domenica 27 aprile 2014

Il Cristo di Ossirinco

Il dipinto del giovane benedicente ritrovato ad
Ossirinco (Foto: Societat Catalana d'Egiptologia)
Una squadra di archeologi catalani, tornati nell'antica città di Ossirinco, hanno dissepolto una struttura sotterranea con sepolture che risalgono al VI-VII secolo d.C.. Queste sepolture sono decorate con immagini di un gruppo che aderiva al cristianesimo primitivo d'Egitto, una di queste immagini potrebbe essere la prima rappresentazione mai ritrovata di Gesù.
Il capo della spedizione iberica, Josep Padrò, ha trascorso oltre venti anni a scavare in questa zona ed ha descritto come "eccezionale" il ritrovamento avvenuto in questi giorni. Le sepolture apparterrebbero ad uno scriba e alla sua famiglia di sacerdoti. Anche le autorità egiziane si sono dimostrate sorprese dal ritrovamento ed hanno affermato di voler presto predisporre un piano per lo sviluppo del sito archeologico.
Il Professor Padrò ha descritto la struttura in pietra ritrovata nel sottosuolo come eccezionalmente ben conservata anche se ne è sconosciuta la destinazione. Sono state rimosse ben 45 tonnellate di roccia per ritrovare questi tesori nascosti, un'impresa che ha richiesto la presenza di un architetto e di un ingegnere. Sulle pareti della stanza sepolta gli archeologi hanno ritrovato ben cinque o sei strati di pittura, l'ultimo dei quali risaliva al periodo copto, quando si cominciavano a formare le prime comunità cristiane d'Egitto. Tra i motivi vegetali e le iscrizioni è emersa la figura di un giovane dai capelli ricci, vestito con una corta tunica, la mano sollevata in un gesto che sembra essere una benedizione. Il Professor Padrò ritiene si tratti di una delle prime raffigurazioni del Cristo.
Attualmente la figura dipinta è stata accuratamente protetta, mentre gli archeologi cominciano a tradurre le iscrizioni che la circondano e a scavare un'altra struttura non ben identificata, connessa alle tombe appena ritrovate attraverso una serie di passaggi piuttosto mal conservati.

Cahokia, la più antica città del Nord America

L'insediamento precolombiano di Cahokia, la più grande
città del Nord America (dipinto di Lloyd K. Townsend - Foto
concessa da: sito storico di Cahokia Mounds State, Illinois)
Una delle prime città nordamericane abbandonata misteriosamente. La più grande.
Può trattarsi di una inondazione devastante del fiume Mississipi? Un'inondazione avvenuta 800 anni fa? Così sembrerebbe suggerire uno studio recente.
Nella regione paludosa vicino a Cahokia, nell'Illinois, sorgeva una città che era tra le più potenti e popolate del nord del Messico del 1200 d.C.. Qui sono stati ritrovati indizi sepolti di un'inondazione che deve aver distrutto raccolti e case di una città di quasi 20.000 abitanti. I ricercatori che stanno studiando i campioni di polline e di semi agricoli di Cahokia, infatti, sembra che abbiano scoperto le tracce di questa antica inondazione: uno strato di limo di 19 centimetri di spessore, datato al 1200 d.C., con uno scarto di più o meno 80 anni.
La città che qui sorgeva, Cahokia, non fu completamente abbandonata, almeno fino al 1350, ma quest'alluvione deve essere rimasta profondamente impressa negli animi degli antichi abitanti. La città sorgeva, con tutta probabilità, dove attualmente si trova St. Louis e si estendeva su circa 16 chilometri quadrati di  terreno, come l'attuale New York City. Era un centro artistico e culturale, dove confluivano materie prime da tutto il Nord America. Nei dintorni vi erano vasti campi dove si coltivavano mais, zucche, girasoli ed orzo e dove si allevava il bestiame.
La posizione di Cahokia quasi alla confluenza dei grandi fiumi, l'ha resa un centro di scambi e di passaggi di eccezionale importanza nell'arco di 2000 anni. I ricercatori hanno scoperto, attraverso lo studio dei pollini, che la città venne progressivamente abbandonata anche a causa della rapida deforestazione delle zone circostanti. La coltivazione del mais, in questa regione, ha raggiunto il suo apice tra il 900 e il 1200 d.C., quando anche la cultura di Cahokia era al suo culmine. La crisi nella coltivazione del mais si verificò intorno al 1350 d.C., mentre la deforestazione arrivò al culmine con l'arrivo degli Europei.
Nessuno, finora, è in grado di dire dove i membri della cultura di Cahokia si siano rifugiati all'indomani dell'abbandono della città.

giovedì 24 aprile 2014

I segreti di re Erik di Svezia

Il teschio e la corona di re Erik di Svezia (Foto: Bertil Ericson/TT)
Gli scienziati hanno aperto la teca in cui, da 850 anni, sono custoditi i resti del re svedese Erik il Santo, nella speranza di avere qualche elemento in più per conoscere la vita e le abitudini alimentari del sovrano.
L'urna custodiva le ossa di Erik con una corona di rame dorato decorata di pietre semi-preziose. Si tratta della più antica corona reale medioevale ritrovata in Svezia. Tra le ossa è stato ritrovato un piccolo sacchetto contenente quel che si crede essere stata la clavicola del sovrano, recante la chiara evidenza di un colpo di spada. La leggenda vuole che questa ferita mortale sia stata inferta al re nel 1160. Altri pensano che il sovrano svedese sia stato preso prigioniero e decapitato una settimana dopo. In entrambi i casi la spada colpì la clavicola.
Una squadra di scienziati, provenienti dalla vicina Università di Uppsala, esaminerà le ossa per determinare la salute del re, la sua ascendenza e anche le abitudini alimentari. Quello che Erik mangiava dovrebbe indicare anche il luogo in cui abitava. La corona reale sarà esposta nella cattedrale di Uppsala a giugno, insieme ad altri reperti provenienti dalle diverse chiese della città.

Riemergono sepolture dalle sabbie d'Egitto

I sarcofagi ritrovati ad Al-Bahnasa (Foto: english.ahram.org.eg)
Due tombe della XXVI Dinastia sono stati scoperti ad Al-Bahnasa, un sito archeologico del Medio Egitto. Le tombe contenevano, oltre alle mummie dei defunti, monete e pesci, anche mummificati. La scoperta è stata fatta da una squadra di archeologi franco-egiziana.
Anticamente Al-Bahnasa era conosciuta con il nome di Pr-Medjet e in epoca romana fu famosa con il nome di Ossirinco. Secondo le dichiarazioni delle autorità, una delle sepolture appartiene ad uno scriba il cui nome non è stato ancora identificato, ma del quale è chiara l'importanza e l'influenza nella storia dell'Egitto del suo tempo. Accanto alla sua mummia sono stati trovati un calamaio di bronzo e due penne di bambù in ottime condizione di conservazione.
Alì El-Asfar, capo del settore Antichità dell'Antico Egitto del Ministero delle Antichità, ha spiegato che sono stati ritrovati anche numerosi pesci mummificati, all'interno della tomba dello scriba, ed anche un coperchio di un vaso canopo. "E' la prima volta che si trovano pesci mummificati all'interno della tomba", ha detto El-Asfar.
La seconda sepoltura appartiene ad un sacerdote capo di una famiglia in cui molti dei membri erano sacerdoti del tempio di Osirion. Questo tempio è stato scoperto recentemente a due chilometri ad ovest della tomba del sacerdote. Sono stati trovati anche molti sarcofagi in pietra, alcuni dei quali in frantumi, con vasi canopi in alabastro scolpito recanti testi geroglifici ed una collezione di statuette osiriache in bronzo. La tomba del sacerdote custodiva anche una tesoretto di monete di bronzo.

