domenica 30 novembre 2014

Sassoni di Aylesham

Lo scheletro trovato ad Aylesham (Foto: Canterbury Times)
Ad Aylesham, in Gran Bretagna, è stato trovato uno scheletro sassone accompagnato da urne ed oggetti domestici romani. Lo scheletro è ben conservato e risalirebbe, secondo le prime analisi, a 1500 anni fa.
Con lo scheletro sono emersi oggetti di uso comune di epoca romana ed urne dell'Età del Bronzo. I reperti saranno custoditi nel Museo di Dover dopo che saranno stati effettuati tutti gli esami, compresi quelli ai denti ed alle ossa dello scheletro che potranno rivelare l'origine della gente che abitava, un tempo, questi luoghi.

Trovata una Venere paleolitica in Francia

La statuetta di una "Venere" preistorica trovata presso Amiens, in Francia
(Foto: Getty Images)
Nel nord della Francia è stata scoperta la statuetta in calcare di una cosiddetta "Venere", risalente a 23.000 anni fa. Si tratta di una scoperta che gli archeologi non hanno esitato a definire "eccezionale".
La statuetta è stata trovata durante uno scavo ad Amiens, dove i ricercatori pensavano di trovare vestigia più classiche, quali selce oppure osso lavorati. La statuetta è stata ricomposta mettendo insieme i diversi frammenti in cui si era spezzata. L'altezza della "Venere" è di circa 12 centimetri e si mostra come una figura femminile con grandi seni e glutei. Braccia e testa sono meno dettagliate.

Larnaka: sorprese dalle... fognature!

Parte di un corredo funebre scoperto a Larnaka
(Foto: Ministero della Cultura della Repubblica di Cipro)
Il Ministero delle Comunicazioni e dei Lavori cipriota e il Dipartimento delle Antichità hanno annunciato che gli scavi condotti parallelamente alla costruzione del sistema di fognatura di Larnaka hanno dato ottimi risultati. Il sito di Larnaka, è stato accertato, ebbe un'occupazione continuativa a partire dalla sua fondazione nel III millennio a.C. fino ad oggi.
Gli antichi abitanti di Larnaka hanno lasciato consistenti tracce della loro presenza nel sottosuolo della città. Sono riemersi reperti archeologici di notevole valore storico, tra questi il più importante è sicuramente il muro di difesa della città di Kition. Gli scavi sono stati condotti dal Professor Vassos Karageorghis, già Direttore del Dipartimento delle Antichità. Diverse altre strutture sono state scoperte nel corso dei lavori fognari, alcune delle quali di origine romana, come un pavimento in ciottoli e tubi di acqua in terracotta che potrebbero essere stati parte di un acquedotto.
E' stato anche scavato un antico cimitero nella parte est della città, dove sono state esplorate, finora, 28 sepolture risalenti ad un arco temporale che va dal periodo classico cipriota al periodo romano. La maggior parte delle sepolture sono inviolate e gli archeologi sono, pertanto, riusciti a recuperare una serie di oggetti di corredo (ceramiche e gioielli in bronzo) e ad acquisire ulteriori particolari sui rituali funebri.

venerdì 28 novembre 2014

Vampiri...appestati!

Resti di un individuo di sesso femminile con un falcetto nel
collo (Foto: Amy Scott)
Uno studio del Professor Lesley Gregoricka, dell'Università dell'Alabama del Sud, ha avanzato l'ipotesi che i cosiddetti "vampiri", i cui corpi sono stati trovati sepolti nel nordovest della Polonia, con il corpo attraversato da falci e pietre, erano, molto probabilmente, degli abitanti del luogo e non degli immigrati, come si era pensato all'inizio.
Nel nordovest della Polonia, nel XVII e XVIII secolo, si usava compiere dei riti funerari considerati apotropaici. I defunti che si pensava potessero diventare vampiri erano sottoposti ad uno specifico trattamento. Indagare le loro sepolture è un modo per raccogliere informazioni sulle pratiche sociali e culturali della società dell'epoca.
Gli scavi in questa regione della Polonia hanno rivelato sei sepolture inusuali tra centinaia di sepolture normali. Gli archeologi hanno analizzato i molari di questi individui per capire se si trattava di membri della locale comunità oppure di immigrati. Hanno comparato, in seguito, i risultati ottenuti con quelli di altri 60 defunti sicuramente appartenenti alla comunità. I risultati ottenuti indicano che i defunti appartenevano tutti alla popolazione stanziale nel luogo. Le sei sepolture anomale riguardavano individui considerati, molto probabilmente, piuttosto "strani". Gli archeologi hanno suggerito che possa trattarsi di vittime di un'epidemia di colera, molto frequente nell'Europa orientale del XVII secolo. Le persone che facevano parte della comunità non avevano idea di cosa fosse un'epidemia e di cosa fosse il colera ed hanno spiegato quelle morti apparentemente inspiegabili con un intervento soprannaturale.

