martedì 26 febbraio 2013

Frammenti del passato dell'antica Sicyon

Il teatro di Sicyon visto dall'alto
Era uno dei teatri più grandi dell'antichità ed aveva una capacità di circa 10.000 spettatori. Si tratta del teatro di Sicyon, costruito tra la fine del IV e l'inizio del III secolo a.C. e ricostruito dai Romani nel 146 a.C.
Il teatro è stato rivelato al mondo dalla Scuola Americana di Studi Classici nel 1886-1898. Altri scavi sono stati effettuati dalla Società Archeologica di Atene agli inizi degli anni '50. Ulteriori restauri si sono avuti nel 1984, nel 2006 e nel 2007.
Ora sono in corso altri scavi e lavori di restauro, nel quadro di un progetto volto alla tutela ed alla valorizzazione della sua identità originaria. Al fine di risolvere i problemi strutturali e morfologici del teatro che, nel tempo, hanno causato diversi danni alla struttura ed alla sua geometria originale, sono intervenuti diversi studiosi, guidati da Konsantinos Kissas.
Particolare del Ginnasio
Il teatro dell'antica Sicyon è stato costruito ad ovest dell'agorà, ai piedi dell'acropoli ellenistica, in una cavità naturale della collina. Nell'edificarlo sono state messe in pratica due tecniche: costruzione per mezzo del tufo ed intagli di alcune parti del teatro nella stessa roccia alla quale è addossato.
Nel IV secolo a.C. il teatro ospitava una scuola policletea, dove si andò formando lo scultore Lisippo. Questi operò a Sicyon forgiando un Ercole che ci è giunto attraverso copie in marmo e che, con tutta probabilità, era stato collocato nell'agorà della città.
Sicyon fece parte della lega peloponnesiaca e venne distrutta da Demetrio Poliocerte nel 303 a.C.. Fino ad allora Sicyon sorgeva sul mare, in posizione pianeggiante. Dopo la distruzione, il porto si insabbiò e gli abitanti ricostruirono le loro dimore su un altopiano dominato da un'acropoli nei pressi dell'odierna Vasiliko, che venne fortificata. La Sicyon preellenistica si trovava nella piana sottostante. Della città, oltre al teatro, sono stati riportati alla luce l'agorà ellenistica, circondata da portici, un tempio, un'ampia sala con colonne che, probabilmente, serviva da sala di riunione della lega achea e un grande ginnasio a terrazze dove era stata collocata la statua di Ercole opera di Lisippo.
Resti del tempio dorico di Sicyon
Il ginnasio è, dopo il teatro, il monumento più importante e significativo di Sicyon. Fu costruito all'inizio del III secolo a.C. ed ornato di fontane. Alla città sono legati diversi personaggi ricordati nella storia ed alla cultura. Oltre a Lisippo vi nacquero Dedalo, scultore bronzista della fine del V-prima metà del IV secolo a.C.; lo scultore Lisistrato (IV secolo a.C.), fratello di Lisippo che, secondo Plinio, introdusse l'uso della maschera per rilevare le fattezze dei personaggi; Prassilla, poetessa del V secolo a.C., autrice di inni e ditirambi.
Sul luogo dove, forse, sorgeva la città arcaica e classica, è emersa una basilica di VI secolo d.C., sovrastante un più antico edificio dorico (IV secolo a.C.), forse da identificarsi con il tempio di Athena che vide Pausania. Quest'ultimo ha lasciato una descrizione della città piuttosto fedele ed accurata, che ha permesso agli archeologi di riconoscere i monumenti che venivano, via via, alla luce.
Planimetria del teatro di Sicyon
La città era circondata da mura delle quali si conserva un ampio tratto. Dei templi presenti, Pausania ne cita uno dedicato a Tyche Akràia, i cui resti non sono oggi visibili. Le terme romane sono state, ora, trasformate in un edificio in cui raccogliere le sculture ed altri resti emersi dagli scavi. Accanto alle terme si trova un edificio rettangolare, le cui origini sono arcaiche ma che fu ricostruito in epoca ellenistica. E' stato identificato come il tempio di Apollo, che Pausania afferma essere antichissimo e dedicato da un certo Proitos.
Gli archeologi hanno riportato alla luce anche una sala ipostila di superficie quadrata, si tratta del bouleutèrion, fornito di quattro file di quattro colonne, che reggevano il tetto. Rimangono tuttora sconosciuti i due santuari che Pausania attribuisce ad Ercole e ad Asklepios, il cui culto è attestato da un solo rilievo votivo rinvenuto, casualmente, nel 1952.

Sacrifici umani nel Messico pre-ispanico

I teschi ritrovati in una fossa in Messico
Gli archeologi messicani hanno individuato una pietra utilizzata per compiere sacrifici umani. La pietra, utilizzata circa 500 anni fa, è stata rimossa dal luogo in cui si trovava in origine, in epoca pre-ispanica.
Gli archeologi dell'INAH pensano che su questo monolite veniva fatta sdraiare la vittima, sulla schiena, con direzione est-ovest. Poi veniva legata ed in seguito la sua gabbia toracica veniva aperta e il cuore estratto. I sacrifici erano solitamente effettuati in spazi aperti e questo coincide con il luogo il cui è stato ritrovato il monolite. Nel frattempo l'Università Nazionale Autonoma del Messico sta effettuando studi sulla pietra sacrificale al fine di determinare se vi sono tracce di sangue umano e a quale struttura sacrificale fosse associatala pietra.
Gli archeologi Estibaliz Aguayo e Berenice Jimenez hanno affermato che la pietra è direttamente collegata a cinque teschi che si trovano al di sotto di essa e che erano parte di una complessa cerimonia che includeva sacrifici umani. Ad essere immolati erano, solitamente, schiavi o prigionieri di guerra.
In particolare i teschi hanno fornito preziose informazioni agli archeologi: dopo il sacrificio, gli individui ai quali i teschi appartenevano sono stati scuoiati e scarnificati. In seguito è stato asportato il teschio che ha subito degli adattamenti per poter essere inserito, con gli altri, nella fossa in cui è stato ritrovati.
Maria Garcia Velasco, un'investigatrice che ha alle spalle anche studi di antropologia fisica, ha affermato che, studiando la morfologia e l'erosione dentale, due dei crani appartengono ad uomini la cui età era compresa, al momento della morte, tra i 18 ed i 30 anni. I restanti teschi sono femminili, l'età è più o meno la stessa. Sono stati anche ritrovati dei fori che fanno pensare ad una sorta di escamotage per tenere i teschi in sospensione.

Atlantide nell'Oceano Indiano?

Forse Atlantide non era solo un sogno di Platone. Sono state scoperte nuove terre sul fondo degli oceani da un gruppo di ricerca internazionale, coordinato dal norvegese Trond Torsvik, dell'Università di Oslo.
Le terre scoperte si trovano sotto le isole Reunion e Mauritius, sul fondo dell'Oceano Indiano. La terra sommersa è stata chiamata Mauritia ed è un microcontinente nascosto sotto enormi masse di lava. Tra i frammenti emersi ci sono anche le isole Sechelles, staccatesi durante la separazione di due masse.
Il microcontinente è stato scoperto analizzando la composizione della sabbia della spiaggia dell'isola di Mauritius, nell'Oceano Indiano occidentale. Tra i grani di sabbia sono stati scoperti minuscoli zirconi che hanno un'età compresa tra i 660 e i 1970 milioni di anni. Gli zirconi, secondo gli scienziati, sono microscopiche briciole del perduto continente, dal momento che si sono formati nei processi geologici della crosta continentale, sepolta sotto strati di lava. Questi zirconi sarebbe stati riportati in superficie dall'attività dei vulcani.