L'Egitto e l'eruzione di Thera

Due studiosi della University of Oriental Institute di Chicago sono convinti che i modelli climatici inusuali descritti nella Stele della Tempesta siano il risultato della catastrofica eruzione del vulcano di Thera (l'attuale isola di Santorini nel Mar Mediterraneo).
Dato che geologia e meteorologia hanno concluso che eruzioni vulcaniche massive possono avere effetti significativi sulle condizioni del tempo atmosferico, l'esplosione di Thera ha probabilmente fatto sentire i suoi effetti anche in Egitto.
L'evento vulcanico, noto anche come "Eruzione Minoica", fu una delle più grandi eruzioni accadute sulla terra documentato storicamente. Secondo alcuni studiosi, l'eruzione fu così catastrofica da aver ispirato certi miti greci e forse, anche se meno probabile, le stesse idee di Platone su Atlantide.
La nuova traduzione suggerisce che il faraone Ahmose governasse l'Egitto in un momento molto più vicino all'eruzione di Thera, una scoperta che potrebbe portare ad un ripensamento sulla cronologia di un momento cruciale della storia dei grandi imperi dell'Età del Bronzo. La ricerca, di cui da notizia lo stesso sito dell'Università, è stata pubblicata sul Journal of Near Easter Studies.
I frammenti della Stele della Tempesta furono trovati da un gruppo di archeologi francesi tra il 1947 e il 1951 e fanno parte di una stele risalente al regno del faraone Ahmose, il primo della XVIII Dinastia. I blocchi furono rinvenuti a Tebe, la moderna Luxor.
Se gli sconvolgimenti climatici riportati nella stele non descrivono le conseguenze della catastrofe di Thera, allora la sua datazione è contemporanea al regno di Ahmose, intorno al 1550 a.C.. Se invece i fatti riportati dalla stele sono quelli causati dall'eruzione minoica, allora significa che il regno di Ahmose deve essere anticipato di 50 anni.
Nel 2006, infatti, i test al radiocarbonio eseguiti su un albero di olivo sepolto sotto i residui di origine vulcanica, collocano l'eruzione di Thera al 1621-1605 a.C.. Secondo gli studiosi, la datazione rivista del regno di Ahmose aiuta ad incastrare in maniera più logica le date di altri eventi del Vicino Oriente Antico.
Ad esempio, si riallineano le date di eventi importanti come la caduta dei Cananei e il crollo dell'impero babilonese, spiega David Schloen, professore associato presso l'Istituto Orientale: "Questa nuova informazione potrebbe fornire una migliore comprensione del ruolo dell'ambiente nello sviluppo e nella distribuzione degli imperi nel Medio Oriente".
Per molto tempo i ricercatori hanno considerato quanto riportato dalla Stele della Tempesta solo un racconto metaforico che descriveva l'impatto dell'invasione degli Hyksos. Tuttavia la traduzione di David Ritner indica definitivamente che il testo riporti la descrizione degli effetti degli eventi climatici causati dall'eruzione di Thera.
E' importante sottolineare che il testo si riferisce a eventi che interessano sia la regione del Delta che la zona dell'Egitto più a sud lungo il Nilo. "Si trattava chiaramente di una tempesta straordinaria, molto diversa dalle forti piogge che l'Egitto riceve periodicamente", spiega Ritner.
(Fonte: Il Navigatore Curioso)

La Stele della Tempesta è antica di 3500 anni, si tratta di un'iscrizione frammentaria (40 righe) riportata su un blocco di calcite.

venerdì 18 aprile 2014

Nuove scoperte ad Ostia antica

Le nuove scoperte effettuate ad Ostia
(Foto: Digital Globe/Inc/Portus Project)
I ricercatori delle Università di Southampton e di Cambridge hanno scoperto una nuova sezione del muro di cinta dell'antico porto romano di Ostia. La scoperta dimostra che la città era molto più estesa di quanto si fosse creduto finora.
Un gruppo di archeologi, guidato dal Professor Simone Keay, dell'Università di Southampton e dal Professor Martin Millet, dell'Università di Cambridge, ha condotto un sondaggio in una zona compresa tra Ostia e Portus, a pochi chilometri da Roma. Il sondaggio è stato condotto in collaborazione con la British School at Rome e la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma.
Finora gli studiosi hanno creduto che il Tevere determinasse il confine settentrionale di Ostia. Questa nuova ricerca e le scoperte alle quali ha portato ha dimostrato che le mura di Ostia proseguivano sull'altro lato del fiume. Questa zona era fornita da tre enormi magazzini precedentemente sconosciuti, il più grande dei quali era delle dimensioni di un campo da calcio.
Il Tevere, dunque, attraversava Ostia antica, anziché segnare il suo confine settentrionale e lungo la sponda settentrionale del fiume, la presenza di magazzini conferma la fiorente attività commerciale e il notevole traffico fluviale. Le indagini hanno anche appurato che la cinta muraria di Ostia era intervallata da grandi torri spesse diversi metri per un percorso di circa mezzo chilometro.

Il teatro sotto Palazzo Vecchio

Gli scavi sotto Palazzo Vecchio a Firenze
(Foto: Ansa)
Gli archeologi che si stanno occupando di un antico teatro romano i cui resti sono stati scoperti sotto Palazzo Vecchio a Firenze, hanno scoperto un vomitorium, vale a dire un corridoio utilizzato, un tempo, dai 15.000 frequentatori del teatro nel I e II secolo d.C.
Tra gli ultimi ritrovamenti effettuati presso il sito posto nel cuore di Firenze, vi sono i pavimenti originali in pietra dipinta, posti nel cerchio esterno del teatro, già scavati nelle campagne precedenti. Sono riemerse anche le tubature che fornivano acqua e quelle che consentivano lo smaltimento dei rifiuti del teatro, così come i resti delle fondamenta delle mura utilizzati per creare un salone cinquecentesco.
Il teatro romano fu in origine costruito per ospitare 7.000 persone, ma nel suo massimo splendore (I-II secolo d.C.) arrivò ad ospitarne fino a 10.000-15.000. I resti del teatro coprono una vasta porzione degli scavi condotti al di sotto del Palazzo Vecchio e del Palazzo Gondi. Il teatro fu in uso fino al V secolo d.C. prima di venire definitivamente abbandonato.

Arsenico e vecchie... mummie

Una delle mummie analizzate (Foto: Ioanna Kakoulli, Ucla)
Diversi esponenti della cultura Inca e Chinchorro, entrambe presenti nel nord del Cile, soffriva di avvelenamento da arsenico, a causa del consumo di acqua contaminata.
Analisi effettuate sui resti di mummie di queste due civiltà hanno accertato alte concentrazioni di arsenico nei campioni di capelli di mummie provenienti sia dall'altopiano che dalla costa. I ricercatori hanno potuto accertare che l'alta concentrazione di arsenico era dovuto all'acqua potabile che veniva utilizzata anche per irrigare i campi coltivati. L'arsenico era riversato nell'acqua a causa dell'estrazione di rame dagli altopiani.
A differenza di altri campioni biologici, come le ossa e il tessuto cutaneo, che cambiano nel corso del tempo, i capelli rimangono stabili e questa caratteristica, unitamente al tasso di crescita costante del capello, significa che quest'ultimo può fornire una registrazione cronologica delle sostane che, in vita, circolavano nel sangue.
Gli scienziati hanno analizzato i campioni di capelli delle mummie appartenenti alle popolazioni precolombiane che vivevano nel deserto di Atacama, in Cile, tra il 500 e il 1450. I resti hanno mostrato la presenza di avvelenamento cronico che ha portato i ricercatori a credere che queste popolazioni consumassero acqua contaminata con arsenico. Purtroppo, però, non sono ancora in grado di stabilire se l'arsenico sia stato ingerito oppure provenga da una contaminazione esterna.