giovedì 27 novembre 2014

Conclusa la stagione di scavi a Nea Pafos

Le ceramiche ritrovate a Nea Paphos
(Foto: E. Papucci-Wladyka)
Si è conclusa la quarta stagione di scavi del Dipartimento di Archeologia Classica dell'Istituto di Archeologia dell'Università di Cracovia, Polonia, nel quadro del progetto "Agorà di Pafos", che si propone di esplorare e studiare l'agorà dell'antica città di Nea Pafos, capitale ellenistica e romana di Cipro.
Gli archeologi sono stati coordinati dalla Professoressa Ewdoksia papuci-Wladyka. Lo scopo della campagna di scavi appena conclusi è stato quello di scavare, studiare il materiale ma anche conservare quanto scoperto con tecniche il più possibile non invasive. E' stato, tra le altre attività, esplorato un pozzo scoperto nella precedente stagione di scavi e che era stato inizialmente creduto essere una cisterna. Il pozzo conteneva diverso materiale come ceramiche di diverse categorie, prodotti raffinati ed anche anfore da trasporto con bolli impressi sulla terracotta. Sono state trovate anche delle figurine in terracotta, monete ed altri oggetti metallici tra i quali tre proiettili per fionda, due dei quali sono decorati a rilievo con la figura di uno scorpione.
In base alle ceramiche ed ai bolli impressi sulle anfore, il deposito tardo ellenistico è stato fatto risalire ad un periodo compreso tra la fine del II e la metà del I secolo a.C.

I segreti di San Simplicio

La basilica di San Simplicio ad Olbia (Foto: Ansa)
Sotto la basilica di San Simplicio, ad Olbia, sono custodite ben 450 tombe e decine di strutture murarie. Si pensa, ora, di riportarle alla luce entro la primavera del prossimo anno.
Le tombe e le mura sono le mute testimoni del passaggio di diverse antiche civiltà e sono state scoperte nel 2003, quando sono iniziati i lavori per realizzare l'Urban Center, insieme ad anfore greche, arredi funerari, una fornace per la calce e i resti di un tempio dedicato alla dea Cerere.
Entro la primavera del 2015 la Soprintendenza per i Beni Culturali concluderà i lavori sul sito e restituirà ad Olbia un pezzo della sua storia.

mercoledì 26 novembre 2014

L'ascia danese...

L'ascia ritrovata in Danimarca (Foto: Museo Lolland-Falster)
In Danimarca è stata trovata un'ascia in selce di 5500 anni fa. L'ascia è completa, con il manico in legno, insieme ad altri reperti ben conservati.
L'ascia sembra essersi incagliata in quello che, un tempo, era il fondo marino al largo della costa meridionale di Lolland. L'ascia giaceva tra il materiale organico degli scavi, tra cui un gran numero di pali di legno lavorato, una pala e degli archi. L'ascia svolse un ruolo importante per l'agricoltura, permettendo il disboscamento di ampie fasce di territorio.
L'introduzione dell'agricoltura portò anche una struttura sociale differente, nelle comunità umane, con una maggiore gerarchizzazione ed una maggiore attenzione ai riti religiosi connessi alla vita ed alla morte.

lunedì 24 novembre 2014

Trovata una testa di Amenhotep III

Veduta generale del tempio di Montu
(Foto: CNRS-CFEETK-Christophe Thiers)
Nel tempio di Armant, in Egitto, è stata portata alla luce una testa in arenaria della XVIII Dinastia, appartenente ad Amenhotep III. Il tempio di Armant si trova a 25 chilometri da Luxor. Qui lavora una missione dell'Istituto Francese di Studi Orientali (IFAO), i cui archeologi hanno scoperto la testa in di Amenhotep III, il nonno di Tutankhamon.
Il Ministro per le Antichità Mamdouh El-Damaty ha affermato che si è trattato di una scoperta casuale, fatta durante il restauro e il consolidamento delle fondazioni del tempio. Purtroppo il ritratto di Amenhotep III non è in buone condizioni: il volto è quasi totalmente danneggiato, anche se è visibile una parte della corona. Il reperto è ora in restauro presso la galleria dell'IFAO a Luxor.
Il tempio di Armant fu dedicato al culto del dio dalla testa di falco Montu, che era anche il dio della guerra. Venne costruito, in origine, nell'Antico Regno, ma è stato riutilizzato in epoca tolemaica, mentre le decorazioni e le aggiunte sono di epoca romana. Il tempio era un importante centro per il culto dei tori e conteneva molte sculture dell'animale sacro, la maggior parte delle quali si trova, ora, nei musei di tutto il mondo.

