domenica 29 aprile 2012

Ritorna a suonare un'antica tromba celtica

Ricostruzione della terminazione della tromba
La tromba da guerra celtica con terminazione a testa d'animale, che è stata rinvenuta a Sanzeno, in Val di Non, è stata ricostruita nell'ambito di una ricerca coordinata dalla Soprintendenza per i Beni librari archivistici e archeologici della Provincia autonoma di Trento. Lo strumento musicale è tornato ad emettere note a distanza di duemila anni, sulla strada romana dello Spazio Archeologico Sotterraneo del Sas, a Trento.
I Celti utilizzavano il karnyx in battaglia, per spaventare i nemici e scatenare quello che le antiche fonti chiamano il tumultus gallicus.
A ricostruire la tromba sono stati due archeologi, Paolo Bellintani e Rosa Roncador, che hanno effettuato studi archeometallurgici sui frammenti del reperto, che sono in bronzo. La ricostruzione è stata effettuata in ottone, materiale più duttile.

sabato 28 aprile 2012

Un tempio a Laodicea, regina seleucide

Busto di Antioco III
Un gruppo di archeologi si è recentemente messo in cerca, nella città di Nahavand, nell'Iran occidentale, delle tracce del tempio di Laodicea, poiché ritengono che esso sia sepolto sotto diverse abitazioni costruite nel corso degli anni. Proprio questo proliferare edilizio ha causato distruzioni su vasta scala, al punto che le probabilità di rintracciare i resti sono piuttosto scarse.
Nel 1943 gli archeologi hanno scoperto un'antica iscrizione di 30 righe distribuite su una superficie di 85 x 36 centimetri. L'iscrizione era in greco e richiamava gli antichi abitanti di Nahavand all'obbedienza delle leggi. Nell'iscrizione era anche menzionata l'esistenza di un tempio di Laodicea, costruito da Antioco III il Grande (223-187 a.C.), re seleucide che governava l'Asia minore, per sua moglie Laodicea.
Sul sito degli scavi sono state ritrovate anche quattro statuette di bronzo ora esposte nel Museo nazionale iraniano a Teheran. Un certo numero di capitelli e basi di colonne, scavate nel corso degli anni, ora sono utilizzati con funzione decorativa in molti luoghi della città di Nahavand.
Antioco III fu il più illustre esponente della dinastia seleucide. Ridusse allo stato di vassallaggio la nazione dei Parti, nell'attuale Iran nord-orientale, e la Battriana, nell'Asia centrale. Combatté anche contro il faraone Tolomeo V e nel 198 a.C. entrò in possesso di tutta la Palestina e il Libano. Più tardi venne coinvolto in un conflitto con i Romani, che lo sconfissero alle Termopili nel 191 a.C. ed a Magnesia (oggi Manisa, in Turchia), nel 190 a.C.. La pace costò ad Antioco la cessione di tutti i suoi domini ad ovest del massiccio del Tauro.
Emissione monetaria con Antioco III
I culti cittadini in onore di Antioco III e di Laodice sono il riflesso del prestigio personale della regina e del ruolo da lei ricoperto nei rapporti con le città. Nel 213 a.C. la città di Sardi aveva decretato la costruzione di un recinto sacro (témenos Laodikeion) in onore di Laodice, un altare, feste in suo onore con tanto di processione e sacrificio. Durante le festività in onore della regina, la popolazione era esentata dal pagamento delle tasse.
Il documento che chiarisce ulteriormente il culto dinastico nella dinastia seleucide è un editto (pròstagma) del 193 a.C. con il quale Antioco III introdusse nell'impero il culto ufficiale della regina Laodice, affiancandolo al culto degli antenati (prògonoi) e al suo stesso culto. Il primo esemplare di questo editto venne scoperto a Eriza/Dodurga in Frigia nel 1884; il secondo a Laodicea di Media/Nahavand, nel 1947; il terzo nella regione di Kermansha, sempre in Iran, nel 1967.
L'editto dispone che in ogni satrapia, accanto ai gran sacerdoti degli antenati e di Antioco, siano istituite le grandi sacerdotesse eponime della regina Laodice, che avrebbero portato una corona d'oro sacerdotale con l'immagine della sovrana. Queste sacerdotesse dovevano avere un rapporto di parentela con la stessa Laodice.

venerdì 27 aprile 2012

Uno scarabeo egizio a Gerusalemme

Lo scarabeo ritrovato a Gerusalemme
Alcuni recenti scavi nella città di Gerusalemme hanno permesso il recupero di uno scarabeo egizio del XIII secolo a.C. (tarda Età del Bronzo). L'oggetto è stato trovato all'interno del National Park di Gerusalemme, nella parte più antica della città. Lo scarabeo risalirebbe alla XIX Dinastia egizia, un periodo in cui la potenza del Nilo aveva  molta influenza sulla regione in cui si trovava Gerusalemme.
L'archeologo israeliano Eli Shukron ha detto che è la prima volta che viene ritrovato, a Gerusalemme, un manufatto del genere. Lo scarabeo è piuttosto piccolo, di forma ovale. Era considerato un amuleto e, particolarmente quello ritrovato a Gerusalemme, era utilizzato come sigillo per contrassegnare dei documenti.
Il manufatto è lungo un centimetro e mezzo ed è stato ricavato dalla pietra grigia. Su di esso, in geroglifico, compare il nome del dio sole Amon-Ra e vi compare anche l'immagine dell'anatra, simbolo dio sole. 

Ritrovato in Grecia un tempio dell'età arcaica

I resti del piccolo tempio ritrovato in Grecia
Recenti ricerche archeologiche hanno rivelato un antico tempio nelle montagne tra le regioni della Messenia e di Ilia, in Grecia, di fronte all'imponente tempio di Apollo Epicureo. L'area attorno al tempio appena scoperto presentava diversi elementi architettonici, utilizzati per costruire il piccolo tempio.
L'archeologo Xeni Arapogianni ha spiegato che quando il piccolo edificio fu demolito per costruirne uno nuovo, furono reimpiegati triglifi ed altre parti del vecchio tempio. Lo scavo è stato iniziato nel 2010 ed ha permesso di ritrovare anche oggetti in bronzo ed un gran numero di armi di ferro e lance, probabilmente dedicate alla divinità per la quale è stato costruito il tempio. Tra gli oggetti recuperati vi è una figurina in bronzo di un uomo nudo, un guerriero, con una lancia. Proprio questa figurina fa ritenere che il piccolo tempio appena ritrovato fosse dedicato ad un dio della guerra.
Il dottor Arapogianni ritiene che il tempio, datato all'età arcaica (VI secolo a.C.), sia stato costruito dagli Spartani.

Le prove del cancro sulla mummia di un giovane Egizio

La mummia dello sfortunato giovane egizio
Quasi 2900 anni fa un giovane egizio morì ad appena venti anni, in seguito ad una malattia rara, simile al cancro, che gli provocò anche il diabete. Dopo la morte il giovane venne mummificato secondo la procedura in uso nel tempo. Gli imbalsamatori gli tolsero il cervello, versarono del liquido simile alla resina nel cranio ed estrassero gli organi interni per metterli nei vasi canopi. Circa 2300 anni fa la mummia fu trasferita nel sarcofago di una donna di nome Kareset.
Finora i ricercatori ritenevano che nel sarcofago ci fossero le spoglie di una donna. La nuova ricerca ha evidenziato non solo che il corpo non apparteneva a Kareset ma anche che il giovane che era all'interno del sarcofago era molto malato, il suo corpo ha rivelato che soffriva della sindrome di Hand Schuller, una misteriosa patologia in cui alcune cellule immunitarie che si trovano nella pelle prendono a moltiplicarsi rapidamente. Praticamente si tratta di una sorta di cancro.
Gli scienziati ancora non sono completamente sicuri della causa scatenante la malattia, che è estremamente rara, dal momento che colpisce uno su 560.000 individui di sesso maschile. Anticamente la malattia era mortale, oggi, invece, può essere curata. Essa distrusse lo scheletro del giovane egizio, lasciando tracce di lesione su tutta la colonna vertebrale e sul cranio. I raggi X hanno mostrato l'esistenza di un grande foro nel cranio e la distruzione di una sezione di una delle orbite del defunto.
La malattia, sicuramente, deve essere stata estremamente dolorosa e deve aver modificato, nella fase finale, anche l'aspetto del defunto arrivando a provocargli anche una sorta di diabete, impedendo ai reni di trattenere acqua.