Priima che Roma fosse...

Vestigia del santuario del Lapis Niger (Foto: Wikipedia)
Secondo una convenzione storica, il prossimo 21 aprile Roma compirà 2767 anni. Pare, però, che questa sia pur rispettabile età debba essere rivista, al rialzo, per la precisione. Roma avrebbe ben duecento anni più di quanto finora si è sempre pensato.
Questa è la scoperta effettuata dagli archeologi in anni di scavi e di studi del materiale reperito dal Lapis Niger, il monumento che si trova nella piazza del Comizio, di fronte alla Curia del Senato. Un santuario arcaico che ricorda il luogo dove venne sepolto il fondatore di Roma, Romolo. Qui sono state ritrovate strutture murarie in blocchi di tufo risalenti ad oltre 900 anni prima della nascita di Cristo. Strutture destinate a contenere le intemperanze di un piccolo fiume, lo Spino, affluente del Tevere, le cui acque erano alimentate da una falda acquifera sotto il colle del Campidoglio.
Accanto ai resti del muro sono ritornati alla luce frammenti di ceramiche e resti di cereali, a dimostrazione che quest'area era frequentata molto prima della "favola" della nascita di Roma. Ci sono voluti cinque anni di scavo all'archeologa Patrizia Fortini, responsabile del Foro Romano per la Soprintendenza ai Beni Archeologici di Roma, per ottenere questi risultati importantissimi. "Strategico è stato proprio l'esame del materiale ceramico rinvenuto che ci permette oggi di inquadrare cronologicamente la struttura muraria tra il IX a.C. e gli inizi dell'VIII secolo, in un momento, quindi, antecedente alla fondazione di Roma così come viene attestata dalla tradizione", ha dichiarato la Dottoressa Fortini.
La scoperta è dovuta anche ad una coraggiosa opera di ristudio di tutta l'area monumentale del Lapis Niger. Innanzitutto gli archeologi hanno ripreso in mano la documentazione disponibile, per la maggior parte inedita, lasciata dall'archeologo Giacomo Boni, che scavò il Foro Romano tra il 1899 e il 1901, e da Pietro Romanelli e Maria Squarciapino, che ripresero le indagini negli anni '50. Si tratta di un vero e proprio patrimonio di scavi, disegno e fotografie aree. La tecnologia ha permesso, poi, di attualizzare quanto scoperto negli anni passati.
Sono stati ritrovati, in questo modo, oggetti in miniatura, coppette in bucchero, piccole olle d'impasto, focaccine e un piccolo unguentario a testa umana, oltre che frammenti di ossa e di bronzo. Tutto materiale che conferma la datazione del Lapis Niger al VI secolo a.C.. Le murature di IX secolo a.C. sono la dimostrazione della prima ristrutturazione di quella che sarà la zona in cui sorgerà il Lapis Niger.

domenica 13 aprile 2014

La nuova vita di Pyrgi

Altorilievo frontale del Tempio A di Pyrgi
(Foto: villagiulia.beniculturali)
Il santuario di Pyrgi, vicino Cerveteri, di cui era il porto in epoca etrusca, fu frequentato ininterrottamente a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C.. Tracce di queste antiche frequentazioni sono state individuate durante gli scavi che hanno interessato l'area urbana di Pyrgi tra il 2003 e il 2013.
Gli scavi hanno anche permesso di capire meglio le fasi tardo-antiche e altomedioevali finora poco conosciute. Gli archeologi, in particolare, hanno scoperto la chiesa paleocristiana di S. Severa che, con il suo battistero, è una delle più antiche presenze cristiane sul litorale nord di Roma. Il culto di questa santa, le cui origini storiche risalgono al V secolo d.C., era stato ritenuto "indegno", un tempo, persino dalla stessa Chiesa.
Gli scavi hanno interessato anche parti dell'abitato etrusco e tracce di un probabile tempio che doveva trovarsi all'interno del castrum che, oggi, è occupato in parte dal castello di S. Severa. Dinanzi alla sede del Museo del Mare, gli archeologi hanno riportato alla luce un tratto di muro in pietre e tufi che identificano una struttura monumentale, il cui pavimento è composto di grandi lastre di tufo, forse una piazza, larga 9,50 metri, che si apre con una porta verso nordest dotata, probabilmente, anche di un portico. Attorno alla piazza sono stati individuati spazi in terra battuta ed un pozzo con vaschetta di raccolta, datati tutti al I secolo d.C..
Il Castello di Pyrgi/S. Severa
Lungo il viale del Castello e nel Grande Giardino, invece, sono state riportate alla luce diverse strutture sovrapposte di epoca tardoetrusca, del primo periodo imperiale romano, di età tardo antica e medioevale. Qui sono emersi, anche, molti frammenti di terrecotte architettoniche tardo arcaiche ed ellenistiche, forse utilizzate come materiale da costruzione.
Le nuove scoperte archeologiche hanno permesso di capire che, durante il V-IV secolo a.C., Pyrgi si articolava attorno ad una sorta di acropoli prominente sul mare di almeno 4 metri, che permetteva il controllo di un ampio tratto di costa e il presidio del porto sottostante. Questa parte elevata, ora parte del Castello di Santa Severa, probabilmente ospitava la parte più antica dell'insediamento umano, risalente all'VIII-VII secolo a.C., con edifici civili e di culto, come dimostrano i frammenti di terrecotte architettoniche ritrovate nel corso degli scavi.
Resti delle mura poligonali di Pyrgi (Foto: johncristiani.blogspot.com)
Proprio la posizione elevata e finalizzata al controllo delle coste attirò i Romani che insediarono a Pyrgi una colonia marittima. Gli scavi della colonia romana sono ancora in corso e ci si aspetta di meglio definire i contorni delle mura e la finalità degli edifici pubblici etruschi che furono inglobati nel castrum romano. I ricercatori ritengono che i Romani distrussero sistematicamente interi isolati di case.
La romanizzazione dell'area cerite avvenne intorno al III secolo a.C., con la deduzione di molte colonie marittime. Pyrgi, la più importante di queste colonie, venne creata nel 264 a.C. in funzione di presidio anti punico del litorale. La città aveva una pianta rettangolare, con un lato in parte obliquo. Venne cinta di possenti mura in opera poligonale, dotate di porte di accesso a metà circa di ciascun lato. Le mura, si è capito dagli ultimi scavi, seguivano l'antica conformazione della costa ed erano funzionali alla fortificazione del porto.
Durante gli scavi è emersa un'esedra monumentale nei pressi del Grande Giardino, ancora da indagare e della quale i ricercatori stanno ancora studiando la destinazione. L'esedra, con un diametro ipotizzato di 15 metri, è in cementizio, di probabile età tardo-antica (IV-V secolo d.C.).
Le lamine d'oro di Pyrgi
Il ritrovamento di reperti ceramici ha permesso di appurare che Pyrgi continuò ad esser abitata nel tempo, almeno fino al VI-VII secolo d.C.. Al II-IV secolo d.C. risalgono i resti di ambienti riscaldati forse appartenenti ad un bagno termale, con stucchi dipinti, pavimenti in mosaico e rivestimenti parietali in lastre marmoree. Sono state ritrovate anche ceramiche a vernice nera, sigillate italiche ed africane, anfore e ceramiche comuni da mensa e da fuoco, monete e lucerne.
Gli archeologi sono propensi a credere che qui sorgesse una grandiosa villa marittima, di epoca repubblicana, che in parte sfruttò le strutture dell'antico porto di Pyrgi. Questa villa rimase in uso fino all'epoca tardo-romana e molti credono si trattasse della villa dei Domiti, la cui esistenza il loco è documentata da un passo di Svetonio relativo alla morte di Domizio Enobarbo, padre di Nerone, avvenuta a Pyrgi nel 40 d.C.. Alla villa apparteneva anche la grande peschiera visibile ancora oggi sui lati del canale portuale.
Abside della chiesa paleocristiana di Pyrgi (Foto: gatc.it)
I resti della chiesa paleocristiana di S. Severa sono emersi già a partire dal 2007 ai piedi della Torre Saracena del castello di S. Severa. Le strutture sono apparse subito eccezionalmente ben conservate e ben visibili per oltre tre metri di altezza con alcune colonne e pilastri ancora in situ. La chiesa era a tre navate con dimensioni di 11 x 14 metri. Aveva un abside centrale edificato all'interno della villa marittima romana, di cui sfrutta altre strutture. La chiesa è stata datata al V secolo d.C., arredata con materiale di spoglio proveniente dall'edificio romano che la "ospita".
All'interno dello spazio religioso è stato individuato un battistero cristiano a vasca, che è stato ricavato da una struttura termale della villa romana. La chiesa venne abbandonata e in parte demolita intorno al XIV secolo, probabilmente a causa di un incendio. Quello che ne rimaneva venne colmato da macerie e utilizzato come discarica. Lo scavo stratigrafico del monumento ha permesso di recuperare un'enorme quantità di materiale relativo alla vita quotidiana del castello, risalente ad un periodo compreso tra il XIII ed il XIV secolo. Si tratta di ceramiche, vetri, metalli e di avanzi di pasti.
Il cimitero ritrovato nei pressi della chiesa paleocristiana di Pyrgi
(Foto: gatc.it)
Intorno alla chiesa si trova il cimitero, solo in parte esplorato. Qui sono stati estratti i resti di circa 450 individui vissuti in un arco temporale che va dal IX al XIV secolo, ora in corso di studio da parte degli antropologi dell'Università di Roma Tor Vergata, guidati dalla Professoressa Olga Rickards. Le sepolture sono tutte in sarcofagi a lastre di tufo o in terra, tutte prive di corredo. Tra esse vi è quella di un uomo di circa 60 anni di età, seppellito in un sarcofago con l'immagine della croce nella parte interna del coperchio. Si trattava, forse, di un ecclesiastico vissuto nell'VIII secolo, sepolto prono e scomposto non si sa per quale motivo.
La posizione della chiesa corrisponde a quella descritta nella donazione che il conte Girardo di Galeria fece all'abbazia di Farfa nel 1068, quando la chiesa dedicata a S. Severa risulta essere situata là dove la più antica passio del IX secolo ricordava il martirio, nei pressi del mare, di Severa e dei suoi due fratelli Calendino e Marco alla fine del III secolo d.C.
Pyrgi era sede di santuario importantissimo per tutta l'Etruria marittima, sacro ad una divinità identificata come Leucotea (per Strabone era, invece, Ilizia), che fu saccheggiato nel 384 a.C. da una spedizione siracusana agli ordini di Dionigi il Vecchio. Nel santuario etrusco si praticava la prostituzione sacra, a cui alludono sia Lucilio che Plauto. Strabone sostiene che il santuario sia stato fondato dai Pelasgi che fondarono Caere.
Il porto di Pyrgi perse importanza con la fondazione del porto di Centumcellae, pur continuando a fornire Roma di pesce.