Un cimitero sulla Via della Seta

La necropoli di Kucha, in Cina
(Foto: Chinese Cultural Relics)

Lungo la Via della Seta è stato scoperto un cimitero di 1700 anni fa. La necropoli si trova nella città di Kucha, nel nordovest della Cina. Finora sono state scavate dieci tombe, sette delle quali hanno una struttura piuttosto importante.
Una delle sepolture scavate, quella chiamata "M3", conteneva sculture di diverse creature mitiche, quattro delle quali rappresenterebbero le stagioni: la Tigre Bianca, l'Uccello Vermiglio, la Tartaruga Nera e il Drago Azzurro. Questa sepoltura è costituita da un tumulo con una rampa, un cancello chiuso che dà accesso alla camera sepolcrale.
Il ritrovamento della necropoli è datato al 2007. Qui ha scavato l'Istituto Xinjiang delle Reliquie Culturali e dell'Archeologia. Non si sa chi siano coloro che sono ospitati nell'antica necropoli. Le tombe sono state derubate in passato e non è stata ancora scoperta traccia di scrittura ad indicare nomi o posizione sociale dei defunti. Analizzando i resti scheletrici, i ricercatori hanno scoperto che le tombe sono state riutilizzate più volte, nel corso dei secoli. Alcune delle sepolture contengono fino a dieci resti umani.
Quando è stata costruita questa importante necropoli, Kucha era un centro di vitale importanza per il controllo delle frontiere occidentali della Cina.

Villa dei Misteri, chiusa per restauro

La Sala dei Misteri
La Villa del Misteri chiude da oggi per restauro. E' una decisione della Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia. La riapertura al pubblico è prevista tra tre mesi. I lavori sono iniziati nel maggio 2013 a lotti, per consentire una fruizione al pubblico delle altre zone non interessate al cantiere.
I restauri coinvolgeranno i 70 ambienti che compongono la Villa, con particolare attenzione alle decorazioni parietali e pavimentali. I restauri sono stati frequenti, nella Villa, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso. I restauri attuali sono stati preceduti da indagini accurate tese ad identificare le caratteristiche dei materiali e delle tecniche pittoriche, della natura delle alterazioni cromatiche e delle incrostazioni. Quello avviato oggi è l'ultimo lotto ed interesserà la Sala dei Misteri e la pulitura di tutte le decorazioni pavimentali.

domenica 23 novembre 2014

Il complesso di San Calocero e la sepoltura "anomala"