giovedì 26 aprile 2012

La Tomba della Quadriga Infernale

Ricostruzione della Tomba della Quadriga Infernale
nel Museo Civico Archeologico di Sarteano
Nel 1954 fu indagata per la prima volta, dall'archeologo Guglielmo Maetzke, la necropoli delle Pianacce, nei pressi di Sarteano, in Toscana. Da allora la necropoli ha attraversato diverse vicende, spesso tristi, che portarono la vegetazione a ricoprire, quasi completamente, tutte le sepolture tranne una tomba monumentale scavata da Maetzke. Nel 2000, grazie alla disponibilità dei proprietari dei terreni in cui si trovano le necropoli, il Museo Civico Archeologico di Sarteano con i volontari del Gruppo Archeologico Etruria ha ripreso le campagne di scavi che hanno dato come risultato il ritrovamento di 21 strutture, delle quali 15 sono visibili.
La necropoli delle Pianacce è parte di una più vasta area sepolcrale che occupa il costone roccioso al termine dell'altopiano dove sorge Sarteano. Le sepolture più antiche si trovano nel settore sud-ovest e sono collocabili in un periodo che va dalla seconda metà del VI secolo e il V secolo a.C.. Queste sepolture sono state scavate tutte nel travertino, nella zona centrale si trovano le tombe monumentali che hanno caratteristiche architettoniche diverse. Queste ultime appartengono ad una fase compresa tra il IV e l'inizio del II secolo a.C. e presentano materiali di grande pregio a testimonianza di una ricca committenza.
Serpente a tre teste dalla Tomba della Quadriga Infernale
Tra le tombe della necropoli spicca la "Tomba della Quadriga Infernale", una delle scoperte più eclatanti dell'etruscologia degli ultimi decenni. La tomba fu scavata nel 2003 ad una profondità di cinque metri, fu ricavata nel travertino locale ed ha un corridoio di 19 metri di lunghezza e quattro nicchie. La decorazione pittorica si sviluppa sulla prima parte del corridoio, con la scena significativa del demone che conduce una quadriga, poi in una nicchia, dove sono rappresentati due defunti distesi sulla kline in un banchetto ambientato nell'aldilà. Queste scene sono incorniciate da un fregio con delfini che si tuffano nelle onde nella parte inferiore dell'affresco.
La scena più importante è quella che ha dato il nome alla tomba, dove è raffigurato un demone che guida una quadriga tirata da due grifoni e due leoni. Una nuvola nera avvolge le fiere. La figura che conduce il carro è stata identificata come Charun, il Caronte greco. Particolare è la zanna che esce fuori dal labbro inferiore, raramente rappresentata (è possibile vedere una simile raffigurazione nel Charun su lastre fittili di Orvieto).
I leoni del cocchio rimandano, invece, alla dea Cibele, ben conosciuta in ambito greco-romano; i grifoni, rappresentati senza ali, ricordano i draghi alati che trainano la biga di Persefone su due anfore rinvenute ad Orvieto. Il limite dell'Ade è simboleggiato da una porta dorica dipinta che incornicia una nicchia dentro la quale si trova la scena del banchetto con i defunti distesi sul letto funebre.
Charun
La coppia maschile, rappresentata distesa sulla kline, è raffigurata semidistesa, come nel banchetto orientale. Entrambi indossano dei mantelli e il colore della pelle serve a differenziare l'età dell'uno da quella dell'altro. La figura dalla carnagione più chiara e dal volto barbato rappresenta l'uomo più maturo. Forse si tratta di un padre e di un figlio, come quelli raffigurati nelle tombe Golini di Orvieto. Qualcuno, invece, pensa possa trattarsi di due amanti. Accanto ai defunti è raffigurato un servitore avvolto in una tunica trasparente che reca un colino per il vino.
Nella camera di fondo, su una parete completamente bianca, è raffigurato un enorme serpente a tre teste, munito di cresta e barba. Si tratta di una raffigurazione che ricorda l'ambito ctonio rinvenibile nella ceramografia e nella pittura parietale della seconda metà del IV secolo a.C.
I banchettanti della Tomba della Quadriga.
Il sarcofago ritrovato nella tomba è di alabastro grigio, con il defunto disteso sul coperchio. Dopo la fase etrusca il sarcofago fu "occupato". Fu distrutto sul lato destro a colpi di mazza e utilizzato come abitazione in epoca alto medioevale. Tracce di questa "abitazione" si trovano nelle ceramiche da fuoco che fanno compagnia alle ceramiche etrusche qui ritrovate e datate al 320 a.C.. Il sarcofago è stato restaurato e rappresenta il più grande ed antico esempio di sarcofago chiusino, l'unico rinvenuto con il corredo, recuperato in stato frammentario.

L'ossidiana di Gobekli Tepe

Uno dei cerchi di pietra di Gobekli Tepe
Alcuni ricercatori hanno scoperto l'origine di 130 lame di ossidiana ritrovate a Gobekli Tepe, in Turchia, il sito considerato il più antico tempio del mondo. Sembra che gli oggetti, forgiati in materiale di origine vulcanica, furono creati anche a 500 chilometri di distanza.
Gobekli Tepe, scavata solo in minima parte rispetto alla sua estensione effettiva, contiene almeno 20 cerchi di pietre, uno nell'altro; gli archeologi ritengono che i cerchi esterni venissero riempiti con detriti, prima di costruire un nuovo cerchio all'interno. Le costruzioni non contengono focolari e non sono stati individuati, nel sito, edifici destinati ad ospitare delle persone stabilmente.
Il dottor Tristan Carter, della McMaster University ad Hamilton, Canada, e il direttore degli scavi Klaus Schmidt hanno esaminato la composizione chimica degli utensili per capire da dove provenisse l'ossidiana. Sono state individuate tre fonti nella Turchia centrale, in Cappadocia (a 500 chilometri di distanza da Gobekli Tepe), altre tre fonti provengono dalla parte orientale del paese, a circa 250 chilometri di distanza.
I risultati evidenziano che i costruttori di Gobekli Tepe utilizzarono diversi tipi di ossidiana. I ricercatori pensano che l'importante sito turco fosse un luogo di pellegrinaggio al quale confluivano persone da diversi luoghi, anche da notevole distanza.

mercoledì 25 aprile 2012

Il teatro romano di Bologna

Veduta del teatro romano di Bologna
Nel 1977, durante i lavori di restauro di un edificio a Bologna, emersero dal sottosuolo resti dell'antica città romana. Innanzitutto fu ritrovato un tratto di strada romana ed una pavimentazione laterizia. Quando furono rimossi pavimenti ed intonaci, vennero alla luce antiche strutture murarie che indussero gli archeologi ad effettuare un intervento decisivo che si protrasse dal 1982 al 1984.
L'esplorazione fu piuttosto difficile, condotto com'era tra stretti scantinati, fogne e condutture. I ruderi che emergevano erano in pessimo stato di conservazione ma gli archeologi riuscirono a tracciare il settore di un emiciclo destinato ad accogliere gli spettatori, la cavea, di un teatro romano. Successivamente fu possibile ricostruire l'estensione del teatro.
I ruderi romani occupavano il sottosuolo degli edifici di un intero isolato abitativo. Nella sua prima fase edilizia, il teatro di Bologna aveva, presumibilmente, una forma a semicerchio di circa 75 metri di diametro, aperto verso nord. Le gradinate si sviluppavano lungo la parete semicircolare, con bassi sedili a gradino in laterizio. Tra i settori delle gradinate si aprivano gli sbocchi dei corridoi rettilinei che fungevano da ingressi secondari per gli spettatori. Non si sa ancora se il collegamento diretto con l'orchestra e la cavea fosse servito da passaggi coperti.
Il busto loricato di Nerone
Il teatro, nella sua prima fase costruttiva, è stato datato all'età tardo repubblicana, compresa tra il 120 e l'80 a.C.. Con il tempo, ovviamente, emersero nuove esigenze che portarono il teatro ad un lento declino. Ci sono tracce di una prima ristrutturazione (un frammento di grande trabeazione marmorea di età augustea). Nel I secolo d.C., poi, fu necessaria una radicale e completa trasformazione dell'edificio che dovette essere ampliato ed abbellito per renderlo più adatto alle mutate esigenze della città ed alle novità architettoniche del periodo. L'emiciclo raggiunse i 93 metri di diametro e venne aggiunto un doppio ordine di arcate sulla facciata esterna. Anche l'orchestra venne allargata, raggiungendo il diametro a 21 metri, e venne dotata di una pavimentazione marmorea.
Ai primi del '500 fu rinvenuto, nell'area del teatro, un pregevole torso marmoreo con corazza (loricato), oggi conservato al Museo Civico Archeologico. Gli studiosi pensano che sia appartenuto ad una statua di Nerone e che un tempo doveva essere collocato sul retro della cavea o in un ambiente di rappresentanza. Sempre all'imperatore Nerone è attribuito un frammento di iscrizione dedicatoria monumentale con lettere bronzee, ritrovata vicino al teatro e datata al 60 d.C.. Nerone amava molto Bologna, alla quale, in gioventù, elargì una notevole somme di denaro per interventi edilizi.
Quelli di epoca neroniana sono gli ultimi interventi accertati sull'edificio teatrale. Alla fine del III secolo d.C. il teatro venne parzialmente spogliato degli arredi di maggior pregio. Nel IV secolo fu progressivamente demolito, in seguito le costruzioni superstiti crollarono e la cave finì per riempirsi di terra.