Iuno Sospes

Iuno Sospes calco in gesso di una statua originale,
Musei Vaticani (Foto: Wikipedia)
Il tempio dedicato a Iuno Sospes fu edificato sull'acropoli dell'antica città di Lanuvio, dove esisteva già un importantissimo culto protostorico che si svolgeva all'aperto ed era connesso ad una divinità pastorale. Inizialmente si trattava di un edificio tetrastilo con cella centrale ed alae laterali, che venne quasi completamente distrutto nel V secolo d.C..
I primi scavi del complesso sacro iniziarono nel 1884 da parte di Lord Savile Lumley e durarono fino al 1892. Emersero immediatamente strutture risalenti al II secolo a.C. e alla metà del I secolo a.C.. Sotto uno strato di crollo vennero ritrovati frammenti di parti di cavalieri, un torso di una statua di ninfa che usciva dall'acqua, capitelli e rocchi di colonna. L'antiquario inglese riuscì a scoprire anche la favissa sacra, che restituì strutture templari di I fase (VI secolo a.C.), tra cui le antefisse a testa femminile con nimbo traforato terminante a palmetta di origine campana.
Nel 1914 gli scavi ripresero a cura dell'Ufficio Scavi della Provincia di Roma, diretti dal Professor Angelo Pasqui. Emersero subito i muri perimetrali del tempio e vennero identificate tre diverse fasi edilizie. La prima fase, dalla fine del VII alla metà del VI secolo a.C., era costituita da un piccolo muro di tufo giallo che, attualmente, non è più visibile. Gli archeologi pensarono all'esistenza, per questo, di un tempietto arcaico. Successivamente venne alla luce un tempio tuscanico le cui terracotte, scoperte da Lord Savile, sono custodite nel British Museum di Londra. Proprio queste terracotte permisero di datare il tempio al VI secolo a.C.. La seconda fase, del 338 a.C., data della conquista romana di Lanuvio e dell'introduzione del culto di Iuno Sospes a Roma, attesta una ricostruzione di tutta l'area sacra secondo diversi dettami architettonici. Dagli scavi emersero anche frammenti di una testa marmorea pertinente il gruppo di Licinio Murena oltre ad antefisse, doni votivi e frammenti fittili della trabeazione esterna del tempio. I resti attualmente visibili - ad eccezione delle fondazioni di età medio-repubblicana (IV-III secolo a.C.) risalgono alla metà del I secolo a.C..
Resti del tempio di Iuno Sospes sull'acropoli di Lanuvio
(Foto: bbcc.collineromane.it)
Al primo dei tre terrazzamenti visibili sono presenti resti di tabernae, al secondo terrazzamento un imponente portico ad arcate con semicolonne doriche, al terzo terrazzamento si trovava il luogo di culto vero e proprio.
Proprio alla fase romana risalgono le fortune di Iuno Sospes, il cui tempio andò arricchendosi di ex voto e di donativi. Il santuario era così ricco che Ottaviano attinse al suo tesoro per affrontare la guerra contro Sesto Pompeo (38-36 a.C.). Al tempo di Plinio il Vecchio si sa che il tempio di Iuno Sospes di Lanuvio conservava ancora splendidi intonaci raffiguranti Elena ed Atalanta nude, pur essendo praticamente in rovina. Un'ultima fase edilizia è fatta risalire all'imperatore Adriano (117-138 d.C.), che fece completamente ristrutturare il sito. La monumentalizzazione del sito si ricollega alle trasformazioni, avvenute anch'esse alla metà del I secolo a.C., dei santuari di Palestrina, Terracina, Tivoli e Nemi.
Iuno Sospes su una moneta di L. Papius, 79 d.C.
(Foto: vroma.org)
Il ninfeo del santuario di Iuno Sospes è piuttosto interessante. E' costituito da una struttura poderosa in calcestruzzo con una fronte di 8 metri di altezza ed è composto da una vasca di 16,90 metri di lunghezza per 2,50 di larghezza. All'interno della vasca vi sono sette archi che dovevano sorreggere la mostra della fontana, costituita da una serie di nicchie delle quali le cinque centrali erano a pianta semicircolare e le due laterali a pianta quadrangolare. Il ninfeo era abbellito da mosaici policromi, conchiglie e pomice, in questo molto simile ai ninfei e alle fontane che si possono ammirare a Pompei. Dietro il ninfeo era la cisterna per l'acqua. Il ninfeo era utilizzato come fonte per le abluzioni sacre ed i Benedettini vi edificarono sopra, nel XII ecolo d.C., una piccola chiesa dedicata a san Lorenzo martire
La Iuno delle origini dell'area sacra lanuvina era una divinità ctonia legata al ciclo delle stagioni e della fecondità della terra. Si narra che nei sotterranei del suo tempio fosse custodito un serpente sacro (Drakwn, drago, secondo Eliano) alla dea che ogni anno, secondo Properzio, era il destinatario di un rito propiziatore della fertilità agricola costituito da una processione di giovani vergini recanti focacce. Le giovani donne, bendate, avanzavano nell'antro del serpente guidate da un soffio sacro. Il drago, grazie alle sue virtù profetiche, era in grado, secondo Eliano, di accorgersi della purezza delle fanciulle, essenziale a rendere puro e sacro l'alimento che recavano. Se una delle fanciulle fosse risultata impura, la focaccia che recava in dono avrebbe dovuto rimanere in terra intatta finché fossero arrivate delle formiche che l'avrebbero sbriciolata e trasportata fuori dal bosco sacro. La ragazza sarebbe stata, poi, punita secondo la legge.
(Foto: uned.es)
La grotta del drago non è stata ancora ben identificata, anche se è sicuramente non lontana dal tempio, immersa nel lucus (bosco) sacro. Vi si arrivava, con tutta probabilità, per mezzo di una ripida discesa. Il serpente (o drago) non era un serpente qualunque, ma quello con il quale era comunemente raffigurata Iuno. Di questo serpente si sa solamente che era molto grande, ma non si sa se ve ne fosse più di uno o come venisse catturato. Properzio definisce questo serpente draco, serpens e anguinus. Draco era utilizzato dai Romani per identificare un serpente grande ma innocuo che era spesso allevato come un animale domestico. Serpens era il termine comune per indicare il serpente mentre anguinus significa "proprio del serpente", riferendosi ai comportamenti dell'animale quali i movimenti minacciosi delle spire.