Complesso di San Calocero, lo scavo della "sepoltura
anomala" di una bambina
Il complesso di San Calocero, chiesa e poi monastero femminile, si trova all'esterno delle mura della città ligure di Albenga. Qui, a diverse riprese, sono stati recuperati reperti di età romano imperiale. Il complesso è composto da un insediamento funerario tardo antico sul quale sorse la chiesa martiriale di VI secolo d.C. ed un monastero femminile di età medioevale. Il sito venne definitivamente abbandonato nel 1593, quando le Clarisse che lo gestivano si trasferirono all'interno della città di Albenga, nel quartiere di Sant'Eulalia.
Le prime esplorazioni di questo interessantissimo sito risalgono al 1934, a cura dell'archeologo Nino Lamboglia, che condusse qui due campagne di scavo, una nel 1938-1939 e l'altra nel 1971, applicando per la prima volta ad un sito medioevale la tecnica stratigrafica. La Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria, con il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana di Roma, si è interessata al sito, nell'arco temporale tra il 1985 e il 2008, per promuoverne la conservazione e le attività di ricerca. L'intento era quello di rendere fruibile il bene ai visitatori.
La struttura muraria più antica del complesso monastico è la muratura a riseghe che funge da terrazzamento-contenimento. Il riempimento contenuto dal muro venne scavato dal Lamboglia e permise la scoperta di una serie di tombe "a cappuccina" e di ceramica che hanno permesso di datare l'opera al III secolo d.C.. Gli scavi del Duemila hanno evidenziato che la fascia soprastante al muro di contenimento, ad oriente della chiesa, era anch'essa occupata da sepolture. Si è, così, configurato un ampio insediamento funerario tardo antico.
Di fronte a questo muro di contenimento, in età successiva, venne costruito un porticato coperto a spiovente con cinque arcate ora in parte restaurate. La datazione offerta dagli archeologi è quella del V secolo d.C.. Con l'impianto della soprastante basilica, lo spazio venne riempito da una volta in muratura che occultò le arcate del portico. Nel vano venne impiantata una cripta funeraria per le sepolture del ceto privilegiato. Queste sepolture erano in sarcofagi che si assiepavano attorno al corpo del santo martire qui venerato.
Area dello scavo del complesso di San Calocero (Foto: Savona News)
Prossima al complesso funerario e martiriale è la via romana Iulia Augusta, costruita intorno al 13 a.C. per collegare la Liguria alla Gallia Narbonense. Presso Albingaunum (Albenga), la via rasentava la costa con un percorso molto diverso da quello attuale. A margine della Iulia Augusta, nel corso del I e del II secolo d.C., nei pressi di Albingaunum, sorsero complessi funerari di varia natura, destinati soprattutto ai ceti medi.
La navata principale della chiesa di San Calocero è stata datata al V-VI secolo d.C.. La chiesa, all'epoca, possedeva anche un'abside collocata ad est e una navata a nord, verso la pianura, ora completamente scomparsa. Questa navata fungeva da copertura della sottostante cripta, dove si trovavano le citate sepolture nobili.
Negli scavi sono stati rinvenuti resti scultorei di arredi liturgici: lastre, plutei, capitelli. Questi dimostrano la monumentalizzazione dell'edificio religioso intorno al VI secolo d.C.. L'ultimo rifacimento risale all'VIII secolo d.C., in piena epoca longobarda, ad opera dell'abate Marinace del quale resta un'epigrafe. L'impianto della chiesa e della necropoli sono sicuramente connesse alla presenza, in loco, dell'antica sepoltura di San Calocero, comandante romano convertito al cristianesimo, che si crede abbia subito il martirio proprio ad Albenga, durante la persecuzione di Diocleziano (inizi IV secolo d.C.). La devozione per le reliquie del santo proseguì anche durante il Medioevo, arrivando in età moderna: San Calocero è tuttora il patrono della città di Albenga.
Particolare del complesso archeologico di
San Calocero (Foto: Beni Culturali)
Tra le sepolture presenti nel complesso ecclesiale, è stata di recente trovata una sepoltura "anomala", quella di una bambina di 148 centimetri di altezza e dell'età di circa 13 anni, sepolta a faccia in giù, come si seppellivano, un tempo, i morti che si volevano umiliare. L'archeo-antropologa Elena Dellù, responsabile dello scavo delle sepolture, ha dichiarato: "Spesso queste sepolture anomale riguardano persone che, in qualche modo, vengono giudicate negativamente dalla società, per essersi macchiate di qualche crimini, che provvede a inumarle attraverso un gesto di dispregio verso il corpo del defunto. Andrà tuttavia spiegato come mai, proprio questa sepoltura anomala, si trovi a contatto con la facciata della chiesa, in un ambito tra i più ricercati come luogo di sepoltura".
Ulteriori indagini sui resti scheletrici della bambina seppellita, hanno permesso di riscontrare, nel cranio, segni di una forte anemia. L'anemia potrebbe averle provocato svenimenti o crisi epilettiche le quali, mal interpretate, potrebbero aver indotto a credere i suoi contemporanei che la bambina fosse posseduta dal demonio. Forse è proprio questa la causa della sua sepoltura a faccia in giù.
Il Professor Philippe Pergola, del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana si è mostrato molto soddisfatto dai risultati della campagna di scavo a San Calocero: "La prima campagna di scavo al San Calogero sta volgendo al termine, non senza averci regalato risultati molto significativi. In particolare stanno emergendo dati insperati sul sepolcreto tardo antico, che sembra collocarsi su contesti romani presumibilmente di epoca imperiale, la cui indagine è ancora in corso. Anche per la fase tardo medioevale le sorprese non sono mancate: si è infatti individuato il punto di prelievo del materiale di cava, servito per la costruzione del monastero tardo trecentesco, una vera rarità perché spesso le cave sorgono a molti chilometri di distanza dai cantieri e sono di difficile riconoscimento".
I nuovi scavi a San Calocero sono stati condotti ad opera del Pontificio Istituto di Archeoogia Cristiana, in collaborazione con l'Università di Aix-Marseille e con il contributo economico della Fondazione Lamboglia, a cui si è aggiunto il sostegno del Comune di Albenga, della Coop Liguria e del campeggio Isola. Allo scavo archeologico hanno partecipato studenti italiani e francesi.

Trovata la "Signora dei Gioielli" a Luxor

Una raccolta dei gioielli ritrovati sulla mummia sepolta sotto
il tempio funerario di Thutmosis III (Foto: M. Gonzàles Bustos)
Gli archeologi spagnoli che stanno scavando in Egitto hanno portato alla luce la mummia di una donna con ancora indosso i gioielli con i quali è stata sepolta. La mummia è stata trovata sotto il tempio di Thutmosis III a Luxor, nell'Egitto meridionale ed è stata subito "battezzata" la "Signora dei gioielli".
L'eccezionale scoperta è stata favorita anche dal fatto che i tombaroli non hanno potuto vedere i gioielli e la mummia, entrambi intrappolati sotto il crollo di un tetto. Le sepolture che gli archeologi stanno esplorando in questa regione, infatti, sono state quasi tutte saccheggiate già nell'antichità. La donna ed i suoi gioielli, invece, erano rimasti schiacciati ed occultati sotto un masso.
La donna certamente apparteneva, in vita, ad una classe sociale elevata. E' morta all'età di circa 30 anni e recava, al collo, una collana di pietre dure e di quadrati d'oro a cui era sospeso un ciondolo a forma di conchiglia dorata, finemente lavorato, del peso di più di 20 grammi. La donna aveva anche due braccialetti d'oro alle braccia, ciascuno ottenuto da due fili d'oro ritorto. Le sue caviglie, invece, erano ornate di cavigliere d'argento purtroppo molto usurate.
Questo ritrovamento rende gli archeologi certi della presenza di una spettacolare necropoli sotto il tempio funerario di Thutmosis III, necropoli nella quale sono stati seppelliti personaggi di alto ceto sociale e le loro famiglie, tutti vissuti durante il Medio Regno. Gli scavi sono iniziati nel 2008. Quella attuale è la settima stagione di scavo e terminerà nel gennaio 2015.

