venerdì 31 maggio 2013

Il celeste ferro degli dèi...

Gli oggetti in ferro meteorico
rinvenuti in Egitto
I ricercatori hanno scoperto che un antico oggetto egiziano è stato confezionato con ferro meteorico. Un articolo sul Meteoritics & Planetary Science spiega come gli antichi Egizi riuscirono a ricavare il ferro millenni prima della prova della fusione dello stesso nella regione.
Il reperto è uno dei nove che sono stati ritrovati nel 1911 in un cimitero di Gerzeh, a circa 70 chilometri a sud del Cairo, e risale al 3300 a.C. circa. Il ferro contenuto nel reperto aveva un alto contenuto di nichel. Per capire se il materiale provenisse o meno dallo spazio, la dottoressa Diane Johnson, della Open University di Milton Keynes, nel Regno Unito, ed i suoi colleghi hanno utilizzato la microscopia elettronica e la tomografia computerizzata. Le analisi hanno dimostrato l'alta concentrazione di nichel nel reperto, riconducibile ad una provenienza spaziale del ferro con cui è stato forgiato l'oggetto ritrovato.
La prima prova per la fusione del ferro in Egitto è stata documentata nel VI secolo a.C. e solamente pochissimi manufatti in ferro antecedenti a questa data sono stati ritrovati nel Paese. Tutti provengono da sepolture di personaggi di alto rango quale, ad esempio, Tutankhamon. Il ferro è stato strettamente associato alla regalità ed al potere. Ancora più prezioso il ferro meteorico, considerato come come una sorta di residuo fisico degli dèi caduto sulla terra.

giovedì 30 maggio 2013

Antica solidarietà

Il teschio ritrovato nella tenuta di Castel Malnome
Cinque anni fa, nella tenuta agricola di Castel Malnome, sulla via Portuense nei pressi di Roma, un ritrovamento attrasse l'attenzione degli studiosi di antropologia, dei medici e degli archeologi. Si trattava di un unicum nella storia della civiltà romana imperiale: un uomo con la mandibola fusa al cranio, una gravissima patologia che ha impedito all'individuo, dell'età stimata di circa trent'anni, di aprire la bocca, rimasta sigillata al punto da non poter masticare né parlare.
In questi anni il cranio dell'uomo è stato analizzato e studiato dal servizio di antropologia della Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma guidata da Paola Catalano. L'indagine sarà illustrata proprio in questi giorni a Palazzo Altemps, in occasione del convegno internazionale "Roma, Tevere, Litorale, 300 anni di storia, le sfide del futuro".
Lo scheletro dell'uomo appartiene ad una delle 300 sepolture della necropoli di Castel Malnome, riemersa durante la campagna di scavi del 2007. Il cranio, in particolare, di quest'individuo è stato studiato dal reparto di chirurgia maxillo-facciale dell'Università di Roma La Sapienza. E' stato sottoposto ad una serie di esami specialistici, TAC compresa, sulla base dei quali si è ipotizzata l'età dell'uomo: tra i 30 e i 35 anni, vissuto tra il I e il II secolo d.C.. Verso i dieci anni di età ha subito un trauma violento che gli ha bloccato la mandibola. Gli esami hanno anche riscontrato una frattura simultanea all'omero, da ricondurre, verosimilmente, allo stesso incidente. L'uomo era alto poco più di 160 centimetri e gli fu asportata volutamente la parte anteriore dei denti, in modo d permettergli di avere un foro attraverso il quale far passare il cibo. La comunità dei lavoratori delle saline, della quale l'uomo faceva parte, si prese cura di lui permettendogli di sopravvivere oltre i trent'anni e di lavorare. I suoi colleghi, poi, alla sua morte gli hanno lasciato una moneta di bronzo accanto al torace per pagare il pedaggio a Caronte. L'analisi sugli isotopi del carbonio e dell'azoto ha rivelato che l'uomo venne nutrito con un certo equilibrio di proteine e carboidrati, segno che per lui erano preparate delle pappette che poteva ingerire.

mercoledì 29 maggio 2013

Nomadi messicani

Lo scavo di uno dei rifugi della Sierra Mayor
(Foto: Antonio Porcayo/Inah)
Gli archeologi dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (Inah) hanno individuato ben otto luoghi di sosta temporanea databili ad un periodo compreso tra i 400 ed i 7000 anni fa. Questa sorta di accampamenti si trovano nella Sierra Mayor, in Messico, ed hanno restituito ossa di animali, tra i quali alcuni estinti, oggetti litici e ceramici.
La Sierra Mayor è un luogo particolarmente arido che può raggiungere, in estate, temperature vicine ai 50 gradi. Il suo clima non permette lo sviluppo della vegetazione, lasciando esposta l'argilla delle colline. Proprio alcune località dove l'argilla è ben visibile hanno presentato, con chiarezza, i segni dell'attività connessa all'estrazione del materiale.
Gli otto campi scoperti ospitavano ciascuno diverse famiglie che vivevano qui temporaneamente ed erano contraddistinti da pietre poste attorno a strutture circolari chiamate Corralitos. Gli archeologi hanno ritenuto, per diverso tempo, che i nativi utilizzassero questi rifugi come luoghi per trascorrere la notte, ma hanno scoperto, di recente, tracce di focolari che adombrano un'occupazione più prolungata.

Abusi su minori nell'antico Egitto

La sepoltura del bambino ritrovata nell'Oasi di Dakhleh
(Foto: Sandra Wheeler)
I resti di un bambino di uno o due anni di età, ritrovati nel cimitero romano-cristiano dell'Oasi di Dakhleh, in Egitto, ha mostrato agli studiosi segni di abusi fisici. Il piccolo, vissuto 2000 anni fa, rappresenta il primo caso documentato di abusi su minori annoverato dall'archeologia e il primo caso in Egitto.
Dakhleh è una delle sette oasi del deserto occidentale egiziano. Il sito è stato, praticamente, abitato in forma continua sin dal periodo neolitico, attirando, per questo, l'attenzione degli archeologi. I cimiteri scavati finora hanno permesso agli studiosi di gettare uno sguardo prezioso sugli inizi del cristianesimo in Egitto. In particolare il cimitero Kellis 2 riflette le pratiche mortuarie proprie della comunità cristiana. I metodi di datazione al carbonio radioattivo, applicati agli scheletri rinvenuti, suggeriscono che il cimitero è stato utilizzato tra il 50 e il 450 d.C.
Parte superiore del corpo del bambino
(Foto: Sandra Wheeler)
Proprio in questo cimitero gli archeologi e gli antropologi si sono imbattuti nello scheletro del piccolo maltrattato, che presenta diverse fratture sulle braccia. I resti sono stati sottoposti ad una serie di indagini ai raggi X, istologici e isotopici, che hanno permesso di individuare le variazioni metaboliche con le quali il piccolo corpo ha cercato di curare se stesso. Queste analisi hanno ulteriormente sottolineato la presenza di fratture in tutto il corpo, nelle costole, nel bacino e nella schiena. Le lesioni erano tutte a diversi stadi di guarigione.
Una delle fratture più interessati era situata nella parte superiore delle braccia del bambino. I ricercatori hanno dedotto che qualcuno ha afferrato il piccolo per le braccia e lo ha scosso violentemente. Altre fratture, per esempio quelle alle costole, sono state provocate da colpi diretti. Ad uccidere il bambino, secondo gli antropologi, sarebbe stata l'ultima frattura, quella alla clavicola.
Per quel che riguarda gli abusi sui bambini, dal punto di vista archeologico se ne sono trovate tracce in Francia, in Perù e nel Regno Unito solo per quel che riguarda il medioevo ed i periodi successivi.
Delle 158 sepolture di minori scavate nel cimitero Kellis 2, solo la sepoltura del bambino - identificata dal numero 519 - mostra segni di traumi ripetuti non accidentali, riconducibili ad atti di violenza perpetrati sul piccolo.