Archeologi 100, tombaroli 0 a Cerveteri

La statua di leone ritrovata nella necropoli
della Banditaccia, a Cerveteri
La forte attenzione dei tombaroli nel territorio ha allertato la Soprintendenza Archeologica per l'Etruria Meridionale, guidata da Alfonsina Russo Tagliente, che ha deciso di aprire una campagna di scavo nell'altopiano della Tegola Dipinta, nella famosissima necropoli della Banditaccia, a Cerveteri.
L'intervento della Soprintendenza è stato provvidenziale, perché gli archeologi hanno rischiato di perdere per sempre un capolavoro etrusco. I ricercatori, guidati da Rita Cosentino, hanno riportato, infatti, alla luce il Leone di Cerveteri, come lo hanno battezzato. Si tratta di una scultura del felino in marmo peperino, risalente al VI secolo a.C. e conservatasi perfettamente.
Oltre alla preziosa statua leonina, è stata ritrovata anche una statua arcaica a pochi metri di distanza da una nuova tomba a camera, anch'essa riportata alla luce in contemporanea con questi due ritrovamenti, databile al IV-III secolo a.C.. All'interno della sepoltura giacciono ben venti scheletri dei quali, purtroppo, solo sette sono ben conservati e sono stati immediatamente trasferiti al Dipartimento di Biologia dell'Università di Tor Vergata. I defunti avevano con sé ricchi corredi funebri, ceramiche e bronzi.
Quello che più ha sorpreso gli archeologi è stata, però una suppellettile particolare: il letto funebre di una donna adulta, probabilmente la "proprietaria" della grande tomba, sul quale sono stati ritrovati, per la prima volta, cestini di vimini contenenti tracce di tessuti in lana e lino. La sepoltura appena scoperta ricorda quella della Signora di Cervetri, una figura di prestigio - forse una principessa - del clan familiare che governava Cerveteri, che cominciava a confrontarsi con il mondo romano.
Scavando la tomba, gli archeologi hanno ritrovato dieci cippi con iscrizioni che, probabilmente, ricordano i nomi dei defunti e della famiglia. Inoltre un individuo presentava il letto funerario chiuso con la calce. Gli studiosi pensano che l'uomo possa essere morto per malattia e che gli eredi abbiano voluto sigillare la sua sepoltura. Il corredo funebre del defunto era raccolto in una fossa al centro della camera.
Al di fuori delle sepolture, gli archeologi sono riusciti a salvare, dalle grinfie dei tombaroli, anche un altare per riti funebri ed è proprio ai piedi di questo altare che è emersa la splendida scultura raffigurante un leone interno, completo di testa, accovacciato, le zampe ben delineate.

lunedì 25 febbraio 2013

Nefertiti Regina d'Egitto?

Ecco un'altra verità sugli ultimi giorni di Nefertiti, "La bella è venuta", celeberrima Grande Sposa Reale dell'altrettanto celebre Akhenaton. Si è sempre fatta l'ipotesi, per giustificare la sua prematura scomparsa dalla scena della storia, di una morte improvvisa. Niente di più sbagliato, pare. Sembra che l'affascinante regina sia salita al trono dopo il suo regale consorte, intorno al 1330 a.C.
Le fonti sono piuttosto incerte, considerata la damnatio memoriae a cui dovette sottostare, negli anni seguenti, la memoria del regno del faraone eretico (come venne chiamato da più di uno studioso). Certo è che tra Akhenaton e l'altrettanto celebre Tutankhamon, sul trono egiziano sedette un altro faraone se non, addirittura, altri due. Un gruppo di archeologi belgi pensa che sia proprio Nefertiti la figura di collegamento tra due dei più famosi faraoni della storia.
Harco Williams, professore di Egittologia alla Cattolica di Lovanio sostiene, addirittura, di avere le prove di quanto afferma. Durante alcuni scavi in Egitto, Athena Van der Pierre, ricercatrice che lavora con lo stesso Williams, ha ritrovato un'iscrizione in una cava di arenaria a nord di Akhetaton/Amarna, la capitale del regno effimero di Akhenaton. L'iscrizione cita Nefertiti quale prima moglie del faraone nel penultimo anno di regno. "Grande Sposa Reale, sua amata, signora delle due terre, Neferneferuaten Nefertiti" viene menzionata come viva in un periodo del XVI anno di regno di Akhenaton (terzo mese di Akhet, giorno 15, vale a dire settembre).
Non è cosa da poco, dal momento che la più avanzata "prova in vita" di Nefertiti risaliva, finora, al XII anno di regno di Akhenaton. Gli archeologi pensano che il faraone abbia scelto, ad un certo punto del suo regno, un co-reggente. Questo periodo coincide con la scomparsa, dalla storia ufficiale, di Nefertiti. L'archeologo John Harris, negli anni '70, teorizzò che Nefertiti non solo era morta, ma aveva mutato il suo nome rinunciando al ruolo di Grande Sposa Reale al fianco del marito. Avrebbe, pertanto, assunto - secondo Harris - il nome prima di Neferneferuaten e poi quello di Smenkhkare. Successivamente avrebbe lasciato il trono a Tutankhamon, figlio di Akhenaton e di una sposa secondaria.
Ora l'archeologo Williams afferma che Nefertiti cambiò effettivamente nome, ma continuò ad essere la consorte di Akhenaton. In seguito, nel sedicesimo anno di regno di quest'ultimo, venne elevata al rango regale. Proprio questa soluzione spiegherebbe, a detta dell'archeologo, il mistero sui due misteriosi successori del faraone eretico. Il cartiglio di Neferneferuaten, fa notare Williams, si traduce anche come "efficace per suo marito" e questa notizia, aggiunta ad altre informazioni raccolte proprio in questi giorni dagli archeologi belgi, confermano che la bellissima Nefertiti regnò da sola finquando Tutankhamon non fu in grado di salire al trono. E' il caso di riscrivere la storia della XVIII Dinastia?

sabato 23 febbraio 2013

Eros e l'Ippocampo, mosaico unico ritrovato in Turchia

Il mosaico con Eros su Ippocampo ritrovato a Yumurtalik
In Turchia, a Yumurtalik, vicino ad Adana ed a poca distanza dal confine con la Siria, è stato ritrovato un mosaico con la rappresentazione di Eros su un cavalluccio marino mentre pesca. E' l'unica raffigurazione del genere al mondo.
Il mosaico è in marmo, vetro e pietra e si pensa risalga al tardo periodo romano o bizantino. La Direzione del Museo di Adana a avviato gli scavi archeologici qualche tempo fa. Una settimana fa la scoperta di una villa, proprietà di un ufficiale di grado elevato e, in una parte dell'abitazione, ora è stato scoperto il mosaico ed altre raffigurazioni che vedono Eros sia raffigurato come un giovane che come un vecchio, raffigurazioni che si pensa siano uniche al mondo.

Scoperta antichissima necropoli in Romania

Parte della necropoli di Paru
Un gruppo di archeologi, guidati dal professor Florin Drasovean, ha fatto una scoperta eccezionale lungo la sezione autostradale Lugoj-Deva, in Romania. Si tratta di 50 tombe, scoperte nel villaggio di Paru, che rappresentano la più grande necropoli dell'Età del Bronzo scoperta finora in Romania.
Sono state riportate alla luce ceramiche e pietre utilizzate nei rituali funerari e centinaia di case risalenti al XIII secolo a.C.. Inoltre sono stati scoperti oltre sei siti risalenti non solo all'Età del Bronzo, ma anche all'epoca romana e medioevale lungo il segmento autostradale Belint- Traian Vuia.
Gli specialisti del museo di Banat stanno già studiando i pezzi finora scoperti, in attesa di pubblicare delle monografie di ciascuno. Il sito di Paru è il villaggio più importante dei siti finora scoperti. Le tombe, in particolare, gettano nuova luce sui rituali funerari dell'Età del Bronzo della regione. I morti, si è scoperto, sono stati disposti su una pira, dove sono stati bruciati anche gli elementi del corredo funebre. Il banchetto funebre era allestito su un tavolo-altare in argilla. La datazione al carbonio radioattivo ha collocato la necropoli ad un periodo compreso tra il 1300 e il 1200 a.C.
Finora non è ancora stato stabilito se sarà possibile, per i turisti, visitare questo sito, ma è certo che emergeranno altre importanti testimonianze del passato.

A Tel Aviv, un tempo, si produceva vino...

La struttura riportata alla luce a Tel Aviv
(foto: Israel Antiquities Authority)
Gli scavi a Tel Aviv continuano a riservare sorprese per gli archeologi israeliani. Recentemente sono emersi i resti di un impianto industriale nel quartiere di Mashlama Le-Yafo. L'impianto risale al periodo bizantino ed è stato utilizzato per estrarre vino dall'uva. In genere impianti di questo tipo erano utilizzati sia per produrre vino che per produrre bevande alcoliche ottenute dalla spremitura di altri tipi di frutta della regione.
Lo stabilimento industriale risale alla seconda metà del periodo bizantino (VI secolo-inizi VII secolo d.C.) ed è diviso in un superfici pavimentate con mosaico monocromo. Ogni ambiente è collegato ad una vasca di raccolta intonacata. Probabilmente si tratta solo di una porzione dell'intero impianto industriale, gli archeologi si aspettano di scoprire altro dagli scavi che saranno iniziati durante il corso dell'anno. Attualmente quanto è stato riportato alla luce è stato ricoperto provvisoriamente per permettere di lavorare al progetto che si stava realizzando quando sono emersi i resti archeologici.
Il Comune di Tel Aviv è impegnato in una modernizzazione delle infrastrutture sotterranee, quali cavi elettrici e telefonici, ed è stato affiancato, nei lavori, dalla Israel Antiquities Authority perché questa parte della città è stata individuata come possibile custode di antichi resti archeologici.

