giovedì 30 ottobre 2014

Misterioso tunnel scoperto a Teotihuacan

Un'esplorazione durata un anno in un tunnel chiuso da quasi 2000 anni nell'antica città di Teotihuacan, in Messico, ha ricompensato gli archeologi. Sono state, infatti, ritrovate migliaia di reliquie e scoperte tre camere che, forse, contenevano un tempo reperti molto importanti.
Vicino l'ingresso di queste camere è stata trovata una grande offerta che ha fatto pensare ai ricercatori di essere in presenza delle ultime dimore degli esponenti dell'élite di Teotihuacan. Il tunnel, infatti, era uno dei luoghi più sacri di tutta la città.
Finora gli archeologi hanno liberato le stanze per circa due metri. Per liberarle è stato stimato che ci vorrà circa un anno. Gli studi iniziali condotti dall'Istituto Nazionale di Antropologia e Storia hanno appurato che il tunnel è rimasto in funzione fin verso il 250 d.C., quando venne definitivamente chiuso.
Teotihuacan dominò a lungo il Messico centrale ed ebbe il suo apice tra il 100 e il 750 d.C.. E' stato stimato che nella città vivessero più di 100.000 persone.

Resti di bambini e lama sacrificati in Perù

John Verano, a destra, esamina i resti di uno dei bambini sacrificati
600 anni fa (Foto: John Verano)
L'antropologo John Verano ha trascorso gli ultimi 30 anni della sua carriera in Perù, scavando e cercando di risolvere i misteri legati agli antichi ritrovamenti umani. Ultimamente la sua attenzione si è concentrata su un reperto che costituisce un unicum per il Perù: un sacrificio di bambini e di giovani lama di 600 anni fa.
Gli scavi di cui si sta occupando John Verano si trovano nei pressi del villaggio costiero di Huanchaquito. Qui l'archeologo peruviano Gabriel Prieto nel 2011 ha ritrovato i resti di 42 bambini sacrificati in una cerimonia religiosa unitamente a ben 76 lama. Questa regione faceva parte, un tempo, dello Stato Chimù, che aveva esteso il suo dominio su gran parte delle coste del Perù tra il 1100 e il 1470 d.C., prima di essere conquistato dagli Inca.
Quest'anno Gabriel Prieto e John Verano hanno ampliato gli scavi del 2011 e completato gli studi sui resti dei bambini. Il loro ultimo scavo ha restituito, inoltre, altri resti di numerose vittime sacrificali che sicuramente forniranno un quadro più dettagliato di questo crudele ed insolito evento.
I ricercatori ritengono che il sacrificio possa essere stato un'offerta al mare oppure un tentativo di scongiurare i danni di una grave inondazione causata dal El Nino. I lama, in questo caso, dovevano servire per trasportare le vittime verso il mondo ultraterreno.

Il genio della Cumbria

La statuetta che raffigurerebbe
un genio ritrovata in Cumbria
(Foto: M. Stoakley - Wardell
Armstrong Archeologia)
Un genio della fertilità in straordinario stato di conservazione, probabilmente una antica divinità locale ed erme maschili e femminili sono state ritrovate dagli archeologi in un villaggio della Cumbria, in Inghilterra.
Al di sotto della mano dell'effige del genio si intravede un vago contorno di quello che sembra essere un altare. Il reperto è stato rinvenuto in un'area di 2.500 metri quadrati a Papcastle, dove le inondazioni del 2009 hanno permesso di scoprire reperti romani. Il berretto che il genio porta in testa è originario della Frigia, attuale Turchia, e allude a Mitra, la divinità iranica adorata dalle truppe dell'esercito romano. Alcuni studiosi ritengono che la statuetta possa, invece, raffigurare Attis, seguace della dea frigia Cibele.
Oltre alla statuetta, sono emersi dal terreno un'anfora contenente delle monete, una lampada e delle fosse ricolme di ceramica.

Il relitto di Panarea III, foto

Una delle anfore recuperate dal relitto Panarea III
(Foto: abcnews.go.com)
Il carico della nave chiamata Panarea III (Foto: abcnews.go.com)

Alcune foto del relitto di Panerea scattate dagli archeologi subacquei che stanno esplorando il relitto. Si tratta di diversi tecnici e specialisti provenienti dalla Florida che stanno collaborando con i ricercatori italiani.


domenica 26 ottobre 2014

Sepolture seicentesche riemerse in una chiesa inglese

Scavi all'interno della Collegiata di Youghal (Foto: irishexaminer.com)
Gli archeologi che stanno lavorando agli scavi in una chiesa di Cork, in Gran Bretagna, hanno scoperto tre sepolture risalenti al 1600 con relativo corredo di ceramiche e monete dell'epoca. Hanno ritrovato anche un impianto di riscaldamento di 300 anni fa costruito secondo il modello del riscaldamento dei balnea romani.
Le scoperte sono state fatte nella Collegiata di Santa Maria a Youghal, una chiesa costruita intorno al 1250. Nel XVII secolo Youghal era una città molto più prospera di Cork grazie al suo porto che permetteva floridi commerci.
Gli scavi hanno riportato alla luce le volte della navata principali. Una di esse, costruita nel 1661, contiene i resti di John Luther, un consigliere comunale della città, e di sua moglie Elizabeth. Un'altra volta, data al 1678, ospita i resti di uno dei conti di Desmond, John Fitzpatrick. Sono emerse, dagli scavi, ceramiche e monete del XVII secolo ed un sistema di riscaldamento risalente al XVIII secolo. Il tetto della chiesa è ancora quello originario, costruito da falegnami francesi.

Il Disco di Festo è una preghiera alla Grande Madre?

Il famoso Disco di Festo, che si sostiene sia stato creato 4000 anni prima dell'informatica, potrebbe essere una sorta di cd-rom ante litteram.
Gli scienziati che affermano di averlo decifrato, pensano che il Disco di Festo contenga una preghiera alla Grande Madre, divinità molto venerata nel bacino del Mediterraneo all'epoca in cui il Disco venne forgiato. Tra gli scienziati che sostengono questa tesi vi è il Dottor Gareth Owens, dell'Istituto di Studi Tecnologici di Creta.
I segni incisi sul Disco hanno impegnato archeologi e linguisti per quasi un secolo. Si tratta di circa 241 glifi, composti da 45 simboli unici tracciati a spirale su entrambi i lati. Il Dottor Owens sostiene di aver individuato due parole chiave: "madre incinta" e "signora molto importante". Ora si tratta di scoprire il significato di ogni glifo, come quelli che sembrano una testa piumata, un bambino e un alveare.
Il Disco di Festo venne ritrovato il 3 luglio 1908 sull'isola di Creta, nel sito omonimo, sotto il muro di un palazzo minoico. A riportarlo alla luce una missione archeologica italiana guidata da Luigi Pernier e Federico Halbherr. Il Disco ha 15 centimetri di diametro e 16 millimetri di spessore e risalirebbe, secondo una datazione stratigrafica, al 1700 a.C.. Oggi lo si può ammirare nel Museo archeologico di Iraklion.
"La parola più ricorrente è "madre" e, in particolare, è riferibile alla dea madre dell'era minoica", ha detto il Dottor Owens, che ha preso in esame gruppi di segni individuati in tre aree su un lato del Disco. Si tratta dei gruppi letti come "I-QE-KU-RJA". "I-QE", secondo Owens, significherebbe "signora di grande importanza".
Sull'altro lato del disco, invece, lo studioso ha identificato la parola "AKKA", che secondo lui significa "madre incinta". Sono stati proprio questi "indizi" ad aver portato lo studioso a pensare che il reperto contenga un'antica preghiera ad una madre incinta e ad una puerpera, alla Grande Dea, insomma, dea della fertilità adorata, sotto diversi nomi, in tutto il Mediterraneo. Il Disco, secondo Owens, è stato utilizzato per memorizzare alcune informazioni, proprio come un moderno cd-rom.

