avle e Caile Vipinas al profeta Cacu (forse il mitico gigante Caco raccontato da Virgilio). Il documento più importante, per il valore storico che lo caratterizza, è un calice di bucchero del quale possediamo solo lo stelo, offerto in dono alla dea Menerva nel santuario di Portonaccio nella prima metà del VI secolo a.C. e recante l'iscrizione etrusca arcaica: "mine mulvanece Avile V[i]piiennas", "mi ha donato Aulo Vibenna". Il calice era, con tutta probabilità, un dono votivo offerto dal condottiero vulcente nel suo viaggio verso Roma al seguito del fratello Celio.

lunedì 17 ottobre 2011

Gioielli di giada dall'antica Cina

Giade della cultura di Liangzhu
Nel 2006 gli scavi archeologici a sud del fiume Yangtze, vicino Hangzhou, in Cina, scoprirono uno dei più antichi siti abitati cinti da mura dell'antica Cina. La città si chiamava Liangzhu e qui erano state già scoperte tracce di una cultura associata al centro abitato.
Gli scavi hanno riportato alla luce le fondazioni di un palazzo, tombe appartenenti alla classe dominante, botteghe artigiane e incredibilmente sofisticati manufatti in giada. Sia i resti delle strutture che i manufatti sono stati datati dagli archeologi al 3300-2250 a.C., nel periodo tardo Neolitico. Le prove suggeriscono che la popolazione che risiedeva in questo luogo conosceva e praticava l'agricoltura ad un livello molto avanzato, incluso un sistema di irrigazione e l'acquacultura per il riso.
Molto più spettacolare, comunque, è stato quello che gli addetti agli scavi hanno trovato all'interno delle sepolture. Avorio, lacca e artefatti in seta in misura abbondante in quello che può essere descritto come un sacello reale oppure la sepoltura di una famiglia di alto rango. E' stata la giada a destare la massima curiosità e stupore. Essa è stata, per lungo tempo, segno dell'appartenenza ad un alto stato sociale, nella Cina antica. La giada richiedeva, per lavorarla, un tempo piuttosto lungo, unitamente a pazienza ed energia per creare forme dalla pietra. La giada, come tutte le pietre preziose e semipreziose, era molto rara. Nelle sepolture sono stati ritrovati braccialetti di giada, pendenti ed asce cerimoniali. La maggior parte di questi oggetti erano troppo grandi per essere indossati quali ornamenti personali, ma in particolari i dischi di giada erano finemente intagliati ed erano tutti piuttosto grandi con un foro perfettamente circolare al centro. Sono stati ritrovati centinaia di questi dischi, di varie dimensioni, qualità e lavorazione. Il significato e lo scopo di questi oggetti rimangono tuttora ignoti. Gli archeologi pensano che possano essere degli indicatori di stato spirituale o religioso. Quelli di fattura più raffinata sono stati ritrovati molto vicini al corpo del defunto, mentre i dischi meno pregiati e lavorati sono stati ritrovati riposti in piccole pile ai piedi del morto.
Alcuni dischi di giada ed alcuni braccialetti erano incisi con rari simboli pittografici che rappresentavano, molto probabilmente, la famiglia di appartenenza del proprietario. Erano raffigurati uccelli di profilo oppure in piedi su una base geometrica che conteneva simboli solari. A vedere queste scritte e questi pittogrammi viene naturalmente in mente l'Egitto e i geroglifici. I pendenti di giada erano appesantiti dalla rappresentazione di piccoli uccelli, tartarughe e pesci.
Alcune di queste bellissime giade sono esposte al pubblico alla Smithsonian's Gallery of Art di Washington.