A Bologna il più antico rotolo del Pentateuco

Il rotolo del Pentateuco ebraico più antico del mondo è conservato da tempo immemore nella Biblioteca Universitaria di Bologna. Il documento reca la segnatura "Rotolo 2" è lungo 36 metri ed alto 64 centimetri e contiene il testo completo della Torah (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio) in ebraico.
Recentemente questo prezioso reperto è stato datato tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo, un esemplare di valore incommensurabile. Ad effettuare la scoperta del rotolo è stato il professor Mauro Perani, ordinario di redazione del nuovo catalogo dei manoscritti ebraici della Biblioteca Universitaria. L'antichità del prezioso rotolo non era stata riconosciuta da Leonello Modona, un ebreo originario di Cento che, per anni, svolse funzioni di bibliotecario alla medesima Biblioteca di Bologna. Il suo catalogo, del 1889, attribuiva il rotolo al XVII secolo. Il testo del rotolo non tiene presente e non rispetta le regole fissate da Maimonide, morto nel 1204, che fissò in maniera definitiva tutta la normativa rabbinica relativa alla scrittura del Pentateuco.
Maimonide
Non si sa ancora come il "Rotolo 2" sia entrato nella Biblioteca di Bologna. Gli studiosi pensano che possa essere avvenuto precedentemente alle soppressioni conventuali operate da Napoleone. La Biblioteca Universitaria di Bologna, però, contiene altri preziosi manoscritti e codici, come il celebre Canone di Avicenna, con miniature splendide, riprodotte su moltissimi libri e note in tutto il mondo. E' da notare che il legame tra Bologna e la cultura ebraica è molto stretto. La pronuncia dialettale ebraica di Bologna è Bo-lan-yah e vuol dire "in essa alloggia il Signore" e nella città emiliana fu stampata, nel 1482, la prima edizione in assoluto del Pentateuco ebraico.
Maimonide (Mosheh ben Maimon) era un filosofo, giurista e medico ebreo, che lasciò la Spagna ancora fanciullo, a causa della persecuzione degli Almohadi. Si rifugiò prima in Africa del nord poi in Palestina e infine in Egitto dove esercitò la medicina alla corte di Saladino e resse la comunità ebraica del Cairo.
Il Canone di Avicenna si intitolava, originariamente, Kitab al-Qanun fi al-Tibb e venne scritto da Ibn Sina, più noto come Avicenna, medico, fisico, filosofo e scienziato musulmano vissuto nella Persia del X secolo. Il Canone fu una fonte medica considerata per secoli attendibile e chiamata, più semplicemente, Qanun, vale a dire "la legge", sia in arabo che in persiano. Fu l'opera che consacrò Avicenna a padre della medicina.

lunedì 27 maggio 2013

Cimitero medioevale in Portogallo

Il luogo della scoperta dello scheletro (Foto: Algarve Resident)
In Portogallo, sulla spiaggia di Sant'Eulalia ad Albufeira, gli archeologi hanno riportato alla luce uno scheletro quasi completo risalente al XV o XVI secolo. Gli studiosi pensano che nei dintorni possa trovarsi un antico cimitero medioevale.
Lo scheletro è stato seppellito nella zona in cui sorge la cappella di Santa Eulalia, dove si pensa sia stato costruito, in precedenza, un sepolcreto. Non è la prima volta che, in questa zona, emergono resti umani. Le braccia dello scheletro ritrovato ultimamente - forse un uomo - erano posizionate sulla zona addominale.
Oltre allo scheletro sono emersi i resti di una fattoria romana specializzata nella produzione del garum, antica salsa a base di pesce che i Romani consideravano essenziale. Sono stati ritrovati anche molti reperti quali vasi, coppe, brocche e anfore di epoca romana. Gli scavi vanno avanti dal 2004.

Emerge strada romana in Galles

Gli scavi alla strada romana nel Galles (Foto: DailyPost)
Prove evidenti dell'esistenza di una strada romana sono state riportate alla luce in Galles, nel corso di uno scavo archeologico effettuato nei pressi della casa di un principe gallese.
La strada romana giaceva sotto una sezione di strada asfaltata tra Caerhun e Segontium (Caernarfon). L'area era già nota agli archeologi per la ricchezza dei monumenti e della storia. Il lavoro di scavo e di raccolta di reperti ed informazioni si prevede che durerà anche nell'anno a venire.
Nei pressi sorgeva, nel XIII secolo, la casa di Llywelyn il Grande e di suo nipote, primo principe di Galles. L'edificio attuale è stato costruito nel 1553 e rimodernato nel 1580. La torre di Llywelyn è stata incorporata in questa nuova dimora.

sabato 25 maggio 2013

L'India e i Romani

Sondaggi e scavi a Pattanam (Foto: Thulasi Kakkat/Hindu)
Le analisi scientifiche danno una conferma alla storia, nel caso di Pattanam, nello stato del Kerala, in India, a 25 chilometri dal centro di Kochi, identificato come Muziris, perduta città portuale frequentata anche da mercanti Romani.
I fisici nucleari hanno confermato le ipotesi degli archeologi: la datazione di questo centro risale a circa 3000 anni fa. L'analisi del Dna dei resti umani rinvenuti potrebbe, in futuro, dare risposte circa la provenienza della popolazione di Pattanam.
Un attento studio della stratigrafia e le analisi dei reperti hanno portato i ricercatori a pensare che questa località era abitata già nell'Età del Ferro (dal X al V secolo a.C.). I Romani e le loro merci raggiunsero questo sito tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C.. Un campione d'incenso, probabilmente portato qui dall'Arabia Saudita, trovato ad una profondità di circa 4 metri, è stato datato ad un periodo compreso tra il 356 e il 196 a.C., precedente alla fase romana.
Frammenti di ossa umane (Foto: Thulasi Kakkat/Hindu)
Un pezzo di carbone, trovato insieme ad una pietra di corniola, a filamenti d'oro ed a frammenti di anfora, a circa 3 metri di profondità nel sottosuolo, è stato datato al 111-40 a.C., quando gli scambi tra Pattanam e l'impero romano erano in piena fioritura.
Sono stati studiati anche i resti scheletrici ritrovati nel sottosuolo di Pattanam. E' stato estratto il Dna mitocondriale che sarebbe stato già sequenziato ed abbinato con i dati del Dna sia edito che inedito, dei moderni esseri umani. I primi risultati confermano che i resti umani appartengono a Romani, Indiani e Africani. Si aspettano ulteriori risultati per avere un quadro completo della popolazione e degli usi dell'antica Pattanam.

I Villanoviani in provincia di Bologna

Elemento zoomorfo in bronzo e scodella decorata dalle deposizioni
villanoviane di S. Giovanni in Persiceto (Foto: ArcheoBo)
Nel 2004, nel comune di S. Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, gli scavi per la realizzazione di una vasca per la raccolta idrica rivelarono l'esistenza di antiche sepolture. Si trattava di tre tombe ad incinerazione diretta, fosse semplici databili ad un periodo compreso tra la seconda metà dell'VIII secolo a.C. e gli inizi del VII secolo a.C.
La fossa di dimensioni maggiori conteneva due deposizioni che pur essendo coeve, risultavano essere state effettuate in momenti distinti. I corredi funerari delle deposizioni ritrovate erano costituite da vasellame in ceramica, oggetti in bronzo, corno, pasta vitrea e ambra, fibule e gioielli. Gli archeologi pensarono subito alla presenza di una necropoli più vasta.
Un momento dello scavo archeologico (Foto: ArcheoBo)
In due delle tre tombe ritrovate erano stati seppelliti due individui di sesso maschile tra i 20 e 40 anni di età. Nella terza, invece, era stata deposta una donna (lo scheletro ha rivelato un'ossatura ed un'impalcatura più gracile rispetto a quelle precedenti). I tre individui sono stati cremati su una pira che deve aver arso per diverse ore, vista l'assenza di grossi pezzi di carbone nella terra del rogo.
Sono state individuate, nella terra del rogo, anche ossa di cane parzialmente combuste. Le analisi botaniche sui resti della legna utilizzata per la pira funebre, hanno permesso di stabilire che fu utilizzata legna di frassino, un albero il cui utilizzo per roghi era piuttosto diffuso, all'epoca, nell'Italia centrale.
I reperti ritrovati sono stati accuratamente restaurati, dal momento che si presentavano in uno stato di conservazione piuttosto critico: molti manufatti risultavano mancanti della parte superiore, a causa dell'azione dei mezzi meccanici utilizzati nello scavo. Alle urne cinerarie, dunque, sono state "aggiunte" le parti andate distrutte.
Planimetria delle tombe (Foto: ArcheoBo)
Le scoperte del 2004 e le informazioni tratte da questo scavo fortuito possono essere ammirate nel Museo Archeologico Ambientale a San Giovanni in Persiceto. Questi ritrovamenti hanno permesso di comprendere meglio i rituali funebri delle popolazioni villanoviane. Il corpo del defunto era portato, vestito, in processione e deposto sulla pira funebre. Quando il rogo si estingueva, venivano raccolte le ossa non combuste, quali quelle del cranio, le ossa lunghe e i denti, che venivano avvolte in un drappo chiuso da fibule e disposte nell'urna cineraria. Le altre ossa erano solitamente disperse. Durante il rogo si libava alla memoria del morto. Una volta conclusa la cerimonia funebre ed interrato quanto rimaneva del defunto, veniva creato un piccolo tumulo di terra sulla fossa e vi veniva posto un segnacolo in pietra.

venerdì 24 maggio 2013

Il popolo dei laghi

Gli scavi a Lavagnone
Resti di una mandibola e di una parte del cranio sono stati ritrovati durante gli scavi archeologici che l'Università di Milano sta conducendo nella palafitta di Lavagnone, dichiarata patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Si tratterebbe di una ragazza in giovane età, almeno a quanto risulta dalle prime sommarie analisi.
Il ritrovamento va ad inserirsi in una serie di importanti scoperte effettuate nella zona e riguardante il cosiddetto popolo dei laghi. Gli archeologi hanno datato i resti umani a 3500 anni fa, ad un periodo compreso tra il 1550 e il 1500 a.C.
Nell'Età del Bronzo le ossa degli antenati erano oggetto di manipolazioni e questo era particolarmente valido per il cranio, che veniva asportato e conservato nel villaggio. Al cranio si dedicava un culto con funzione apotropaica e, in seguito, le ossa parietali venivano tagliate e forgiate a forma di pendaglio, con funzioni di potente amuleto.