sabato 25 ottobre 2014

Ritrovamenti medioevali in provincia di Torino

Scavi nel pavimento del battistero
di San Giovanni
I lavori di restauro del Battistero di San Giovanni, presso la pieve di San Lorenzo a Settimo Vittone, in provincia di Torino, hanno permesso il ritrovamento di importanti resti archeologici. Il complesso monumentale di San Lorenzo, di proprietà del comune di Settimo Vittone, era, un tempo, meta dei pellegrini della via Francigena e dei cultori dell'architettura medioevale, grazie anche all'impianto del battistero ottagonale collegato alla pieve di San Lorenzo, che agli affreschi che decorano le pareti interne.
Nella scorsa estate sia il battistero che gli affreschi sono stati oggetto di alcuni interventi di restauro che hanno interessato la pavimentazione del battistero di San Giovanni e il corridoio di collegamento alla chiesa. Nel corso dell'intervento di scavo all'interno del battistero di San Giovanni, del IX secolo d.C., sono emerse evidenze di un edificio precedente. Si tratta, con molta probabilità, di un edificio battesimale di cui la datazione è ancora incerta e che si pensa di poter datare non appena i lavori di scavo saranno completati.
Battistero e pieve sorsero in età carolingia e sono esempi di architettura preromanica in Piemonte, edificati servendosi di ciottoli e schegge di pietra locale. Il campanile è un'aggiunta più tarda, rispetto all'edificio religioso, risalendo con tutta probabilità al XIII secolo. Successiva è anche l'abside con funzione di presbiterio del battistero.
Pieve di S. Lorenzo a Settimo Vittone (Foto: Wikipedia)
Originariamente il battistero era a sé stante, rispetto alla chiesa, alla quale venne in seguito collegato da un passaggio costruito sul lato meridionale. La pieve ha aula unica e vi si accede attraverso il campanile, poggiato alla navata. Una leggenda vuole che qui sia stata seppellita Ansgarda, figlia di Ascario I, moglie ripudiata di Ludovico II re di Francia.
La pieve svolgeva, un tempo, le funzioni di chiesa castrense, così come afferma un documento del 1232. Gli affreschi interni, che corrono lungo le pareti del corridoio che porta al battistero, testimoniano l'evoluzione della pittura in terra canavese. Le raffigurazioni più antiche sono i frammenti del Giudizio Universale nell'arco absidato.

Nuove scoperte a Rimini

Rimini, scavi archeologici sotto la platea del Teatro Galli
Una parte importante della Rimini sparita sta pian piano tornando alla luce grazie alla collaborazione tra l'amministrazione comunale e le Soprintendenze per i Beni Archeologici ed Architettonici. Si tratta dei resti di un antico edificio di medio-tarda età imperiale scoperti sotto il Teatro Galli.
L'edificio che si va rivelando era a tre navate absidate e le autorità cittadine stanno già pensando a creare un percorso fruibile al pubblico al di sotto della platea del teatro, accessibile da un'entrata indipendente rispetto a quella del teatro. Si pensa, anche, di allestire una sala dotata di strumenti multimediali per approfondire quanto è emerso dagli scavi.

Ukek, la città dell'Orda d'Oro

Bassorilievo proveniente da Ukek che mostra un leone
ghermito da un grifone (Foto: Dmitriy Kubarikin)
I resti di una città di 750 anni fa, fondata dai discendenti di Gengis Khan, sono stati rinvenuti lungo il fiume Volga in Russia. Sono stati scoperti due edifici cristiani dei quali uno conserva ancora sculture in pietra e ceramica di ottima qualità.
La città si chiamava Ukek e venne fondata alcuni decenni dopo la morte di Gengis Khan, avvenuta nel 1227. Il fondatore fu il nipote del grande conquistatore, Batu Khan, vissuto tra il 1205 e il 1255. Ukek sorgeva vicino alla residenza estiva del khan, lungo il fiume Volga, che ha contribuito alla sua prosperità.
Gli archeologi del Museo Regionale di Saratov hanno riportato alla luce il quartiere cristiano di Ukek, dimostrando che i cristiani vivevano tranquillamente sotto il dominio del Khan. Ukek era una città multiculturale, dove convivevano diverse credenze religiosi tra le quali l'islam, il cristianesimo e lo sciamanesimo.
Tra gli oggetti ritrovati nella città vi sono un fermaglio per capelli in vetro proveniente dalla Cina, con una testa a forma di melagrana spaccata e il frammento di una lamina ossea con, scolpita, l'immagine di un drago. Sono state scoperte anche due chiese cristiane, una delle quali venne costruita intorno al 1280 e fu distrutta agli inizi del XIV secolo. Le tegole di questa chiesa erano decorate con affreschi e sculture in pietra. Il bassorilievo meglio conservato mostra l'effige di un leone artigliato da un grifone.
Nei seminterrati del tempio gli archeologi hanno scoperto i resti di merci che servivano ad alimentare il commercio locale, tra i quali piatti di raffinata fattura e bottiglie, importati dall'impero bizantino, dall'Egitto o dall'Iran. I seminterrati degli edifici di culto erano considerati luoghi sicuri per custodire oggetti di pregio e merci. La seconda chiesa cristiana scoperta ad Ukek venne costruita nel 1330 circa e rimase in uso almeno fino al 1350. Aveva, molto probabilmente, pareti in pietra ed un tetto di tegole. Al momento sono state riportate alla luce parti della sua fondazione e dell'abside.
La città di Ukek non ebbe vita lunga. Nel XIV secolo l'Orda d'Oro cominciò ad attraversare un periodo di forte declino e nel 1395 Ukek venne posta sotto assedio da Tamerlano, che aveva intenzione di creare un suo impero personale. Tamerlano distrusse Ukek e si appropriò del territorio precedentemente sottoposto all'autorità dell'Orda d'Oro.

venerdì 24 ottobre 2014

Ai confini della guerra, scoperte italiane nel Kurdistan iracheno

Proseguono gli scavi italiani nella regione del Kurdistan iracheno, malgrado questa parte del mondo sia tuttora sconvolta da un grave conflitto. Gli archeologi italiani hanno riportato alla luce ben 500 siti nella regione in questione.
I siti scoperti coprono un arco temporale che va dal 10000 all'8000 a.C. e da queste date ai nostri giorni. Tra i ritrovamenti più importanti vi sono una serie di necropoli risalenti ad un periodo compreso tra il 2700 e il 600 a.C., che i ricercatori sperano possano dare ulteriori particolari sui primi insediamenti nelle campagne di Ninive.
In questo luogo, intorno al 1000 a.C., i sovrani assiri deportarono intere popolazioni: si parla di quasi 1.300.000 persone. Di questa deportazione, finora, non era stato ritrovato alcuna prova archeologica e si spera che gli scavi ancora in corso possano fornire proprio questa prova.
Dei 500 siti riportati alla luce dagli archeologi italiani, 200 risalgono all'epoca neoassira. Si tratta di antiche città, villaggi rurali, cimiteri, monili, fornaci, canali per l'irrigazione ed una rete stradale. La campagna di scavi è stata interrotta dall'avanzare delle truppe dell'Is e gli archeologi sono stati invitati, dall'ambasciata italiana, a lasciare il Paese, nella speranza di potervi rientrare agli inizi del 2015.

martedì 21 ottobre 2014

Adriano e Gerusalemme, scoperta un'iscrizione

La lastra scoperta a Gerusalemme (Foto: Yoli Shwartz, Israel
Antiquities Authority)
Recentemente è stata scoperta, a Gerusalemme, una lastra in calcare con una commemorazione ufficiale dell'imperatore Adriano. I ricercatori sperano che possa aiutare a comprendere meglio gli eventi che hanno portato alla rivolta di Bar Kokhba.
Gli archeologi della Israel Antiquities Authority hanno trovato la lastra lo scorso anno, durante gli scavi a nord della Porta di Damasco, ingresso alla Città Vecchia di Gerusalemme. Essa era stata riutilizzata nell'apertura di una profonda cisterna. Nell'antichità era uso comune reimpiegare i materiali da costruzione.
L'iscrizione sulla lastra di calcare è composta da sei linee di scrittura in latino: "Per l'imperatore Cesare Traiano Adriano Augusto, figlio del Divo Traiano Parthicus, nipote del Divo Nerva, sommo sacerdote, investito del potere tribunizio per la quattordicesima volta, console per la terza volta, padre della patria (dedicato dal)la X legione Fretensis Antoniana". La Legio X Fretensis dedicò quest'iscrizione ad Adriano nel 129-130 d.C.
Si tratta di una scoperta estremamente rara, soprattutto perché menziona il nome ed i titoli di Adriano. La seconda parte dell'iscrizione conferma che la X Legio Fretensis era di stanza a Gerusalemme durante il periodo compreso tra due rivolte, quella che portò alla distruzione del Secondo Tempio (70 d.C.) e la rivolta di Bar Kokhba (132-136 d.C.).
L'iscrizione era, probabilmente, posta nella parte superiore di un arco trionfale che doveva trovarsi sul confine nord della città. I ricercatori sperano che da questo reperto si possano trarre maggiori informazioni sulla rivolta di Bar Kokhba, sulla costruzione di Aelia Capitolina e sull'edificazione di un tempio pagana sul Monte del Tempio, evento che provocò la rivolta.