Tombe licie in Turchia

Una delle sepolture scoperte nell'antica Rhodiapolis
Mentre scavavano nel luogo dove, un tempo, sorgeva l'antica città di Rhodiapolis, nel distretto di Kumluca della moderna Antalya, gli archeologi hanno scoperto una serie di tombe attribuibili all'età Licia. Il direttore del team archeologico dell'antica Rhodiapolis, l'archeologo professor Isa Kizgut, ha dichiarato che la sua squadra ha scoperto quel che si ritiene essere un complesso cimiteriale Licio databile al 300 a.C.Il cimitero era composto da una serie di tombe circondate da una vasta necropoli. Oggi, malgrado la necropoli e diverse sepolture siano andate distrutte attraverso i secoli, le tombe che sono state rinvenute potranno servire da chiave di lettura per meglio catalogare le tombe dell'epoca Licia in Anatolia. Il professor Kizgut ritiene che le tombe crebbero in modo esponenziale, espandendosi sia in larghezza che in altezza per diverse generazioni. Quando un'altra persona veniva seppellita nel sacello di famiglia, veniva collocata in cima a questo, sopra altre sepolture. Le tombe erano fatte in mattoni e dotate di tetti arcuati. Gli archeologi ritengono che queste caratteristiche fossero radicate nel patrimonio culturale della Pisidia, una regione montagnosa situata a nord dell'antica Licia.

Un'antica mappa della Via della Seta a Roma

Particolare della Mappa (foto di Guido Montani)
Una mappa geografica dipinta su oltre trenta metri di seta pura, la "fotografia" della Mongolia del XVI secolo, è la mappa che sarà in mostra a Roma, in prima mondiale, dal 21 ottobre 2011 al 26 febbraio 2012 alle Terme di Diocleziano, all'interno della mostra "A Oriente. Città, uomini e dei sulla via della seta".
Il reperto è, in realtà, un lungo rotolo, rinvenuto e acquistato nel 2002 in Giappone, dove era arrivato negli anni Venti del Novecento, da una società di aste di Perchino. La preziosa mappa, proprietà di un privato cinese, risale all'epoca Ming (1524-1539) e raffigura luoghi conosciuti lungo la Via della Seta, un territorio vastissimo che arriva sino al Mar Rosso.
In origine, secondo un esperto dell'Università di Pechino, la mappa doveva misurare almeno 40 metri, descrivendo anche le terre che dalla Mecca arrivavano ad Istanbul. Le linee e le scritte sono state realizzate con inchiostro e colori su seta e vi sono circa 211 toponimi cinesi, moltil dei quali traslitterati dal mongolo, dall'uiguro, dal persiano, arabo, armeno e greco.