Hera alla foce del Silari

La piana dove sorgeva il Santuario di Hera
Il Santuario di Hera Argiva, alla foce del Sele, si trova, in realtà, a circa un chilometro e mezzo dalla linea di costa a causa dei frequenti bradisismi. Il fiume, ovviamente, ha giocato e gioca un ruolo determinante per il luogo e per il culto che, agli albori della colonizzazione greca dell'Italia meridionale, i coloni instaurarono qui.
Il luogo dove sorgeva il Santuario, infatti, appariva dotato di tutti i caratteri del locus sacer: un fiume navigabile, una laguna a proteggere l'area, vegetazione palustre alternata ad olmi, pioppi, salici, un approdo al riparo dalle correnti. Anche l'approdo confortevole fu, senza dubbio, determinante nella scelta di questo luogo. Il porto era sistemato nell'ansa del fiume un tempo chiamato Silari, oggi Sele, la cosiddetta Volta del Forno, dove, si pensa, era ubicato il Portus Alburnus. Ed è proprio il fiume Sele a fungere da confine naturale tra le genti di lingua etrusca, attestatesi sulla riva destra, e genti di lingua greca, che andarono ad occupare la riva sinistra.
Statuetta di Hera Argiva
Il Santuario era un luogo conosciutissimo, nell'antichità, la cui fondazione veniva fatta risalire, addirittura, agli Argonauti ed al loro capo, Giasone, tant'è che la dea qui venerata, Hera, veniva appelata come Argonia, a ricordo della sua origine argiva. L'impianto pressoché definitivo del santuario risale al VI secolo a.C. e fu individuato seguendo le anse ed i canali del Sele, che separavano naturalmente le zone asciutte da quelle acquitrinose. Il primo altare era costituito semplicemente da ceneri, sulle quali i primi Greci compirono i sacrifici prescritti per santificare il luogo. A delimitare l'altare, a nord e sud, furono in seguito costruiti due edifici con portici, forse i primi edifici destinati ad accogliere i fedeli in visita. Si trattava di due costruzioni identiche per struttura ma differenti per grandezza. L'edificio a nord era composto da due vani ed era il più piccolo; l'entrata posta sul lato est, la più piccola, conserva ancora lacerti di pavimento in scaglie di arenaria ed una soglia. L'edificio sud era il più grande dei due e presentava un portico sorretto da sette pilastri rettangolari. L'impianto di quest'ultimo edificio è della seconda metà del VI secolo a.C. e si stima che sia rimasto in funzione fino alla metà del III secolo a.C..
Purtroppo non si possiedono notizie sulla struttura del santuario arcaico. Sicuramente doveva avere una ricchissima decorazione, della quale sono rimasti alcuni elementi: metope scolpite, triglifi, capitelli d'anta, risalenti ad un periodo compreso tra il 570 e il 550 a.C.. Sono proprio questi elementi, inoltre, a spingere gli archeologi a credere che gli edifici deputati al culto fossero più di uno. Già negli scavi degli anni '30 del secolo scorso era stato individuato un livello molto ricco di materiale arcaico al di sotto delle fondazioni del tempio. La documentazione dell'esistenza di questa struttura templare pre-arcaica è emersa nel corso delle indagini degli anni '90, quando lo scavo ha evidenziato larghe trincee di fondazione riempite di sabbia fine e sottile che disegnano, sul terreno, proprio l'impianto di un tempio con cella. Le misure di questo tempio pre-arcaico sono quelle di un hekatompedon (100 piedi di lunghezza) e le proporzioni rispettano quelle dell'architettura greca arcaica.
Statuette raffiguranti Hera ritrovate nell'area dell'Heraion
Gli archeologi ritengono che il primo progetto di edificio di culto sia stato abbandonato in corso d'opera per dar luogo, alla fine del VI secolo a.C., ad un tempio più grande e imponente, con otto colonne sulla fronte e con una decorazione estremamente ricca. Di questo tempio rimangono le fondazioni.
L'architetto Fr. Krauss ha ipotizzato, appunto, l'esistenza di un tempio con otto colonne in facciata e 17 sui lati lunghi (octastilo periptero), con orientamento est-ovest. Dovevano esservi almeno tre gradini e l'interno della struttura era suddiviso in tre spazi: una cella stretta ed allungata (il naos), un vestibolo (pronaos) con colonne ioniche e, in fondo alla cella, un muro che chiudeva un ambiente rettangolare (adyton) dove si custodivano i doni presentati ad Hera. La decorazione del tempio era in arenaria, con fregi e  metope scolpite.
Successiva alla costruzione del tempio è quella di due altari di circa 40 metri, posti di fronte al tempio, entrambi con un corpo principale, quattro gradini dei quali l'ultimo più largo, dove si svolgevano i sacrifici. I due altari, perfettamente affiancati e allineati tra loro, non sono in asse con il tempio e sono uno più grande dell'altro.
Una delle metope dell'Heraion
Verso la fine del V secolo a.C. il complesso sacro subisce dei danni notevoli a causa del prevalere dei Lucani sui coloni Greci nei continui scontri per la supremazia sul territorio. Questa vittoria, pur nella devastazione che apportò all'area sacra, determinò una nuova fioritura del Santuario nel suo complesso. Vennero elevati nuovi edifici che andarono a sostituire gli antichi oramai distrutti o in disuso; accanto al portico arcaico venne edificata una nuova struttura di accoglienza con tanto di portico chiuso sul davanti da una cancellata. Ad est del complesso fu costruito un altro edificio con una grande sala centrale aperta ad ovest, all'interno del quale fu rinvenuto un fornello a ferro di cavallo. Un altro edificio più piccolo sorse addossato sulla parete sud dell'edificio precedente, costruito con materiale di reimpiego proveniente da edifici più antichi. Qui, forse, si riunivano i pellegrini per i pasti rituali.
Nell'area di questi edifici sono stati individuati dei pozzi scavati nel terreno (bothroi), nei quali erano sepolti i resti dei sacrifici consumati sugli altari vicini. In uno di questi pozzi, scoperto nel 1937, furono ritrovate ossa, coppe, oinochoai e aryballoi a vernice nera, qualche statuetta in argilla e oggetti in metallo.
Tra il V e il IV secolo a.C., alle spalle degli altari monumentali, venne costruito un edificio quadrato con gli spazi ben definiti. E' una costruzione dovuta ai Lucani ed effettuata con materiali di reimpiego. Questo edificio fu distrutto dai Romani quando fondarono la colonia latina di Paestum nel 273 a.C.. Qui sono stati ritrovati degli oggetti interessanti: innanzitutto una piccola statua in marmo che raffigura Hera in trono, poi numerosi oggetti votivi tra cui 300 pesi da telaio che, all'inizio, hanno fatto pensare che l'ambiente ospitasse una consorteria femminile dedita alla tessitura delle stoffe da offrire annualmente alla dea.
Lastra con processione di fanciulle,dall'Heraion sul Sele
Con l'arrivo dei Romani, il Santuario ebbe una serie di rifacimenti a cui seguirono momenti di abbandono. E' stato individuato il tracciato viario che collegava Paestum all'ansa del Sele, che era stato impiantato dai Lucani e riorganizzato dai Romani. Si è accertato che questi ultimi distrussero alcuni edifici cultuali, tra cui quello a pianta quadrata. Contemporaneamente, nel III secolo a.C., venne edificata una struttura che è stata scavata nel 1936 a nord del tempio, attorno alla quale erano stati sepolti elementi architettonici arcaici ed una lastra in cui compariva il gigante Tityos che rapisce Latona. Proprio questa lastra fece pensare che l'edificio fosse una ricostruzione della struttura arcaica con un ricco fregio di 36 metope lungo tutti e quattro i lati. Il thesaurus della dea fu datato al 570-560 a.C., donato dalla ricca città di Siris, odierna Policoro.
Scavi del 1991 hanno permesso di individuare l'esistenza, attorno alla struttura di III secolo a.C., di un canale di drenaggio a forma di ferro di cavallo, la cui funzione era principalmente quella di asciugare il terreno durante la fase di costruzione. Il canale presentava riempimenti pertinenti a diversi momenti della vita del Santuario: materiali di età ellenistica e frammenti di ceramica e statuette che risalgono al III secolo a.C..
Heraion, ricostruzione di deposito votivo
Al tempio di Hera alla foce del Sele vengono attribuite, oltre alle 36 metope esposte nel Museo Archeologico di Paestum, anche cinque lastre che presentano una processione liturgica di fanciulle (choros). Lastre e frammenti ritrovati durante le tante campagne di scavo, sono state suddivise in tre nuclei. Le 36 metope appartenenti al fregio dell'edificio arcaico fanno parte del nucleo più complesso.
Le lastre - così come ricostruite all'interno del Museo - rappresentano, sul lato est dell'edificio arcaico, una delle storie meno note delle fatiche di Eracle: l'incontro con i Centauri che si trasforma presto in scontro corpo a corpo. Sul lato ovest, invece, l'eroe semidivino greco affronta i lascivi Sileni che cercano di insidiare Hera.