Una stele con poema ritrovata in Turchia

Gli scavi al Mausoleo Hecatomnus nella provincia occidentale di Mugla Milas, in Turchia hanno riportato alla luce una stele inscritta di più di duemila anni fa.
I ricercatori pensano che la stele sia stata scritta per un sovrano. Si tratta di un componimento poetico in "tetrametro trocaico catalettico", su 121 linee. Si pensa che la stele sia stata eretta intorno alla fine del IV secolo a.C. o all'inizio del III secolo a.C.

Antichissimo tempio ritrovato in Ucraina

L'area del tempio appena scoperto in Ucraina
(Foto: Nataliya Burdo e Mykhailo Videiko - Istituto di Archeologia, Kiev)
Un insediamento preistorico in Ucraina ha restituito figurine umane e resti di animali sacrificati. Si stima che il tempio antico di 6000 anni, prima ancora dell'invenzione della scrittura.
Le dimensioni del tempio sono di circa 60 metri per 20, è stato edificato in legno e argilla. Il piano superiore era suddiviso in cinque sale. All'interno il tempio conteneva otto piattaforme d'argilla, utilizzate probabilmente come altari, come suggeriscono i reperti. Una piattaforma situata al piano superiore conteneva numerose ossa di agnello bruciate come era d'abitudine fare durante i sacrifici.
Figurine umanoidi ritrovate nel tempio in Ucraina
(Foto: Nataliya Burdo e Mykhailo Videiko - Istituto di
Archeologia, Kiev)
Pavimenti e pareti di tutte le cinque camere del piano superiore erano decorate con vernice rossa. Al piano terra vi sono sette piattaforme aggiuntive e un cortile, tutti pieni di ossa di animali e frammenti di ceramica.
Il tempio era stato individuato nel 2009 all'interno di un insediamento preistorico nei pressi dell'attuale Nebelivka. Recenti ricerche, condotte con metodologie geofisiche, hanno rilevato che l'insediamento preistorico copriva una superficie di 238 ettari, quasi il doppio della dimensione del National Mall di Washington.
Sono diversi i siti preistorici simili a quello di Nebelivka, ritrovati in Ucraina e in altre parti dell'Europa orientale. Questi siti sono stati attribuiti alla cultura Trypillian, il cui nome deriva dal villaggio di Trypillia, in Ucraina, dove sono stati scoperti reperti dei quest'antica civiltà.
Gli archeologi hanno scoperto che quando il sito di Nebelivka venne abbandonato, i suoi edifici pubblici, compreso il tempio appena scoperto, vennero bruciati. Nell'edificio religioso i ricercatori hanno ritrovato dei frammenti di figurine, alcune delle quali di forma umana. Alcune di queste statuette avevano nasi simili a becchi di uccelli e occhi diversi, uno più grande dell'altro. Nel tempio sono stati trovati anche ornamenti d'oro e in osso, alcuni dei quali piuttosto piccoli e probabilmente destinati ai capelli.

domenica 19 ottobre 2014

Solstizi e fasi lunari nell'Età del Bronzo in Russia

Frammento della lastra custodita nel
Museo di Rostov. I punti B1 e B2
corrispondono all'alba lunare
e il punto C1 alla cosiddetta
luna bassa (Foto: Vodolazhsky)
Una misteriosa lastra rocciosa scoperta in Russia più di venti anni fa potrebbe essere un particolare tipo di meridiana, capace di misurare sia le fasi solari che quelle lunari durante l'Età del Bronzo.
La lastra reca delle incisioni a forma di coppelle rotonde disposte a cerchio. Dal punto di vista astronomico questi segni riconducono a eventi celesti quali le albe e il sorgere della luna. La pietra ritrovata in Russia, dunque, potrebbe essere la prova dei tentativi condotti dagli antichi astronomi per comprendere il moto degli astri celesti.
Lo scorso anno i ricercatori sovietici hanno analizzato un analogo manufatto, in Ucraina, risalente all'Età del Bronzo, che misurava il trascorrere del tempo. Proprio questo manufatto fece loro pensare che un analogo reperto era custodito, dal 1991, nel Museo di Rostov e che non era mai stato studiato approfonditamente.
La lastra litica custodita nel Museo di Rostov venne ritrovata sulla sepoltura di uomo di circa 50 anni di età e, secondo gli studiosi, risale al XII secolo a.C.. I cerchi ricavati nella pietra coprono una superficie di 0,3 metri di diametro e corrispondono alle albe, agli equinozi ed ai solstizi. I cerchi non ricollegabili al moto solare sono stati attribuiti all'osservazione del corso lunare.
La lastra è stata trovata nel sito di Srubnaya, dove fiorì la cultura Srubna, vissuta nelle steppe tra gli Urali e il fiume Dnjepr. Il popolo di Srubna potrebbe aver utilizzato sia i moti solari che quelli lunari nella celebrazione dei riti annuali e nell'organizzazione della vita di tutti i giorni.

Archeologi italiani scoprono tracce dell'epidemia di Cipriano

Resti umani riferibili all'epidemia di Cipriano, ritrovati nel complesso di
Harwa e Akhimenru, a Luxor (Foto: Natasa Cijan)
La Missione Archeologica italiana a Luxor, guidata dal Professor Tiradritti, ha individuato, nel complesso funerario di Harwa e Akhimenru, tracce della pandemia che, alla metà del III secolo d.C., colpì l'impero romano.
La Missione italiana opera in questi luoghi da quasi venti anni. Una delle scoperte più importanti finora documentate è quella relativa all'insediamento del III secolo d.C., che ha consentito ai ricercatori di individuare le tracce della cosiddetta Epidemia di Cipriano. Durante questo oscuro periodo della storia del tardo impero, Harwa e Akhimenru furono utilizzati come luoghi per lo smaltimento dei cadaveri delle vittime del contagio.
I primi indizi di un'epidemia furono individuati nel 1997. Nella prima sala ipostila del cenotafio di Harwa venne trovato uno strato di calce che occupava la maggior parte della navata settentrionale. Furono, in seguito, recuperate al suo interno ossa calcificate che dimostravano l'esistenza di diversi strati di sepolture riferite ad un periodo che va dal III al IV secolo d.C.
Altri resti umani e testimonianze della cosiddetta epidemia di Cipriano
(Foto: Veja.it)
Nel 2005, nell'area antistante il portico di entrata del complesso funerario, tornarono alla luce frammenti di sarcofago e di mummia per la maggior parte datate al II secolo d.C.. Gli archeologi pensarono che fossero state gettate dalle sommità occidentale del porticato. Tra il 2009 e il 2010 vennero individuate le tracce di un grande falò davanti agli ingressi dei due cenotafi indagati dalla Missione Archeologica italiana. Sia la sabbia che i resti umani o quanto rimaneva dei sarcofagi mostravano segni di bruciatura. Due brocche integre hanno permesso di datare il tutto al III secolo d.C.
Sempre durante la campagna di scavo del 2009 cominciarono ad emergere le tracce, nella parete est del cortile, di tre strutture profonde circa un metro e mezzo, in cui la roccia che fungeva da parete risultava parzialmente fusa, effetto dell'esposizione al calore. Gli studiosi identificarono le tre strutture come delle calchere, forni per la produzione della calce. Un accumulo di calce solidificata fu scoperto nella campagna di scavo 2010-2011 nel cenotafio di Akhimenru. Qui furono ritrovati piatti e brocche del III secolo d.C.. Fu questo il luogo in cui vennero arsi i corpi degli sfortunati colpiti dall'epidemia della peste
Vasi del III secolo d.C. trovati all'interno dello strato di calce solidificata
all'interno del Cenotafio di Akhimenru (Foto: F. Tiradritti)
Il complesso funerario di Harwa e Akhimenru è, a tutt'oggi, l'unico complesso che ha restituito tracce archeologiche dell'epidemia che, finora, è conosciuta solo attraverso fonti scritte. L'epidemia colpì l'impero romano in uno dei momenti più oscuri della sua storia. Prese il nome da Cipriano (Thaschus Caecilius Cyprianus, 210-258 d.C.), padre della Chiesa e vescovo di Cartagine, il quale la descrisse in uno dei suoi scritti.
Il cronista bizantino Giovanni di Antiochia, vissuto nel VII secolo d.C., afferma che il contagio ebbe origine in Etiopia (che allora comprendeva un'area tra l'Egitto e il Sudan) tra il 248 e il 249 d.C. e si propagò rapidamente in Occidente, arrivando a Roma nel 251 d.C. e provocando la morte di Ostiliano, imperatore da pochissimi mesi. Nel momento di massima diffusione furono 5.000 al giorno le vittime del morbo nella sola Urbe. Vittima dell'epidemia fu anche l'imperatore Claudio il Gotico.
I ricercatori ritengono che questa terribile epidemia sia stata generata dal virus del vaiolo o del morbillo. Il Professor Kyle Harper, dell'Università dell'Oklahoma, propone una teoria alternativa, basata sulla raccolta di una ventina di resoconti dell'epoca. Egli ritiene che i sintomi descritti in questi resoconti si riferiscano ad un contagio da febbre emorragica diffusa da un roditore.
Fatto certo è che la memoria di questa epidemia si protrasse per lungo tempo nelle cronache antiche, tanto che se ne ritrova notizia in una cronaca redatta da un anonimo monaco vissuto nell'VIII secolo d.C. nel monastero di Zuqnin, nella Turchia orientale.