Ritrovata antica sepoltura di un guerriero nel Caucaso

La fibula ritrovata nella sepoltura del guerriero
Gli archeologi hanno ritrovato, nascosta in una necropoli situata tra le montagne del Caucaso, in Russia, la tomba di un guerriero che fu seppellito con molti gioielli d'oro, una catena di ferro e numerose armi, tra quali una spada di quasi un metro di lunghezza, posta sulle gambe.
Tra i numerosi reperti riportati alla luce, figurano anche due elmi in bronzo, scoperti sotto uno strato superficiale di terra, un altro elmo ritrovato in frammenti e restaurato, decorato con rilievi di corna, un terzo elmo con creste e forme geometriche.
Nella sepoltura del guerriero, la punta della spada è stata posizionata in direzione del bacino. Inoltre i ricercatori hanno scoperto, accanto alla punta della spada, una placca rotonda in oro, con un intarsio policromo. Nei pressi della tomba del guerriero sono stati ritrovati i resti di tre cavalli, una mucca ed il cranio di un cinghiale. Erano, questi, animali piuttosto importanti tra i popoli barbari.
E' difficile capire chi sia esattamente il guerriero sepolto, se era davvero un guerriero o se, invece, si trattava del governatore di una città o del re di una popolazione locale.
La necropoli si trova accanto alla città di Mezmay ed è stata scoperta dai tombaroli nel 2004, mentre gli scavi legali sono iniziati nel 2005. I ricercatori ritengono che la tomba del guerriero risalga a circa 2200 anni fa, periodo in cui era molto in voga, in queste parti dell'Asia, la cultura greca. La necropoli attesta un uso che va tra il III secolo a.C. e l'inizio del II secolo d.C.
Coloro che si sono serviti della necropoli, pur avendo adottato uno stile di vita "alla greca", hanno comunque mantenuto le loro caratteristiche specifiche. La sepoltura del guerriero include circa una dozzina di manufatti in oro. Il più spettacolare di questi manufatti è costituito da una fibula con al centro un cristallo di rocca. Le dimensioni della spilla sono di 5,8 per 4,8 centimetri ed è stata decorata molto finemente.
Anche una delle due spade sepolte con l'uomo aveva decorazioni in oro. Una spada corta, di 48,5  centimetri di lunghezza, aveva una guaina che doveva essere ornata di placche d'oro ed agata. Gli archeologi non avevano mai visto, finora, decorazioni del genere in questa parte del mondo.

Misteri dell'India

Una scoperta sorprendente potrebbe gettare una nuova luce sulle dinastie indiane che si sono succedute a Karnataka. E' stata, infatti, ritrovata una serie di lastre di rame ed otto monete d'oro nel tempio di Pranaveswara, nel distretto di Survey, in India.
Le lastre di rame sono state attribuite al XII secolo d.C. ed appartengono alla dinastia Kalachurya. Le monete d'oro, invece, furono emesse dai governatori Ganga, stato esistente tra il IV ed il XII secolo d.C.. Le monete d'oro raffigurano elefanti sul diritto e simboli floreali sul retro e pesano circa quattro grammi ciascuna.
Il tempio di Pranaveswara risale al periodo dei governanti Kadamba di Banavasi, che governò la regione tra il IV e la fine del VI secolo d.C. Il tempio ha una pianta piuttosto semplice, con struttura quadrata. Le piogge che affliggono la regione e la presenza di fango hanno rovinato la struttura.
Gli insiemi di piastre di rame sono formati, ciascuno, da cinque fogli, ognuno dei quali di 28 centimetri di lunghezza e 14 di larghezza, tenuti insieme da un sigillo reale con una bella incisione. Le piastre recano iscrizioni in sanscrito. L'altro insieme è composto da tre fogli della lunghezza di 24,5 centimetri e della larghezza di 13.

La tomba di Khay, primo ministro di Ramsete II

I resti della piramide di Khay
Archeologi belgi hanno rinvenuto una nuova sepoltura, in Egitto, accanto a quella di Ramsete II. Il defunto che l'occupava si chiamava Khay e per 15 anni ricoprì la carica di primo ministro del faraone più longevo della storia egiziana.
Khay è conosciuto dagli archeologi perché è citato in molti documenti ed anche perché il Museo del Cairo custodisce due statue che gli sono dedicate. La scoperta della sepoltura di Khay rende ancora più importante l'altra scoperta, quella dei resti di una grande piramide in mattoni di fango di oltre 3000 anni fa, fatta sempre da un team belga. Un tempo la piramide era alta 15 metri ed aveva 12 metri di base. Probabilmente si tratta della sepoltura dello stesso Khay che, oltre all'incarico di primo ministro, sovrintendeva anche agli artigiani che erano incaricati di costruire le tombe regali nella Valle dei Re e in quella delle Regine.
La scoperta è stata effettuata sul crinale della collina di Sheikh Abd al-Qurna, sulla riva occidentale dell'antica Tebe. La piramide era ricoperta, in origine, con intonaco bianco e brillante ed era sormontata da una pietra decorata con l'immagine del dio Ra-Horakhty. La piramide venne smantellata quasi completamente nel VII ed VIII secolo d.C. per essere trasformata in un eremo copto.

Come morì l'ultima dei Medici?

La morte di Anna Maria Luisa de' Medici (detta anche Ludovica) mise fine alla stirpe fiorentina il 18 febbraio 1743. I suoi resti sono stati recentemente analizzati ed hanno svelato quali segreti cela la sua morte. Anna Maria Luisa era figlia del granduca Cosimo III e della principessa Margherita Luisa d'Orléans.
La storia vorrebbe Anna Maria Luisa de' Medici morta per sifilide, contratta dal marito Giovanni Guglielmo II di Wittelsbach-Neuburg, principe elettore del Palatinato. Le analisi condotte da Albert Zink, dell'Accademia Europea di Bolzano, effettuate lo scorso ottobre, non hanno riscontrato anomalie sul cranio della donna, tipiche delle fasi avanzate della sifilide. Gli studiosi non escludono che Anna Maria Luisa fosse allo stadio iniziale della terribile malattia, che però non la uccise. Ora si attendono le analisi del Dna estratto dalle ossa prelevate dalla sua sepoltura. Gli scienziati vogliono appurare se la principessa potesse aver contratto il cancro al seno, secondo quando viene suggerito da alcuni documenti.