Antiche battaglie, antiche ferite

Il frammento d'osso del guerriero ferito circa 2500 anni fa da una freccia
Radiografia sui resti di un guerriero greco del IV secolo a.C.. Un evento eccezionale, di cui si sono resi protagonisti alcuni medici di Long Island per cercare di capire come l'uomo fosse sopravvissuto ad una debilitante ferita di guerra.
Il dottor Anagnostis Agelarakis, professore di antropologia presso l'Università di Adelphi, ha portato i resti dell'uomo dalla Grecia in America, al North Shore del Long island Jewish Medical Center di New Hyde Park. Gli antropologi hanno stimato che il guerriero è stato ferito al tempo di Filippo II, padre di Alessandro Magno. I chirurghi da campo greci non poterono asportare una punta di freccia in bronzo dall'ulna sinistra dell'uomo, perché l'asportazione avrebbe causato danni più profondi. La radiografia effettuata ai resti dello scheletro ha rivelato che la punta di freccia aveva una componente spinata che non poteva essere vista ad occhio nudo.
Il dottor Agelarakis ha rivelato che i resti dell'uomo sono stati scoperti nel corso di uno scavo archeologico della metà degli anni '80 del secolo scorso, e restituiti al Museo Archeologico di Kavala in Grecia. L'antico guerriero sopravvisse, malgrado la punta di freccia nell'ulna, fino all'età di circa 58-62 anni, afflitto da un dolore molto simile alla sindrome del tunnel carpale.

Gli antichi nomadi di Burgos

Una delle pitture ritrovate dagli archeologi (Foto: Inah)
L'archeologa Martha Garcia Sanchez ha annunciato la scoperta di quasi 5.000 pitture rupestri nella Sierra de San Carlos, nel comune di Burgos, realizzati dalle tribù di cacciatori-raccoglitori che, un tempo, vivevano nella zona. La dottoressa Sanchez ha condotto le indagini in collaborazione con l'archeologo Gustavo Ramirez, dell'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia (Inah).
Le pitture, ad una prima analisi, sembrano essere state fatte da almeno tre differenti gruppi di cacciatori raccoglitori che si muovevano nella regione. I dipinti hanno caratteristiche antropomorfe, zoomorfe e, in qualche caso, anche astronomiche.
Altre pitture ritrovate nelle grotte di Burgos
Queste raffigurazioni, che immortalano le attività delle popolazioni nomadi della regione, hanno permesso agli studiosi di documentare con certezza la presenza di gruppi pre-ispanici a Burgos, dove in precedenza si era pensano che non vi fosse stata alcuna civiltà antecedente all'arrivo degli spagnoli. Ora i ricercatori sperano di poter prelevare qualche campione di pigmento di colore, che potrebbe servire a determinare una datazione delle pitture.
Al fine di poter meglio identificare gli autori di questi sorprendenti affreschi, gli archeologi dell'Inah hanno condotto molte indagini negli archivi, nelle cronache e nei resoconti dell'epoca coloniale. Non hanno, però, trovato, nelle fonti scritte custodite negli archivi, nessuna menzione di queste comunità nomadi che sfuggirono, per quasi 200 anni, al dominio spagnolo. La stessa evangelizzazione di Burgos fu molto tarda (risale al 1750) proprio a causa dell'estrema ribellione di queste tribù.

Riccardo III rivela parte dei suoi segreti

La sepoltura e il corpo di Riccardo III (Foto: Università di Leicester)
Il corpo di re Riccardo III fu seppellito in tutta fretta, secondo uno studio recente, forse perché il suo cadavere era stato esposto per tre giorni al sole estivo.
Questa nuova ricerca è il primo articolo accademico riguardante il ritrovamento dei resti del monarca inglese, al di sotto di un parcheggio in costruzione a Leicester che, un tempo, ospitava una chiesa medioevale. L'analisi archeologica contiene alcuni dettagli, per esempio gli archeologi hanno scoperto che la fossa è stata scavata male e in tutta fretta, in netto contrasto con le tombe rettangolari, scavate in modo ordinato, che sono state trovate all'interno del perimetro della vecchia chiesa dove era sepolto anche Riccardo III.
I documenti storici rivelano che, dopo la battaglia di Bosworth in cui Riccardo III trovò la morte, la salma del re venne spogliata e portata a Leicester, dove rimase esposta al pubblico per tre giorni fino alla sepoltura, avvenuta il 25 agosto 1485. La chiesa dove venne sepolto il corpo del sovrano apparteneva ai Frati Minori e venne demolita intorno al 1585. Un ex sindaco di Leicester costruì, al suo posto, un palazzo, ma dal 1700 il terreno venne suddiviso e progressivamente venduto e si perse del tutto la localizzazione dell'antica chiesa e la memoria della sepoltura di re Riccardo III.
Il cranio identificato come quello di Riccardo III
(Foto: Università di Leicester)
Lo scavo archeologico, oltre ad aver rivelato una sala capitolare con panche in pietra e piastrelle a rombi, ha permesso di far emergere tracce del chiostro coperto e i resti della chiesa stessa, che aveva una larghezza di circa 10,4 metri. La chiesa era stata demolita ma le sepolture nel pavimento erano rimaste intatte. Tra le macerie sono state trovate piastrelle decorate e lettere in lega di rame che, forse, un tempo segnavano le tombe.
La maggior parte delle tombe presenti nel perimetro dell'antica chiesa sono state ben scavate, solo la tomba di Riccardo III risulta essere stata scavata frettolosamente ed appare troppo piccola per l'altezza del defunto. Infatti il re vi venne seppellito in posizione piuttosto scomposta, con il corpo stipato contro la parete nord e la testa piegata. Sicuramente una sepoltura così sbrigativa può essere giustificata dal deterioramento del corpo del defunto, vista la sua lunga esposizione al pubblico in piena estate. Nella tomba non vi era bara e non sono state trovate tracce di sudario, tuttavia le mani di Riccardo III sono state disposte incrociate e forse legate sul petto.
Il recente studio sulla salma ha portato in evidenza almeno dieci tracce di ferite sulle ossa di Riccardo III, dovute probabilmente agli scontri affrontati da Riccardo in battaglia. I colpi fatali sono stati portati alla parte posteriore della testa, unitamente a due ferite al viso, una alle costole ed una al gluteo, tutte portatie, probabilmente, post mortem. Riccardo III fu spogliato della sua armatura, prima di essere ferito: un gesto di umiliazione e di mancanza di rispetto nei confronti di un sovrano sconfitto.