martedì 24 aprile 2012

Un ritratto dei figli di Antonio e Cleopatra

La statua dei figli di Antonio e Cleopatra
L'archeologa italiana Giuseppina Capriotti ha individuato una statua che ritrae i figli gemelli di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene. La scultura è esposta al Museo del Cairo.
Finora l'unica immagine conosciuta e raffigurata sul verso di una moneta e in una scultura, era quella di Selene, moglie del re Giuba II. I figli maschi di Antonio e Cleopatra ebbero, forse, una fine peggiore. Dopo la morte dei genitori, Alessandro e Tolomeo condivisero il destino di Cesarione, il figlio che Cleopatra aveva avuto da Giulio Cesare. Ottaviano Augusto fece sfilare i figli di Antonio e Cleopatra per poi affidarli alla sorella Ottavia. Da questo momento se ne perdono le tracce, cancellati dalla storia e dall'iconografia e, quasi sicuramente, anche dalla vita.
La scultura rappresentante i due gemelli proviene da Dendera, nell'Alto Egitto, dove si trovava in un tempio dedicato ad Hathor, è alta circa un metro e raffigura un bambino e una bambina che si abbracciano, affiancati da due serpenti. La testa dei bambini è sormontata da due dischi con l'occhio udjat. Il maschio ha i capelli ricci legati in una treccia laterale, come usava per i bambini egizi. La femmina, invece, ha i capelli raccolti in un'acconciatura a grandi ciocche molto simile a quella della madre Cleopatra.
A confermare che la scultura rappresenta i gemelli di Antonio e Cleopatra, c'è anche il riferimento al mito egizio di Shu e Tefnet, figli del dio Atum e noti come i suoi occhi, il sole e la luna.

La Tavola di Agnone

Frammento della Tavola di Agnone
La Tavola di Agnone è detta anche Tavola Osca. Si tratta di una tavoletta di bronzo di 28 x 16,5 centimetri, munita di una maniglia ed è la più importante iscrizione in lingua osca dopo il Cippo Abellano e la Tabula Bantina. Le iscrizioni sulla Tavola di Agnone sono ben leggibili e incise su ambedue le facciate. La prima facciata contiene 25 righe mentre la seconda ne contiene 23.
L'iscrizione sulla prima facciata parla di un recinto sacro, un santuario dedicato a Cerere, dove si svolgevano dei culti in giorni prestabiliti. L'iscrizione riporta che, in questo recinto, ogni due anni, sull'ara del fuoco aveva luogo una cerimonia solenne. Viene anche detto che ogni anno, al tempo delle Floralia, si doveva sacrificare, nel santuario, a quattro divinità. Il santuario di Agnone era probabilmente situato vicino al Monte del Cerro. La località veniva chiamata ancora con il termine dialettale Uorte, cioè Orto, Hortus in latino e Hùrz sulla tavoletta. Il luogo era dedicato a Kerres, Cerere. I fedeli le corrispondevano una decima in cambio della sua protezione.
Nell'altra facciata viene precisato che ci sono, nel recinto, degli altari dedicati alle divinità che vengono adorate nel santuario. Fuori del recinto sacro venivano celebrate delle processioni per Flora, con soste rituali in onore di quattro divinità.
Il testo menziona in tutto diciassette divinità e mostra la tendenza dei Sanniti alla poliatria, il culto di più divinità in uno stesso luogo. Il bosco sacro, però, apparteneva a Kerres. Le divinità che ruotavano intorno a lei erano, comunque, legate all'agricoltura, alla vita e alla vegetazione.

Un'importante scoperta in Molise

Le mura scoperte in Molise
Una nuova scoperta nell'Alto Sannio e nella Val di Sangro, territorio al confine tra Abruzzo e Molise. A renderlo noto è l'Associazione per la Valorizzazione dell'Ambiente e del Territorio che ha sede in provincia di Chieti. E proprio nel territorio di Chieti sono stati ritrovati dei reperti relativi a sepolture ritenute essere arcaiche, di epoca sannita e, se così fosse provato dagli archeologi e dai ricercatori, sarebbero di grandissimo interesse storico.
Sono state ritrovate mura di diversa grandezza, pertinenti fortificazioni, terrazzamenti, sepolture ed altre costruzioni non ancora identificate con certezza. Queste mura si trovano nella parte orientale della collina di Montalto, non distanti dalla cittadina di Borrello. Una prima analisi sembra confermare la loro origine sannitica, avvalorata dal fatto che proprio in questo territorio gravitavano, secoli fa, i Sanniti Pentri e i Sanniti Carricini.
Ricostruzione ipotetica di uno degli edifici
Le ipotesi che si vanno facendo sono quelle che si tratti di un antico abitato e di una necropoli principesca le cui sepolture mostrano numerose analogie con quelle etrusche. Se l'identificazione dei resti con quelli di un antico abitato fosse comprovata, la scoperta, davvero eccezionale, confermerebbe l'importanza di tutto il territorio compreso tra l'alto Sangro e il fiume Trigno in epoca pre-romana. Qui, infatti, ci sono gli insediamenti di Alfedena, Pietrabbondante, Schiavi d'Abruzzo, Capracotta, Quadri e molti altri, oltre alla più singolare concentrazione di cinte murarie del V-IV secolo a.C.. Quest'area fungeva, all'epoca, da cerniera tra l'Appennino centrale e quello meridionale ed era attraversata da quattro sentieri di transumanza dai quali vennero ricavati i Tratturi Regi degli Aragonesi.
I Tratturi furono "ufficializzati" nel tardo medioevo, da Alfonso I d'Aragona che, nel 1447, istituì la "Regia dogana della mena delle pecore", che doveva regolamentare la riscossione dei proventi derivati dal passaggio e dal pascolo dei pastori le cui greggi svernavano in Puglia. All'epoca aragonese - 1574 circa - risalgono le prime pose in opera di termini lapidei per la demarcazione del confine con i privati e del percorso dei tratturi. Nel periodo di massimo splendore i Tratturi Regi erano larghi 111 metri e lunghi più di 200 chilometri e collegavano le pianure Pugliesi ai pascoli montani dell'Abruzzo attraverso la Campania e il Molise.
In località Le Guastre sono stati rinvenuti i resti delle mura poligonali dell'abitato che fungevano da mura difensive della fortezza sannita. Nelle campagne di Capracotta, nel 1848, venne alla luce la cosiddetta Tavola di Agnone, una tavola bronzea recante un'iscrizione sacra in lingua osca, risalente alla metà del III secolo a.C., oggi conservata al British Museum.

domenica 22 aprile 2012

Ritorno a Tel Achziv

Reperti fuori del Museo di Tel Achziv
Il sito di Tel Achziv si trova sulla cima di una collina di arenaria e le sue rovine guardano la costa settentrionale dello stato di Israele, ai confini con il Libano. Si tratta di resti di strutture di un'antica città portuale del periodo Calcolitico (4500-3200 a.C.).
Il sito, che sta per essere nuovamente esplorato dagli archeologi, è stato già oggetto, in passato, dell'interesse degli studiosi. Innanzitutto da Moshe Prausnitz, tra il 1963 ed il 1964 e da E. Ben-Dor ed E. Mazar, che scoprirono cimiteri fenici di grandi dimensioni. Tel Achziv era, infatti, un grande porto cananeo fortificato e protetto da un massiccio bastione. Divenne uno dei maggiori porti fenici per il commercio marittimo. La città fiorì all'epoca dei Fenici, nel IX secolo a.C., e venne conquistata dal re assiro Sennacherib alla fine dell'VIII secolo a.C.. Malgrado questo, la città continuò a mantenere la sua importanza durante l'età ellenistica e romana, al punto da essere menzionata da Giuseppe Flavio quando parla del luogo di cattura del fratello di Erode. Ma anche Plinio (23-79 d.C.) e Claudio Tolomeo (circa 150 d.C.) ricordano la città fenicia, quest'ultimo la inserì addirittura nella sua mappa del mondo.
Tel Achziv, maschera fenicia
Ora gli studiosi, supportati da studenti e volontari e guidati dal dottor Gwyn Davies della Florida International University e dal dottor Assaf Yasur-Landau dell'Università di Haifa, torneranno sulla collina per scavare quanto ancora non è stato scavato, con la speranza di completare il quadro della storia di quest'antica città. Tra gli obiettivi primari vi è lo scavo di una monumentale struttura romana che si ritiene essere una villa costiera (e, quindi, comprendente anche uno stagno per i pesci), lo studio delle varie strutture portuali della città e una maggiore attenzione al bastione dell'Età del Bronzo, di cui si vuole capire la effettiva grandezza e la composizione.