lunedì 18 febbraio 2013

La magia di Delfi

Tempio di Apollo a Delfi
Delfi sorse a 550 metri di altitudine, sulle pendici meridionali del monte Parnaso. Il sito era stato scelto da Apollo in persona e si trovava vicino alla dimora delle Muse, presso la fonte Castalia. Era qui che, un tempo, si trovava l'ombelico del mondo, l'omphalos, segnalato da una pietra ogivale cava, scolpita e custodita insieme all'imperituro fuoco sacro, nel tempio di Apollo.
In seguito l'omphalos di Delfi venne identificato come il masso che Rea aveva fatto inghiottire a Crono al posto del figlio Zeus. Nel santuario di Delfi operava la Pizia o Pitonessa, potente sacerdotessa che parlava per Apollo. Il culto, secondo gli studiosi, risalirebbe al II millennio a.C..
Gli oracoli di Apollo pronunciati a Delfi erano estremamente ambigui ma altrettanto importanti. Le casate aristocratiche avevano creato un'apposita istituzione, denominata Anfizionia di Delfi, per regolare l'uso delle importantissime profezie. L'Anfizionia consisteva, in realtà, in un'alleanza tra dodici tribù elleniche che dovevano fungere da garanti della neutralità degli esiti e la portata degli oracoli. Compito svolto non senza contrasti e dissapori, spesso sfociati in aperti conflitti. Nel VI secolo a.C., addirittura, il tempio di Delfi venne distrutto da un incendio doloso.
L'Auriga di Delfi
Per onorare Apollo i Greci istituirono i Giochi Pitici che consistevano in competizioni artistiche, danza, gare atletiche e corse con quadrighe. La fama dell'oracolo di Delfi venne lentamente meno durante le spedizioni persiane, contemporaneamente alla crisi delle grandi famiglie aristocratiche greche ed al trionfo della democrazia in Atene. Il culto di Apollo finì, all'epoca, per stabilirsi sull'isola di Delo.
Il culto delfico si perpetrò per quasi duemila anni, finquando i decreti teodosiani (391-392 d.C.), dopo la dichiarazione del cristianesimo quale religione ufficiale dell'impero, proibirono qualunque culto pagano.
Diodoro Siculo racconta che il pastore Kouretas venne attirato da strani belati emessi da una delle sue capre e finì per scoprire l'entrata di un antro sotterraneo. Avventuratosi nella grotta, Kouretas sentì di essere preso da una presenza divina che gli consentiva visioni del passato e del futuro.
In seguito si appurò che se ad entrare nella grotta erano degli uomini, questi perivano, per cui si preferì far entrare nella cavità delle fanciulle molto giovani. Quando, poi, sul luogo venne edificato un santuario, questo fu gestito da appositi sacerdoti. I miti più antichi parlavano di una dragonessa (drakina), posta a guardia dell'oracolo e chiamata Delfina. Il suo nome sopravviverebbe in quello antico e moderni della località.
Nei secoli la drakina si confuse a volte con il mostro serpentiforme Echidna, a volte con un altro rettile, Pitone. Gli studiosi fanno risalire il nome Pitone al verbo greco pythein, che significa "corrompere, far imputridire". Pitone, da avversario del dio della luce Apollo, divenne la vittima dell'arco e delle frecce del dio, che lo uccise assumendo l'epiteto Pizio sauroktonos, uccisore del serpente.
Le statuette più antiche relative al culto di Delfi risalgono all'XI-X secolo a.C. e si riferivano non tanto ad Apollo, quanto, piuttosto, ad una divinità femminile arcaica. La profetessa di Delfi, invece, era raffigurata come una bella giovane donna, seduta su un braciere di bronzo, che profetizzava per Apollo dopo essersi inebriata attraverso i vapori emanati dalle braci. Alcuni ritenevano si trattava di foglie di alloro, pianta sacra ad Apollo, bruciate. Le proprietà aromatiche di queste foglie sarebbero dovute al contenuto di acido cianidrico, che conferiva loro proprietà allucinogene e capacità di suscitare sogni profetici.
Apollo
Secondo le fonti classiche, il ruolo di Pizia poteva essere svolto da tre sacerdotesse contemporaneamente. Alla sacerdotessa di Delfi erano richieste castità e purezza rituale assoluta. La porta del santuario di Delfi era sormontata dalla scritta "gnothi seautòn", conosci te stesso. Nelle fasi più antiche la profetessa parlava in un solo giorno dell'anno, fu solo in seguito che iniziò a vaticinare il settimo giorno di ogni mese per nove mesi l'anno. Per interpellarla, i fedeli dovevano innanzitutto bagnarsi nelle acque della fonte Castalia, poi dovevano fare una generosa offerta al santuario e mettersi in coda. Una capra veniva aspersa con le acque della fonte e dai brividi che aveva si traevano i primi vaticini. La capra, in seguito, veniva uccisa e le sue viscere lavate nelle acque della fonte Castalia.
La profetessa era a mala pena visibile all'interno dell'antro e ad essa si rivolgeva il postulante. Plutarco, che dal 95 d.C. fino alla morte servì come sacerdote al tempio di Delfi, scrive che la Pizia, per ottenere le sue visioni, si rinchiudeva in un antro invaso da vapori che fuoriuscivano dalle pareti rocciose. Nel 2000 alcuni geologi italiani sottolinearono che Delfi sorge in corrispondenza di una pericolosa faglia sismica e ipotizzarono che i vapori che avvolgevano la Pizia altro non fossero che emissioni carboniose e solforose, sprigionatesi da una profonda frattura della crosta terrestre. Questi vapori, se respirati, sarebbero stati in grado di indurre torpore, stato estatico e allucinazioni.
Oggi Delfi appare trasformata dai successivi interventi romani. Al santuario si accede risalendo i pendii del Parnaso lungo la Via Sacra, affiancata da resti di tombe e mausolei di epoca romana. La Via Sacra sale fino al teatro, del IV-III secolo a.C., accanto al quale sorgeva lo stadio, sede dei Giochi Pitici. L'edificio poteva contenere fino a 5.000 spettatori. Il grande tempio di Apollo era, ovviamente, il centro attorno al quale ruotava l'antica Delfi. Di fronte al tempio vi era il più famoso e venerato dono votivo di Delfi, una colonna in bronzo a forma di serpenti. In cima vi era un tripode dorato che ricordava la battaglia di Platea (479 a.C.). I resti che si possono ammirare oggi hanno una pianta di 24 x 60 metri. La cella era cinta, in origine da 6 x 15 colonne del IV secolo a.C., che sorgono sui resti di un edificio precedente distrutto da un terremoto. L'interno del tempio era, originariamente, riccamente decorato con avori, statue e crateri in oro e argento. Qui la Pizia pronunciava i suoi oracoli

Le tavolette di Taklamakan

Una delle tavolette ritrovate nel deserto del Taklamakan
Gli archeologi cinesi che stanno scavando nel deserto di Taklamakan, nel nordovest della Cina, nella regione autonoma di Xinjiang Uygur, stanno facendo interessanti scoperte. Tra queste alcune tavolette di legno, incise con delle scritte decifrate dagli studiosi.
Duan Qing, professore dell'Università di Pechino, esperto in lingue dell'Asia orientale, ha appena terminato di decifrare alcune di queste tavolette. Si tratta di documenti commerciali, vergati da un uomo ricco, il quale aveva posto in vendita la sua grande villa per un improvviso bisogno di denaro.
Il professor Duan afferma che le tavolette appartengono tutte alla stessa persona, Pei Nai, il cui nome è inciso sulle tavolette. Da queste ultime emerge che Pei Nai ha anche acquistato una giovane donna per 2.100 monete di rame, pari al valore di quattro rotoli di seta. Il nome di Pei Nai sembra che possa ritrovarsi anche in un documento di proprietà di un museo britannico.
Pei Nai, dunque, era un uomo di posizione agiata che aveva una bella villa ed anche una giovane donna quale schiava. Dopo aver acquistato quest'ultima, però, l'uomo aveva avuto un improvviso bisogno di denaro che lo aveva spinto a mettere in vendita la sua villa.

sabato 16 febbraio 2013

Sepolture greco-romane ad Alessandria d'Egitto

Le sepolture greco-romane scoperte ad Alessandria
In una delle zone più densamente popolata di Alessandria d'Egitto, conosciuta come "Ponte 27", nel distretto di Al-Qabari, gli archeologi si sono imbattuti in una serie di tombe greco-romane.
Ogni sepoltura è costituita da un edificio a due piani, con una camera di sepoltura al primo piano. Le tombe sono in parte sommerse dall'acqua ma sono ancora ben conservate e recano, visibili, delle incisioni.
Mohamed Abdel Meguid, responsabile del Dipartimento di Archeologia di Alessandria, ha spiegato che le sepolture fanno parte di un cimitero più ampio noto come "la Necropoli", descritta dallo storico greco Strabone durante la sua visita in Egitto nel 308 d.C.. Secondo Strabone, il cimitero era compreso in una vasta rete di sepolture che contenevano più di 80 iscrizioni.
Le tombe scoperte recentemente sono situate nel lato occidentale della necropoli ed è stata deputata alla sepoltura di persone del popolo. Le tombe risultano prive di corredi funerari, di mummie, di scheletri e di ceramiche.
L'area in cui sono emerse le sepolture è soggetto di indagine fin dal 1998, quando il governatorato di Alessandria decise di costruire il ponte al-Qabari. Finora sono state scoperte 37 tombe, tra le quali figura quella di un personaggio che, in vita, dovette ricoprire una certa importanza e che, in morte, recò con sé una bara a forma di letto sulla quale erano stati disposti due cuscini ed un drappo di colore rosso.

giovedì 14 febbraio 2013

Statua del dio del fuoco scoperta a Teotihuacan

La statua di Huehueteotl scoperta a Teotihuacan
Gli archeologi messicani hanno annunciato di aver ritrovato una statua del dio Huehueteotl, il dio del fuoco, in una buca coperta al vertice della piramide del Sole a Teotihuacan.
Gli scavi sono tuttora in corso, ma la scoperta suggerisce che sulla cima della piramide del Sole esistesse un tempio dove venivano fatte delle offerte rituali al dio del Fuoco. Huehueteotl è una divinità molto nota tra le varie civiltà mesoamericane (Olmechi ed Aztechi). E' comunemente rappresentato come un viejo, un vecchio, seduto a gambe incrociate, con barba e naso a becco e con un focolare in equilibrio sulla testa. Huehueteotl era associato con la saggezza e con il potere.
Gli archeologi hanno ritrovato la statua del dio unitamente a due colonne di pietra, in una buca coperta di circa 15 metri di profondità, ad un'altezza di 214 metri da terra. La buca si trova al di sotto dei resti di una piattaforma in cima alla piramide del Sole e serviva da base per un tempio.
Gli abitanti di Teotihuacan finirono di costruire la piramide del Sole intorno al 100 d.C. e distrussero il tempio dedicato al dio del fuoco nel V-VI secolo. Gli archeologi non sapevano che in cima alla piramide potesse essere collocato un tempio.