Un tesoro vichingo ritrovato in Scozia

Uno degli oggetti facenti parte del tesoro vichingo
(Foto: Churchofscotland.org.uk)
Quello che si ritiene essere il più grande tesoro vichingo ritrovato al giorno d'oggi è stato scoperto sul terreno di proprietà della Chiesa in Scozia. L'autore del ritrovamento è un ricercatore dilettante munito di metal detector, Derek McLennan. Alcuni dei reperti facenti parte del tesoro sono un unicum e sono ora sotto custodia.
La croce facente parte del tesoro vichingo
(Foto: Churchofscotland.org.uk)
Tra gli oggetti spicca una croce cristiana del IX o X secolo, in argento massiccio smaltato con decorazioni che gli esperti ritengono piuttosto insolite. Con la croce vi sono decine di anelli da braccio in argento e lingotti, alcuni dei quali di 60 centimetri, una pentola d'argento di età carolingia con il suo coperchio.
Gli archeologi ritengono si tratti del frutto di una razzia vichinga. Al momento gli oggetti sono ancora sottoposti ad esami per confermarne la datazione e l'uso.
La pentola ritrovata in Scozia
(Foto: Churchofscotland.org.uk)

Pezzi di un carro funebre ritrovati nel Leicestershire

Il perno del carro dell'Età del Bronzo ritrovato nel Leicestershire
(Foto: Università di Leicester)
Scavi in un centro fortificato nel Leicestershire hanno permesso il recupero dei resti di un carro dell'Età del Ferro (III-II secolo a.C.). Il carro costituiva l'offerta ad un defunto. Il recupero è stato effettuato dagli studenti della Scuola di Archeologia e Storia Antica dell'Università di Leicester.
Gli scavi sono stati effettuati vicino ai resti di una casa posta all'interno della fortificazione. Il primo ad emergere è stato un pezzo di bronzo, poi sono venuti alla luce altri frammenti sparsi intorno a questo primo reperto. I frammenti, parzialmente ricomposti, sono risultati essere dei raccordi in bronzo di un carro della fine dell'Età del Ferro, sepolti in una scatola con altri strumenti ed oggetti di corredo.
La pulizia dei reperti ha reso visibili le decorazioni che ornavano gli oggetti, tra cui un motivo a triskele. Gli archeologi ritengono che il carro sia appartenuto ad un membro dell'élite nobile o guerriera. Ora i preziosi oggetti sono stati presi in custodia dall'Università di Leicester per ulteriori analisi.

Ravenna, il Genio delle acque in mostra

Il Genio delle acque dopo il restauro
(Foto: restaurando-design.blogautore.repubblica.it)
Dal maggio di quest'anno un nuovo allestimento chiamato "Il Genio delle acque" arricchisce la raccolta di mosaici antichi e moderni del museo TAMO nel Complesso di San Nicolò a Ravenna. Il titolo dell'allestimento si ispira alla raffigurazione di un uomo con la barba, una divinità fluviale, riportata alla luce nel 2011 a Ravenna, in piazza Anita Garibaldi.
Il ritrovamento del Genio delle acque e di altri mosaici di I e II secolo d.C. è avvenuto casualmente. I reperti appartengono ad una residenza di epoca imperiale romana, con mosaici geometrici in bianco e nero appartenenti a quattro ambienti che si aprivano intorno ad un'area adibita a cortile. Quest'ultima era pavimentata con un mosaico in bianco e nero e recava al centro un pozzo per attingere acqua dalla falda sottostante. Il Genio delle acque è l'unico mosaico con motivi figurativi portato alla luce negli scavi ravennati, che hanno interessato anche altre domus.
Il pozzo della domus
(Foto: restaurando-design.blogautore.repubblica.it)
La domus che sorgeva in piazza Anita Garibaldi era molto vicina alla linea di costa, poche centinaia di metri. Gli archeologi affermano che proprio questa domus è l'indizio dello sviluppo urbano di Ravenna in epoca imperiale, quando Augusto inaugurò un lungo periodo di pace permettendo alla città di espandersi oltre il perimetro delle vecchie mura repubblicane.
Sono numerose le domus e le villae che cominciarono, allora, a sorgere nella campagna circostante e verso il mare. Proprio l'unico mosaico figurato finora rinvenuto, il Genio delle acque, conferma il forte legame di Ravenna con l'elemento liquido, con il mare, con i fiumi e le aree lagunari e lacustri.
Da diversi anni la Fondazione Ravennantica, che gestisce il complesso trecentesco di San Nicolò, dove sono ospitati i mosaici e i reperti delle domus ravennati, si occupa, attraverso svariate iniziative, della valorizzazione del patrimonio artistico costituito dall'antica città di Classe, dalla Basilica di S. Apollinare in Classe, dalla Domus dei Tappeti di Pietra e dalla settecentesca chiesa di S. Eufemia.
La mostra, allestita il 29 maggio di quest'anno, chiuderà i battenti il 31 dicembre 2015. Per informazioni si può telefonare al numero 0544213371, oppure inviare una mail a: press@ravennantica.org. 

sabato 18 ottobre 2014

Murales e piante psichedeliche in New Mexico

Motivi a triangolo al di sotto di una sporgenza rocciosa
nel canyon di Walt. Qui è stato ritrovato anche del
tabacco selvatico (Foto: L. Soendorf)
Decine di siti di arte rupestre nel sud del New Mexico, documentati di recente per la prima volta, hanno rivelato indizi botanici che potrebbero aiutare gli archeologi a capire il reale significato degli affreschi.
Alcuni di questi affreschi sono una teoria luna di triangoli dipinti nelle combinazioni di rosso, giallo e nero. In ognuno dei siti dove compaiono questi misteriosi affreschi, gli archeologi hanno notato somiglianze non solo nella composizione della roccia ma anche nel terreno. E' stato notato che proprio sul terreno al di sotto di questi dipinti murali, sono cresciute delle piante di natura allucinogena, tra le quali una specie di tabacco selvatico, particolarmente potente ed una pianta psichedelica potenzialmente letale: la datura.
Pannello di arte rupestre scoperto a Dripping Springs, nel New Mexico, con
motivi a triangolo. Al di sotto si sono trovate piante di tabacco selvatico
(Foto: L. Loendorf)
I ricercatori ritengono che proprio piante come la datura, degli allucinogeni insomma, abbiamo potuto portare alla composizione dei murales sulle antiche pareti rocciose. Probabilmente erano gli sciamani delle popolazioni qui stanziate che utilizzavano queste piante anche come componenti della pittura.
La regione in cui si sono concentrati gli archeologi era un tempo abitata dalla cultura del Jornada Mogollon, simili ai primi Puebloans, che vivevano qui dal V al XV secolo d.C.
I Jornadans crearono pittogrammi estremamente sofisticati e colorati, che raffigurano non solo piante riconoscibili, animali e forme umane ma anche modelli astratti. Anche le loro ceramiche riportano la medesima policromia di rosso, marrone e nero oggi conosciuta come ceramica della fase di El Paso.
Il tabacco selvatico contiene fino a tre volte la quantità di nicotina del tabacco convenzionale. Se viene fumata in continuazione per sei od otto ore può portare ad uno stato di trance ma anche alla morte. La trance veniva utilizzata dagli antichi sciamani per entrare in contatto con gli spiriti della pioggia nei momenti di siccità.