domenica 16 ottobre 2011

Patmos, l'isola dell'Apocalisse

Isola di Patmos, monastero di S. Giovanni
L'isola di Patmos, dove la tradizione vuole sia stata scritta l'Apocalisse di S. Giovanni Apostolo, misura meno di 34 chilometri quadrati. Era già conosciuta da Tucidite, dal geografo Strabone e da Plinio il Vecchio. In epoca imperiale romana era divenuta la residenza di alcuni notabili, forse degli esiliati politici.
Verso la fine del I secolo Patmos era una piazzaforte avanzata di Mileto, che la fronteggiava sulla costa dell'Asia Minore. Mileto si serviva dell'isola come fortezza per difendere l'accesso al proprio porto e vi relegava in soggiorno sorvegliato persone detestabili in città. Il ricordo di un esilio di Giovanni a Patmos, per una precisa disposizione dell'imperatore Domiziano (81-96 d.C.) o della sua amministrazione, risale ad un'antica tradizione. Secondo queste fonti S. Giovanni Evangelista veniva dalla provincia d'Asia, una regione nella quale i primi cristiani pativano le persecuzioni di Domiziano.
Vicino al piccolo monastero di Haghia Anna si trova il luogo più venerato dell'isola: la grotta dove sarebbe vissuto S. Giovanni e dove, secondo gli Atti aprocrifi di Giovanni (150-180 d.C.), egli avrebbe dettato il Libro dell'Apocalisse al suo discepolo Procoro.
L'isola di Patmos fu donata, nel 1088, a San Cristodulo da un decreto di Alessio Comneno, che autorizzava il santo a fondare un monastero. Quest'ultimo fu costruito sul luogo in cui sorgeva un tempio dedicato ad Artemide. Gli studiosi conoscono l'epigramma onorifico per la sacerdotessa di Artemide, l'idrofora Vera. Questo epigramma, risalente al II secolo d.C., è stato ritrovato inciso su una pietra riutilizzata nel pavimento del monastero. Artemide era una divinità molto adorata, dal momento che la città di Efeso - nota per il suo culto di Artemide - non era molto lontana. Il mese di maggio, in particolare, era dedicato al culto della dea, patrona ufficiale di Patmos.
Il monastero che si vede attualmente è stato costruito nell'XI secolo, rimaneggiato e ingrandito nel XV secolo, alla caduta di Costantinopoli (1453). La sua originale architettura mescola ispirazioni orientali e architetture gotiche. Il pianterreno è un labirinto di piccoli cortili, corridoi, celle. Alla sinistra dell'entrata si trova la chiesa conventuale, il katholikon, risalente al XVII secolo. Il nartece, dalle colonne non decorate e dalle ogive rialzate è ricoperto di affreschi bizantini, di fattura recente, che illustrano scene della vita degli evangelisti e dipingono il giudizio universale. Gli affreschi all'interno della chiesa, invece, riprendono la vita di S. Giovanni. Al piano superiore vi è la biblioteca che custodisce preziose pergamene, papiri e palinsesti. I primi manoscritti sarebbero stati portati qui da San Cristodulo. Il più antico è stato riscoperto al momento del restauro, durante la compilazione di un inventario: è un vangelo incompleto di Marco, risalente al VI secolo. Fino al momento della scoperta si supponeva che questo documento fosse custodito al Monte Athos. La biblioteca conta 3000 volumi a stampa, tra i quali alcuni incunaboli e migliaia di documenti di archivo sulla storia del monastero. Il tesoro, invece, conserva un bellissimo manoscritto dell'VIII secolo, il Libro di Giobbe, reliquie sante, icone, mitrie di imperatori e patriarchi, antiche stole, pastorali vescovili, croci e calici.
San Cristodulo era un uomo di vasta cultura, appassionato di libri. Per tutta la sua vita si preoccupò di salvare e copiare un gran numero di manoscritti, gli stessi che lasciò al monastero da lui fondato. I bibliotecari che si alternarono nel monastro, pertanto, presero l'abitudine a compilare dei cataloghi, tra il 1103 e il 1200. Le collezioni bizantine di Patmos sono tra le più importanti del mondo, contengono circa 1100 manoscritti, di cui 300 pergamene, 10.000 stampe antiche e 13.000 documenti d'archivio. Si tratta, in prevalenza, di testi biblici, patristici e liturgici, redatti in greco, in latino, in aramaico e in slavo. La biblioteca possiede anche la Biblioteca storica di Diodoro Siculo (X secolo), due tragedie di Euripide e di Sofocle.
I pezzi più antichi della biblioteca del monastero appartengono al Codex Purpureus Petropolitanus e sono datati all'inizio del VI secolo d.C.: sono 33 fogli del Vangelo di Marco, scritti in argento su un vello purpureo, il colore imperiale. Questo manoscritto, con tutta probabilità, proviene da una bottega di Costantinopoli e sarebbe stato smembrato nel XII secolo, forse dai Crociati. Se ne conoscono 230 fogli su 462, divisi tra diverse collezioni.
La biblioteca possiede anche le migliori versioni delle opere di Gregorio Nazianzieno. Uno dei manoscritti comprende due libri dei suoi discorsi, su 240 fogli di pergamena, scritti a Reggio Calabria nel 941 dal monaco Nicola e da suo figlio Daniele, cristiani ortodossi.
Secondo Clemente di Alessandria, Ireneo, Origene e Gerolamo l'Apocalisse sarebbe stata scritta verso la fine del regno di Domiziano (81-96 d.C.). Alcuni studiosi moderni preferiscono riferirsi all'epoca di Claudio (41-54 d.C.), rifacendeosi al parere di Epifanio (IV secolo d.C.). Più numerosi sono coloro che sono orientati ad una datazione ancora più antica, l'epoca di Nerone