Cornice con mensole del tempio di Iuno Sospes di Roma, ora inserite
sul fianco esterno sinistro della chiesa di S. Nicola in Carcere
(Foto: Wikipedia)
Iconograficamente la dea aveva caratteristiche che la distinguevano dai modelli tradizionali romani: si trattava di Iuno abbigliata con elmo, lancia e scudo. Cicerone la descrive vestita di pelle di capra con scarpe dalla punta rivolta all'insù e afferma che la divinità fu portata nel Lazio dagli Argivi. L'immagine di questa Iuno è molto simile all'Athena ateniese.
Anche gli epiteti della divinità sono piuttosto indicativi. Sospes (in origine Sispes, stando alle fonti epigrafiche), significa "salvatrice". Ma dalle epigrafi e dalle fonti letterarie emerge l'immagine di una Iuno che è anche mater et regina. Tutti e tre gli appellativi sono riuniti nella stessa figura divina da Apuleio nelle "Metamorfosi". La Iuno Sospes dei Romani è, pertanto, una divinità che riassume in sé i caratteri di madre e di salvatrice (armata) di Roma, una dea guerriera.
Quello del serpente che accompagnava la dea era un culto antichissimo nel Latium Vetus e prevedeva che la sacerdotessa di questa divinità ctonia vi si unisse al culmine del rito. Un tempio dedicato al serpente si trovava, a Roma, sull'Aventino. Qui venivano allevati dei serpenti. Un tempio dedicato a Iuno divinità dei serpenti si trovava anche sul mons Aeflanus, sopra Tivoli (oggi S. Angelo Arcese). Si trattava di un santuario federale laziale. Esisteva anche una divinità indigena legata ai serpenti, chiamata dai Marsi Angitia e dai Piceni Anchera. I serpenti adorati dalle popolazioni preromane erano una sorta di bisce non velenose, ancora oggi diffuse nelle campagne laziali.

sabato 12 aprile 2014

Antico santuario sottratto ai tombaroli nel Lazio

I resti del tempio di Iuno Sospita a Lanuvio
Tra Lanuvio e Genzano, nei pressi di Roma, in località Pantanacci, è stato recuperato un notevole numero di reperti votivi grazie all'intervento della Guardia di Finanza che ha interrotto degli scavatori clandestini.
Il sito di Pantanacci si trova nei boschi dell'antico Ager Lanuvinus, in cui fu edificato anche il più celebre tempio di Giunone Sospita. Questo sito salvato dalla depredazione degli scavatori abusivi consiste in una stipe votiva posta all'interno di un antro naturale, che gli antichi adattarono a santuario. Una prima campagna di scavo è stata promossa sotto la direzione del Dottor Luca Antenni, direttore del Museo Civico Lanuvino.

Gli oggetti ritrovati, quasi tutti ex voto, sono stati datati al IV-III secolo a.C.. Tra questi hanno attirato l'attenzione degli archeologi quelli anatomici: modelli raffiguranti mani, piedi, gambe, braccia, busti, vesciche, mammelle, uteri, vulve, orecchie e figure umane sia maschili che femminili. Erano tutte rappresentazioni delle parti malate del corpo dei devoti che qui si recavano per chiedere la guarigione alle acque sacre delle grotte. Le cerimonie di culto prevedevano anche offerte di cibi e bevande alla divinità, i cui resti sono stati trovati combusti. Residui di carbone sono stati ritrovati su pietre piatte e tegole, che servivano da base di appoggio per bruciare le offerte. Sono state anche ritrovate tracce di alimenti quali piselli, noccioli, gusci di molluschi, ossa di volatili e ovini.
L'odierna Lanuvio, situata a 33 chilometri a sudest di Roma, secondo gli storici antichi ha avuto diverse origini. Alcuni vogliono che sia stata fondata da Diomede, figlio di Tideo, signore di Argo. Un'altra ipotesi attribuita allo storico Fabio Pittore, scoperta grazie al ritrovamento, nel 1969, a Taormina, di frammenti di intonaco del ginnasio dell'antica Tauromenion, narra dell'arrivo nel Lazio, all'indomani della fine della guerra di Troia, di un certo Lànoios, fondatore di una cittadina che da lui prese il nome.
Le prime notizie attendibili attestano che, alla fine del VI secolo a.C., Lanuvium faceva parte dei 30 populi della Lega Latina che usavano riunirsi nel lucus di Diana Nemorense, il bosco sacro sulle rive del lago di Nemi. Lanuvium con le altre città della Lega Latina affrontarono Roma nella battaglia del Lago Regillo (496 a.C.). Malgrado la sconfitta, Lanuvio ottenne, nel tempo, un trattamento privilegiato. In cambio i Romani avrebbero amministrato metà di quanto incassato dal santuario di Giunone Sospita.
Il tempio di Iuno Sospita era il più famoso centro di culto di Giunone nel Lazio. Silio Italico, nel I secolo d.C., definì Lanuvium come Iunonia sedes, adombrando la funzione di Lanuvium quale città-santuario. Properzio ed Eliano narrano che ogni anno delle fanciulle portavano in processione al serpente della dea focacce di farro che, se mangiate dal rettile, portavano prosperità. In caso contrario, se la fanciulla che portava la focaccia non fosse stata vergine, ci sarebbe stato un cattivo raccolto. Per scongiurare questa possibilità, la fanciulla in questione veniva sacrificata.
A partire dall'età repubblicana (I secolo a.C.), Lanuvio ospitò personaggi del calibro di M. Emilio Lepido, M. Giunio Bruto, Augusto e Marco Aurelio. Diede anche i natali a L. Licinio Murena, console nell'anno 62 a.C. e agli imperatori Antonino Pio e Commodo.
Nel 391 d.C. l'editto di Teodosio, che imponeva il cristianesimo come unica religione dell'impero, decretò la decadenza definitiva dei luoghi di culto pagani, tra questi il tempio di Giunone Sospita. Il sito, però, non fu mai veramente abbandonato. Nell'XI secolo d.C. si hanno nuovamente notizie di Lanuvium grazie all'intervento dei Benedettini, che eressero la Civita Novina, forse abbreviazione di Civitas Lanuvina.