La pietra di Kuli

La Pietra di Kuli
La pietra di Kuli è stata inserita, dall'UNESCO, nella lista dei documenti di rilevanza culturale mondiale. La stele è conservata al NTNU Museum of Natural History of Archaeology di Trondheim, è alta 1,90 metri e proviene da Kuloy, nella regione di Smola.
La stele conserva, incisa sulla sua superficie, la più antica menzione della Norvegia (Norégi), in caratteri runici, con un alfabeto in uso in Scandinavia a partire dal IX secolo e per tutto il medioevo scandinavo. La pietra è datata tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo e rappresenta una delle prime testimonianze della diffusione del cristianesimo nei paesi nordici. Sulla stele, infatti, è incisa una grande croce e l'iscrizione in alfabeto runico (circa 80 caratteri solamente sono leggibili) riporta una frase che, tradotta, significa: "dodici inverni ha regnato il cristianesimo in Norvegia".
Proprio in base a questa frase, alcuni studiosi ritengono che la pietra di Kuli sia la più antica testimonianza del cristianesimo in Norvegia.

sabato 21 aprile 2012

Persiani battuti da uno tsunami

La penisola di Kassandra
Uno tsunami salvò una città greca dall'esercito persiano quasi 2.500 anni fa. Secondo Erodoto fu un miracolo degli dei ma nuove prove suggeriscono che quello che avvenne aveva poco a che fare con la volontà divina.
Nel 479 a.C. Erodoto testimoniò che ci fu un imponente ritrarsi delle acque all'epoca dell'invasione persiana della Grecia, un ritrarsi che durò per molto tempo. I persiani erano arrivati ad una penisola a nord della Grecia, chiamata Kassandra (oggi Nea Potidea), ma prima che potessero raggiungere e sistemarsi sulla terraferma, la fortuna volse loro le spalle.
Sia Erodoto che gli abitanti della penisola greca videro la disfatta persiana come un intervento della mano vendicatrice di Poseidone, dio del mare, che volle punire i persiani per qualche oscura mancanza. In realtà si trattò di uno tsunami che investì la parte settentrionale dell'Egeo. Le prove dell'azione dello tsunami sono disseminate nei testi antichi ma anche nel terreno della città descritta da Erodoto. I ricercatori hanno scoperto strati di sabbia letteralmente trasportati nell'entroterra da una potente ondata. Senza contare che la regione è sempre stata fortemente sismica. Nella sabbia dell'entroterra sono state trovate conchiglie datate ad un periodo di tempo molto vicino al 500 a.C.

Ritrovati frammenti del Libro dei Morti a Brisbane

Una parte del Libro dei Morti custodito a Brisbane
Alcuni frammenti mancanti dell'antico libro egizio dei morti sono stati scoperti negli scantinati di un museo di Brisbane, nel Queensland. Il manoscritto apparteneva ad un alto funzionario egiziano vissuto nel 1420 a.C. e si credeva che gli incantesimi che conteneva potessero salvaguardare il defunto nel suo viaggio nell'aldilà.
Parti del manoscritto sono stati scoperti nel XIX secolo, ma il testo era incompleto, mancavano ancora dei frammenti. La scoperta di questi ultimi si deve all'egittologo John Taylor, curatore della collezione delle mummie del British Museum, il quale ultimo ha "prestato" una di queste ultime al museo del Queensland. Nei magazzini del museo il dottor Taylor ha "scovato" i pezzi mancanti del manoscritto che apparteneva all'alto funzionario egizio.

venerdì 20 aprile 2012

Chiavi, lucchetti e serrature nell'antichità

Chiavi romane in ferro forgiato (II-III sec. d.C.)
Nell'antica Roma non esistevano le banche e il denaro, in oro e argento, era abitualmente conservato in casa in vere e proprie casseforti. Si trattava di case estremamente robuste e capienti, che potevano contenere sia monete che oggetti preziosi. Abitualmente erano sistemate negli atri, in piena vista, in modo da rimandare all'opulenza economica del proprietario della domus.
L'inviolabilità di queste antesignane delle moderne casseforti era assicurata da una o più complesse serrature con tanto di chiavi, dalle quali il proprietario raramente si separava per affidarle, nel caso, ad un portiarius, incaricato di trasportarle al seguito del suo padrone. Per agevolare il trasporto, le chiavi vennero realizzate, con il tempo, in bronzo e sagomate in maniera elaborata e dette sigilli, perché utilizzate anche come timbro a caldo sulla cera. Erano simili ad un anello, con una piccola sporgenza sagomata e un'incisione che fungeva da sigillo e che serviva ad autenticare i documenti importanti.
Nelle famiglie più importanti e più ricche, al momento delle nozze il marito invitava la sposa a condividere sia le chiavi che il sigillo. Questo gesto rappresentava un simbolo della fiducia che lo sposo riponeva nelle capacità amministrative della consorte.
Chiavi romane in bronzo fuso a cera persa (II-IV sec. d.C.)
I congegni di bloccaggio, in realtà, nacquero in Mesopotamia nel II millennio a.C., a quanto testimoniano i ritrovamenti in tal senso nel tempio di Sargon a Khorsabad. Nello stesso periodo la medesima serratura comparve in Egitto e da qui si diffusero in tutto il Mediterraneo. Questa serratura era composta di due parti, una fissata alla mostra e l'altra alla porta. Quando quest'ultima si serrava, le due parti si incastravano tra loro ed i perni verticali impedivano la riapertura. Lo sblocco si otteneva infilando in una fessura della serratura una leva munita di perni fissi con la stessa disposizione dei calanti.
Questa serratura fu perfezionata, un millennio dopo, in Grecia. Si realizzò un dispositivo interamente in metallo con un catenaccio mobile che recava numerosi fori al centro che seguivano una precisa geometria. Al di sopra del catenaccio erano allineati perni cadenti disposti con la medesima geometria. Quando il catenaccio, spostandosi, faceva coincidere i primi con i secondi, questi scendevano nei suoi fori bloccandolo. Per aprire la serratura si faceva uso di una chiave simile ad un pettine, con i perni verso l'alto, uguali ai precedenti per numero e geometria.
La serratura romana, invece, cominciò a diffondersi qualche secolo prima della nostra era e la chiave che la apriva e chiudeva era simile a quella delle vecchie dimore e come questa funzionava per rotazione, grazie a una molla antagonista di acciaio di elevata elasticità. Questa serratura era realizzata da un vero e proprio specialista: il magister clavarius. Forse fu proprio quest'ultimo ad inventare la molla, che definì la chiave a doppia spinta, che svincolò le serrature dal montaggio verticale facendo in modo che potessero adattarsi anche ai forzieri ed alle casseforti, vere e proprie antesignane dei nostri lucchetti.
Chiavistelli romani in bronzo a cera persa (I-III sec. d.C.)
La serratura romana di età imperiale per antonomasia è quella detta con chiave a traslazione, con toppa a forma di lettera "gamma". Di questa serratura sono stati rinvenuti numerosi esemplari sia a Pompei che ad Ercolano. Ma i Romani, che viaggiavano spesso, utilizzavano anche un gran numero di minuscole serrature portatili, note come lucchetti, la cui produzione giunse fino ai nostri giorni. Anche il lucchetto era azionato - come oggi - da una chiave con il concorso di una molla.
Le chiavi in bronzo erano estremamente belle. Per la fusione veniva utilizzato bronzo nella percentuale di 85 per cento di rame e 15 per cento di stagno. La tecnologia impiegata era quella della fusione a cera persa. Le impugnature erano solitamente di forma geometrica, zoomorfa o a volute. I pettini erano spesso più elaborati rispetto a quelli delle chiavi in ferro ed erano composti da molti denti con l'aggiunta, spesso, di una o due complicazioni laterali.
C'è da aggiungere che le stanze interne delle case romane non avevano porte. Vi era una robusta porta di ferro che proteggeva la cassaforte, ma null'altro.