Templari e...tombe etrusche

Copertina del libro sui graffiti dei Templari a Tarquinia
(Fonte: Adnkronos) Una tomba etrusca della necropoli di Tarquinia è stata teatro, nel primo trentennio del Duecento, di riti dei Cavalieri Templari, iniziazioni al loro ordine con giuramenti e pratiche sessuali. A ricostruire la circostanza sono gli autori del libro, curato dal paleografo Carlo Tedeschi, "Graffiti templari. Scritture e simboli in una tomba etrusca di Tarquinia", edito da Viella, che sarà ufficialmente presentato il 19 febbraio, alle 17, nella Sala della Fortuna al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma.
Il libro presenta una inedita lettura di quelle testimonianze storiche inusuali che sono i graffiti, una fonte assai poco frequentata dagli specialisti del medioevo ma che, in virtù della sua immediatezza, può aprire inaspettati squarci sulla vita di uomini e società del passato. In questo caso lo squarcio si apre sui pur studiatissimi Templari, grazie ai graffiti della tomba Bartoccini.
Scoperta nel 1959 e dedicata dalla Soprintendenza dell'Etruria Meridionale dell'epoca, la tomba (Necropoli di Monterozzi, VI secolo a.C.), rappresenta perfettamente il concetto di tomba-casa che, insieme alla pianta complessa, ne costituisce il motivo predominante.
Tutti i vani della tomba (una camera sepolcrale e tre celle che si aprono su di essa) hanno il soffitto a doppio spiovente (come una casa appunto). La più riccamente decorata è la camera principale, sulla quale si aprono le tre porte che immettono nelle celle secondarie, poste ad un livello più basso. Nelle pitture è dominante il motivo a scacchi. Sul frontone della parete di fondo è rappresentata una scena di banchetto mentre su quello della parete d'ingresso sono raffigurati due ippocampi dipinti di rosso.
Su queste pareti riccamente affrescate i graffiti e gli elementi figurativi studiati da Tedeschi, docente di Paleografia latina all'Università di Chieti-Pescara, e dagli altri autori del volume, ovvero Maria Cataldi, Gaetano Curzi, Vittorio Formentin, Marina MIcozzi, Roberto Paciocco e Giuliano Romalli. I testi riscontrati, quasi tutti in volgare, riferiscono appunto che un gruppo di individui, alcuni dei quali qualificati come appartenenti all'Ordine del Tempio, utilizzarono l'ipogeo, sacralizzandolo, per compiervi atti sessuali e pronunciarvi un giuramento.
Il compito che gli specialisti di diversa estrazione si sono dati, in un lavoro autenticamente interdisciplinare, è stato quello di far parlare le testimonianze, attraverso la meticolosa decifrazione dei segni alfabetici e figurativi e un'attenta contestualizzazione archeologica, storica, linguistica, paleografica e storico-artistica.

mercoledì 13 febbraio 2013

Nuove notizie sulla paternità di Tutankhamon

Tutankhamon continua a far parlare di sé. In questi ultimi anni l'analisi del Dna sembrava aver fatto luce sui genitori del giovane faraone. L'indagine genetica, infatti, ha accertato che padre di Tutankhamon era sicuramente il faraone Akhenaton, mentre la madre è stata identificata come una sorella di Akhenaton il cui nome non si conosce.
L'egittologo francese Marc Gabolde è intervenuto, recentemente, allo Harvard Science Center e si è detto convinto, invece, che la madre di Tutankhamon non era una sorella di Akhenaton, bensì Nefertiti, moglie di quest'ultimo. Il professor Gabolde ha anche sostenuto che Nefertiti ed Akhenaton erano, in realtà, oltre che marito e moglie anche cugini.
La tomba di Tutankhamon, ha affermato il professor Gabolde, era ancora in costruzione quando il giovane morì a 19 anni. La sepoltura a lui destinata si trova da qualche parte nella Valle dei Re, sul Nilo. Gabolde ha fatto luce, anche, su aspetti sconosciuti della vita di Tutankhamon, tra cui una campagna militare in Siria e l'interesse per la Nubia.

Un tempio del fuoco in Perù

Il tempio ritrovato a El Paraiso
Gli archeologi peruviani hanno scoperto un tempio nell'antico sito archeologico di El Paraiso, vicino alla capitale del Paese, Lima.
La struttura è stata datata a 5000 anni fa ed aveva un ingresso costituito da un angusto passaggio. Al centro del tempio gli archeologi hanno ritrovato un focolare che ritengono sia stato utilizzato per bruciare le offerte. Il tempio misura 6,82 metri per 8,04 e le sue pareti erano quasi certamente in pietra, ricoperta di argilla gialla che, è stato scoperto, conteneva anche pigmenti di vernice rossa.
Gli archeologi ritengono che la regione attorno a Lima era un punto di riferimento fondamentale per le comunità del territorio andino, già importante per motivi religiosi, economici e politici da tempi immemorabili. Caratteristica principale delle genti che abitavano il sito di El Paraiso era il culto del fuoco, il cui fumo permetteva ai sacerdoti di entrare in comunicazione con le divinità. La comunità di El Paraiso contava alcune centinaia di persone dedite all'agricoltura ed alla pesca.

lunedì 11 febbraio 2013

I Romani e gli Italici

Gli antichi Romani, agli esordi della loro storia, non mancarono di dimostrare l'aspetto predatore del  loro comportamento, soprattutto nei confronti delle piccole tribù delle colline circostanti: i Volsci, gli Equi, i Sabini e gli Ernici.
Durante il VI secolo a.C. Roma adottò la falange in stile greco, composta da cittadini abbastanza ricchi da potersi permettere una panoplia (armatura) da oplita. La riorganizzazione sociale, politica e militare di Roma avvenne sotto il regno di Servio Tullio (579-534 a.C.), che volle creare un esercito cittadino. Fu fatto, in questo caso, un censimento di tutti i cittadini maschi in età adulta, che vennero, in seguito, ripartiti in classes (classi), in base al valore dei loro beni.
Tito Livio scrive che le classi serviane I, II e III combattevano con la panoplia oplitica. I membri della classe I erano dotati di un clipeus circolare, uno scudo di circa 90 centimetri di diametro, attaccato al braccio sinistro. Le classi II e III, invece, utilizzavano lo scutum ovale, uno scudo italico.
I cittadini si riunivano nel Campus Martius (Campo Marzio), uno spazio posto all'interno del pomerium cittadino. Qui si discuteva se dichiarare guerra o accettare i trattati di pace, si eleggevano i consoli, i pretori e i censori e si discutevano i casi giudiziari più importanti. I cittadini opliti erano essenzialmente contadini e agricoltori e potevano lasciare il lavoro nei campi solo per poche settimane.
All'inizio del IV secolo a.C. Roma iniziò a pagare i cittadini-soldati per la durata della campagna militare. Il salario non era elevato e non consentiva, pertanto, di poter scegliere la "professione" di soldato. In questo periodo la preoccupazione essenziale dei Romani erano i popoli che abitavano nelle vicinanze della città: gli Etruschi a nord, i Latini a sud, i Volsci e gli Equi ad est.
Entro la metà del IV secolo a.C. i Romani avevano sottomesso i Latini, stabilitisi in una zona aperta a sud del Tevere chiamata Latium, e i Sabini, che vivevano sulle montagne ai confini del Lazio. In questo modo i Romani controllavano l'estremità settentrionale della strada principale che portava all'Agro Falerno, abitato dai Campani, discendenti dei Lucani di lingua osca. Costoro si opponevano ai bellicosi Sanniti, popolazione Osca stanziata soprattutto nel territorio montuoso dell'Italia centromeridionale. Roma appoggiò i Campani contro i Sanniti, dando luogo alla prima guerra sannitica (343-341 a.C.). A questo conflitto seguì la guerra latina (341-338 a.C.), in cui i Romani si allearono con i Sanniti per combattere i Latini.
Le fonti relative sia alla prima che alla seconda guerra sannitica (327-304 a.C.) sono piuttosto scarse. Quest'ultima ebbe inizio quando i cittadini italo-greci di Neapolis si rivolsero a Roma chiedendo aiuto contro i Sanniti che occupavano la città con una guarnigione. L'esercito romano subì una sconfitta e l'umiliazione delle Forche Caudine (321 a.C.), il cui seguente trattato divenne inutile non appena Roma riprese la lotta.
La terza guerra sannitica (298-290 a.C.) segnò la definitiva scomparsa dei Sanniti in quanto popolo libero. Nel 290 a.C. i Romani avevano sottomesso l'intero Sannio e minacciavano la Lucania. La romanizzazione della penisola si completò nel 272 a.C., con il saccheggio della città italo-greca di Taras (Tarentum per i Romani, oggi Taranto), che vollero così punire la città per aver chiamato in Italia Pirro, re dell'Epiro nel 281 a.C., parente della casa reale di Alessandro Magno. Il territorio di Tarentum fu conquistato e reso terreno pubblico e il commercio marittimo, che costituiva la base della prosperità della città, fu trasferito per sempre dall'altra parte del promontorio, a Brundisium, Brindisi, che divenne colonia latina nel 244 a.C.

domenica 10 febbraio 2013

Il sito archeologico di Ras Al Kaimah
Alcune sepolture del 2000 a.C. circa sono state rinvenute durante la costruzione di una strada a Ras Al Khaimah, nei pressi di Abu Dhabi.
Le tombe scoperte sono piuttosto antiche e contengono reperti archeologici quali un lungo ferro da cavallo. Il Ministero dei Lavori Pubblici ha bloccato la costruzione della strada fino a nuovo ordine.
Questa via era conosciuta, un tempo, come la strada degli Emirati ed è uno degli itinerari strategici per il trasporto terrestre negli Emirati Arabi Uniti.
Si attende, ora, che sia rimosso lo strato di fango che grava sul sito sepolcrale.

Dolmen... svizzeri!