Ritrovato un misterioso edificio vicino Betlemme


Il pilastro ritrovato vicino Betlemme

Un misterioso reperto risalente al I tempio, ritrovato sotto un frutteto palestinese vicino Betlemme, sta conquistando sempre più l'attenzione degli studiosi.
Nel febbraio di quest'anno una guida turistica, che stava effettuando una visita guidata con alcuni turisti in un tunnel sotterraneo in Cisgiordania, si è imbattuta nei resti di un pilastro scolpito. Il pilastro risalirebbe al IX-VIII secolo a.C., al tempo del I Tempio di Gerusalemme, ed è l'indizio di una struttura importante di quel periodo, rimasta finora sconosciuta, seppellita sotto terra e detriti.
Il pilastro ed i resti del misterioso edifici si trovano alla periferia di un villaggio arabo, su terreni di proprietà di un palestinese e gli israeliani avrebbero voluto tenere il più possibile nascosti sia la notizia che il luogo del ritrovamento proprio per evitare diatribe di carattere politiche.
Un'altra vista del pilastro ritrovato
La guida turistica che ha fatto l'eclatante scoperta, però, di fronte alle risposte evasive delle autorità israeliane, si è rivolta alla stampa ebraica per raccontare l'accaduto, facendo attenzione a non rivelare il luogo del ritrovamento. All'inizio di maggio, di conseguenza, i migliori archeologi israeliani sono stati inviati sul sito per ispezionarlo. Tra loro vi era Yosef Garfinkel, professore di archeologia presso l'Università Ebraica, il quale ha confermato che si tratta sicuramente di una costruzione monumentale risalente al I Tempio. La parte superiore del pilastro è scolpita in uno stile conosciuto come proto eolico, risalente a circa 2800 anni fa.
Il pilastro segna l'ingresso ad un tunnel che portava acqua, tagliato nella roccia fino ad una profondità di 250 metri. Si tratta di una struttura complessa che quasi certamente è stata commissionata e fatta costruire dalle antiche autorità di Gerusalemme, governata, all'epoca, dai re di Giuda. Il professor Garfinkel ha affermato che il tunnel scoperto fa venire in mente un altro grande progetto idrico, il Tunnel di Siloe a Gerusalemme, che attualmente giace sotto il moderno quartiere arabo di Silwan. Questo progetto si crede che risalga al re biblico Ezechia e serviva per incanalare l'acqua verso Gerusalemme in occasione dell'assedio assiro alla città nell'VIII secolo a.C.
L'esistenza di un tunnel d'acqua di tale grandezza ed imponenza, continua Garfinkel a proposito della nuova scoperta, suggerisce che nelle vicinanze doveva esserci una grande azienda o un palazzo, risalente anch'esso al IX-VIII secolo a.C.

I segreti dell'avorio fenicio


Scultura fenicia in avorio
un tempo dorato (Louvre)
Alcune sculture d'avorio, forgiate dagli antichi fenici circa 3000 anni fa hanno a lungo nascosto un segreto, malgrado fossero esposte agli occhi di tutti nei più grandi musei di tutto il mondo. Le sculture, infatti, anticamente erano dipinte con pigmenti colorati ed alcune erano addirittura decorate con oro.
I ricercatori hanno eseguito delle analisi chimiche nei laboratori francesi e tedesche che hanno evidenziato come questi reperti, risalenti all'VIII secolo a.C., recano tracce di metallo invisibili ad occhio nudo. Questi metalli si ritrovano in pigmenti comunemente utilizzati nell'antichità come il blu, il cui pigmento è a base di rame egiziano o l'ematite, alla cui base ci sono pigmenti di ferro.
La ricerca in oggetto è stata effettuata su un avorio originariamente rinvenuto in Siria ed attualmente conservata nel Museo di Stato di Baden, a Karlsruhe, in Germania. Gli studiosi pensano che gli avori fenici fossero, inizialmente, dipinti, ma ad oggi sono state esaminate solo pochissime tracce presenti sui diversi oggetti ritrovati.

Il giocatore di palla decapitato

La statua di un giocatore di palla rinvenuta dagli
archeologi dell'Inah
Durante l'installazione di una tubatura dell'acqua in un villaggio nel sud del Messico, gli operai si sono imbattuti in un'antica statua di granito raffigurante un giocatore di palla.
La statua era stata tagliata all'altezza del collo, come se fosse stata volutamente decapitata, ed è stata seppellita con un rituale molto comune all'epoca in cui è stata scolpita, circa 1000 anni fa. La statua è alta 1,65 metri, ha le braccia incrociate sul petto. Le civiltà mesoamericane avevano l'abitudine di dipingere gli oggetti, le statue, di colore rosso e di "ucciderle" rompendole in un rituale celebrato alla fine di ciascun ciclo di cui era composto il loro calendario.
La statua del giocatore di palla è stata scoperta nel sito pre-ispanico di Piedra Labrada, dal quale sono anche emersi cinque campi in cui si giocava, appunto, a palla. Gli archeologi scavano in questo luogo da circa un anno ed hanno già trovato, oltre alla statua del giocatore, 50 edifici di medie dimensioni con pareti alte fino a cinque metri ed altre 20 sculture raffiguranti teste di serpenti, lumache ed esseri umani con caratteri animali.

giovedì 23 maggio 2013

Tracce dell'antica civiltà di Dilmun

Resti del tempio di Saar, databile all'epoca Dilmun
Gli scavi archeologici in Bahrein stanno facendo luce su una civiltà molto antica, della quale ancora poco si sa: la cultura di Saar.
Il sito scavato nel Bahrein si ritiene sia uno dei siti della misteriosa civiltà Dilmun. L'insediamento si divide in due: una zona residenziale e, a poca distanza, il cimitero dove gli abitanti seppellivano i loro morti. Dilmun era una delle più importanti civiltà della regione e sorse intorno al III millennio a.C. sulla via commerciale tra la Mesopotamia e la valle dell'Indo, in Asia meridionale. Gli archeologi pensano che Dilmun avesse legami commerciali con gli antichi siti di Elam, in Oman, Alba, in Siria, e Haittan in Turchia.
Le sepolture trovate a Saar
Per ben 4000 anni il sito scoperto è stato protetto dalla terra, ma non è il più significativo avamposto della civiltà Dilmun. Sulla punta nord dell'isola, alcune spedizioni archeologiche hanno riportato alla luce sette livelli successivi di insediamenti a Qal'at al-Bahrain, il forte di Bahrain. Sotto la vasta fortezza sono state ritrovate tre città Dilmun e una città greca risalente al 200 a.C.
Il sito è impressionante: le pareti esterne racchiudono una superficie di diverse centinaia di metri quadrati. Al suo centro si trovano enormi pietre scolpite che segnano l'ingresso e le pareti di una camera contenente un altare. Accanto a quest'ultima è stata individuata un'altra struttura, identificata come una camera per i sacrifici, contenente ossa di animali anneriti e carbonizzati.
L'antico insediamento di Saar
Una rampa di gradini intagliati conduce ad una piscina profonda, con pareti in pietra, costruita sopra una delle numerose sorgenti sotterranee, in cui una delle tre principali divinità sumere, Enki, si diceva avesse vissuto.
Anticamente Dilmun era un'oasi di fertilità nel bel mezzo di una regione piuttosto desolata e tutto questo grazie alle sue sorgenti d'acqua. Proprio questa posizione eccezionale avrebbe potuto suggerire, agli antichi scrittori, che il paradiso terrestre si trovava proprio a Dilmun.
Gli scavi hanno restituito anche corredi funebri. I morti erano sepolti con utensili per il cibo, bicchieri ed oro. Sono state trovate anche delle armi. I mercanti di Dilmun avevano il monopolio del commercio del rame, un bene prezioso che veniva spedito dalle miniere dell'Oman fin verso la Mespopotamia.
L'isola ospita ben 170.000 tumuli su una superficie di 30 chilometri quadrati. La maggior parte delle sepolture risale al II e III secolo a.C., altri sono più recenti. I tumuli più antichi e più grandi, tra cui le "Tombe Reali", hanno fino a 15 metri di altezza e 45 di diametro.

Riapre il santuario di Tyche a Side

Il santuario di Tyche a Side
E' stato restaurato ed aperto ai visitatori il santuario di Tyche a Side, vecchio di 1800 anni.
Il governatore di Antalya, la regione turca in cui si trovano side e il suo santuario ha affermato che è di primaria importanza riportare alla luce i resti del passato che giacciono nel sottosuolo, aggiungendo che ci sono ancora molti monumenti da scavare, nella regione.
Nella mitologia greca Tyche era la dea della fortuna

Ripristinato l'antico teatro di Messene

L'antico teatro di Messene
L'antico teatro di Messene ha ospitato, per più di 600 anni, eventi culturali e politici. La sua arena è stata calcata da grandi uomini del passato, come Filippo V re di Macedonia e il generale Filopemene da Megalopoli. Dopo 1700 anni di silenzio, l'antico teatro di Messene riapre, quest'estate, le porte al pubblico.
Il teatro sarà inaugurato il 3 agosto con un gala lirico organizzato dalla Athens State Orchestra, diretta da Giorgos Kouroupos.
Molti dei posti del teatro sono stati rimossi durante il periodo bizantino e sono stati riutilizzati come materiale per la costruzione di templi e case. Il restauro del monumento è durato più di 20 anni. Gli archeologi sono riusciti a riunire i pezzi sparsi nelle vicinanze e hanno ripristinato più di 2.000 posti a sedere. I lavori alla cavea, però, non sono stati ancora completati e continueranno dopo l'estate. Alla fine del restauro il teatro potrà ospitare 5.000 spettatori, la metà di quelli che ospitava nel passato.
Il teatro si trova a nordovest del sito archeologico di Messene. La sua prima fase costruttiva risale al III secolo a.C.. Le pareti della scena, il proscenio e l'orchestra sono stati restaurati durante il I e II secolo d.C. ed ha ospitato sia eventi politici che culturali.

martedì 21 maggio 2013

I galli di Laodicea

Il rilievo con i galli combattenti da Laodicea
Il professor Celal Simsek ha annunciato che la sua squadra ha trovato un rilievo raffigurante due galli da combattimento durante gli scavi nell'antica città di Laodicea. Gli scavi sono iniziati nel 2003 e sono tuttora in corso.
Il rilievo è stato ritrovato nella zona nord dell'agorà. Uno dei galli ha una foglia di palma sotto di lui, il che vuol dire che è risultato vincitore nel combattimento. Sono stati ritrovati altri rilievi di animali raffiguranti pesci, maiali, leoni e delfini.
La città di Laodicea, che in origine si chiamava Diospolis, era una delle sedi principali del cristianesimo e figura tra le sette chiese dell'Asia. Si pensa che la chiesa di Laodicea sia stata fondata da Epafra di Colossi, un predicatore cristiano.