Misterioso e magico silfio

Antica moneta di Cirene raffigurante il silfio
(Foto: Wikipedia)
I Romani conoscevano diverse erbe e le loro proprietà terapeutiche e culinarie. Tra queste il cumino, utilizzato per i disturbi della digestione e il meteorismo, la tosse e le coliche; il timo, considerato vermifugo e antisettico; i capperi, ai quali si riconoscevano, proprietà diuretiche e depurative come l'ortica, che era anche cardiotonica, antianemica, antireumatica, antidiarroica. L'anice era utilizzato per digerire, il porro contro i calcoli renali e vescicali. La menta era inserita nel panis militaris a lunga conservazione, destinato ai legionari, poiché aveva proprietà toniche, antisettiche, antispasmodiche. La salvia, chiamata salvatrix, era utilizzata per diversi disturbi e per usi sia interni che esterni.
La regina, però, delle erbe era, secondo i Romani, il silfio (in greco silphion, o laserpizio, come la chiamavano i Romani. Questa pianta cresceva a sud di Cirene e determinò la fortuna di questa città che sull'esportazione del laserpizio basò la sua economia. Tant'è vero che la città aveva impresso, sulle proprie monete, l'immagine della preziosa pianta. Cirene fu fondata dai Greci di Thera (oggi Santorini) nel 630 a.C. circa, sulla costa della cirenaica. I prodigiosi effetti del silfio furono scoperti dai Cirenaici circa sette anni dopo la fondazione della città.
La coppa di Arkesilas, dove compare la scena
della pesatura del silfio
Del silfio/laserpizio si usava il succo, un lattice resinoso detto laser, dal sapore vagamente simile all'aglio. Questo lattice si solidificava al contatto con l'aria, assumendo un aspetto ceroso. Il silfio non poteva essere coltivato, si trovava solo allo stato selvaggio. I pastori la utilizzavano come cibo per pecore e mucche, nella convinzione che facesse bene agli animali e questo, unitamente allo sfruttamento indiscriminato per le sue proprietà, fece sì che il silfio cominciasse presto a scarseggiare e poi sparire.
Il silfio, al tempo di Augusto, era oramai una rarità e per questo era pagato a peso d'oro. Nel 93 d.C., però, secondo Plinio il Vecchio, ne erano state importate 30 libbre a spese dello stato e quest'acquisto venne ricordato per oltre un secolo e mezzo, tanto la pianta era considerata preziosa. Sempre al tempo di Plinio un esemplare della pianta fu considerato così eccezionale da farne un omaggio personale a Nerone e ancora nel V secolo d.C. il filosofo cristiano Sinesio, originario di Cirene, ringraziava il fratello per avergli donato una certa quantità di silfio.
Una volta che il silfio di Cirene scomparve, si cercò un suo sostituto. Questo venne trovato in Medio Oriente, nel regno partico, che si estendeva dalla Persia all'Afghanistan. Questo silfio, però, era di qualità inferiore a quello di Cirene. Venne chiamato laser Parthicus o Siriacus ed aveva un odore piuttosto penetrante. Ben presto il nuovo silfio prese il posto del pregiatissimo laser di Cirene.
Ancora oggi il silfio è una pianta piuttosto diffusa in certe regioni dell'India meridionale con il nome di Assafetida.
Tetradramma d'argento in cui compare la ninfa Cirene, seduta,
mentre tocca il silfio (485-475 a.C. circa)
Ippocrate utilizzava il succo del silfio per la cura di diverse malattie. Del silfio ne parlano Catone il Vecchio, Strabone e Columella.
Nell'antica Roma il silfio era utilizzato in dosi minime ed era molto apprezzato come condimento. Apicio, noto esperto di cucina dell'Urbe, consigliava di metterne l'equivalente di 30 grammi in un vaso pieno di pinoli e di prendere ogni volta una trentina di questi per pestarli nel mortaio con altri ingredienti. Gli usi più apprezzati del silfio erano quelli medicamentosi: un vero e proprio toccasana per uomini e animali. Secondo Plinio faceva addormentare le pecore, starnutire le capre e scoppiare i serpenti. Per gli uomini era utilizzato durante i periodi di convalescenza e in quelli di depressione, nelle digestioni difficili e nei disturbi di circolazione. Ma veniva anche applicato su ferite e piaghe ed era considerato un antidoto contro il veleno degli scorpioni e dei serpenti. Curava il mal di gola, l'asma, l'epilessia e l'itterizia. I Romani producevano anche gocce oculari a base di silfio, come scrive Aulo Cornelio Celso, medico romano vissuto tra il 14 a.C. e il 37 d.C.
Dai fiori del silfio si ricavava il profumo e la pianta era conosciuta anche come contraccettivo e come mezzo per procurare l'aborto.
La coppa di di Arkesilas, risalente al 560 a.C., mostra una scena che si svolge davanti ad Arkesilas (Argesilao), re di Cirene: una grande stadera e tre personaggi intenti a pesare dei sacchi. L'operazione raffigura la pesatura e la vendita di quantità di silfio. Il re presiedeva a questa operazione proprio a causa della preziosità dei tuberi commerciati e dell'importanza che questo commercio aveva per la città di Cirene.
Teofrasto di Lesbo (370-287 a.C.), nella sua "Storia delle piante", descrive il silfio simile al finocchio gigante e parla delle modalità di raccolta della pianta.
Gli arabi chiamavano il silfio asa, da cui il termine asafetida, utilizzato di recente per identificare questa pianta. 