I dolmen durante le prime fasi dello scavo
Una scoperta sensazionale è stata fatta in Svizzera, nella regione di Berna. Si tratta di una fossa comune con dei dolmen risalente a oltre 5000 anni fa e contenente ben 30 steli e manufatti neolitici. Si tratta della prima camera sepolcrale intatta ritrovata a nord delle Alpi.
Le indagini sono iniziate nel 2011, partendo dalla grande lastra in granito di 7 tonnellate di peso per tre metri di lunghezza e due di larghezza che copriva la sepoltura di una comunità neolitica. Il sito è stato individuato da un agricoltore che aveva preso a rimuovere uno dei dolmen per tagliare l'erba del suo campo. Il masso risale a circa 20.000 anni fa ed è stato utilizzato dagli agricoltori del IV millennio a.C. per i loro riti funerari.
Al di sopra degli strati che ricoprivano le antichissime sepolture sono stati ritrovati manufatti di epoca romana e medioevale. I dolmen erano visibili fino al XIII secolo d.C.. La maggior parte dei sedimenti che coprono il sito sono i depositi alluvionali del vicino fiume.
Nel frattempo gli archeologi stanno recuperando la sepoltura neolitica. I montanti sono stati incrinati dalle inondazioni del fiume ma, se si esclude questo, la sepoltura collettiva sembra intatta. Lo scavo ha rivelato una camera funeraria per più di 30 persone e quanto rimane dei corredi funebri dell'epoca, incluse perline in vetro, punte di freccia in selce e persino gusci d'uova. Nei prossimi anni saranno effettuati i test sul Dna degli occupanti.

Le mille vite di Megiddo

Porta monumentale della città di Megiddo
Gli scavi nel sito di Tell Megiddo, una delle località archeologiche più grandi di Israele, hanno permesso di recuperare dei reperti che possono significare molto nell'antica storia del Paese.
Tra i templi cananei l'Università di Tel Aviv ha scoperto un edificio risalente all'Età del Ferro (1000-925 a.C.), con ben 18 pilastri. Più ad est del Tell, in una zona per gran parte inesplorata, è stato riportato alla luce un sito più grande di Megiddo. Gli indizi dell'esistenza di questo sito sono stati alcuni cocci in ceramica sparsi sul terreno. Gli studiosi pensano che al di sotto del terreno possano essere nascosti i resti di una città che doveva ospitare gran parte della popolazione di Megiddo, operai, artigiani e commercianti.
Finora sono state trovate le cave da cui sono state estratte delle pietre poi lavorate dagli antichi artigiani e sono stati anche rintracciati le mura di ampie strutture risalenti alla prima Età del Bronzo.
Megiddo fu abitata sin dal 7000 a.C. fino al 586 a.C. ed era una località strategicamente cruciale nel mondo antico. Essa si trovava al di sopra di uno stretto passaggio attraverso il quale passava un'importante via commerciale che collegava l'Egitto all'Assiria. Il nome della città è stato citato anche in antichi testi egizi relativi alla campagna del faraone Thutmosis III, che attaccò Megiddo nel 1478 a.C.. Megiddo fu anche teatro di un'altra importante battaglia, quella tra l'Egitto e il Regno di Giuda del 609 a.C.

Antiche pietre in Scozia

Una delle 28 pietre ritrovate a Swordale Hill, in Scozia
Un archeologo dilettante ha scoperto un'importante collezione di arte rupestre nelle Highlands. Si tratta di Douglas Scott, che ha scoperto un cerchio formato da 28 pietre scolpite risalenti a 5000 anni fa.
Già nel 1986 erano state ritrovate delle rocce con delle coppelle incise sulla superficie più ampia. Rocce che furono raccolte e registrate e che sono l'espressione delle credenze vigenti tra le genti che vivevano in questa parte della Scozia tra i 5000 e i 4000 anni fa.
Le rocce di Swordale Hill, così si chiama questa località, sono allineate nel punto in cui il sole sorge e la luna tramonta durante il pieno inverno e certamente non è un allineamento casuale. 

L'origine della... "siesta"

Quella che gli Iberici chiamano "siesta", sostenendo di esserne gli "inventori", era un'usanza, invece, molto conosciuta dagli antichi Romani, che la chiamavano somnus meridianus o meridiatio. Era un'abitudine diffusa soprattutto tra i ceti medio-alti e alti e nella famiglia imperiale, ovviamente.
Molti nostri progenitori, prima del riposino pomeridiano, erano soliti fare una piccola passeggiata per prendere un pò di sole e, magari, leggere qualcosa. Come faceva Plinio il Vecchio che, secondo suo nipote, "dopo il pasto, che alla maniera antica, consumava (...) leggero e semplice, se ne aveva il tempo, si stendeva al sole e si faceva leggere un libro (...). Dopo aver preso il sole, quasi sempre si lavava con acqua fredda, quindi si rifocillava e faceva un sonnellino."
La meridiatio era riconosciuta anche agli schiavi e ai gladiatori durante gli allenamenti. In tempi tranquilli era un diritto riconosciuto anche ai soldati. Era, sostanzialmente, un'interruzione della giornata dedicata, per lo più, al lavoro ed alle occupazioni della professione e al tempo libero.
La giornata dei Romani era rigidamente scandita dal sole. Si iniziava assai presto, soprattutto nella bella stagione, in coincidenza con la prima frazione del giorno, l'hora prima. Plinio il Vecchio, però, secondo suo nipote, si recava ad udienza da Vespasiano ancora prima dell'alba.
Marziale afferma che le prime due ore erano quelle durante le quali i clientes si recavano alla dimora del loro patronus, dove aveva luogo la salutatio mattutina e la distribuzione degli incarichi e delle incombenze della giornata, allietate dalla consegna della sportula, il sacchetto dei viveri. Anche gli oziosi uscivano presto e se ne andavano a zonzo per la città.
La mattinata era occupata, per l'appunto, a svolgere lavori molto simili a quelli che occupano i moderni cittadini. C'erano bottegai, maestri di scuola, artigiani, ambulanti e impiegati nella complessa burocrazia statale. Gli impegni cessavano, in linea di massima, intorno a mezzogiorno, l'ora sesta (da cui l'origine del termine spagnolo "siesta").
Marziale scrive: "L'ora sesta offre il riposo agli affaticati, mentre la settima ne segna la fine". L'ora, per i Romani, non corrispondeva ad un preciso istante della giornata, ma ad un arco di tempo che aveva una durata variabile nel corso dell'anno. La giornata era divisa in dodici parti o frazioni: le horae, a seconda delle stagioni queste horae avevano una durata diversa. La durata minima, nel solstizio d'inverno (21 dicembre), la durata massima nel solstizio d'estate (21 giugno).
A metà giornata tutti usavano consumare un pasto leggero, il prandium, generalmente freddo, a base di formaggio, uova, verdure, olive, funghi, frutta non di rado accompagnati da vino con l'aggiunta di miele, il mulsum. Potevano anche essere utilizzati gli avanzi del giorno precedente, opportunamente riscaldati.
Dopo pranzo si prendeva una "siesta" di circa un'ora. Il pomeriggio era un lungo periodo di tempo libero, che ognuno utilizzava come meglio credeva. C'era chi passeggiava, senza una meta precisa, magari incontrando degli amici e per questo c'erano giardini, boschetti e portici in tutta Roma, soprattutto attorno alle grandi piazze dei fori e lungo le facciate delle basiliche. Ovidio ne consigliava la frequentazione ai giovani a caccia di "gentili donzelle".

venerdì 8 febbraio 2013

Strane piramidi in Nubia

Sedeinga, piramidi con cerchi al loro interno(Foto: Vincent Francigny)
Almeno 35 piccole piramidi, unitamente ad una necropoli, sono state scoperte in un sito, Sedeinga, situato in Sudan.
Il sito è stato scoperto tra il 2009 e il 2012 ed ha subito sorpreso gli archeologi per la densità delle piramidi. Nella sola stagione archeologica del 2011 gli archeologi hanno riportato alla luce 13 piramidi in 500 metri quadrati di superficie. Le piramidi risalgono a circa 2000 anni fa, durante il periodo delle dinastie di Kush, in Nubia. Kush confinava con l'Egitto.
A Sedeinga la costruzione delle piramidi continuò per secoli. "La densità è enorme", ha affermato Vincent Francigny, ricercatore associato del Museo Americano di Storia Naturale di New York, riferendosi alle piramidi.
Le piramidi più grandi hanno le basi di circa 7 metri di larghezza. La piramide più piccola è quella nella quale è stato sepolto un bambino: aveva 75 centimetri di lunghezza. Si pensa che la parte superiore delle piramidi sia stata decorata con una chiave di volta rappresentante un uccello o un fiore di loto e sulla cima delle piramidi fosse collocato la raffigurazione di un globo solare.
Sedeinga, bambino sepolto con un collare
(Foto: Vincent Francigny)
Tra le scoperte fatte dagli archeologi vi è quella di una sorta di cerchio, che collegava gli angoli interni delle piramidi. Il disegno delle piramidi, dicono gli studiosi, somiglia ad un giardino alla francese. Probabilmente il modello piramidale, mutuato dall'Egitto classico, ha finito per combinarsi con una forma circolare propria della tradizione locale, una sorta di tumulo.
Le sepolture poste accanto alle piramidi sono state in gran parte saccheggiate, forse già nell'antichità. I ricercatori, comunque, sono riusciti a trovare alcuni resti scheletrici e qualche manufatto.
Uno dei reperti più interessanti è sicuramente un tavolo per offerta, ritrovato tra i resti di una piramide. Sembra che vi sia rappresentata la dea Iside e il dio Anubi e presenta un'iscrizione in lingua meroitica, che consiste nella dedica ad una certa Aba-la che è stato tradotto come "nonna". Si tratta del commiato finale per una donna che è stata sepolta in una delle piramidi quasi duemila anni fa.