sabato 22 novembre 2014

I misteriosi abitanti delle grotte di Promontory

Una delle calzature ritrovate nelle grotte di Promontory, nello Utah
(Foto: Wikimedia)
Nuove domande sull'antica cultura che popolava le rive del Great Salt Lake, nello Utah, stanno appassionando gli studiosi grazie al ritrovamento di preziosi reperti nelle grotte di Promontory. Tra questi vi sono centinaia di mocassini di pelle animale.
Il Dottor Jack Ives, della University of Alberta, ha recentemente pubblicato i risultati degli scavi effettuati nel 2010 proprio a Great Salt Lake. La grotta venne scoperta ed esplorata già nel 1930 dal Professor Julian Steward, dell'Università dello Utah, ma l'importanza dei reperti che conteneva è stata chiara solo più tardi. Sono migliaia i manufatti recuperati nelle grotte di Promontory, tutti attestanti il sorgere, quasi dal nulla, 850 anni fa, di una occupazione umana. Il periodo di più intensivo popolamento delle grotte data al periodo che va dal 1250 al 1290 d.C.
Un tappetino ritorto ritrovato nelle grotte di Promontory
(Foto: Wikimedia)
Tra i reperti trovati vi sono guanti, borse, utensili in pietra, ceramica e cesti, ma i reperti più abbondanti sono sicuramente le scarpe ricavate da pelle animale. Sono quelli che hanno attirato maggiormente l'attenzione degli studiosi. Le dimensioni delle scarpe indicano che esse appartenevano a bambini ed adulti. Più della metà dei mocassini hanno dei rinforzi in pelle sulle suole, una cinquantina dei mocassini hanno una soletta in corteccia di ginepro che reca ancora impressa l'impronta del piede del proprietario.
I ricercatori hanno analizzato circa 207 calzature tra quelle ritrovate nel 1930 e quelle ritrovate nel 2010. L'80 per cento delle calzature è stato indossato da bambini di età non superiore ai dodici anni. Questi complementi di abbigliamento forniscono preziose informazioni sulla composizione sociale della comunità che viveva nelle grotte di Promontory, una comunità, a detta degli esperti, fiorente e in crescita. I componenti di questa comunità provenivano dal nord e si erano presto mescolati con alcuni gruppi di nativi americani che vivevano già nel sudovest.
Le suole delle scarpe ritrovate nelle grotte di Promontory sono state realizzate da un unico pezzo di pelle di bisonte e sono foderate in pelliccia. E' questo lo stile esatto delle calzature del Subartico canadese.

Trovate delle sepolture anglosassoni nel Suffolk

Una sepoltura bisoma a Exning, Inghilterra
(Foto: Archaeological Solutions)
Nel villaggio di Exning, nel Suffolk, in Inghilterra, sono state portate alla luce 20 sepolture sassoni. I resti scheletrici degli occupanti e altri manufatti in esse contenuti fanno pensare a tombe di personaggi dell'élite sociale anglosassone. Exning era, infatti, un insediamento piuttosto importante, in epoca anglosassone.
Gli scheletri ritrovati sono 21 - una delle sepolture era bisoma - tra i quali quattro o cinque appartengono ad adolescenti. I resti sembrano risalire al 650 d.C. e sono in attesa di un esame più approfondito da parte degli antropologi. Una delle sepolture presentava un intricato telaio posto sotto il corpo del defunto, probabilmente un letto. Un'altra sepoltura sembra essere quella di un guerriero, poiché all'interno sono state trovate una punta di lancia ed una spada.
Exning aveva rapporti politici e commerciali con re Anna, che governava l'East Anglia nel VII secolo d.C.. Anna (o Onna) governò dai primi anni del 640 d.C. fino al 653 d.C.. Nel 631 d.C. re Anna visitò Exning dove, secondo il Liber Eliensis, era nata ed era stata battezzata sua figlia Aethelthryth.
I reperti trovati nelle sepolture fanno pensare ad individui di rango sociale elevato che potevano avere un qualche rapporto con la casa reale. Tra gli elementi del corredo sono stati recuperati una lancia, gioielli placcati in oro, un pugnale ed una ciotola di vetro che proviene, probabilmente, dalla Renania. I resti ossei sembra appartenessero ai discendenti dei primi gruppi di lingua germanica che emigrarono a sud dell'Inghilterra dall'Europa continentale intorno al 410 d.C., dopo la caduta dell'Impero Romano.