venerdì 14 ottobre 2011

Visitabile il tumulo di S. Osvaldo

Il tumulo di S. Osvaldo
Si è concluso il lavoro di restauro e la valorizzazione del tumulo protostorico di Sant'Osvaldo, nell'udinese. L'altura artificiale è costituita da ciottoli e terra ed è stata innalzata nel 1900 a.C. per dare sepoltura ad un individuo di sesso maschile, dell'età di 25-35 anni. La struttura è stata esplorata dal 2000 al 2002 dal gruppo di ricerca per la protostoria del Dipartimento di Storia e tutela dei beni culturali dell'Ateneo friulano, sotto la guida di Paola Càssola Guida.
Allo stato attuale il tumulo ha un diametro di 26 metri e un'altezza di 4. La camera funeraria, destinata ad ospitare il corpo del defunto, fu costruita in legno e rivestita di ciottoli scelti che andarono a formare una calotta di circa 5 metri di diametro. La tomba venne, in seguito, sigillata da uno spesso strato di terreno argilloso, al di sopra del quale si sviluppò il vero e proprio corpo del tumulo. Gli avvallamenti furono colmati con falde di terra e ghiaie.
Il defunto era alto circa 1,70 metri, del peso stimato di 76 chilogrammi, morto nel pieno vigore degli anni. Il corpo era privo di corredo, oppure fornito di elementi di accompagnamento forgiati in materiale deperibile (pelle, stoffa, legno) ed era adagiato sul lato sinistro, in posizione contratta. La conservazione non era ottimale poichè una parte dei ciottoli sprofondò nel vano, una volta marcito il legno della cassa, finendo per schiacciare definitivamente i resti ossei. Le analisi al C14 hanno datato l'epoca della morta al 1920 a.C.

La bottega del Caravaggio dell'Età della Pietra

La conchiglia utilizzata come contenitore di colore
Pestelli, macine in pietra, conchiglie utilizzate come barattoli per la pittura e tracce di ocra, tutto al loro posto da 100.000 anni: ecco lo "studio" di un pittore dell'età della pietra. Il ritrovamento è avvenuto in Sud Africa ed è stato annunciato sulla rivista "Science" dal ricercatore Christopher Henshilwood dell'Università di Witwatersrand a Johannesburg. Del gruppo fa parte anche l'italiano Francesco d'Errico.
La bottega del pittore paleolitico è stata scoperta nella grotta di Blombos e contiene tutti gli utensili per produrre l'ocra, tra cui le conchiglie di abalone, chiamata anche "orecchio di mare", i più antichi contenitori di pittura finora scoperti. Una delle conchiglie era anche chiusa da un ciottolo che aveva la funzione di coperchio. Sono state rinvenute anche pezzi d'ocra con tracce di uso. Tutto, nella grotta, sembra essere rimasto a 100.000 anni fa, ricoperto solamente dalla sabbia, portata nella grotta dal vento.
Sui fondi delle conchiglie sono stati ritrovati residui di pittura, una mistura di rosso ottenuta dall'amalgama di polvere di ocra, midollo e carbone. I ricercatori ritengono che il pigmento si otteneva sfregando pezzi di ocra su lastre di quarzite oppure frantumando schegge di ocra. La polvere che si otteneva, di colore rosso, veniva mescolata ad altri ingredienti, al tutto si univa del liquido e grasso animali. La pittura così ottenuta era, forse, utilizzata dai primi Homo Sapiens per dipingere i loro corpi oppure le pareti delle caverne nelle quali vivevano.

giovedì 13 ottobre 2011

I misteri della Via della Seta

Gli archeologi cinesi hanno scoperto un insieme non ancora identificato di tombe, sull'altopiano del Pamir, un nuovo mistero sul crocevia dell'antica Via della Seta. Le sepolture sono otto, ognuna di due metri di diametro, disposte su una terrazza di 100 metri di lunghezza per 50 di ampiezza, e presentano linee di pietre nere e di pietre bianche, che si distendono tutt'intorno a mò di raggi.
Queste sepolture sono piuttosto particolari, nessuna simile è stata ritrovata sull'altopiano del Pamir o in tutta l'Asia centrale. Gli archeologi ritengono che le linee di pietre potrebbero segnalare un'antico culto del sole, anche se le prove di questo culto sono piuttosto insufficienti. Gli studiosi sono abbastanza sicuri, però, che coloro che erano stati sepolti in queste tombe erano personaggi di un certo rango sociale, dal momento che le pietre nere, utilizzate per creare la particolare decorazione, sono state trasportate da molto lontano e la terra utilizzata per costruire la terrazza è una risorsa piuttosto rara, nella regione.