Un villaggio neolitco nelle acque di un lago polacco

Uno degli archeologi subacquei al lavoro nel lago Gil
(Foto: A. Pydyn)
E' stato individuato, nel lago Gil Wielki, in Polonia, il primo insediamento neolitico del paese. A fare la scoperta gli archeologi subacquei guidati dal Dottor Andrzej Pydyn, del Dipartimento di Archeologia Subacquea dell'Istituto di Archeologia dell'Università Nicolaus Copernicus di Torun.
In acque poco profonde, i ricercatori hanno trovato una gran quantità di ossa animali, resti di utensili in corno e numerosi frammenti di ceramica, utilizzati in vari momenti storici dalle antiche comunità che qui stazionavano. Ora si attendono altri risultati dalle analisi chimiche e fisiche.
Gli archeologi hanno utilizzato, per questo come per altri "scavi" subacquei, tecniche molto moderne e non invasive che hanno permesso loro di creare mappe batimetriche dettagliate, che mostrano molto chiaramente il fondo lacustre.

La prima morte per appendicite della storia?

La piccola mummia analizzata in California
(Foto: Scripss Media Inc.)
In California alcuni medici si sono occupati di determinare le cause della morte del loro paziente più anziano in assoluto: una mummia femminile di 2100 anni. La mummia è stata analizzata ai raggi ed è stato così possibile determinare che la morte della bambina a cui apparteneva fu causata da un'appendicite.
I ricercatori hanno sottoposto la mummia dapprincipio ad una TAC, poi ne sono state esaminate la struttura ossea ed i denti, il tutto è stato confrontato con le radiografie effettuate 40 anni fa. Inizialmente si pensava, in base alle vecchie radiografie, che la bambina fosse di età compresa tra i 4 ed i 9 anni morta a causa della tubercolosi. Le lastre moderne, invece, hanno evidenziato che la mummia apparteneva ad una bambina di circa 3 anni, caucasica, morta di appendicite. A determinare questa conclusione è stato un probabile deposito calcificato rintracciato nell'addome della mummia.
Adesso il quesito che si pone ai medici è se questo sia il primo caso finora studiato di morte per appendicite.

La piramide di Meidum si rifà il look...

La piramide di Meidum (Foto: english.ahram.org.eg)
Nella speranza di aumentare il flusso turistico in Egitto, il governo egiziano ha deciso di dare il via libera ai restauri della piramide di Meidum a Beni Suef. Lo ha dichiarato il ministro delle Antichità Mamdouh El-Damaty.
Il restyling prevede anche la possibilità di effettuare i famosi spettacoli "suoni e luci" sull'antica storia di Beni Suef e sui lavori di costruzione della famosa piramide di Meidum. Il sistema di illuminazione previsto sarà alimentato con l'energia solare
El-Damaty ha anche dato il via libera per i lavori di scavo che andranno ad aggiungersi a quelli per il restauro della piramide, puntando ad un vero e proprio museo all'aperto.
La piramide di Meidum è composta da una serie di mastabe costruite con mattoni di fango. Vennte edificata, in origine per il faraone Huni. La costruzione, piuttosto impegnativa, proseguì sotto il successore di Huni, Senefru. A progettare la piramide di Meidum fu il successore del celebre architetto Imhotep, il progettista della piramide di Djoser. Le modifiche che costui apportò al progetto iniziale, però, portarono al parziale crollo dell'edificio.
Lo storico arabo Al-Maqrizi descrisse la piramide di Meidum durante la sua visita in Egitto nel XV secolo d.C., mentre nel 1788, durante la spedizione di Napoleone Bonaparte nel paese, gli esploratori francesi poterono vedere solo parte della piramide, sommersa dalla sabbia.
L'aspetto insolito della piramide di Meidum ha indotto gli abitanti del circondario a chiamare il monumento Al-Haram Al-Dadam, vale a dire "pseudo piramide". L'edificio originario era costituito da diverse mastabe collegate tra loro a formare una piramide. Lo spazio tra ogni mastaba era stato riempito con calcare.
L'egittologo Flinders Petrie, nel XIX secolo, riuscì a localizzare le rovine del tempio funerario connesso alla piramide. Il tempio è alto 65 metri, ha l'ingresso allineato nord-sud, a 20 metri sul livello stradale. Un passaggio in discesa di 57 metri conduce ad un ulteriore tunnel al livello del suo originale che porta ad un pozzo di 10 metri che introduce nella camera sepolcrale.
Accanto alla piramide di Meidum vi è la sepoltura di un nobile di cui non si conosce il nome, si tratta di una spaziosa camera sepolcrale posta al termine di un corridoio, contenente il primo esempio di sarcofago ricavato dal granito rosso.

venerdì 17 ottobre 2014

La dolorosa morte della principessa Ukok

La mummia della principessa Ukok (Foto: Alexander Tyryshkin)
Perfettamente conservata nel ghiaccio, la mummia di una giovane donna di 25 anni, con il corpo coperto di tatuaggi, conserva tracce di cannabis, utilizzata per combattere il dolore provocato dalla malattia che l'aveva colpita.
Gli studi condotti sulla mummia della principessa Ukok, come è stata soprannominata la giovane donna dal nome del pianoro di permafrost nelle montagne Altai, hanno apportato nuove conoscenze sulla straordinaria cultura di Pazyryk.
I tatuaggi incisi sulla pelle della principessa Ukok sono opera di un artista estremamente abile e dotato, la camera sepolcrale della giovane donna conteneva alcuni articoli che doveva servire a sottolinearne la bellezza, compresa una sorta di trousse.
I tatuaggi presenti sul corpo della principessa Ukok
(Foto: Istituto di Archeologia ed Etnografia siberiano)
Gli scienziati siberiani che stanno esaminando la mummia hanno, ora, scoperto una delle cause probabili della prematura scomparsa della principessa Ukok. Le tracce di cannabis trovate sulla mummia servivano per permetterle di sopportare la malattia di cui soffriva. La risonanza magnetica, effettuata a Novosibirsk dai Professori Andrey Letyagin e Andrey Savelov, ha rivelato che la giovane donna soffriva di osteomielite, un'infezione del midollo osseo che solitamente si sviluppa nel periodo infantile o durante l'adolescenza. Prima della morte, inoltre, dovette subire una caduta da cavallo.
Ma le analisi dei ricercatori hanno evidenziato anche qualcos'altro, di molto più importante. All'incirca intorno ai 20 anni di età, la principessa Ukok si ammalò di cancro al seno. La malattia la portò ad una dolorosa morte nel giro di 5 anni. Si trattava di un tumore primario ad entrambi i seni, con linfonodi assiali con metastasi.
Ricostruzione degli abiti della principessa Ukok
(Ricostruzione: D. Pozdnyakov, Istituto di Archeologia ed Etnografia
dell'Accademia Russa delle Scienze)
Gli scienziati non sono in grado di affermare con certezza che il cancro al seno fosse stata la causa principale della morte della giovane donna. La principessa Ukok aveva anche numerose lussazioni alle articolazioni e fratture al cranio compatibili con una caduta sul fianco destro. Il cranio presenta segni di traumi alla tempia destra.
Il fatto che la giovane donna sia stata mummificata dopo la sua morte è un segno che, a parere degli archeologi, la principessa di Ukok doveva rivestire un ruolo molto importante nella sua comunità. Forse era, addirittura, una sciamana. Con lei venne sepolto anche un contenitore per la cannabis, utilizzata per attutire le sue sofferenze ma anche per provocare visioni estatiche che la mettessero in contatto con l'aldilà e con gli antenati. La sua tomba si trova insieme ad un gruppo di tombe ma comunque ben distinta da esse, ad indicare che era legata non ad una famiglia in particolare, ma all'intera comunita dei Pazyryks. Con lei furono seppelliti anche tre cavalli, uno specchio di fattura cinese con una cornice in legno, dei semi di coriandolo (generalmente utilizzati nelle sepolture reali).

Cucine preistoriche a Cipro

Il pozzo rivestito in pietra ritrovato a Paphos, Cipro
(Foto: Cyprus Mail)
Gli archeologi hanno scoperto quella che potrebbe essere una fossa utilizzata per antichi "barbecue" preistorici nel distretto greco di Paphos, sull'isola di Cipro. Gli studiosi sono coordinati da un professore dell'Università di Edimburgo.
I primi depositi relativi all'epoca preistorica, in questo luogo, datano al pre-ceramico (8000 - 7000 a.C.). Sono evidenti le tracce di antichi luoghi deputati alla preparazione degli alimenti e allo stoccaggio delle merci. Un grande pozzo rivestito in pietra ha restituito tracce di un incendio e, al suo interno, sono stati ritrovati strati di cenere.
Sono stati ritrovati anche molti piccoli pozzi riempiti deliberatamente con oggetti che sono stati posizionati con molta cura, a dimostrare l'utilizzo del pozzo in un lungo arco temporale. Prima che il sito venisse distrutto, durante il periodo detto Cipro Medio, venne costruito un massiccio edificio di cui sono state ritrovate le tracce. Il luogo tornò ad essere abitato nella Tarda Età del Bronzo (1300 - 1200 a.C.)