I Romani e le miniere d'oro della Spagna

Las Médulas, antica miniera d'oro romana nella comunità montana di
Castiglia e Leòn (Spagna centro-settentrionale) (Foto: Archeo.it)
Nascoste dalla vegetazione e dalle colture ci sono una serie di miniere d'oro e complesse opere idrauliche tese a deviare persino il corso dei fiumi, tutte scavate dai Romani. Siamo a Leòn, in Spagna. A fare questa eccezionale scoperta sono stati i ricercatori dell'Università di Salamanca.
La più grande miniera d'oro a cielo aperto dell'Impero Romano si trova proprio qui, a Leòn, ma gli archeologi sapevano che la ricerca del prezioso minerale si estendeva ben oltre la valle del fiume Eria. Grazie ad un sistema laser particolare installato su un aereo, i ricercatori hanno potuto indagare le tracce lasciate dalle antiche miniere e sono riusciti ad individuare le opere di ingegneria che i Romani hanno posto in essere per convogliare l'acqua ad uso delle miniere.
Il geologo Javier Fernàndez Lozano, dell'Università di Salamanca, ha dichiarato: "Il volume di terra sfruttata è molto maggiore di quanto si pensasse e le opere eseguite sono impressionanti, il che rende questa valle estremamente importante nel contesto delle attività di estrazione romane nel nord-est della penisola Iberica".
Gli archeologi ritengono che i sistemi di trasporto e di ridistribuzione delle acque siano ispirati a quelli già esistenti nel Nord Africa, dove gli Egiziani, da secoli, avevano avuto modo di perfezionare le opere di trasporto e distribuzione del prezioso liquido. Plinio il Vecchio, procuratore romano incaricato di sovrintendere lo sfruttamento delle miniere spagnole, ha descritto alcune delle metodologie impiegate dai Romani nell'estrazione dell'oro.

Misteri dell'Egitto copto...

Il Manuale della Potenza Rituale (Foto: Ms. Effy Alexakis -
Macquarie University Ancient Cultures Research Centre)
I ricercatori hanno decifrato un antico libro egiziano che contiene una serie di incantesimi e di invocazioni. Il libro è stato chiamato "Manuale del Potere Rituale" e spiega come fare incantesimi d'amore, esorcizzare gli spiriti maligni e curare un'infezione batterica detta "ittero nero", che ancor oggi miete vittime.
Secondo gli esperti il libro ha circa 1300 anni ed è scritto in copto. Le sue pagine sono di pergamena, come nei codici. Praticamente si tratta di un manuale ad uso di maghi e affini. Oltre alle parole e a completamento di queste, il libro contiene anche dei disegni e delle pozioni per curare la possessione demoniaca, vari disturbi fisici, il mal d'amore e per garantire il successo negli affari.
Questo singolare manuale sarebbe stato compilato intorno al VII-VIII secolo d.C., quando il cristianesimo si era diffuso in gran parte dell'Egitto. Nel testo in questione sono stati trovati anche dei riferimenti a Gesù. Alcune invocazioni, tuttavia, sembrano richiamare ad una sorta di setta religiosa che si sviluppò proprio in quegli anni in Egitto: i Setiani. Costoro si rifacevano al terzo figlio di Adamo ed Eva, Seth. Un'invocazione all'interno del manuale recita "Seth, Seth, il Cristo vivente".
Il manuale si apre con un riferimento ad una figura divina di nome Baktiotha, che non è stata ancora identificata. Si tratta di una figura ambivalente, capace di esercitare un grande potere nel regno della materia.
I documenti storici riferiscono che i vescovi consideravano i Setiani degli eretici. Costoro si estinsero intorno al VII secolo d.C.. Il testo appena decifrato, a questo punto, può essere considerato una sorta di linea di confine tra un periodo in cui i Setiani erano estremamente diffusi ad un periodo in cui questa setta venne palesemente condannata.
L'Università Macquarie di Sydney, in Australia, ha acquistato il manuale "magico" nel 1981 da Michael Fackelmann, un antiquario viennese. Non si sa, però, dove costui abbi reperito il prezioso e misterioso testo. L'esame dello stile della scrittura suggerisce che il codice è originario dell'Alto Egitto, forse delle vicinanze di Ashmunein/Ermopoli. Ora fa bella mostra di sé nel Museo delle Culture Antiche presso l'Università Macquarie.