Localizzato il luogo della battaglia di Mons Graupius?

L'archeologo Mike Haseler crede di aver trovato le prove che la battaglia di Mons Graupius si è combattuta nel Moray. La battaglia di Mons Graupius fu fondamentale per l'indipendenza britannica dal potere romano.
I Romani riportarono una vittoria schiacciante, uccidendo quasi 10.000 soldati Caledoni. Nonostante le ricerche di storici ed archeologi, il luogo della battaglia non è stato mai definitivamente identificato. L'archeologo Haseler, però crede di poter provare che la battaglia si sia svolta vicino ad Elgin e ha chiesto aiuto agli esperti per esaminare quello che egli crede possa essere un forte romano.
Il resoconto della battaglia del Mons Graupius ci è arrivata attraverso lo storico Tacito

Monete africane in Australia

Le monete africane ritrovate in Australia
Cinque monete di rame potrebbero riscrivere la storia dell'Australia. Il dottor Ian McIntosh, professore di antropologia presso l'Università dell'Indiana, ha intenzione di organizzare una spedizione per esplorare la località dove sono state ritrovate le monete per verificare l'ipotesi che alcuni marinai, provenienti da paesi lontani, possano essere sbarcati in Australia molto prima di quello che si crede.
Le monete ritrovate sembrano risalire a mille anni fa e finora è un mistero come possano essere approdate su una spiaggia remota su un'isola al largo dell'Australia. Si tratta di monete africane provenienti dall'ex sultanato di Kilwa, che un tempo sorgeva su un'isola al largo della Tanzania. Kilwa era, un tempo, un fiorente porto commerciale che ebbe contatti con l'India tra il XIII ed il XVI secolo.
Il commercio di oro, argento, perle, profumi, ceramiche persiane e porcellana cinese rese la città una delle più influenti città dell'Africa orientale. Le monete di rame ritrovate sono state le prime monete coniate nell'Africa subsahariana e sono già state trovate due volte fuori dai confini africani: una volta in Oman e questa volta in Australia.

La reggia di Beowulf

Gli scavi nel villaggio di Lyminge
(Foto: W. Laing, University of Reading)
In questi ultimi sei anni, il Progetto Archeologico Lyminge ha fatto delle indagini nel moderno villaggio omonimo nel Kent, a poca distanza dalle scogliere di Dover. Ricercatori delle Università di Reading e della Kent Archaeological Society stanno indagando sul momento in cui il villaggio pagano di Lyminge si è trasformato in un importante centro monastico cristiano.
Nell'insediamento sono stati accertati resti del periodo anglosassone, del periodo pre-cristiano e del cristianesimo. Il villaggio si sta rivelando estremamente importante per comprendere lo sviluppo delle prime comunità inglesi.
La comunità cristiana di Lyminge ospitò un importante monastero comprendente una parte per monaci ed una parte per suore e risalente al VII-IX secolo d.C.. L'esistenza di questo monastero "doppio" è nota sin dalla metà del XIX secolo, quando il locale vicario nonché archeologo dilettante Canon Jenkins, scoprì i resti dell'antico complesso monastico.
Scavo della trincea della sala da banchetti
di Lyminge (Foto: University of Reading)
Attualmente gli archeologi stanno cercando di fare il possibile per ripercorrere la storia degli inizi del villaggio di coloni anglosassoni, costruito pochi decenni dopo la caduta della Britannia romana. In particolare la scoperta della grande sala per banchetti di Lyminge, risalente a 1400 anni fa, è sicuramente importantissima per delineare i contorni di questa comunità e dei suoi abitanti. La sala è stata edificata con vista sul monastero ed è la prima del suo genere ad essere scoperta, da trent'anni a questa parte, in Inghilterra.
Ampi saloni di rappresentanza, come quello appena ritrovato a Lyminge, sono solitamente associati alle élite locali che hanno giocato un ruolo importantissimo nei primi anni della società anglosassone. Qui, in sale come quella rinvenuta a Lyminge, i re ed i loro ospiti celebravano le vittorie e intessevano rapporti sociali. Qui venivano imbanditi memorabili banchetti che duravano anche giorni. Ma qui si svolgevano, soprattutto, riunioni di carattere politico, religioso e giuridico.
La sala di Lyminge è stata costruita in parte in legno ed in parte in materiale deperibile, per cui rimangono solo le trincee di fondazione e le buche per i pali. La sua pianta rettangolare misura circa 69 per 28 metri e la rende paragonabile alle più grandi sale sassoni come quella di Yeavering nel Northumberland o come Cowdery nell'Hampshire.
Resti del monastero di Lyminge (Foto: Hawkeye)
Nella sala è stato rinvenuto un oggetto importante che, probabilmente, apparteneva ad un importante guerriero sassone: un'imbracatura in lega di rame dorato per cavallo. La sua qualità nel design, nello stile e nell'esecuzione hanno fatto pensare al mitico Beowulf. Artefatti del genere sono stati frequentemente ritrovati in sepolture di guerrieri del V e del VI secolo d.C.
Sia questo ritrovamento che l'ampiezza della sala di Lyminge, fanno pensare che i nobili avessero l'abitudine di alloggiare spesso qui, in epoca pre-cristiana. Dopo due o tre generazioni, però, la sala reale fu abbandonata e su uno sperone di terra sovrastante l'antico borgo pagano, si formò una comunità attorno al monastero cristiano appena costruito.
Il poema anglosassone di Beowulf
(Foto: British Library Board/Robana/Art
Resource, NY)
Il monastero di Lyminge fu un centro estremamente importante per i primi cristiani anglosassoni. La popolazione della Britannia romana si era già convertita al cristianesimo dopo l'avvento di Costantino, ma le tribù che invasero il territorio dopo il crollo dell'impero romano erano pagane. Agostino di Canterbury, pertanto, fu incaricato dal pontefice di recarsi in Gran Bretagna per ristabilire il culto del Cristo. Il monastero di Lyminge fu fondato proprio poco dopo il suo pellegrinaggio, a volerlo fu la regina Aeethelburga, figlia del re Aethelbert di Kent, che nel 597 fu il primo re anglosassone a convertirsi al cristianesimo.
Lyminge, pertanto, divenne un centro cristiano e questo arrecò non pochi cambiamenti nella locale comunità, nel suo stile di vita e nella sua identità. Recenti scavi hanno rivelato l'esistenza di un grande granaio e di un impianto per la lavorazione del ferro di dimensioni industriali. La presenza di ossa di pesce e di altre creature marine prova che la comunità monastica era ben collegata con reti commerciali piuttosto ampie, in grado di sfruttare le risorse della costa. Questo indica, anche, l'impatto avuto del cristianesimo nella dieta locale, con l'introduzione del pesce.