giovedì 7 febbraio 2013

Etruschi... italici

Uno studio pubblicato sulla rivista Plos One ha finalmente dato ragione a Dionigi di Alicarnasso circa l'origine locale degli Etruschi.
Lo studio è stato coordinato da Guido Barbujani, docente di genetica dell'Università di Ferrara, e David Caramelli, docente di antropologia dell'Università di Firenze. I ricercatori hanno analizzato il Dna degli abitanti del Casentino e di Volterra, dove è ancora possibile ritrovare Dna identico a quello degli Etruschi di 2500 anni fa.
"Leggere nel Dna di persone così antiche è difficile", ha spiegato Barbujani. "I pochi Dna finora disponibili non permettevano di dimostrare legami genealogici fra gli Etruschi e i nostri contemporanei. Lo scorso anno il gruppo di Caramelli è riuscito a studiare un numero maggiore di reperti ossei; così ci siamo resi conto che comunità separate da pochi chilometri possono essere geneticamente molto diverse tra loro e abbiamo visto come l'eredità biologica degli Etruschi sia ancora viva, anche se in una minoranza dei Toscani".
Praticamente il confronto tra il Dna proveniente dall'Asia ha confermato la presenza, in antico, di flussi migratori, ma si tratta di un tempo lontanissimo e non hanno alcun rapporto con la comparsa della civiltà etrusca, nell'VIII secolo a.C.

martedì 5 febbraio 2013

Uno stadio per Roma

Ricostruzione dello stadio di Domiziano
Fonti letterarie narrano che Silla, nell'80 a.C., dopo la sua vittoria su Mitridate, fece svolgere a Roma la 175ma Olimpiade.
In seguito furono Cesare e Pompeo ad organizzare gare atletiche. Cesare, in particolare, fece costruire appositamente uno stadio in legno nel 46 a.C., in cui si svolsero competizioni per ben tre giorni. Ottaviano, per commemorare la battaglia di Azio (31 a.C.) istituì delle gare ginniche che si svolgevano a Nicopoli (Actium) ogni quattro anni.
Nel I secolo d.C., sotto l'impero di Caligola, Claudio e Nerone, i Romani fecero diversi tentativi di istituire a Roma i certamina graeca, che all'epoca di Nerone erano chiamati Neronia. Fu, però, solo con Domiziano, nell'86 d.C., che ebbe luogo l'Agon Capitolinus, in onore di Giove, ispirato alle Olimpiadi.
Resti dello stadio di Domiziano
L'Agon Capitolinus, proprio come le Olimpiadi, si svolgeva ogni quattro anni e comprendeva competizioni ginniche, letterarie e musicali. Domiziano approntò, alla bisogna, nel Campo Marzio, uno stadio ed un Odeon, quest'ultimo per le competizioni musicali. Lo stadio conteneva un gran numero di spettatori. Secondo i Cataloghi Regionari, un elenco di monumenti di età costantiniana, poteva ospitare ben 30.000 spettatori. La pista dello stadio misurava 276 metri di lunghezza e 54 di larghezza ed aveva un solo lato curvo nella parte settentrionale. Fu il primo stadio in muratura di Roma. In precedenza gli agoni atletici si erano tenuti in strutture lignee, allestite appositamente per le gare.
Stadi e circhi si somigliavano molto riguardo alla planimetria, anche se differivano per la presenza della spina, propria dei circhi, che divideva questi ultimi in due metà e che era indispensabile per lo svolgimento delle corse dei carri.
Lo stadio di Domiziano venne completamente distrutto da un incendio dell'epoca di Macrino e fu restaurato nel 217 d.C. e nel 228 d.C., al tempo di Alessandro Severo. Non si sa quando di preciso iniziò la decadenza della struttura, probabilmente già nell'VIII secolo, in uno dei fornici, era sorta la prima chiesa dedicata a S. Agnese (dove attualmente si trova la seicentesca chiesa del Borromini). In seguito lo stadio funse da cava di materiali, mentre chiese e palazzi finirono per occultare definitivamente le strutture superstiti.
Piazza Navona vista dall'alto
Quanto rimaneva dei fornici del grandioso stadio di Domiziano cominciarono ad emergere tra il 1886 e il 1889, durante i lavori per l'allargamento della via Agonale. Gli scavi dello stadio sono ancora visibili affacciandosi da un balcone. I resti si trovano a 3,50 metri sotto il livello stradale moderno. Si conservano anche i resti delle scale che immettevano ai piani superiori delle gradinate. Le pareti interne sono rivestite di stucco.
Lo stadio di Domiziano risulta in uso ancora nel IV secolo d.C.. La sua decadenza cominciò nel secolo successivo, anche se le gare continuarono a svolgersi in un'area chiamata Campus Agonis, Agon, Agones, da cui derivò il termine "Navone", per analogia con la forma che aveva la cavea e che ricorda una grande nave. Le case edificate su quanto rimane della cavea hanno conservato la forma dell'antico stadio.
Piazza Navona dal 1477 venne adibita a mercato, ospitando i commercianti che un tempo si posizionavano ai piedi del Campidoglio. Questa particolarità venne conservata anche dopo la trasformazione seicentesca voluta da Innocenzo X, che fece edificare il palazzo Pamphili e ricostruire la chiesa di S. Agnese. La piazza continuò ad essere sede di mercato fino al 1869, quando quest'ultimo venne trasferito nella vicina piazza Campo de' Fiori.
Domiziano
Gli scavi degli anni '30 del secolo scorso hanno visto il recupero di numerosi frammenti della decorazione architettonica dello stadio. Altri erano stati recuperati nel secolo precedente, unitamente a frammenti di statue che, forse, decoravano i fornici del secondo ordine dell'edificio. Il gruppo più interessante è il cosiddetto Pasquino, ritrovato tra piazza Navona e via della Cuccagna. Il gruppo, in origine, raffigurava Patroclo e Menelao.
Nel 1936 furono ritrovati frammenti pertinenti cinque statue tra cui una replica del Pothos di Scopas ed un torso in marmo pentelico attribuibile a Prassitele e raffigurante l'Apollo Liceo. Nel 1938 gli scavi eseguiti in via S. Maria dell'Anima rivelarono una testa di fanciullo. Nel 1950, durante uno sterro per lavori fognari, venne in luce il torso di una statua in marmo pentelico, copia romana di un originale greco in bronzo, opera di Lisippo raffigurante Ermete mentre slaccia un sandalo.