Nuovi ritrovamenti ad Oplontis

Un ambiente affrescato della villa di Poppea ad Oplontis
(Foto: La Repubblica)
La villa di Poppea aveva un affaccio sul mare, ora lo si sa con certezza. Parallelamente a questa scoperta, sarebbero emersi altri reperti nel cantiere a sud della Villa. Sono queste le novità che provengono dall'importante edificio che sorge nell'antica Oplontis, oggi Torre Annuziata.
La Soprintendenza di Pompei continua a scavare nell'area dell'ex mulino Foglia Manzillo, a sud della Villa di Poppea e del canale Conte di Sarno. Lo scorso 29 ottobre lo scavo, preceduto da una serie di ricerche di tipo geoarcheologico, ha confermato le ipotesi che volevano che la celebre villa affacciasse direttamente sul mare, con panoramici ambienti di soggiorno e terrazze multi-livello poste al di sotto dell'atrio principale.
Le indagini degli archeologi, ancora in corso, hanno finora portato alla luce resti di terrazzamenti e dei loro muri di contenimento, oltre ad un porticato con colonne rinvenuto in fase di crollo. Scoperte anche tracce di affreschi parietali e di pavimenti a mosaico. Le ricerche, coordinate dalla Dott.ssa Antonella Bonini, "sono tese a definire lo sviluppo architettonico di questo lato del complesso a picco sul mare, sorto su una falesia, e ad indagare l'esistenza di un collegamento diretto tra la villa e il mare, che la presenza del cunicolo visibile nell'angolo sud-ovest del peristilio servile lasciava intuire", secondo la Soprintendenza.
Il fanciullo con l'oca, scultura trovata nella villa di Poppea a Oplontis
(Foto: Tafter.it)
La villa, molto estesa, è stata attribuita a Poppea Sabina, seconda moglie dell'imperatore Nerone, per la presenza di affreschi e di sculture di notevole qualità ma anche per la presenza di un graffito parietale che menziona un certo Beryllos, personaggio della corte neroniana e del nome del servo di Poppea, Secundus, su un'anfora vinaria e su un piatto. Un'altra attribuzione vuole la villa di proprietà di M. Pupius Piso Frugi Calpurnianus, console nel 61 a.C.
Lo scavo del complesso che si ritiene essere la villa di Poppea conferma la stratigrafia della zona: il seppellimento provocato dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.. Sono stati riconosciuti quattro strati di lapilli alternati con tre strati di cenere, seguiti da uno strato di fango indurito.
Ritratto di Poppea Sabina
(Foto: Wikipedia)
Il settore occidentale della villa era, forse, il quartiere di rappresentanza, nel quale era presente una grande cucina e il settore termale al quale era funzionale la cucina come fonte di calore. Il settore orientale era deputato, invece, agli aspetti più intimi della vita di tutti i giorni, collegati con le attività produttive del complesso stesso.
Molte erano le sculture che adornavano la villa, soprattutto i giardini e le fontane. I riferimenti erano prevalentemente al mondo greco: un Satiro e Ninfa, un fanciullo con un'oca, Nike, Afrodite, un Centauro. E' stato trovato anche un ritratto femminile che gli archeologi attribuiscono a Poppea.
La prima fase costruttiva della villa risale alla metà del I secolo a.C. e, probabilmente, apparteneva già da allora alla gens Poppea. Si tratta di un solo sito residenziale che fungeva anche da centro di vita agricola e industriale collegato con una proprietà terriera. Al tempo di Augusto il complesso venne ampliato e venne aggiunta una grande piscina.
La villa è stata scavata per la prima volta nel '700 ma un recupero archeologico vero e proprio del complesso si data al 1968.

giovedì 20 novembre 2014

Ritrovata una stele ad Atene

La stele trovata durante gli scavi di quest'anno ad Atene
(Foto: DAI Athen)
Nella zona del Ceramico, ad Atene, è stata scoperta in questi giorni una lapide in marmo del 400 a.C. durante gli scavi che l'Istituto Archeologico Germanico ad Atene sta facendo in collaborazione con la Soprintendenza alle Antichità di Atene.
La lapide appartiene all'epoca classica e raffigura una donna seduta ed una bambina, con una seconda donna e un uomo barbuto in secondo piano. Le quattro figure si trovano sotto un timpano che reca, iscritto, il nome Dimostratos. La forma e lo stile delle figure scolpite nel marmo fanno risalire la lapide alla fine del IV secolo a.C.. Probabilmente la stele è stata inizialmente collocata nell'antica necropoli lungo la strada di fronte alla Porta Sacra, per poi essere utilizzata come soglia di una casa.
Secondo gli archeologi la stele ebbe anche un terzo riutilizzo: copertura della fogna che scorre sotto la Via Sacra, quando venne costruito il sistema fognario di Atene nel VI secolo d.C.
La stele ritrovata ad Atene dopo la pulizia (Foto: DAI Athen)