Il pastorale del vescovo dell'abbazia di Furness

Il pastorale del vescovo dell'Abbazia di Furness
Gli archeologi hanno fatto interessanti scoperte in una delle più belle abbazie del Regno Unito. Si tratta, innanzitutto, di una tomba, contenente le ossa dell'abate, nella quale erano custoditi anche altri tesori. Dall'analisi di quel che rimane del corpo, gli antropologi hanno appurato che l'uomo era piccolo di statura che soffriva di artrite e diabete. Inoltre l'uomo doveva essere piuttosto obeso, di età compresa tra i 40 ed i 50 anni.
Le scoperte sono avvenute nell'Abbazia di Furness, alla periferia di Barrow, in Cumbria, un luogo che, a suo tempo, fu una delle abbazie cistercensi più potenti e ricche del paese. Con le ossa del vescovo sono state ritrovati un pastorale in argento dorato e un gioiello ad anello, molto raro.
Il pastorale del vescovo è un reperto davvero inusuale, ha una placca centrale in argento dorato che mostra l'arcangelo Michele che uccide un drago con la spada. L'anello, abbastanza grande, probabilmente era quello utilizzato per la consacrazione dell'abate. La lunetta è a forma piramidale.

La vita di un antico castello friulano attraverso gli scavi

Sala nord del castello: pareti decorate in bianco, rosso e nero
Un importante pezzo di storia è stato restituito al Friuli grazie al recupero del complesso fortificato del castello di Caporiacco a Colleredo di Monte Albano. Molto si deve all'opera dei proprietari del castello, i fratelli Germi di Caporiacco, che da dieci anni si adoperano per la conservazione e la valorizzazione dell'edificio.
La fortezza ha attraversato vicende alterne, sconvolta, spesso, da trasformazioni quasi radicali, a causa di numerosi conflitti nei quali sono stati spesso attori proprio i nobili di Caporiacco. Il primo edificio, ben fortificato, si ergeva nella regione settentrionale del rilievo. A sud della cerchia muraria principale si trovavano le strutture deputate alle attività artigianali, costruite in legno, nelle quali si immagazzinavano le derrate alimentari. Il rogo che distrusse queste precarie strutture è stato datato con il Carbonio 14 al IV secolo d.C..
Le ricerche archeologiche hanno evidenziato che ad un evento traumatico, probabilmente un assedio, seguì una completa ristrutturazione delle strutture. Nel 1511 il castello fu dato completamente alle fiamme a seguito di disordini sociali. A quest'incendio seguì un'ulteriore ristrutturazione che vide l'aggiunta al complesso di finestre con arco a sesto acuto ed una nuova pavimentazione. Ulteriori arricchimenti del castello si palesarono, in seguito, con finestre quadrangolari incorniciate da elementi lapidei scolpiti. Le ultime trasformazioni importanti sono avvenute nel corso dei secoli XVIII, XIX e XX.
Le ricerche archeologico possono offrire un interessante panorama sui materiali costruttivi adoperati, sul livello tecnologico delle maestranze che operarono nei vari cantieri del castello, sulla cultura del materiale. Nel 2011, nella zona sud occidentale, è stato scoperto un ambiente di XV secolo, al di sotto del quale vi era una stratificazione più antica di carboni di legna, con la presenza di oggetti di ceramica, vetro e metallo.

Giornata di studi su un raffinato reperto cristiano

Il vetro custodito nella chiesa di Ronchi (Emilia Romagna)
Nell'agosto 2011, durante un'intervento di manutenzione conservativa, fu ritrovato un fondo di coppa in vetro con figure in oro. Il prezioso reperto era chiuso in un reliquiario del XVII secolo, costituito da una bacheca in legno e vetro, custodito nella chiesa dei Ronchi, in località Bolognina di Crevalcore, in Emilia Romagna.
Il reliquiario conteneva resti di ossa umana ammassati alla rinfusa e mescolati con frammenti di tessuto e fiori finti. Sulla fronte del teschio contenuto nel reliquiario, era dipinto il cartiglio "Corpus Sanctae Deodatae", che attribuiva i resti ossei a santa Deodata, martire del IV secolo.
Il fondo della coppa è un testimonianza certamente importante sia dal punto di vista tecnico che da quello iconografico e storico. Il reperto è stato datato al IV secolo anche grazie all'iconografia dei santi rappresentati ed al tipo di iscrizione augurale, caratterizzata dalla formula "Bevi e vivi", in lingua greca latinizzata. Il reperto stesso si inquadra nella produzione del II-IV secolo d.C., diffusa soprattutto tra il III e il IV secolo, un periodo in cui la simbologia cristiana prevalse su tutte le altre.
Il manufatto, il fondo di coppa, era ottenuto racchiudendo tra due vetri una sottilissima foglia d'oro. Quest'ultima era incisa per rendere i contorni ed i particolari dei temi raffigurati. Coppe e bicchieri strutturati in questo modo erano conservati solo nella porzione inferiore e impiegati per nuove funzioni. A volte servivano a contraddistinguere le sepolture, tant'è vero che se ne sono ritrovati diversi murati nella calce all'esterno dei loculi delle catacombe romane.
Particolare del vetro in cui è visibile San Pietro
La rappresentazione del vetro dorato di Crevalcore occupa tutto il campo del medaglione (8,2 centimetri). Sono riconoscibili due figure maschili in tunica e  pallio, sedute su due subsellia, rivolte una verso l'altra, come spesso si vede nelle scene filosofiche proprie dell'iconografia pagana. A sinistra, con barba e fronte stempiata, appare Pietro, riconoscibile dall'accostamento con l'altro personaggio, identificato con chiarezza con Paulus dalla "s" finale del nome, una delle poche lettere rimasta ancora leggibile.
Entro la doppia cornice circolare che racchiude la scena è presente la scritta [DI]GNIT[AS AM]ICORUM PIE ZESES, che può tradursi con "Vanto degli amici, bevi e vivi", chiara allusione al refrigerium, il banchetto in onore dei defunti e dei martiri.
Di Deodata si hanno scarse e controverse notizie. Il nome è attestato nei primi secoli del cristianesimo e fonti agiografiche citano Deodata in associazione a Fanzio, suo presunto marito, ed a S. Fantino il Vecchio, figlio di entrambi. Ma, probabilmente, si tratta di invenzioni agiografiche: S. Fantino (detto il Vecchio o "il Taumaturgo") ha origini calabresi, di Tauriana, distrutta nel 951 da un'incursione saracena, dove visse tra il III ed il IV secolo d.C.. A Siracusa sono state scoperte delle catacombe vastissime in cui, in un arcosolio ornato di pitture, appare una lunga iscrizione che celebra una vergine di nome Deodata. Probabilmente, però, si tratta di un'anonima vergine siracusana che, tra l'altro, visse in epoca successiva alle persecuzioni cristiani. La tradizione agiografica segnala la presenza di un'altra Deodata, madre di tal Giovanni "Boccadoro" (Giovanni Crisostomo), padre e dottore della chiesa. In verità, però, il nome della madre del celebre dottore pare essere stato Antusa.
Alla preziosa reliquia è stata dedicata una giornata di studi, il 28 aprile prossimo, a Castello dei Ronchi, in località Bolognina di Crevalcore, in provincia di Bologna

giovedì 19 aprile 2012

Cannabis dell'Età del Bronzo

Cannabis
In una tomba dell'Età del Bronzo risalente a 4200 anni fa è stata ritrovata della Cannabis medicinale. L'autore della scoperta è l'archeologo Pollen e la Cannabis è stata ritrovata in una sepoltura di Hattemerboek, in Olanda. Probabilmente la droga è stata utilizzata a scopi medicinali, viste le sue note proprietà antidolorifiche.
La sepoltura è stata ritrovata mentre si stava lavorando ad un tratto del nuovo collegamento ferroviario tra il nucleo urbano del Netherland con il nordest del Paese. La Cannabis è stata ritrovata in un vaso cinque anni fa, ma gli archeologi hanno impiegato diverso tempo per capire la natura dei resti ritrovati.
La tomba fu rivestita, a suo tempo, di tavole di legno e la gran quantità di foglie rinvenute fa pensare che il defunto sia stato adagiato su un letto di piante fiorite.

mercoledì 18 aprile 2012

La sacerdotessa di Lambayeque

I resti della giovane sacerdotessa peruviana
I ricercatori che stanno scavando nei pressi della città peruviana di Chiclayo hanno trovato i resti di una sacerdotessa della cultura Lambayeque o sican.
L'antropologo Mario Millones ha concluso che si trattava di una donna di età compresa tra i 25 e i 30 anni, vissuta durante la seconda metà del XIII secolo d.C. sulla costa settentrionale del Perù. La donna appartiene alla civiltà di cui l'esponente più importante è il famoso Signore di Sipan, considerato il Tutankhamon d'America.
La ricerca è stata promossa dal Ministero della Cultura del Perù ed ha avuto inizio otto mesi fa. Dopo appena due mesi di scavo è emersa la tomba. Nella sepoltura, oltre la sacerdotessa, si sono trovati i resti di altre sette persone, una lama ed una impressionante quantità di merci che parlano dell'alto livello sociale della donna alla quale apparteneva la tomba.
La giovane età della defunta sta ad indicare che la carica era ereditaria. Le sue funzioni erano eminentemente religiose, legate ai riti ed ai sacrifici.
Accanto ai resti della giovane sacerdotessa sono stati ritrovati urne cerimoniali ed uno scettro d'oro con l'immagine di una divinità Lambayeque. I resti della donna, anche se piuttosto ben conservati, saranno presto rimossi al fine di continuarne lo studio, soprattutto per meglio precisare i contorni delle figure femminili al potere nelle civiltà precolombiane.