Il mosaico

Il mosaico di Alessandro Magno
a Pompei
Dal V secolo a.C. i mosaici furono un modo di investire piuttosto apprezzato dai Greci, a causa del carattere pratico e decorativo. I primi mosaicisti provenivano, con tutta probabilità, dalla Macedonia.
I Tolomei d'Egitto, in particolare, attirarono importanti artisti nel loro regno. Per questo i mosaici più antichi che si ricordino, per la composizione, per l'iconografia, lo stile e la tecnica sono originari del nord della Grecia, di Olinto e Pella, la patria di Alessandro Magno.
I mosaici erano solitamente collocati al centro degli ambienti, tra le panche che sorreggevano i letti dei convitati. La decorazione era strutturata in modo che tutti potessero ammirarla. A Pella e ad Olinto i pavimenti erano composti di ciottoli. I mosaici intendevano imitare la pittura e per questo i mosaicisti modificavano di continuo la loro tecnica e adottavano sempre nuovi materiali.
Nell'opus tessellatum, la malta compare tra i bordi rettilinei delle tessere. Nel tentativo di eliminare la discontinuità, i mosaicisti realizzano decorazioni più fini con elementi minuscoli, è questo l'opus vermiculatum che ricorre alla pittura per mimetizzare le giunture di malta fino a renderle impercettibili.servato nel Museo Greco
Il mosaico a firma di Sophilos, scoperto a Thmuis, nel Delta, e conservato nel Museo Greco Romano di Alessandria, presenta una nuova evoluzione dell'arte musiva. Il pannello centrale, realizzato in opus vermiculatum, è caratterizzato da una notevole policromia. Il bordo è composto da un disegno intrecciato e una larga greca. Al centro una figura femminile vestita di una tunica di porpora sotto una corazza di metallo, con in capo una prua di una nave. Probabilmente è la raffigurazione della regina Berenice II. Questo pavimento veramente eccezionale risale al 200 a.C. e riproduce una pittura del repertorio di immagini ufficiali della dinastia dei Tolomei.
A partire dal I secolo a.C., i mosaicisti alessandrini presero a fabbricare pannelli policromi di ridotte dimensioni, su supporti indipendenti in pietra o terracotta, che venivano posti in seguito nei pavimenti realizzati sul posto. Questa tecnica sarà utilizzata ancora nella città di Alessandria del II secolo d.C., come testimonia il mosaico con l'emblema della Medusa scoperto nel terreno del teatro Diana. Il pavimento della sala da pranzo di una ricca casa è ornato di un mosaico che rappresenta una particolare disposizione: sul tappeto in forma di U, dalla decorazione schematica, si disponevano diversi letti destinati ai convitati che guardavano verso il centro dell'ambiente, ornato di uno scudo in scaglie policrome che porta al centro la testa di Medusa su fondo nero. La testa della Medusa, rivolta verso la porta, aveva una funzione apotropaica.
I mosaicisti alessandrini furono molto richiesti. Quando gli Attalidi, successori di Alessandro in Asia Minore, decisero la costruzione dei palazzi di Pergamo, nella prima metà del II secolo a.C., ricorsero a mosaicisti alessandrini. Costoro crearono laboratori locali la cui influenza finirà per espandersi nella parte orientale del bacino del Mediterraneo. Questa influenza arriverà anche nel mondo romano, esempi ne sono i mosaici ritrovati nella Casa del Fauno a Pompei, databili al II secolo a.C. e conservati, attualmente, nel Museo di Napoli.
Alla caduta dei Tolomei Alessandria perse il suo ruolo di centro di creazione, pur continuando a sussistere la tradizione dei mosaicisti ellenistici, che adottarono l'emblema, una rappresentazione concentrata nella parte di mezzo del pavimento. Diversi emblemi ritrovati ad Ostia antica sono di provenienza alessandrina.