I forni di Selinunte

Scavi di Selinunte: piattaforma di cottura (Foto: Martin Bentz)
Gli archeologi tedeschi hanno scoperto la più grande zona industriale del mondo greco durante gli scavi in Sicilia. Il quartiere artigianale si estendeva su una superficie di ben 3.200 metri quadrati e contava circa 80 forni per la produzione delle ceramiche. Il più grande dei forni aveva 7 metri di diametro.
E' Selinunte la città della Magna Grecia che custodiva questo grande quartiere artigianale. Selinunte è soprattutto nota per i suoi grandi templi e godette, per lunghi anni, di una straordinaria prosperità, prima di essere ridotta dai Cartaginesi ad un cumulo di macerie.
Il quartiere industriale era situato lungo il fiume Cottone, ora insabbiato, ed operava all'interno delle mura cittadine. Era separato dal resto della città da una zona non edificata, per poter proteggere gli abitanti dal pericolo di incendi, dall'odore e dal rumore.
Gli archeologi tedeschi sono coordinati dal Professor Martin Bentz, dell'Università di Bonn. Gli scavi hanno rivelato che il quartiere industriale era stato costruito su quattro terrazzamenti sulle pendici della collina cittadina. Era caratterizzato da un cortile centrale per preparare i prodotti prima della cottura, da due aree di lavoro e di cottura di grandi dimensioni e, verso i limiti cittadini, dai negozi che smerciavano i prodotti.
Questa struttura industriale venne probabilmente costruita alla metà del V secolo a.C. per la produzione massiccia di tegole e vasi. La zona industriale andò distrutta con la conquista cartaginese di Selinunte nel 409 a.C.. Il Professor Bentz ha rintracciato uno spesso strato di cenere che ricopriva le strutture e che può essere datata all'anno della distruzione della città.
Gli scavi sono iniziati quattro anni fa e si pensa di protrarli fino al 2016.

Il mosaico di Anfipoli: compare la figura di Persefone

Il mosaico completo che ha rivelato la figura femminile che si ritiene
essere Persefone (Foto: Greekreporter)
Gli scavi greci di Anfipoli non cessano di rivelare meraviglie. L'ultima, in ordine di tempo, è un mosaico con un carro, un uomo barbuto e coronato di alloro ed Hermes nelle vesti di psicopompo.
Ebbene, durante lo scavo di questi giorni, ad Hermes e al cavaliere si è aggiunta una figura femminile dai capelli rosso fuoco, avvolta in una veste bianca fissata da un nastro rosso. La donna ha la mano sinistra alzata e ornata da un braccialetto. Gli archeologi ritengono che il mosaico raffiguri il rapimento di Persefone da parte di Ade, qui raffigurato come un uomo barbuto e incoronato di alloro. Il rapimento di Persefone era un tema comune nelle opere d'arte di epoca ellenistica, la si ritrova nella vicina tomba reale di Aiges.
Gli archeologi hanno già iniziato i lavori di conservazione del mosaico, che è stato ricoperto da diversi strati di polistirolo sui quali è stata poggiata una lastra di legno. Si pensa di costruire, in questo modo, una passerella non invasiva che permetta agli studiosi di camminare sul mosaico per accedere alla camera vicina.

martedì 14 ottobre 2014

La maschera funeraria di Filippo II di Macedonia

Tracce di huntite e porpora sulle ossa poste all'interno dei larnakes d'oro
della Tomba II di Vergina (Foto: Ethnos)
Tracce di un minerale e di un colorante che si ritiene essere porpora di Tiro su 350 frammenti di ossa contenuti nelle due bare ritrovate nella Tomba II di Vergina, confermano che l'idea che il "proprietario" del sepolcro aveva una maschera funeraria estremamente elaborata e colorata che, mentre era in vita, soleva portare in segno di onore e simbolo del suo status e che, una volta morto, lo accompagnò nella tomba.
Il Direttore della Ricerca e il Responsabile del Laboratorio di Archeometria presso l'Istituto Democrito, Giannis Maniatis, che ha condotto le analisi sui resti, ritiene che la maschera alla quale appartenevano avesse una complessa architettura formata da tessuto laminato. Si tratta di un unicum, finora, in Macedonia, realizzato da sei o sette strati di huntite e porpora, che Filippo II di Macedonia aveva l'abitudine di indossare durante le cerimonie religiose, forse come sommo sacerdote dei misteri orfici.
La quantità dei residui scoperti non è tale da far pensare ad un tessuto che avvolgesse il corpo durante la cerimonia funebre di cremazione, come era stato supposto in un primo momento. Rimangono ancora senza risposta le domande circa l'origine della huntite, il minerale utilizzato per confezionare la maschera. Si tratta di un minerale piuttosto raro a trovarsi e di solito è associato all'idromagnesite. Miniere miste dei due minerali sono note sia in Grecia che in Turchia, dove vengono sfruttate commercialmente per le loro proprietà ignifughe, dal momento che hanno il punto di fusione a circa 450-800 gradi.
L'analisi degli scheletri ritrovati nella Tomba II di Vergina, condotta dall'antropologo Theodoros Antikas, mostra chiaramente che i resti appartenevano a Filippo II ed alla figlia del re Skythian Atheas. L'uomo, al momento della morte, aveva un'età compresa tra i 41 ed i 49 anni

Ritrovata, in Perù, una piattaforma cerimoniale

I resti di un sacrificio umano ritrovati presso la piattaforma
di Hatun Xauxa (Foto: Peruvian Ministry of Culture)
Gli archeologi peruviani hanno scoperto uno dei più importanti luoghi cerimoniali Inca nel Perù meridionale: Hatun Xauxa.
Gli importantissimi resti sono stati ritrovati nei pressi della città di Jauja, nella regione centrale andina di Junin. Si tratta di quanto rimane di un ushnu, una piattaforma di pietra, un trono sacro o una sorta di palcoscenico sul quale il re Inca ed i nobili della corte assistevano agli eventi durante le feste stagionali. Eventi che solitamente si svolgevano sulla pubblica piazza.
Un ushnu era caratterizzato da un'apertura verticale nella quale venivano versate le offerte liquide (come il liquore ottenuto dalla fermentazione del mais). Dalla fine degli anni '90 del secolo scorso in poi, gli archeologi provenienti dal Perù, dalla Bolivia, dall'Ecuador, dal Cile, dalla Colombia e dall'Argentina sono stati coinvolti nel Proyecto Qhapaq Nan (Progetto della Strada Andina), che si prefigge di mappare l'intera vasta rete delle strade Inca che si diramano all'interno del Perù.

lunedì 13 ottobre 2014

Ritrovato misterioso tempio in Israele

Le fondamenta del complesso di culto ritrovato in Israele
(Foto: Prof. Itzhaq Shai)
A Tel Burna, in Israele, è stato scoperto un complesso sacrale imponente, risalente a 3300 anni fa. Solo il cortile del tempio misurava 16 metri per 16. All'interno del complesso i ricercatori hanno ritrovato tre tazze, frammenti di maschere, vasi di altezza pari a quella di un uomo e ossa di animali bruciate.
Gli archeologi non sono certi di quale fosse la divinità qui adorata, anche se è probabile si trattasse di Baal, dio cananeo della tempesta. Le lettere di Ugarit (città dell'attuale Siria) sembrano suggerire che Baal sia il candidato più probabile di altre divinità, anche se non si esclude che il tempio fosse stato edificato per il culto di una divinità femminile. In questo caso la candidata più probabile è Anat, dea della guerra.
I frammenti di maschere - due nasi - sono considerati molto interessanti dagli archeologi perché hanno una grandezza piuttosto inusuale. Si pensa che le maschere, alle quali appartenevano i nasi, venissero utilizzate durante cerimonie cultuali e processioni. Le tazze ritrovate nel complesso templare furono, con tutta probabilità, importate da Cipro. L'uso di queste tazze è ancora un mistero. I ricercatori ne stanno analizzando le pareti per capire cosa contenessero.
Sono stati scoperti anche degli enormi vasi, pithoi, alti quasi quanto una persona. Erano stati inseriti nel terreno e recavano, all'interno, altro vasellame più piccolo. Due pezzi di vasellame provenivano certamente da Cipro. Questi grandi pithoi furono utilizzati, probabilmente, come deposito di cibarie portate come offerta al tempio.
Il complesso cultuale ha prodotto altri importanti reperti, quali un sigillo a forma cilindrica, coppe, calici, figurine frantumate che sembrano appartenere a statuette antropomorfe e zoomorfe. E' stato ritrovato anche uno scarabeo con un'iscrizione geroglifica.
I reperti ritrovati finora suggeriscono che nel complesso di culto fossero celebrate delle feste che comportavano anche il sacrificio di animali. Nei pithoi venivano conservati i resti del cibo offerto alla divinità.