Una necropoli nel centro di Manduria

La tomba messapica tornata alla luce a Manduria
Rinvenimento sensazionale a Manduria, in Puglia: una tomba messapica contenente oggetti di grande valore come corredo funerario. In particolare un askos in vernice nera e un poppatoio a forma di maialino. Sono state ritrovate anche le teste di due statuine di importazione, realizzate con la ceramica di Egnatia.
A fare la sensazionale scoperta è stato l'archeologo Gianfranco Dimitri, dello studio di Consulenza Archeologica Dàmatra di Manduria, incaricato della redazione della documentazione scientifica. Il corredo contenuto nella sepoltura messapica comprende oggetti del corredo vascolare, due kantharoi a vernice nera sovradipinti, due coppette, vari unguentari e una trozzella a decorazione geometrica.
La sepoltura è stata datata all'età ellenistica (IV-III secolo a.C.). Degli occupanti sono state trovate solo parti di due crani e si pensa che si tratti di occupanti di sesso femminile, proprio grazie alla presenza di elementi che, nei corredi, sono solitamente associati alle donne. Il contesto in cui è stata rinvenuta la tomba è composto da un'area di necropoli con strutture funerarie riservate, forse, a bambini, un'area abitativa trasformata, in tempi recenti, in una cisterna a campana per il ricovero di animali. Tutto questo contesto è rinvenuto in pieno centro urbano di Manduria.

domenica 19 maggio 2013

Le sorprese della Villa del Casale

I sandali emersi durante gli scavi alla Villa del Casale
Scavi alla Villa del Casale, in Sicilia, hanno permesso di riportare alla luce nuovi mosaici tra i quali quello che raffigura una donna, Triptona, con due sandali ad infradito. Gli scavi sono condotti dagli archeologi dell'Università di Roma "La Sapienza" in un nuovo edificio termale di epoca romana.
La scoperta più curiosa è senza dubbio un nuovo pavimento dell'edificio termale che reca un'iscrizione in tessere bianche su campo quadrato rosso. Si legge: "Treptona bibas", un'esortazione o un'acclamazione in cui "bibas" sta per "vivas", che tu viva. Il mosaico reca segni di interventi antichi, come ha evidenziato il professor Patrizio Pensabene, docente di Archeologia classica dell'ateneo romano.
I pavimenti a mosaico della celeberrima Villa del Casale hanno da sempre rappresentato uno spaccato delle tradizioni e degli usi contemporanei all'edificazione della villa imperiale, come ben dimostra la rappresentazione, appena riscoperta, dei sandali ad infradito. Ancora da scoprire un sistema di colonne monolitiche in marmo - ne sono state scoperte finora tre - con altrettanti capitelli. Gli studiosi stanno studiando la destinazione d'uso dell'ambiente, forse un ingresso monumentale alla villa imperiale. Sono stati individuati anche altri due capitelli marmorei di età imperiali reimpiegati in un muro aggiunto tra il V e il VI secolo d.C., quando l'ambiente non era più utilizzato come terme.

sabato 18 maggio 2013

Le monete di re Harald il Vichingo

Il tesoro vichingo ritrovato in Danimarca
Un ragazzo danese di 16 anni, Michael Stokbro Larsen, armato di un metal detector, ha trovato un vero e proprio tesoro in monete vichinghe in un campo nel nord della Danimarca.
Gli archeologi, intervenuti immediatamente, hanno estratto ben 365 monete di epoca vichinga, delle quali almeno 60 sono piuttosto rare. Le monete presentano un motivo a croce attribuito a re Harald Bluetooth, che si crede abbia portato il cristianesimo in Norvegia e Danimarca.

Il ritorno di Apollo Zoster

Resti del tempio dedicato ad Apollo Zoster
La penisola di Capo Zoster, in Grecia, ora conosciuta come Mikro Kavouri, protegge il porto moderno e la spiaggia di Vouliagmeni. Alle spalle della penisola, nel 1958 e nel 1959, l'allora Soprintendente alle Antichità, E. Mastrokostas, fece degli scavi di emergenza che portarono alla scoperta di una serie di resti antichi, tra i quali quelli di un forte preistorico. Ora il Consiglio Archeologico Centrale ha dichiarato quest'area sito archeologico e già si hanno preoccupazioni per la sua salvaguardia.
Uno dei monumenti più importanti presenti sull'antico Capo Zoster è sicuramente il tempio di Apollo Zoster, la cui fondazione data al VI secolo a.C.. Pausania ritiene che il soprannome Zoster derivi dalla cintura dorata - zoster in greco - che Leto, madre di Apollo, si era tolta per sfuggire all'ira di Hera, moglie di Zeus. Il tempio di Apollo è stato scoperto quando i bambini dell'orfanotrofio Vouliagmeni, giocando sulla spiaggia di Astir, sul luogo dove l'antico edificio era stato sepolto dalla sabbia, trovarono un pezzo di marmo lucido con una scritta. Gli scavi vennero effettuati nel 1926-1927 dagli archeologi Kourouniotes e Pittidis.
Il tempio di Apollo Zoster ha una struttura molto semplice e non è molto grande. La sua sezione principale è di 10,8 metri per 6, con l'ingresso rivolto ad oriente. Oltre al tempio, il sito archeologico contiene case e mura fortificate del primo periodo Elladico, una casa che si trova all'interno di un parcheggio e due torri circolari del periodo classico, una delle quali si trova all'interno dell'orfanotrofio.

Xibalba

Parte del labirinto di tunnel e templi scoperto nello Yucatan
Nella penisola dello Yucatan, in Messico, è stato individuato un labirinto di templi di pietra e di piramidi che si estende su 14 caverne, alcune delle quali sotto il livello marino. Gli archeologi si chiedono se questo complesso abbia ispirato la leggenda maya di Xibalba, dove era collocato il terribile mondo dei morti Maya.
Proprio in una caverna di questo impressionante complesso, gli archeologi hanno scoperto una strada di pietra di circa 90 metri che si interrompe di fronte ad una colonna posta davanti ad una distesa d'acqua. Probabilmente luoghi come questi, collocati nelle vicinanze di distese d'acqua, servivano allo svolgimento di complessi rituali religiosi legati alla morte, alla vita ed ai sacrifici umani.
Il complesso di caverne, tunnel e piramidi è stato scoperto nel villaggio di Tahtzibichen, vicino a Merida. Il reperto più antico ritrovato risale a 1900 anni fa. Alcune sculture recuperate durante gli scavi risalgono ad un periodo compreso tra il 750 e l'850 d.C.. Sono stati anche ritrovati resti umani e ceramiche, colonne enormi e sculture raffiguranti, presumibilmente, dei sacerdoti.
La leggenda sul mondo dell'aldilà dei Maya, descritta nel testo sacro del Popul Vuh, narra che per raggiungere Xibalba, le anime dovevano affrontare e superare un percorso intricato pieno di pipistrelli e ragni, dove colava sangue dall'alto.
William Saturno, studioso della civiltà maya della Boston University è convinto che il labirinto appena ritrovato sia stato ricostruito seguendo fedelmente quanto descritto nella leggenda di Xibalba. Per farlo gli antichi ingegneri maya dovettero immergersi e lavorare in apnea sott'acqua.
Altre entrate nel misterioso e pauroso mondo dell'aldilà maya sono state ritrovate nel nord del Guatemala e nel Belize

Mummie e inquinamento antico

Mummia dell'Oasi di Dakhleh. Il defunto è morto all'età di 20-25 anni
ed i suoi polmoni hanno mostrato danni da particolato
(Foto: Dakhleh Oasis Project)
Gli antichi egizi erano, probabilmente, esposti a qualche forma di inquinamento atmosferico. E' questa la novità che è emersa dall'esame dei polmoni di 15 mummie di nobili e sacerdoti.
Il particolato, minuscole particelle che irritano i polmoni, è stato associato ad una vasta gamma di moderne malattie sia cardiache che polmonari, nonché al cancro. Le particelle sono solitamente collegate ad attività post-industriali, come la combustione di combustibili fossili. Ma gli scienziati hanno avuto notizia del ritrovamento di queste particelle anche nel tessuto di un antica mummia ed hanno deciso di esaminare i polmoni "incriminati". I polmoni finora sottoposti ad esame hanno tutti mostrato la presenza di particolato in misura non inferiore a quello che ci si aspetta ci sia nei "moderni" polmoni.
Le mummie esaminate provengono da diversi strati della società egizia. Alcuni erano operai vissuti nella remota Oasi di Dakhleh, mentre altri erano nobili, sacerdoti o sacerdotesse. Il particolato non faceva distinzioni tra classi sociali, il che suggerisce che gli antichi Egizi dovevano soffrire di una vasta gamma di effetti negativi del particolato sulla salute, particolarmente per quel che riguarda le infezioni polmonari.
L'inquinamento da particolato era, forse, dovuto al fatto che gli antichi Egizi usavano estrarre e lavorare i metalli i quali, spesso, venivano utilizzati per cuocere i cibi e che, nel contempo, generavano inquinamento atmosferico. Se si aggiunge a tutto questo il clima desertico dell'Egitto, dove non erano rare le tempeste di sabbia, il quadro è completo, dal momento che queste ultime potevano trasportare particelle di terra e sabbia facilmente inalate.