La nave di Marausa

L'imbarcazione romana di Marausa
Una nave del III secolo d.C., affondata e rimasta integra. E' la sorpresa che gli archeologi si sono ritrovati nel mare di Marausa, vicino Trapani. La nave era lunga più di venti metri e larga nove ed è affondata 1700 anni fa, durante una manovra di ingresso nel fiume Birgi, allora navigabile, ora soltanto il nome del porto cittadino.
L'antica imbarcazione si trova a tre metri di profondità e 150 dalla riva ed è stata conservata egregiamente da un metro di argilla e dalle radici di posidonia, una pianta marina. Finora sono circa settecento i pezzi, lunghi dai 40 centimetri a qualche metro, che dovranno essere riassemblati appena possibile al baglio Tumbarello di Marsala, che già ospita una nave punica.
Il carico della nave era costituito da olive, noci e fichi dal Nordafrica, dei quali è stata ritrovata traccia. Sono stati anche recuperati pezzi di vasellame e bicchieri e tracce del carico di contrabbando: i cosiddetti "tubuli da extradosso", condotte cave in terracotta che servivano, nelle costruzioni, ad alleggerire le volte e gli archi e che in Africa costavano un quarto che a Roma. I tubuli venivanio nascosti ovunque e consentivano ai marinai di arrotondare la scarna paga che percepivano.
La nave di Marausa è la più completa mai ritrovata, conserva sia il lato sinistro che quello destro dello scafo.

Scoperto l'"avo" della peste

I morti di Peste Nera a Londra
Per la prima volta è stato possibile "leggere" il Dna del terribile batterio responsabile della "Peste Nera", la pandemia di peste che devastò l'Europa tra il 1347 e il 1351, uccidendo 50 milioni di europei. Il Dna dimostra che proprio questa terribile pandemia può essere stata la "madre" di tutte le pestilenze che, ancor oggi, uccidono 2000 persone ogni anno.
La ricerca è dell'Università canadese McMaster e di quella tedesca di Tubinga. I ricercatori, grazie ad una tecnica innovativa, hanno recuperato il Dna del batterio della Peste Nera, lo Yersinia pestis, partendo dalla polpa dei denti di cinque scheletri rinvenuti nel cimitero di East Smithfield, a Londra, in una specie di fossa comune al di sotto della zecca Royal Mint, scavata nel 1348-1349 per seppellire coloro che venivano uccisi dal terribile morbo.
I dati hanno dimostrato che questo ceppo batterico è stato l'antenato di tutte le pestilenze presenti e passate. Questa sorta di "avo" della peste è comparso tra il XII e il XIII secolo. Tutte le pestilenze precedenti (la peste di Giustiniano, per esempio, che devastò l'impero bizantino nel VI secolo provocando quasi 100 milioni di morti) sarebbero state, quindi, causate da altri batteri.

mercoledì 12 ottobre 2011

Restituito splendore al Mausoleo dei Marci

Le pitture restaurate del Mausoleo dei Marci
(ANSA) Meravigliose pitture di ispirazione fluviale, decorazioni su fondo cinabro che rappresentano una sintesi di straordinaria della teologia pagana di 18 secoli fa, un sarcofago monumentale in marmo di grande raffinatezza: è il Mausoleo dei Marci, la grande tomba appena restaurata nella Necropoli vaticana.
Presentato oggi alla stampa, il complesso intervento è stato finanziato dalla Fondazione Pro Musica e Arte Sacra (la stessa che produce il Festival Internazionale di Musica e Arte sacra, in svolgimento dal 26 ottobre al 6 novembre) e ha richiesto "uno sforzo economico importante, a sei zeri", ha detto il presidente Hans Albert Courtial.
In sette mesi, ha aggiunto il direttore dei lavori per la Fabbrica di San Pietro, Pietro Zander, le pareti del Mausoleo dei Marci sono state ripulite dai sali e dalle formazioni fungine che coprivano come un velo bianco la pellicola pittorica, in molti punti rialzata. La tomba sarà aperta al pubblico, accessibile con visite guidate per piccoli gruppi come per le altre vestigia della vasta Necropoli che si dipana a 9-11 metri sotto la Basilica di San Pietro.

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò (Foto: quotidianodipuglia.it) Un insediamento fortificato di età messapica : è l...