La strada romana di Epiphaneia

Le rovine di Epiphaneia (Foto: Hurriyet)
Una strada colonnata di epoca romana è stata scoperta durante gli scavi nella provincia meridionale turca di Hatay, nella città di Issos. E' stato riportato alla luce anche un pavimento musivo vicino alla strada.
Gli scavi archeologici sono stati avviati nel 2006, per evitare i danni causati dai continui scavi illegali. Tra i risultati raggiunti vi sono anche un complesso termale e diverse stanze di epoca tardo romana, utilizzate - sembra - da alcuni medici; è tornato alla luce anche un odeon.
L'antica città di Issos si chiamava, anticamente, Epiphaneia. Gli archeologi pensano che la strada appena individuata sia stata costruita in due epoche diverse. Sono ritornate alla luce anche diverse monete, ceramiche e frammenti di scultura ed un piccolo cimitero crociato vicino all'Odeon.

Fosse comuni nell'antica Pisidia Antiocheia

Uno dei pozzi serviti da fosse comuni (Foto: Hurriyet)
Nella città greca (ora nel sud della provincia turca di Isparta) di Pisidia Antiocheia sono state scoperte diverse fosse comuni e i ricercatori stanno esaminando gli scheletri di 24 individui che vi sono stati seppelliti.
Il sito in cui sono tornate alla luce queste antiche sepolture è considerato uno dei luoghi di nascita del cristianesimo. Gli scavi dello scorso anno hanno rivelato fosse comuni all'interno di un pozzo di una villa bizantina, in cui, probabilmente, il pozzo serviva per conservare derrate alimentari. Quest'anno sono stati recuperati i resti di 24 persone. I ricercatori ritengono siano decedute durante due epidemie che colpirono la regione nel VI e nel IX secolo d.C.. Tra i resti individuati vi sono quelli di un'intera famiglia composta da cinque persone, tra i quali un bambino di tre anni di età.

Ritrovato un mosaico in ciottoli ad Anfipoli

Particolare del mosaico rinvenuto ad Anfipoli
(Foto: Ministero per la Cultura greco)
Il mausoleo di Anfipoli continua a riservare straordinarie sorprese mano a mano che procedono gli scavi. Gli archeologi hanno appena scoperto un mosaico pavimentale che copre l'intera area di una stanza considerata l'anticamera di quella in cui è stato seppellito il "proprietario" del grandioso complesso funerario.
Il mosaico, di tre metri di lunghezza per 4,5 di larghezza, raffigura un cavaliere con una corona di alloro alla guida di un carro trainato da due cavalli e preceduta dal dio Hermes. Secondo il Ministero della Cultura greco, Hermes è qui raffigurato come conduttore delle anime nell'aldilà.
Il mosaico è formato da ciottoli di diversi colori: bianco, nero, grigio, blu, rosso e giallo. Manca una parte circolare al centro del mosaico, ma le autorità si dicono sicure di poterla ricomporre attraverso i frammenti ritrovati nella stanza. Il mosaico è datato alla fine del IV secolo a.C.
Hermes Psicopompo, particolare del mosaico scoperto ad Anfipoli
(Foto: Ministero della Cultura greco)

domenica 12 ottobre 2014

In onore di Nefertari, Grande Sposa Reale

La parete est dell'anticamera della tomba di Nefertari
(Foto: Egyptianaemporium)
Per celebrare il 110mo anniversario della scoperta della tomba della regina Nefertari, il Ministero del Turismo egiziano ha organizzato una festa di 10 giorni a partire dal 15 ottobre nella Valle delle Regine, ad ovest di Luxor.
Nefertari (1295 a.C. - 1255 a.C. circa) era la Grande Sposa Reale di Ramses II ed una delle più famose regine egiziane. La sua tomba venne scoperta nel 1904 dall'archeologo italiano Ernesto Schiaparelli (1856-1928), direttore del Museo Egizio di Torino.
Le celebrazioni della scoperta della famosa tomba sono organizzate in collaborazione con l'Ambasciata italiana in Egitto. Per due decenni l'ultima dimora terrena di Nefertari è stata chiusa al pubblico e le visite sono state circoscritte alle missioni archeologiche. Nel 1988 una squadra internazionale composta da archeologi e restauratori hanno iniziato a prendersi cura della sepoltura, danneggiata dalle infiltrazioni di acqua piovana nel corso di migliaia di anni.
Nel mese di luglio di quest'anno il Consiglio Supremo delle Antichità ha annunciato di voler promuovere un progetto per costruire una replica esatta, a dimensioni naturali, della tomba di Nefertari, visitabile dai turisti e posta lontana dalla tomba originale che, in questo modo, eviterebbe di essere ulteriormente danneggiata. La replica della sepoltura di Nefertari sarà perfettamente corrispondente sia negli affreschi che nelle iscrizioni.

Leggere la Magna Carta...

Il testo della Magna Carta custodito nella British Library
(Foto: British Library)
A distanza di più di 280 anni dall'incendio che la danneggiò, una delle copie originali della Magna Carta è ancora leggibile.
Il documento fu redatto nel 1215 da re Giovanni d'Inghilterra e segnò la cessione del suo potere sovrano ereditario. Le copie del documento originale erano quattro. Una, in possesso della British Library, venne gravemente danneggiata da un'incendio nel 1731 e proprio questa copia è stata analizzata con una tecnica non invasiva che permettesse di leggerne il contenuto. Si tratta dell'immagine multispettrale che ha permesso ai ricercatori di scattare foto del documento, cancellare sull'immagine i danni dell'incendio del 1731 e mostrare maggiori dettagli della pergamena e del testo.
La British Library contiene due delle copie originali della Magna Carta del 1215. Le altre due copie sono conservate nella Cattedrale di Lincoln e in quella di Salisbury. Il 3 febbraio 2015, presso la British Library, per la prima volta in assoluto, verranno visualizzate, in parallelo, le quattro copie della Magna Carta.

Un insolito reperto in una sepoltura medioevale in Polonia

Il calcolo vescicale ritrovato in una sepoltura medioevale polacca
(Foto: Livescience.com)
Una misterioso reperto a forma approssimativa di rene è stata ritrovata in un cimitero medioevale polacco. L'analisi accurata ha rivelato che si tratta di un calcolo vescicale. Il ritrovamento è avvenuto a Danzica, città sulla costa baltica della Polonia settentrionale, dove gli scavi del 2001 hanno permesso il ritrovamento di un cimitero medioevale con un migliaio di sepolture.
Il cimitero è stato utilizzato per circa 800 anni e le vecchie sepolture sono state spesso rimosse per far posto a nuovi defunti. Il reperto ritrovato di recente è stato individuato tra i resti mal conservati di quattro defunti: una donna tra 20 e i 39 anni di età, un uomo di circa 40-50 anni, un adolescente ed un feto. I ricercatori non sono in grado, al momento, di datare la sepoltura, ma pensano che si tratti di sepolture di X-XIV secolo.
L'insolito reperto ha una lunghezza di circa 3,9 centimetri e pesa circa 6,87 grammi. Una volta che i ricercatori hanno tagliato quella che sembrava, a prima vista, una pietra, hanno scoperto che, all'interno, conservava strati concentrici di colore giallo, caratteristica dei calcoli vescicali. Si pensa che uno dei tre individui accanto a questo grande calcolo ne sia, per così dire, il "proprietario" (si esclude che possa essere il feto).
Dai bordi piuttosto grezzi e porosi del calcolo si ritiene che sia stato generato da un'infiammazione batterica molto aggressiva che è stata, molto probabilmente, causa della morte di chi l'aveva. Non è il caso più antico di calcolo scoperto. Più di un secolo fa l'egittologo Grafton Elliot Smith trovò quella che si può considerare la più antica prova di calcoli alla vescica tra i resti del bacino di un adolescente sepolto in Egitto nel 4800 a.C.