L'antico porto di Vada Volterrana

Il teatro romano di Volterra
Il sito conosciuto come Vada Volterrana è stato riconosciuto come un porto chiave dell'antica Toscana, utilizzato dai Romani di Volaterrae (oggi Volterra) per l'importazione ed esportazione di prodotti commerciali in tutto il Mediterraneo.
L'antico porto è situato a nord della foce del fiume Cecina, nella località di S. Gaetano di Vada. Qui l'Università di Pisa sta effettuando sin dal 1980 una serie di scavi che ha permesso di individuare un notevole quartiere commerciale con grandi strutture ed un impianto di età augustea rimasto in uso fino al VI-VII secolo d.C.
La squadra di archeologi, oggi guidata da Simonetta Menchelli del Laboratorio di Topografia Antica dell'Università di Pisa e da Stefano Genovesi, delle Soprintendenze Archeologiche di Toscana, Liguria e Sardegna, ha scoperto due bagni termali, un horreum (grande magazzino) con circa 36 scomparti, un grande serbatoio per l'acqua, una fontana monumentale e un edificio con tre grandi absidi decorate con dipinti di qualità e circondato da un cortile aperto di forma quadrata.
Ipotesi ricostruttiva del grande edificio, forse un magazzino, di Vada
(Foto: diggingvada.com)
La presenza, in situ, di anfore, ceramiche, monete, vasi di vetro e marmi è la testimonianza di intense attività commerciali che coinvolgevano tutte le merci che potevano essere inviate o potevano arrivare attraverso la grande via d'acqua che, al tempo, era il Mediterraneo. Merci che erano, poi, distribuite dal centro di Volaterrae alla circostante campagna. Tra i ritrovamenti più interessanti vi sono quelli di laboratori specializzati nella produzione di anfore vinarie. Il vino prodotto nelle antiche campagne volterrane arrivava fino al sud della Francia e al fiume Reno, dove i legionari Romani erano di stanza per proteggere i confini dell'impero.
Volaterrae, servita dal porto di Vada Volterrana, aveva in disponibilità un vasto territorio ricco di risorse minerali. Le tombe scavate nei dintorni hanno rivelato l'esistenza di una ricca aristocrazia etrusca. Nel III secolo a.C. la città entrò nell'orbita di Roma e alcuni membri dell'aristocrazia di Volterra divennero senatori. La città possiede un antico teatro romano e diverse terme.
Il porto di Vada Volterrana fu celebrato da Plinio e da Rutilio Namaziano, il quale vi era sbarcato tra il 415 e il 420 d.C. e che descrive un sistema di secche qui presente che non rendeva agevole la navigazione. Vada Volterrana era, inoltre, un importante tappa lungo le vie Aurelia ed Aemilia Scauri.
Vada Volterrana, scavi e planimetria degli ambienti portuali
(Foto e piantina: diggingvada.com)
Gli scavi del 2013, che hanno interessato il sistema portuale di Vada Volterrana, hanno rivelato la presenza di una struttura rettangolare con pareti piuttosto spesse. Di questa struttura sono state finora identificate tre camere, una delle quali ha un'abside semicircolare. L'ambiente è stato, al momento, identificato come un piccolo santuario, anche se non si esclude che fosse destinato ad altri scopi. Nel medesimo luogo in cui è emersa la struttura semiabsidata sono stati ritrovati resti del V-VI secolo d.C. pertinenti una necropoli, in cui sono emerse due sepolture con resti umani inumati in grandi anfore di riuso. Le ossa ritrovate hanno permesso, ad oggi, di identificare la sepoltura di un bambino di 4-5 anni di età.
Quest'anno gli archeologi contano di proseguire i lavori presso la struttura appena scoperta, che verrà indagata con maggior precisione attraverso la sequenza stratigrafica. Gli archeologi si ripropongono anche di esplorare la necropoli con le sepolture in anfora.

Un antico cantiere in irlanda?

Una delle imbarcazioni ritrovate a Galway, in Irlanda
(Foto: Irishcentral.com)
Dodici imbarcazioni risalenti ad un periodo compreso tra il 2500 a.C. e l'XI secolo d.C., unitamente a diversi manufatti vichinghi sono state scoperte nella contea di Galway, in Irlanda. Gli archeologi, tramite la datazione al radiocarbonio, hanno stabilito che una delle imbarcazioni risale al 2500 a.C.
L'antica imbarcazione è affondata nel fango e contiene sedimenti organici che l'hanno preservata dal disfacimento. Le armi ritrovate, alcune delle quali consistono in punte di lancia in bronzo unitamente ad una rara lancia di legno, sono state recuperate e consegnate, per la conservazione, al locale museo.
L'imbarcazione più antica finora ritrovata in Irlanda è il vascello di Annaghkeen, risalente a 4500 anni fa, un'età quasi analoga a quella delle Piramidi di Giza, in Egitto. La barca ritrovata in questi giorni è molto simile ad altre imbarcazioni ritornate alla luce nel 1902 e nel 1996 sempre in Irlanda. Dal momento che le imbarcazioni giacevano non molto distanti le une dalle altre, gli archeologi credono che ci fosse, nel circondario, durante l'Età del Bronzo, una sorta di cantiere.

venerdì 11 aprile 2014

Sarcofago d'ispirazione egizia ritrovato in Israele

Parte del coperchio del sarcofago in argilla appena scoperto in Israele
(Foto: Clara Amit / Israel Antiquities Authority)
Il progetto di costruzione di un gasdotto da parte della Israel Natural Gas Lines Company ha portato ad uno scavo di salvataggio prima dell'installazione delle tubature del gasdotto. Durante i lavori di scavo per il posizionamento delle infrastrutture in questione, infatti, è stata fatta una scoperta davvero eccezionale.
E' stata ritrovata una sepoltura risalente all'Età del Bronzo Finale (XIII secolo a.C.), a Tel Shadud. Secondo i direttori dello scavo, il Dottor Edwin van den Brink, il Dottor Dan Kirzner e il Dottor Ron Be'eri, della Israel Antiquities Authority, il reperto rinvenuto è estremamente raro. Si tratta di una bara cilindrica in argilla, con un coperchio antropomorfo, circondato da una serie di ceramiche parte di un servizio da tavola in argilla con depositi di cibo ed ossa animali. Questo servizio ed i resti che conteneva erano un'offerta agli dei e, nel contempo, un sostentamento per il defunto.
Il sigillo a forma di scarabeo ritrovato nel sarcofago
(Foto: Clara Amit / Israel Antiquities Authority)
All'interno del sarcofago in argilla è stato ritrovato lo scheletro di un individuo adulto, accanto al quale sono stati deposti altri oggetti in ceramica, un pugnale in bronzo, una ciotola ugualmente in bronzo e frammenti martellati dello stesso materiale. Gli archeologi ritengono che dal momento che le ceramiche ritrovate risultano prodotte in loco, il defunto fosse un ufficiale di origine cananea al servizio dell'Egitto. Un'altra possibilità è che fosse un individuo benestante che amasse imitare i costumi funerari egizi.
Finora non sono emerse molte sepolture antropomorfe. Le ultime scoperte in tal senso risalgono a circa 50 anni fa a Deir el-Balah. Le sepolture di due uomini e due donne ritrovate nei pressi della tomba appena scoperta fanno pensare alla sepoltura comune dei membri di una stessa famiglia.
La scoperta di questa tomba e delle altre accanto è la prova della presenza di un controllo egiziano nella valle di Jezreel nella Tarda Età del Bronzo. In questo periodo la cultura egizia, la cultura dei dominatori, influenzò grandemente la classe dirigente cananea. Accanto allo scheletro rinvenuto nella tomba antropomorfa è stato ritrovato un sigillo raffigurante uno scarabeo in oro posto sopra un anello. Questo scarabeo è stato utilizzato per sigillare oggetti e documenti e su di esso compare il nome del faraone Sethi I, che governò l'Egitto nel XIII secolo a.C.. Sethi I era il padre di Ramses II, identificato, da alcuni studiosi, come il "faraone dell'esodo" degli ebrei dall'Egitto. Sul sigillo è chiaramente visibile anche un Ureus (cobra) alato, protettore del faraone. Proprio la presenza del nome di Sethi I ha aiutato i ricercatori a datare la sepoltura al XIII secolo a.C.
Un cimitero risalente all'età di Sethi è stato scoperto, qualche tempo fa, a Bet She'an, un centro amministrativo egiziano in terra d'Israele ed ha restituito tombe simili.
Tell Shadud deriva direttamente dal nome biblico Sarid ed il tumulo sepolcrale scoperto è spesso chiamato Tel Sarid. Si trova nella parte settentrionale della valle di Jezreel, vicino al Kibbutz Sarid. La città è menzionata nella Bibbia nel contesto dell'insediamento delle tribù d'Israele. Sarid era inclusa nella tribù di Zàbulon ed era una città di confine.