Statuetta di gladiatrice o...?

La statuetta della gladiatrice
Un nuovo studio sembra voler riconoscere, in una piccola statua in bronzo di quasi duemila anni fa, la figura di una gladiatrice. Se questa ipotesi verrà confermata, si tratterebbe della seconda raffigurazione conosciuta di una gladiatrice.
La statuetta mostra una donna con un perizoma ed una benda attorno al ginocchio sinistro. La donna solleva quella che Alfonso Manas, ricercatore dell'Università di Granada, crede sia una sica, una corta spada ricurva utilizzata dai gladiatori. Il gesto è quello che comunemente veniva utilizzato per salutare la folla. Sembra che la presunta gladiatrice stia guardando verso il basso dove, presumibilmente, giaceva l'avversario sconfitto.
Non si sa dove sia stata ritrovata la piccola statua, attualmente è custodita nel Museo di Amburgo, in Germania. I combattimenti gladiatori femminili furono vietati dall'imperatore Settimio Severo nel 200 d.C.. Non sono rimaste molte tracce di questi combattimenti nelle opere letterarie. Una delle poche raffigurazioni relative a donne che combattevano nelle arene di Roma e delle provincie è quella di un rilievo ritrovato ad Alicarnasso ed ora al British Museum che mostra il combattimento tra due gladiatrici.

Una necropoli nel cuore di Alessandria d'Egitto

L'hydria contenente resti umani carbonizzati
Gli archeologi egiziani hanno scoperto quattro tombe rupestri di epoca greca e bizantina in una sezione della necropoli orientale della vecchia Alessandria, vicino al tunnel di Al-Ibrahimeya. Il sito è stato scoperto durante gli scavi statali.
Le tombe contenevano una collezione di vasi funerari, contenitori per profumi e lampade. L'obiettivo degli archeologi è quello di ispezionare la zona prima di dichiararla edificabile. Il direttore delle antichità di Alessandria, Mohamed Mostafa, ha spiegato che la tomba più interessante ed importante risale al periodo greco-romano che comprende un cortile aperto con due colonne cilindriche scavate nella roccia.
Sono stati, inoltre, scoperte due casse di legno con degli scheletri e dei vasi di terracotta. Accanto ad una lapide con il nome del defunto è stata trovata una grande hydria piena di resti umani carbonizzati. Le pareti della sepoltura recano ancora tracce di intonaco e pittura rossa.
La seconda sepoltura presenta otto gradini scavati nella roccia mentre la terza e la quarta si trovano ad un livello più profondo e contenevano, al loro interno, una collezione di lampade e vasi di argilla di forme e dimensioni diverse. Vi era anche, sotto le macerie, un piccolo luogo di sepoltura per una donna e suo figlio, risalente al tardo periodo romano.

Un'aula di giustizia nel centro di Atene

Le tracce del Palladio
da poco scoperte
Una parte della corte greca del Palladio, dove venivano esaminati e giudicati gli omicidi dall'età classica fino a quella romana, è stato scoperto nel centro di Atene.
Già una parte di questa antica corte di giustizia era stata scoperta negli anni '60 dall'archeologo Ioannis Travlos, ora, però, gli scavi potranno fornire indizi interessanti per arricchire la conoscenza sulle funzioni del tribunale. L'ambiente nella parte meridionale del cortile si pensa sia la stanza dove si svolgevano le audizioni per i processi.
La corte del Palladio, come dice il nome, era dedicata alla dea Athena in memoria di Pallade, amica della dea, incautamente uccisa dalla stessa durante un gioco. Sono state trovate, nello scavo, anche urne in ceramica ed alcune monete.

Il teatro antico...in mostra

Cratere a figure rosse da Lipari
con scene di una tragedia
perduta di Sofocle
Si è aperta la mostra "Figurazioni Teatrali. Il teatro greco tra letteratura e archeologia" a Milazzo, nell'Antiquarium Archeologico delle Casermette Spagnole. La mostra racconta il teatro greco del periodo classico e del primo ellenismo, i personaggi protagonisti delle tragedie di Sofocle, Eschilo ed Euripide o delle commedie. La mostra sarà visibile fino al 20 maggio.
In esposizione la collezione di terrecotte e ceramica figurata di soggetto teatrale del IV e del III secolo a.C., proveniente dagli scavi intorno allo Stretto di Messina, nelle Eolie e sugli Ebrodi. Vi saranno anche interessanti "prestiti" da Tindari, dalla necropoli di Abakainon e da Messina. Tra i reperti più preziosi in mostra la collezione di terrecotte provenienti dalle isole Lipari, due crateri da Lipari e Messina con episodi e personaggi di due tragedie, purtroppo perdute, di Sofocle ed Euripide e con una scena tratta da una commedia di Aristofane, alcuni modelli di maschere della tragedia e della commedia e di miniature in piombo di maschere comiche.

Dove: Milazzo, Antiquarium delle Casermette Spagnole - Tel. 090.9223471
Orari: Dal lunedì al sabato dalle ore 9.00 alle ore 19.00

martedì 17 aprile 2012

Rampe medioevali in provincia di Faenza

Le strutture medioevali emerse
Nell'area della Torre di Oriolo dei Fichi, in seguito a lavori per l'abbassamento del terreno lungo le mura poste sul retro del terreno lungo le mura poste sul retro di una casa all'entrata del Parco della Torre, sono stati effettuati scavi che hanno riportato alla luce antiche strutture.
E' stata scoperta una rampa fortificata di epoca medioevale che conduce fino alla sommità della collina, in prossimità dell'entrata della Rocca. Le strutture murarie sono intatte e di ottima costruzione, come la Torre.

domenica 15 aprile 2012

ritrovato il sarcofago rosa di Behenu, regina d'Egitto

Parete della sepoltura di Behenu
con incisi i Testi delle Piramidi
Gli archeologi hanno riportato alla luce, in Egitto, un rarissimo sarcofago intatto appartenente alla regina Behenu. Si tratta di un artefatto di granito rosa di ben 4000 anni fa. Il sarcofago è stato ritrovato all'interno della sua camera sepolcrale, accanto alla piramide a gradoni di Saqqara.
La sepoltura della regina è stata gravemente danneggiata, ad eccezione di due pareti, interamente coperte da formule di incantesimi che dovevano accompagnare la defunta nel suo viaggio nell'aldilà.
La necropoli di Saqqara dista 30 chilometri dal Cairo e serviva l'antica città di Memphis. La VI Dinastia, alla quale apparteneva la defunta Behenu, regnò sull'Egitto dal 2323 al 2150 a.C.. Gli studiosi sono convinti che Behenu fosse la sposa di Pepi I o di Pepi II, dal momento che il suo sarcofago è stato trovato all'interno della necropoli di Pepi I a Saqqara. Inoltre, su un lato del sarcofago, gli archeologi hanno trovato l'iscrizione geroglifica "la moglie dell'amato re".
La piramide di Behenu è stata scoperta nel 2007, insieme a sette altre piramidi appartenenti alle regine Inenek, Nubunet, Meretite II, Ankhespepy III, Miha ed un'altra regina non identificata. La camera sepolcrale della regina Behenu fu scoperta nel 2010 da una missione archeologica francese che stava ripulendo dalla sabbia la piramide della regina nell'area di el-Shawaf, ad ovest della piramide di Pepi I.