Ritrovato un altarino in un relitto di 2000 anni fa

Uno dei sommergibili utilizzati nell'esplorazione subacquea del mare
prospiciente le isole Eolie
E' stata ritrovata, nelle acque delle isole Eolie, a 130 metri di profondità, una nave affondata duemila anni fa. All'interno dell'imbarcazione era custodito un altare con decorazione di onde marine a rilievo che porta gli archeologi a pensare che a bordo delle navi si facessero sacrifici per propiziarsi le divinità marine.
Fondamentale per la scoperta è stato l'utilizzo di due sommergibili a disposizione della Soprintendenza del Mare. L'altare ritrovato era in terracotta ed era posto su una colonnina che aveva decorazioni a rilievo raffiguranti le onde marine.
Le ricerche sono state condotte da Sebastiano Tusa per la Soprintendenza del Mare e da Roberto La Rocca con l'ausilio di Salvo Emma per il progetto "Project Baseline". La campagna di esplorazioni archeologiche in alto fondale è stata condotta nelle acque di Pantelleria, Lipari e Panarea. A Pantelleria sono state effettuate ricognizioni fino ad una profondità di oltre 100 metri, che hanno permesso di rilevare la presenza di anfore di prevalente tipologia greco-italica e punica.
I recuperi più consistenti sono avvenuti dal relitto di Panarea III, identificato nel 2010. La maggior parte delle anfore trasportate con quest'imbarcazione erano di tipo greco-italico ma vi era anche una consistente presenza di anfore puniche posizionate su una estremità del carico, forse la parte prodiera.
Sul relitto esplorato di recente, oltre al piccolo altare sul quale si bruciavano solitamente incensi (thymiaterion), recante sulla base modanata l'iscrizione in lettere greche "ETH", si è rilevata anche la presenza di una macina, di alcuni vasi cilindrici, alcuni dei quali impilati uno sull'altro, di piatti cosiddetti "da pesce", di piccoli piattelli e ciotole. 

sabato 11 ottobre 2014

Ritorno ad Antikythera

L'archeologo subacqueo Philip Breve recupera la
lancia di bronzo dal relitto di Antikythera
(Foto: Brett Seymour)
Una squadra internazionale di archeologi, tra i quali anche archeologi greci, ha recuperato nuovi, splendidi oggetti da una nave affondata più di duemila anni fa al largo dell'isola di Antikythera. Si tratta di stoviglie, di componenti dello scafo e di una gigantesca lancia che sarebbe parte della statua di un guerriero o di una divinità.
Il relitto di Antikythera venne scoperto da alcuni pescatori di spugne nel 1900. Da esso, in seguito, vennero recuperati oggetti straordinari tra cui statue di bronzo e di marmo, gioielli, mobilia, cristallerie di lusso e il famosissimo meccanismo di Antikythera. Le indagini subacquee, però, vennero presto interrotte a causa della morte di un subacqueo e di un altro grave incidente occorso a due suoi colleghi.
Nei giorni passati una nuova squadra di archeologi, utilizzando tecniche molto sofisticate, hanno realizzato una mappa in 3D del sito ed hanno recuperato una serie di reperti che hanno dimostrato che la maggior parte del carico della nave naufragata ad Antikythera giace sepolto dalla sabbia del fondo marino. Tra i reperti vi sono più ancore di piombo di oltre un metro di lunghezza con frammenti di legno ancora in situ. I resti sono sparsi in un'area piuttosto vasta e questo dimostra che l'imbarcazione era più grande di quanto si era pensato in principio. Si parla di 50 metri di lunghezza.
Allo stato attuale sono state recuperate una bella brocca intatta, parte della gamba di un letto decorato e - reperto sicuramente più impressionante - una lancia in bronzo di oltre due metri di lunghezza, troppo lunga e pesante per essere utilizzata come arma e pertinente, forse, la statua gigantesca di un guerriero o della dea Athena.
Nel 1901 vennero scoperti, nel relitto, dai pescatori di spugne, quattro giganteschi cavalli in marmo che facevano parte, forse, di un gruppo scultoreo al quale apparteneva anche la supposta statua. Quest'ultima, si pensa, si trovava su un carro trainato proprio dai quattro cavalli in marmo.
Il naufragio di Antikythera risale al 70-60 a.C.. Si pensa che l'imbarcazione trasportasse oggetti di lusso e tesori dalla costa dell'Asia Minore fino a Roma. Antikythera, infatti, si trovava allora al centro di una rotta commerciale. La nave affondò, probabilmente, in seguito ad una tempesta.

Chi è sepolto nella tomba di Filippo II?

Parte del contenuto della tomba che si ritiene essere di Filippo II
a Vergina (Foto: discovery.com)
Alcuni archeologi greci ha annunciato che le ossa trovate in una tomba reale di Vergina, città a 100 chilometri dal misterioso mausoleo di Anfipoli, appartengono al re macedone Filippo II, padre di Alessandro Magno.
Gli antropologi hanno esaminato 350 tra ossa e frammenti di ossa trovati in due larnakes (cofanetti) che si trovavano nella sepoltura. L'indagine ha evidenziato patologie e traumi che hanno concorso all'identificazione del proprietario della tomba. Insieme con i resti di Filippo II quest'ultima, conosciuta come Tomba II, conteneva anche quelli di una donna guerriera, forse si tratta di Athea, figlia del re Skythian.
Gli studiosi hanno discusso sull'appartenenza delle ossa fin dal momento in cui l'archeologo greco Manolis Andronikos scoprì la tomba nel 1977-1978. All'interno la sepoltura mostrò tre deposizioni, delle quali una, battezzata Tomba I, era stata saccheggiata ma conteneva ancora un eccezionale affresco murario raffigurante il ratto di Proserpina, unitamente a resti umani frammentari.
La Tomba II rimase indisturbata. Conteneva la quasi totalità dei resti cremati di uno scheletro maschile nella stanza principale, mentre nell'anticamera giacevano i resti di uno scheletro femminile. Il corredo era costituito da oggetti in bronzo, da corone d'oro, armi, armature e due larnakes in oro.
Nella Tomba III è stata rinvenuta un'urna d'argento con le ossa di un giovane ed una serie di vasi in argento e rilievi in avorio. La maggior parte delle diatribe tra gli studiosi si è concentrata, però, sugli occupanti della Tomba II. Alcuni sostenevano che si trattava dei resti di Filippo II e una delle sue mogli (o Cleopatra o Meda), altri che si trattava dei resti di Filippo III Arrideo, fratellastro di Alessandro Magno con la moglie Euridice.
Le analisi dei resti sono iniziate nel 2009 ed hanno rivelato che l'uomo soffriva di sinusite frontale e mascellare conseguenza di un vecchio trauma subito al volto, correlato, forse, ad una freccia che accecò l'occhio destro di Filippo II durante l'assedio di Metone nel 354 a.C.. Il re macedone sopravvisse e governò il suo popolo per altri 18 anni prima di essere assassinato.
Gli antropologi, poi, hanno portato altre prove per sostenere l'identificazione dei resti con quelli di Filippo II, un re guerriero che in battaglia subì diverse ferite. L'uomo sepolto nella Tomba II aveva segni di una pleurite effetto, si ritiene, del trauma che Filippo II subì alla clavicola destra, andata in frantumi a causa di una lancia nel 345 o nel 344 a.C.

La dea dei Briganti

La testa di quella che potrebbe essere la dea
Brigantia ritrovata a South Shields
(Foto: Chroniclelive.co.uk)
Una piccola testa femminile in pietra, finemente scolpita, è stata riportata alla luce nel forte romano di Arbeia, a South Shields, in Gran Bretagna.
Si tratta, con tutta probabilità, di una divinità femminile adorata lungo le sponde del Tyne 1800 anni fa. Occhi, naso, bocca e capelli sono finemente scolpiti e sopravvivono ancora tracce di pittura rosa e rossa sul volto. Si pensa si tratti di Brigantia, divinità femminile dei Briganti, tribù stanziata in quello che attualmente il nordest della Gran Bretagna. Un'altra statua di Brigantia è stata ritrovata vicino Dumfries, nel sud della Scozia nel 1731. In questo caso la divinità indossava una corona a forma di mura turrite.
Un altare dedicato a Brigantia venne scoperto proprio a South Shields nel 1895, a soli 100 metri dal luogo dove, oggi, è stata ritrovata la testa della divinità. Ora gli archeologi cercano il santuario dedicato a questa divinità.
La testa giaceva nel canale di un acquedotto, riempito nel 208 d.C. per consentire l'ampliamento della fortezza romana. Il reperto farà parte di una mostra allestita, nella primavera del 2015, nel museo di Arbeia. In passato sono state ritrovati, a South Shields, frammenti di statue di Mercurio e Marte.
Lo scavo che ha portato a questa ed altre scoperte è stato promosso per salvare dall'erosione della bassa scogliera un sito sepolcrale dell'Età del Bronzo. 

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...