Nacite nell'Egitto romano

La sepoltura di un bambino nell'antico cimitero dell'Oasi di Dakhleh
(Foto: Lana Williams)
Il periodo migliore per concepire, nell'antico Egitto, era luglio e agosto, quando il calore era al suo culmine. E' questa la scoperta fatta dagli archeologi esaminando i resti del cimitero dell'Oasi di Dakhleh, in Egitto, le cui sepolture risalgono a 1800 anni fa. L'oasi si trova a circa 720 chilometri dal Cairo.
Le persone sepolte nel cimitero dell'oasi vivevano nell'antica città di Kellis, che ospitava diverse migliaia di inumazioni. Queste persone hanno vissuto durante il dominio romano in Egitto, quando il cristianesimo andava diffondendosi malgrado la tenace resistenza delle credenze religiose egizie.
I ricercatori finora hanno scoperto 765 tombe tra le quali figurano quelle di circa 124 individui nati tra le 18 e le 45 settimane dopo il concepimento. Le sepolture erano orientate verso il sole nascente.
Combinando le diverse informazioni tratte dal sito e dall'esame dei resti umani, gli archeologi e gli antropologi hanno ipotizzato che il picco delle nascite, nella località, era tra marzo e aprile, mentre il periodo del concepimento era tra luglio e agosto, quando le temperature, nell'Oasi di Dakhleh, possono raggiungere facilmente i 40 gradi.
Resti di sepolture dell'antico cimitero dell'Oasi di Dakhleh
(Foto: Lana Williams)
Il periodo, invece, in cui le donne in età fertile morivano maggiormente era marzo e aprile, al pari del periodo delle nascite, ed indica che molte donne morivano di parto. Concepire un bambino in Egitto nel periodo estivo poteva dipendere da credenze religiose tradizionali sulla fertilità e le inondazioni del Nilo. Gli abitanti dell'Oasi di Dakhleh credevano che le inondazioni del Nilo erano fondamentali per la fertilità della loro terra. Si trattava di una comunità cristiana che conservava, però, ancora le antiche tradizioni egizie.
Al contrario dell'estate, il periodo intorno a gennaio sembrava essere sconsigliato per concepire un bambino. Questo era, forse, dovuto alle credenze introdotte dal cristianesimo per cui era vietato fare sesso durante alcuni periodi come l'Avvento e la Quaresima. I testi antichi indicano che i primi cristiani d'Egitto dovevano evitare di avere rapporti sessuale di sabato, di domenica, il mercoledì e il venerdì, nei primi 40 giorni di Quaresima e prima delle feste principali.
Erano in uso, per questo, una certa forma di contraccettivo. Le ricette del papiro medico di Kahun, risalente a circa 3800 anni fa, includevano strani intrugli come quello a base di sterco di coccodrillo e miele, per esempio. Non è ben chiaro, dallo scritto, come dovessero essere introdotti nel corpo, probabilmente l'intruglio di per sé era già sufficiente a scoraggiare anche l'amante più focoso. Certamente, hanno osservato i ricercatori, se si considera l'alto contenuto di acido dello sterco di coccodrillo unito alle qualità antibatteriche del miele, c'era davvero la possibilità che questo strano rimedio funzionasse.

venerdì 17 maggio 2013

L'alba dell'uomo nella Valle Giumentina

La Valle Giumentina, in Abruzzo
Si sta svolgendo la seconda campagna di scavo archeologico nella Valle Giumentina, nel comune di Abbateggio, in Abruzzo. Ad operare sul posto, in un progetto multidisciplinare e multiculturale, ci sono gli specialisti del Paleolitico dell'Ecole Française de Rome, dell'Università di Siena-Parigi e dell'Università di Parigi. Studenti e ricercatori di diverse Università lavoreranno assieme fino al 5 giugno prossimo per ricostruire la storia dei primi uomini che abitarono l'Abruzzo tra 300.000 e 40.000 anni fa.
La Valle Giumentina fu esplorata, negli anni '50 del secolo scorso, dal professor Antonio Mario Radmilli e dal geologo Jean Demangeot evidenziando subito la sua importanza come sito della Preistoria e del Quaternario italiano ed europeo. La valle era occupata da un lago, ora scomparso, sulle cui sponde gli uomini primitivi si dedicavano alla caccia, alla pesca e alla lavorazione della pietra.
Nella valle è stata aperta una trincea di scavo di 20 metri quadrati, suddivisa successivamente in strati, che i ricercatori stanno indagando. L'indagine sul campo si accompagna a quella in laboratorio, dove vengono analizzati i sedimenti della stratificazione della Valle Giumentina, contenenti, tra le altre evidenze, pollini e molluschi, muti testimoni delle variazioni climatiche intercorse nei millenni.

Ritrovati i resti di un soldato in Egitto

Lo scheletro ritrovato a Hisn al-Bab, in Egitto
Il dottor Ahmed Essa, ministro egiziano di stato per le Antichità, ha annunciato la scoperta dello scheletro di un giovane soldato nel sito tardo romano di Hisn al-Bab, a sud di Assuan.
A fare la scoperta la missione dell'Istituto Archeologico austriaco diretta dalla dottoressa Irene Forstner-Muller. E' stata anche scoperta una costruzione residenziale risalente, con tutta probabilità, alla Dinastia Heracliana (610-695 d.C.).
Il dottor Essa ha affermato che lo scheletro si trova in buone condizioni di conservazioni e che è stato già effettuato uno studio preliminare delle ossa, dal quale si è potuto capire che l'uomo prestava servizio da lungo tempo e che è morto ad un età compresa tra i 25 ed i 35 anni. Probabilmente si tratta di un soldato egiziano dalle origini nubiane assoldato nell'esercito romano.
L'uomo è stato ucciso da una ferita inferta con una sorta di pugnale all'inguine. Il corpo è stato sepolto subito dopo la morte dalle rovine della fortezza, attaccata durante un conflitto i cui contorni non sono ancora ben chiari e che si spera di appurare quanto prima. Ad una prima analisi potrebbe trattarsi di uno dei conflitti scoppiati all'indomani della conquista araba dell'Egitto.
La missione archeologica austriaca ha anche riportato alla luce un ambiente destinato a cucina, con un gran numero di ceramiche in frantumi che costituivano, un tempo, i recipienti in cui si conservavano olive e resti di piante.