Un antico complesso di tombe scoperto in Cina

Uno dei reperti dal complesso di Guxian County
Nello scavo di una tomba a Guxian County, in Cina, sono stati ritrovati più di 50 reperti antichi e rari. Il complesso si pensa sia stato costruito nel corso di diversi secoli e risale, nella sua prima costruzione, alla Dinastia Han Orientale, che governò la Cina più di 2000 anni fa.
La tomba è stata scoperta casualmente durante i lavori di un cantiere edile e fa parte di un intero complesso di sepolture in mattoni che vanno dal periodo Han Orientale al periodo Tang e Song. Vi sono sepolte ben quattro generazioni. Malgrado le sepolture siano state già saccheggiate in passato, hanno comunque restituito preziosi reperti, quali specchi in bronzo, oro e oggetti d'argento unitamente a scatole di ceramica. Le persone sepolte qui erano per lo più gente comune, almeno così si è pensato finquando è stato scoperto uno specchio particolare, piuttosto delicato e straordinariamente ben conservato.
Si tratta di uno specchio di bronzo piuttosto grande, segno che la sua proprietaria godeva di un elevato status sociale. 

Sepolture dell'Età del Bronzo in un campo scozzese

Le tre sepolture scoperte a Blairbuy
Mentre stava arando i suoi campi nella fattoria di Blairbuy, in Scozia, Jock McMaster è rimasto molto sorpreso perché il suo aratro ha riportato alla luce una antica sepoltura. La lama dell'aratro ha sollevato un'enorme lastra di pietra che costituiva il coperchio di una cista nella quale vi erano i resti di uno scheletro dell'Età del Bronzo.
Ora gli archeologi sperano di procedere ulteriormente nello scavo della zona, che ha rivelato custodire ben tre sepolture oltre quella che ha restituito la cista con lo scheletro. La società archeologica che ha effettuato lo scavo analizzerà in seguito i risultati per poter stilare un rapporto completo.
Tutte e tre le sepolture sembrano risalire all'Età del Bronzo, vale a dire a circa 3-4.000 anni fa.

Moda antica...

Peplo aperto
Purtroppo nulla si è conservato degli antichi e deperibili tessuti, ma si possono ricavare, dalle fonti scritte e dalle sculture pervenuteci attraverso i secoli, spunti di conoscenza sulla moda che seguivano i nostri antichi progenitori Greci, Etruschi e Romani.
L'abbigliamento femminile greco era improntato su tre "capi" fondamentali: il peplo, il chitone e l'himation. Erodoto scrive che, oltre a questi capi, le donne indossavano l'estheta dorida (l'abito dorico), simile a quello corinzio e, in seguito, il lineon chitona, una tunica di lino che non aveva bisogno di fibbie.
Il peplo era portato a metà del VI secolo a.C. a Sparta, era in lana e aperto sui lati, in modo da mostrare le gambe. La pesante stoffa veniva piegata nel senso dell'altezza e passata attorno al corpo. Poi veniva fissata sulle spalle, lasciando cadere per tutta la lunghezza parte del tessuto che formava l'apoptygma, un risvolto più o meno ampio. Il peplo poteva anche essere stretto in vita a formare un leggero rigonfiamento, il kolpos.
In Attica si utilizzava un peplo costituito da un telo chiuso sui fianchi e cinto in vita, come appare da statue celebri come le riproduzioni dell'Athena Parthenos di Fidia o la Demeter di Eleusi. Ad Argo il peplo era cinto più in basso e lascia visibile il kolpos.
Omero già conosceva il chitone che era formato da due teli cuciti sulle spalle e di fianco ed era in lino. Dal momento che era piuttosto ampio, poteva creare finte maniche dalla lunghezza variabile, fissando la stoffa con cuciture, piccole fibule o una sorta di "antenati" dei nostri bottoni. Il chitone poteva essere cinto in vita a varie altezze o fissato con una cintura incrociata, che formava una sorta di bretelle. L'utilizzo delle maniche era sostanzialmente estraneo alla cultura greca e si pensa sia derivato da mode orientali.
L'abbigliamento femminile era completato dall'himation, realizzato con tessuti diversi ma pesanti. Era un mantello portato sopra il chitone o il peplo, alzato a coprire la testa, passato attorno a un fianco e ricadente dietro la spalla opposta. L'himation avvolgeva completamente il corpo ed era fissato su una spalla da una fibula. L'himation non era esclusivo delle donne, ma veniva indossato anche dagli uomini che lo drappeggiavano a partire dal lato sinistro, abitudine ritenuta decorosa.
Gli uomini avevano la possibilità di attingere anche ad altre tradizioni, nel loro abbigliamento. Per esempio attingevano al mondo dei cacciatori tessali quando utilizzavano la clamide, un mantello più corto dell'himation, comunque di stoffa pesante, che avvolgeva parimenti il corpo. Veniva utilizzato soprattutto per cavalcare. Era generalmente di lana leggera e si allacciava su una spalla, o sul petto o alla gola con una fibbia, lasciando scoperto un fianco e un braccio. In Grecia era simbolo del comando militare ed era generalmente indossata nell'esercito. Gli esemplari più pregiati erano tinti in porpora.
Anche gli uomini utilizzavano il chitone ma nella versione corta fino al ginocchio. Una variante del chitone era l'exomis, un abito meno ampio, fissato solo sulla spalla sinistra. Sempre gli uomini indossavano un chitone lungo fino alle caviglie, il poderes, quando erano rivestiti di autorità sacerdotale, appartenevano alla categoria dei musici o degli aurighi. Il chitone lungo, inoltre, caratterizzava le divinità e i personaggi nobili.
Himation
Tra i tessuti erano privilegiati la lana e il lino. Dal IV secolo a.C. venne utilizzata la seta mentre le fonti celebrano i chitoni amorgici (dall'isola di Amorgos, confezionati, forse, in un lino particolarmente pregiato) e le coae vestes (dall'ìsola di Cos, vesti celebri ancora in età romana per la loro trasparenza). I tessuti venivano spesso colorati con la porpora, lo zafferano o l'indaco.
Il capo d'abbigliamento fondamentale del cittadino romano era la toga, un rettangolo di stoffa drappeggiato attorno al corpo e fermato da una fibbia. Fino all'età repubblicana, la toga era corta, stretta e dotata di poche pieghe (toga restricta), molto simile a quella indossata dagli Etruschi. Nel corso del I secolo a.C. la toga corta fu sostituita da un abito più ampio, più lungo che rimarrà in uso per tutta l'età imperiale (toga fusa). La toga era bianca, tessuta in lana per l'inverno e in lino per l'estate. La toga candida era indossata da chi aspirava alle cariche civili; la toga pulla, di colore scuro, era utilizzata per il lutto; la toga praetexta, bordata da una fascia di porpora, era destinata alle massime cariche statali e sacerdotali; la toga picta, di color porpora e ornata di ricami d'oro, era riservata solo ai trionfatori e diventerà prerogativa degli imperatori.
Calzature romane
L'indumento romano più comune e pratico era la tunica, composta da due rettangoli di stoffa di lana o di lino cuciti insieme e con un foro per far passare la testa. La tunica era lunga fino al ginocchio ed era fermata in vita da una cintura. Poteva essere con o senza maniche. Il laticlavium, cioè la tunica decorata sul davanti da una lunga banda di porpora  posta in senso verticale, era riservata ai senatori. Sotto la tunica i Romani indossavano solo le brache, un'unica fascia passata tra le gambe e fermata sui fianchi (subligaculum). D'inverno sulla toga o sopra la tunica, i Romani indossavano dei mantelli con cappucci, talvolta arricchiti di frange e ricami. Vi erano anche quelli che noi chiameremmo impermeabili, confezionati in pelle.
Le matrone romane indossavano una tunica e poi la stola, corrispondente alla toga maschile, lunga fino ai piedi, spesso fermata in vita da una cintura e drappeggiata sui fianchi. La stola poteva essere con o senza maniche e su di essa poteva essere messo un ampio mantello, la palla, lungo fino ai piedi. Oltre a questo, le signore usavano, sotto gli abiti, una sorta di mutandine, dette subligar, e la fascia pectoralis, una specie di reggiseno.
Calzature maschili e calzature femminili non erano molto differenti. Si utilizzavano una sorta di stivaletti chiamati calcei, in pelle, con quattro stringhe che si avvolgevano intorno alla caviglia ed alla gamba. Gli uomini indossavano i calcei in strada e sotto la toga. Chi partecipava ad un banchetto si faceva portare i sandali a casa dell'ospite da uno schiavo e li indossava prima di entrare nel triclinio, poiché era considerata cattiva abitudine portare in casa le stesse scarpe che si erano utilizzate per camminare in strada. I sandali erano formati da una suola di cuoio o di sughero, trattenuta da piccole strisce di pelle. Anche le donne portavano i calcei e i sandali, di solito con tacchi ottenuti inspessendo la suola.

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