Piccola, antica Skylletion/Scolacium

Scavi archeologici di Skylletion
Si sa poco dei primi coloni greci che diedero vita alla città di Skylletion. Le fonti antiche hanno sempre riportato l'esistenza di un insediamento greco nell'area, assegnando la fondazione della città all'VIII secolo a.C.. I riscontri archeologici, però, non vanno oltre il VI secolo a.C. (pochi frammenti di vasi a figure nere ed orli di coppe cosiddette ioniche).
Strabone (I secolo a.C. - I secolo d.C.) afferma che la piccola cittadina fu fondata dagli Ateniesi al seguito di Menesteo, quando, finita la guerra di Troia, gli eroi greci avevano intrapreso il viaggio di ritorno alle loro terre. Altre fonti voglio che a fondare la cittadina sia stato Ulisse in persona. Ma l'origine ateniese dell'antica Skylletion è tuttora in discussione. E' più probabile che la città abbia avuto origine dalla vicina Crotone, interessata ad avere una base per controllare l'istmo di Catanzaro e per avanzare verso Caulonia, ultimo avamposto prima del territorio locrese.
Il foro dell'antica Scolacium
Nel III secolo a.C. Annibale e la defezione dei Brettii, probabili padroni dell'istmo, segnarono il lento declino dell'antica Skylletion, che andò rapidamente spopolandosi al termine della seconda guerra punica. Tra il 123 e il 122 a.C., però, la città ebbe una rinascita. Sul luogo dell'antica Skylletion i Romani, spinti dalla necessità di riorganizzare un territorio devastato dalle guerre contro Cartagine, fondarono Colonia Minervia Scolacium.
Promotore di questa "rinascita" fu il tribuno Caio Gracco, che inserì la rifondazione della città insieme a quelle di altri grandi centri come Cartagine, Capua e Taranto. Inoltre la posizione dell'antica Skyllation, ora Scolacium, era strategica per i commerci e per l'agricoltura. La colonia fu dedicata a Minerva non si sa se in omaggio ad antichi culti locali o per altre motivazioni di carattere religioso e politico.
Scolacium, resti del teatro romano
Nel I secolo a.C. la cittadina di Minervia Scolacium era in piena crescita edilizia e meta privilegiata della classe mercantile che sperava in ottimi guadagni dal commercio da e per la Grecia o l'Africa. L'analisi di alcune epigrafi dell'epoca rivela che tra le classi sociali emergenti all'epoca, un ruolo di primo piano ebbero i negotiatores, che traevano enormi vantaggi dai traffici commerciali.
Anche l'area attorno alla città fu riorganizzata attraverso cardines e decumani che tracciarono appezzamenti quadrati o rettangolari, le centuriae. Nei secoli successivi la città continuò a crescere. In età Giulio-Claudia, poi, Scolacium attraversò un periodo particolarmente fecondo. In un'epigrafe Antonino Pio è ricordato come costruttore di un acquedotto e sotto l'imperatore Nerva (96-98 d.C.) Scolacium venne ricolonizzata e il suo nome venne mutato in Minervia Nervia Augusta Scolacium.
Scolacium, resti della basilica bizantina
Gli scavi archeologici sono stati iniziati nel 1982 dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. Subito è stata individuata e scavata l'area del foro, che ha mostrato un'insolita ed ammirevole grandezza. Il foro venne realizzato al centro della città, nel momento compreso tra la nascita della colonia e il I secolo a.C. ed ha una dimensione di 38 x 84 metri. I coloni si servirono di mattoni sesquipedali per pavimentare la piazza, poiché mancava pietra da taglio locale. Si tratta di un esempio unico in Italia e giustificato dalla abbondante presenza di argilla e sabbia.
Il foro era circondato da diversi edifici pubblici e da un edificio deputato al culto. Non sono state trovate finora tracce di edifici commerciali. Tra gli edifici pubblici sono stati riconosciuti la Curia, sede del Senato locale; il Capitolium, massimo monumento religioso della colonia; la Basilica, che concentrava funzioni amministrative e giuridiche, oltre al Caesareum, un edificio in cui si svolgevano i culti destinati all'imperatore.
Antiquarium di Scolacium, statue provenienti dal foro
Chiudeva il foro una strada di 5,50 metri di larghezza, pavimentata con basoli di granito e identificata come Decumanus maximus, vale a dire l'asse viario principale della città. Qui è stata ritrovata un'epigrafe in lettere di bronzo tra le meglio conservate ritrovate in Italia. L'iscrizione è stata datata al I secolo d.C. e reca inciso il nome di L. Decimius Secundio, forse un magistrato locale.
Il teatro appartiene alla Scolacium romana e fu edificato in due fasi: la prima in età Giulio-Claudia (ne rimangono la cavea, un vano posto sulla sommità di quest'ultima e il muro del pulpitum); la seconda fase risale al II secolo d.C. e ad essa appartengono la scena, i parasceni e, forse, l'orchestra. Parte della cavea poggia sul pendio naturale di un colle ed era divisa in tre settori per un totale di 3500 spettatori. Il pulpitum era il luogo dove recitavano gli attori ed era accessibile dai lati. L'edificio subì una fine violenta e precoce a causa di un terremoto seguito da un incendio, verso la fine del IV secolo d.C.
Nell'antica Scolacium sono stati identificati anche due edifici termali, un anfiteatro (interrato) e le necropoli che sorgevano fuori città, tutti in attesa di essere studiati con maggiore attenzione.
Si riprese a parlare di Scolacium nel VI secolo d.C., in una lettera in cui Flavio Magno Aurelio Cassiodoro, ministro del re d'Italia Teodorico (553-557 d.C.), nomina la sua Scylaceum "prima tra le città dei Bruzi" ancora attiva e popolosa.

Vasse, il tempio di Apollo Epicurio

Frammento di metopa del tempio di Apollo Epicurio
raffigurante, forse, un'Amazzone
In Arcadia, a 1000 metri sul livello del mare, sorge un famoso tempio classico, dedicato ad Apollo. Si trova a poca distanza dall'antica Figàleia. Le fonti antiche narrano che gli abitanti di questi città lo offrirono in voto ad Apollo Epicurio, il "soccorritore", in cambio della cessazione di una pestilenza durante la Guerra del Peloponneso.
Il culto di Apollo, in questa zona, risale al VII secolo a.C.. Inizialmente il dio fu venerato nella sua qualità di guerriero, come si riscontra dalle armi che costituiscono la maggior parte dei reperti archeologici, probabilmente perché aiutò gli abitanti di Figàleia nella battaglia contro gli Spartani per la riconquista della loro città (659 a.C.). Nel periodo classico, però, le qualità belliche e marziali di Apollo andarono trasformandosi in qualità terapeutiche.
Queste notizie hanno consentito agli archeologi di datare il monumento al 429 a.C.. Pausania afferma che a progettarlo fu Iktinos, famoso architetto che lavorò anche al Partenone di Atene e al Telesterion di Eleusi.
Nei molti anni trascorsi dalla sua costruzione, diversi sono stati i cambiamenti subiti dal tempio, sia a causa degli eventi atmosferici ai quali è esposto (piogge, venti forti, gelo e neve oltre ad una notevole escursione termica tra giorno e notte), sia a causa dei difetti insiti nel materiale utilizzato per edificarlo e dei cedimenti del terreno sul quale è stato costruito.
Frammento di statua colossale proveniente dal tempio di
Apollo Epicurio (British Museum)
Il tempio di Apollo Epicurio è una mescolanza di ordine dorico nella parte esterna, ionico e corinzio nella parte interna. A tutt'oggi gli archeologi non riescono a dare una spiegazione soddisfacente alle sue caratteristiche costruttive. Tra le sue particolarità si ricordano l'orientamento (nord-sud e non, come di consueto per i templi, est-ovest), il rapporto tra le colonne dei lati lunghi e quelle dei lati brevi (rispettivamente 15 a 6) che dà al monumento una forma allungata arcaicizzante. Inoltre il tempio presenta un secondo ingresso alla cella, un diverso diametro per le colonne della facciata settentrionale, la presenza di una colonna con capitello corinzio (il primo in un edificio di V secolo a.C.) verso il fondo della cella. Un'altra particolarità è offerta dalle tegole marmoree del tetto, lavorate in uno stesso blocco di marmo, assieme ai coppi. Quest'ultima particolarità doveva, forse, evitare che l'acqua  piovana penetrasse nella struttura e che il vento sollevasse le tegole. Ancora, però, non è chiaro dove fosse collocata la statua di culto di Apollo.
Fregio del tempio di Apollo (British Museum)
Il tempio, di dimensioni piuttosto modeste, è stato realizzato, in buona parte, servendosi del calcare grigio locale e con molti elementi in marmo. Lo stilobate (la parte su cui poggia il colonnato, formato da blocchi di pietra disposti affiancati orizzontalmente, fino a formare una base uniforme) misura 38,3 metri per 14,5. Aveva un fregio continuo a bassorilievo, collocato all'interno della cella, nella parte alta di tutti e quattro i lati. Questo fregio venne alla luce durante alcuni scavi dell'Ottocento ed è costituito da 23 lastre sulle quali sono rappresentate scene di lotta tra Greci ed Amazzoni e tra Greci e Centauri. Le lastre sono state acquistate dal British Museum nel 1814 e si trovano tuttora a Londra. Il tempio era dotato di un pronao (parte antistante la cella del tempio), di un nao (o cella) e di un opistodomo (lo spazio posto dietro la cella, che poteva contenere le suppellettili utili al rito e ai sacrifici, ma anche le offerte consacrate agli dei. Vi avevano accesso solamente i sacerdoti). Sul fondo, la cella continua in un ampio vano, l'adyton, che conduce all'esterno attraverso una porta laterale. Il tempio presenta anche alcune correzioni ottiche simili a quelle utilizzate per il Partenone, quali, ad esempio, il pavimento incurvato.
Area archeologica in cui sorge il tempio di Apollo Epicurio
Diversi materiali pertinenti il tempio sono sparsi nella moderna spianata costruita a questo scopo. Negli anni '80 si cercò di riunire, ordinare sistematicamente e preservare gli elementi architettonici sparsi nelle vicinanze del tempio. Migliaia di elementi architettonici e frammenti furono spostati nell'area scelta per essere, poi, identificati, numerati e organizzati per tipologia. Sono stati ritrovati elementi di colonne, capitelli, blocchi di architravi, triglifi, metope, blocchi di cornice e pannelli di soffitto.
Nel 1987 il monumento è stato ricoperto con una copertura temporanea che doveva preservarlo dall'azione dei fenomeni atmosferici che hanno da sempre costituito l'elemento principale dei danni subiti.

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