L'area sacra di Sant'Omobono, gli déi prima di Roma

Acroterio della statua di Athena
Il Foro Olitorio a Roma era anticamente una piazza dove si vendevano le verdure. Proprio nel Foro Olitorio sorgeva l'area più sacra di Roma, i cui ruderi sono tuttora visibili: l'area sacra di Sant'Omobono.
L'area prende attualmente nome dalla vicina chiesa, posta in posizione elevata rispetto ai resti archeologici. Questi ultimi sono, per la verità, piuttosto scarsi e confusi, ma questo non deve trarre in inganno chi si sofferma a guardarli. Qui sono stati ritrovati, nel corso degli scavi archeologici fatti durante un lungo lasso temporale, frammenti ceramici dell'Età del Bronzo che facevano parte della terra utilizzata per sopraelevare l'area sacra. I frammenti, però, è stato appurato, venivano dal vicino Campidoglio dove vi era un insediamento cosiddetto "appenninico", vale a dire un insediamento che ospitava pastori seminomadi, ai quali appartenevano alcuni oggetti ritrovati in zona: vasi fatti a mano senza l'uso del tornio, bollitoi e fornelli. Il non lontano Foro Boario, in cui gli antichi pastori convenivano per pascolare il bestiame durante il periodo estivo e per rifornirsi di sale dal Tevere, divenne ben presto un vero e proprio mercato, prima ancora che nelle vicinanze venisse insediato un centro urbano. Proprio il Foro Boario è il sito più antico di Roma, frequentato antecedentemente la fondazione di Roma nel 753 a.C. La vicinanza dell'Isola Tiberina, infatti, già in periodo arcaico aveva favorito il formarsi di un'area destinata allo scambio delle merci, un vero e proprio mercato, posto sulla riva sinistra del Tevere, tra Campidoglio ed Aventino. Qui arrivarono anche mercanti Greci intorno ai primi anni dell'VIII secolo a.C.. Qui, sotto Servio Tullio (578-534 a.C.), si procedette ad una razionale sistemazione dell'ansa naturale del Tevere nota come Portus Tiberinus, uno scalo portuale sul fiume che sorgeva dove, attualmente, è presente il palazzo dell'Anagrafe.
Fu proprio Servio Tullio a volere la costruzione dei santuari di Fortuna e Mater Matuta, scavati nell'area sacra di Sant'Omobono. Oltre a questi importantissimi templi, il re fece costruire un altro edificio sacro dedicato a Portunus, la divinità del porto fluviale di Roma. Il tempio, tuttora visibile, ha pianta rettangolare e per molti anni è stato indicato erroneamente come Tempio della Fortuna Virile. Più a sud sorge, invece, il Tempio di Ercole Olivario, un tempo creduto di Vesta a causa dell'insolita forma circolare.
La divinità nazionale greca, Eracle, era molto presente in questa parte dell'antico centro di Roma, proprio a causa dello scalo fluviale dove affluivano merci e mercanti dalla Grecia. L'Ara Maxima di Ercole, il grande altare più volte restaurato nell'antichità e del tutto invisibile al giorno d'oggi, è stato individuato, infatti, in un grande basamento in tufo del II secolo a.C. visibile nella cripta della chiesa di Santa Maria in Cosmedin.
L'area sacra di Sant'Omobono
Tornando all'area sacra di Sant'Omobono, i primi lavori per liberare la zona dalla terra che vi si era accumulata nei secoli cominciarono nel 1937, quando si diede il via ad una serie di progetti che volevano la realizzazione di un nuovo edificio comunale proprio nei pressi. Gli sterri portarono alla scoperta di una grande platea in blocchi di tufo di 50 metri per lato. Sopra questa platea vi erano i resti di due templi di età repubblicana, quelli di Fortuna e Mater Matuta, appunto, come erano chiamati dalle fonti. Sondaggi effettuati sulla platea rivelarono una situazione complessa e ricca di materiali arcaici che furono recuperati malgrado la difficoltà di scavo dovuto alla notevole profondità alla quale giacevano i reperti e alla presenza di una falda acquifera sotterranea.
Lastra di rivestimento con sfilata di carri
dall'Area sacra di Sant'Omobono
Il livello più antico fu individuato dagli studiosi in base ai resti di una capanna che ricordava quelle di VIII secolo a.C. rinvenute sul Palatino e realizzata in legno ed argilla. Nel VII a.C. la zona dove sorgeva quest'abitazione venne destinata ad area di culto, con altari e una fossa sacrificale in cui sono state trovate numerose ossa animali. Dalla medesima fossa è emerso un frammento di vaso con iscrizione etrusca, forse la più antica ritrovata a Roma, che ricorda il nome di un aristocratico etrusco "araz silqetenas spurianas". Nel 580 a.C. furono costruiti, in quest'area, due templi, dei quali solo uno è stato trovato.
Placchetta d'oro a forma di felino dall'Area sacra
di Sant'Omobono (manifattura etrusca)
Sono state distinte, in base ai resti architettonici, due fasi dei templi che, secondo l'uso etrusco-italico, avevano un alto podio in tufo, la struttura in legno, le pareti in mattoni crudi e una sola cella. L'edificio più antico aveva, nel frontone, alcune placche in terracotta con felini, che sono state ritrovate, sullo stile del tempio di Artemide a Corfù, testimonianza dei frequenti rapporti con il mondo greco. Alla seconda fase costruttiva sono da attribuire due statue in terracotta di dimensioni di poco inferiori al vero. Si tratta di due figure delle quali una priva di testa e ornata della leonté, la pelle di leone annodata sul petto che è il carattere distintivo di Eracle. La seconda statua, collegata tramite un braccio alla prima, raffigura Athena, con l'elmo ionico sulla testa e nella mano destra una lancia. La tecnica delle due statue è raffinata per l'epoca e suggerisce l'influenza di maestranze greche con influssi fenici. Alcuni studiosi sostengono che le due statue facessero parte di un acroterio (il culmine del tetto di un tempio) mentre altri pensano che entrambe appartenessero ad un donario. Il professor Coarelli attribuisce ad Astarte la statua femminile. La dea era onorata anche a Pyrgi dove era assimilata all'etrusca Uni e chiamata, in una delle lamine auree qui ritrovate nel 1964, Unialastrus, risultato dell'unione dei nomi di Uni ed Astarte.
Statue di Eracle e Athena (o Artemide)
Sul finire del VI secolo a.C. il tempio venne distrutto e, dopo un secolo circa di abbandono, l'intera area venne rialzata artificialmente di quasi 4 metri per ricostruire i due templi arcaici, identici nelle dimensioni e perfettamente simmetrici, di Fortuna e Mater Matuta. L'orientamento, però, era leggermente differente rispetto ai primitivi edifici sacri. Quest'intervento è stato attribuito a Furio Camillo ed è successivo alla presa di Veio del 395 a.C..
Nel 213 a.C. un incendio devastò l'area distruggendo nuovamente i templi, che furono ricostruiti nell'anno successivo. L'ultima ricostruzione storica è datata all'epoca di Adriano (117-138 d.C.). Ad essa appartengono materiali edili in travertino pertinenti i templi e la pavimentazione antistante gli stessi. Sempre durante il periodo imperiale furono costruite, nelle zone adiacenti, delle insulae commerciali. Il Medioevo, purtroppo, non è sufficientemente documentato perché molti resti sono andati distrutti durante gli sventramenti degli anni Trenta.
Mater Matuta, alla quale era dedicato uno dei templi dell'Area sacra di Sant'Omobono, fu introdotta in tempi arcaici nel calendario romano a testimonianza della grande considerazione di cui godeva questa divinità. Si tratta di un'antichissima divinità dell'Aurora, alla quale è collegata l'idea della nascita e della luce. Il termine Matuta è collegato con matutinus, del mattino, ma anche a maturus, vale a dire la funzione materna e matronale che legava la divinità alla crescita dei feti e delle spighe. In tempi arcaici Mater Matuta era accompagnata dalla Mamma Mammosa detta anche Mammona. La Mamma Mammosa era la parte invisibile della dea.
Raffigurazione di Mater Matuta dal
Museo di Chianciano
Un'altra valenza di Mater Matuta era quella di protezione dei fanciulli (kourotrophos), che la identificava con un'altra divinità, la marina Ino-Leukothea. Questa, per sottrarre il figlio Palaimon-Melikertes alla follìa omicida del marito, si gettò in mare ed arrivò, dalla Grecia, sulle rive del Tevere. Qui madre e figlio furono accolti da Eracle e dalla ninfa Carmenta e vennero adorati con i nomi di, rispettivamente, Mater Matuta e Portunus. L'11 giugno, in onore di Mater Matuta, Roma celebrava i Matralia, dai quali erano escluse le donne in condizione servile, con la confezione del pane testuacium, una focaccia non lievitata cotta su lastre infuocate di terracotta dalle matrone. Queste ultime, sempre durante i Matralia, dovevano pregare per i figli delle sorelle per propiziare la fertilità delle donne sposate e consanguinee.
In un secondo tempo a Mater Matuta venne associata, come appare nell'Area sacra di Sant'Omobono, la dea Fortuna, una divinità nubile il cui culto, al contrario di quello di Mater Matuta, era aperto anche alla classe servile. L'associazione tra le due divinità affonda alle radici stesse dell'antico significato di Fortuna come protettrice della maternità e delle nozze. Solo in seguito la divinità perse queste caratteristiche per divenire la dea della buona sorte.
Area sacra di Sant'Omobono, la chiesa di Sant'Omobono
La chiesa di Sant'Omobono doveva essere, nei piani della risistemazione dell'area di epoca fascista, demolita. Essa occupa la cella di uno dei templi dell'area sacra, quello dedicato a Mater Matuta, avendo, però, un orientamento inverso rispetto a questa. Durante gli scavi del 1985, operati dalla Soprintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma, sotto il pavimento della chiesa e sotto gli strati di riempimento del XIV-XV secolo, si sono trovate conferme al fatto che la chiesa attuale è collocata sulle murature perimetrali della cella del tempio, in opera quadrata di travertino. All'interno della cella templare è stato, poi, ritrovato un pavimento musivo di età adrianea in tessere bianche. Il pavimento è stato, in seguito, ricoperto di lastre di marmi pregiati di reimpiego (pavonazzetto, cipollino, marmo africano, granito e giallo antico). Probabilmente qui venne installato un primo culto cristiano già nel VI secolo a.C., poiché sono ritornate alla luce le tracce di una schola cantorum proprio sul cocciopesto di preparazione del mosaico adrianeo.
L'edificio religioso che precedette l'attuale chiesa di Sant'Omobono è menzionato per la prima volta in un documento del 1470 con il nome di S. Salvatore in Portico. La chiesa venne completamente ricostruita nel 1472 al di sopra dei resti del tempio di Mater Matuta e solo nel 1575 venne dedicata a Sant'Omobono, protettore dei sarti. L'area sacra, dunque, tornò ad essere quello che era sempre stata, un'area dedicata al culto, una destinazione d'uso rimasta immutata in tanti secoli della storia dell'Urbe.

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