Preistoria scozzese

Un esempio degli oggetti ritrovati in Scozia
(Foto: Historic Scotland)
Oltre 5.000 manufatti in selce sono stati recuperati in un campo ad Howburn, in Scozia, nel South Lanarkshire, nel 2005. Studi successivi hanno datato il loro utilizzo a 14.000 anni fa. Prima di questo ritrovamento la più antica testimonianza della presenza umana in Scozia risaliva a 13.000 anni fa e proveniva da una grotta, oramai distrutta, di Argyll.
Gli strumenti in selce ritrovati in Scozia sono molto simili ad analoghi strumenti ritrovati nella Germania settentrionale e in Danimarca meridionale, risalenti allo stesso periodo. I risultati definitivi dello studio dei reperti saranno pubblicati il prossimo anno.
I cacciatori che hanno lasciato per i posteri questi oggetti in selce arrivarono in Scozia probabilmente al seguito delle mandrie di cavalli selvaggi e renne, che si riversarono nel Paese a seguito di un miglioramento delle condizioni climatiche. Condizioni che peggiorarono, però, 13.000 anni fa.

mercoledì 2 aprile 2014

Vittime della Peste Nera ritrovate a Londra

Uno degli scheletri scoperti a Londra (Foto: AP/Lefteris Pitarakis)
Alcuni scheletri ritrovati nel cantiere di una nuova linea ferroviaria a Londra possono rivelare come si diffuse la Morte Nera in Gran Bretagna.
L'osteologo Don Walker ha delineato, in questi giorni, il profilo di un uomo le cui ossa sono state ritrovate da alcuni operati durante i lavori a Charterhouse Square a Londra. Il Professor Walker ha scoperto che quest'uomo era nato in un altro punto della Gran Bretagna, aveva sviluppato delle carie fin da bambino ed aveva lavorato come operaio. Morì in età adulta, a causa della peste bubbonica che devastò l'Europa nel XIV secolo.
Assieme ai resti di quest'uomo sono stati ritrovati i resti di altri 24 individui. La scoperta è avvenuta lo scorso anno, al di sotto del cuore di Londra. Gli archeologi hanno subito pensato che si trattasse di resti di individui provenienti da un cimitero dove erano sepolti i morti per peste. Charterhouse Square ospitava, un tempo, un monastero e per questo è rimasta un luogo per lungo tempo pressocchè indisturbato.
Uno degli scheletri all'esame degli studiosi (Foto: AP/Lefteris Pitarakis)
Per verificare che gli scheletri ritrovati fossero realmente di appestati, gli scienziati hanno prelevato un dente ciascuno dagli scheletri, dai quali denti hanno poi estratto il Dna. I test effettuati sui denti hanno rilevato la presenza del batterio della peste, la Yersinia pestis: quegli scheletri, dunque, appartengono a persone colpite dalla Morte Nera.
Molti degli scheletri mostrano segni di malnutrizione che sono coerenti con la carestia che colpì l'Europa trenta anni prima dell'arrivo della Morte Nera. Molti avevano lesioni alla schiena, che indicano lo svolgimento di un lavoro molto duro. Uno degli scheletri appartiene ad un individuo probabilmente vegetariano. I resti degli appestati giacevano a strati e sembrano provenire da tre diversi periodi: il primo, quando la Morte Nera arrivò in Gran Bretagna per la prima volta, nel 1348-1350, mentre gli altri due periodi rimandano a focolai successivi scoppiati nel 1361 e agli inizi del XV secolo. Dunque il sepolcreto degli appestati è stato utilizzato in un ampio arco temporale.
La Morte Nera uccise più della metà della popolazione della Gran Bretagna dell'epoca. La peste arrivò in Europa continentale attraverso le pulci dei ratti che popolavano le stive delle navi commerciali.

Ritrovata una tomba ad Abydos

La sepoltura di Horemheb ad Abydos. A sinistra i muri massicci dell'ingresso
che dovevano essere la base di sostegno della scomparsa piramide
(Foto: Kevin Cahall)
Una sepoltura, scavata di recente in un antico cimitero egiziano, avrebbe avuto ad ornamento anche una piramide di 7 metri di altezza al suo ingresso. La tomba si trova ad Abydos e risale a circa 3300 anni fa, al suo interno gli archeologi hanno ritrovato un sarcofago ricavato, a regola d'arte, dall'arenaria, dipinto di rosso. La sepoltura apparteneva allo scriba Horemheb.
Il sarcofago di Horemheb presenta le raffigurazioni di diverse divinità ed iscrizioni geroglifiche che rimandano ad incantesimi presenti nel Libro dei Morti. Non è stata, purtroppo, ritrovata la mummia dello scriba, soltanto alcuni resti umani sopravvissuti ai saccheggi. Tra i resti umani vi sono quelli, disarticolati, degli scheletri di tre o quattro uomini, 10-12 donne e almeno due bambini.
Gli archeologi ritengono che le camere in cui era custodito il sarcofago ed in cui giacevano i resti scheletrici ritrovati, dovevano un tempo essere situate sotto la superficie del terreno, lasciando emergere, al di sopra, solamente la piramide circondata da un basso muro. All'interno della piramide, forse, vi era una cappella funeraria nella quale era custodita una statua o una stele con i nomi dei defunti sepolti nella tomba. Quello che oggi rimane di questa piramide sono solo le spesse mura del viale di accesso alla tomba, che dovrebbero essere state la base stessa della piramide.
Il sarcofago di arenaria rossa su cui è inciso il nome di Horemheb
(Foto: Kevin Cahall)
Purtroppo non sono ancora emerse parti del monumento che possano confermare questa tesi.
I ricercatori ritengono che la famiglia di Horemheb avesse legami con l'elite militare egiziana, il che spiegherebbe la sontuosità della tomba. In uno dei vani di quest'ultima sono stati scoperti una serie di ushabti con inciso "Sovrintendente della scuderia, Ramesu (od anche Ramses)". Gli archeologi pensano si tratti del padre o del fratello di Horemheb, mentre il titolo di "Sovrintendente della scuderia" era sicuramente un titolo militare.
Nella sepoltura sono custodite ossa che appartengono, per la maggior parte, a donne il che fa pensare che Horemheb e Ramesu avessero più mogli. La poligamia era una pratica assodata per i faraoni, non si bene, però, se fosse diffusa anche tra i funzionari ed i nobili. Un'altra spiegazione è che la tomba sia stata utilizzata da più generazioni della famiglia di Horemheb e di Ramesu, finendo per ospitare figlie, madri, cugine ed altre parenti allo stesso tempo, ma potrebbe essere anche stata riutilizzata da estranei in momenti successivi della storia d'Egitto. Si attende una risposta a questo quesito dall'esame al radiocarbonio delle ossa.
Tra gli oggetti sopravvissuti al saccheggio della tomba di Horemheb è stato ritrovato un amuleto di diaspro rosso e verde, rotto in tre pezzi. Si tratta di un amuleto molto raro, solitamente posto sul petto dei defunti. Probabilmente la mummia di Horemheb era stata anche abbellita da collane d'oro purtroppo scomparse. L'amuleto di diaspro, detto "amuleto del cuore", era legato ai riti e agli incantesimi presenti nel Libro dei Morti. Gli antichi egizi, infatti, credevano che il cuore fosse il centro dell'intelligenza ed era per questo che rimuovevano il cervello ritenendolo un organo inutile. Era, inoltre, il cuore a venir sottoposto alla "pesa" nella cerimonia della psicostasia, che doveva rilevarne la leggerezza conseguente ad una vita a cui era aliena la menzogna.

Sicilia, nuove scoperte nella villa di Realmonte

Gli archeologi sul sito dell'antica villa di Realmonte, in Sicilia (Foto: USF) Gli archeologi hanno scoperto nuovi reperti di un...