Le sorprese del Fanum Voltumnae

Ritrovamenti di Fanum Voltumnae (Foto:Orvieto24h)
Negli scavi del sito di Fanum Voltumnae (Orvieto), santuario federale etrusco del VI secolo a.C., sono stati portati alla luce una testa raffigurante, con tutta probabilità, il dio etrusco Voltumna e un tempio di grandi dimensioni.
L'annuncio è stato fatto dalla Professoressa Simonetta Stopponi, dell'Università di Perugia, che il 21 novembre terrà a Carmignano, in provincia di Prato, una conferenza sui Grandi Santuari del mondo antico. La testa maschile della divinità è in terracotta in origine policroma ed è in buono stato di conservazione. E' emerso anche, nel medesimo scavo, un tratto dell'antica Via Sacra che conduceva al tempio di cui sono stati trovati i resti.
Il Fanum Voltumnae, in località Campo della Fiera, area pianeggiate a ovest del pianoro di tufo sul quale sorge Orvieto, è stato utilizzato per fiere e mercati periodici dall'epoca romana fino al 1384, anno in cui la peste nera devastò e spopolò campagne e città. I primi scavi in questa località iniziarono nel 1876. Subito emersero strutture murarie in tufo e pregevoli terrecotte architettoniche, ora al Pergamon Museum di Berlino.
Chiesa del XII secolo, scavi di Campo della Fiera ad Orvieto
(Foto: Orvieto24h)
Il Fanum Voltumnae era il luogo in cui si riunivano, annualmente, i rappresentanti della lega delle dodici città etrusche. Contestualmente agli incontri politici vi si svolgevano cerimonie religiose, fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni che non si potevano interrompere. La localizzazione ad Orvieto del Fanum Voltumnae, lungamente e vanamente cercato sin dal '400, si basa anche su un documento epigrafico: il cosiddetto "Rescritto di Spello". Si tratta della disposizione con la quale l'imperatore Costantino concedeva agli Umbri di poter celebrare, secondo un'antichissima consuetudine, le cerimonie religiose ed i giochi annuali a Spello, senza doversi più recare "presso Volsinii".
Quest'ultima precisazione pare intendersi rivolta alla Volsinii etrusca e non alla Volsinii che attualmente è conosciuta come Bolsena. Alcuni versi di un'elegia di Properzio, poeta latino originario dell'Umbria, rivelano inequivocabilmente l'origine volsiniese di Voltumna, il dio titolare del Fanum. Plinio il Vecchio, poi, ricorda che in occasione della conquista di Velzna/Volsinii/Orvieto furono depredate ben duemila statue di bronzo, ad indicare che qui sorgeva un importantissimo luogo di culto.
Archeologi al lavoro nel sito di Campo della Fiera ad Orvieto
(Foto: Unipg.it)
Gli scavi sono iniziati, ad Orvieto, nel 2000. E' stata scoperta la strada basolata etrusca che collegava la città a Bolsena, larga 5 metri e segnata da solchi profondi. Accanto alla strada è stato identificato un vasto recinto sacro con due pozzi, un tempio restaurato più volte nel corso dei secoli, un monumentale donario sul quale erano collocate delle statuette bronzee e un altare monolitico in tufo. A lato di quest'ultimo è stato trovato, intatto, un contenitore di offerte in denaro (thesaurus), ancora chiuso dal coperchio forato, con il suo tesoro di più di 200 monete romane in bronzo e argento. Sono tornate alla luce ceramiche greche e teste di statue etrusche in terracotta, una meridiana e un busto marmoreo di età imperiale.
La Via Sacra, rifatta più volte dal VI secolo a.C. fino all'età romana, era larga 7 metri e fornita di marciapiedi, che aumentavano la sua larghezza complessiva a 9,50 metri. Si tratta della più monumentale statua etrusca finora nota. Sul fianco orientale della Via Sacra è stato scoperto un tempio arcaico piuttosto imponente, del quale rimane solo il basamento in conci di tufo, ricoperto di un ricchissimo strato di ceramiche greche. Qui è stata rinvenuta anche una coppa in bucchero con un'iscrizione che menziona l'appellativo "madre" rivolto ad una divinità femminile.
Le evidenze romane sono costituite da un complesso termale, in parte edificato sulla Via Sacra etrusca che, tra il IV e il V secolo d.C., venne utilizzato come struttura abitativa e che a partire dal VI secolo d.C. ospitò un cimitero cristiano. E' stato anche identificato un notevole complesso ecclesiale del quale si era persa ogni traccia, noto nei documenti medioevale con il nome di San Pietro in vetere, sorto su precedenti edifici etruschi e romani.
Le terrecotte architettoniche che ornavano gli edifici sacri sono di notevole fattura e caratterizzate da una vivace policromia. Esse risalgono ad un arco temporale che va dal VI al III secolo a.C.. Notevole anche il deposito di ceramiche attiche appartenenti a vasi di gran dimensioni, dono prestigioso offerto al santuario.

mercoledì 19 novembre 2014

Lo splendido mosaico di Plotinopolis

Parte del mosaico scoperto a Plotinopolis, in Grecia
(Foto: terraeantiqvae.com)
Gli archeologi hanno scoperto un'altra parte del maestoso mosaico delle terme romane di Plotinopolis, nel nord della Grecia. Il mosaico ricopre una superficie di circa 140 metri quadrati dei quali ne sono stati scoperti, a tutt'oggi, circa 90.
Il mosaico mostra delle figure marine: centauri, delfini, sirene e il giovane Evros, figlio del re di Tracia Cassandro, che emergono dalle acque. Il pezzo di mosaico scoperto di recente, invece, mostra due cavallucci marini e due amorini incorniciati da pannelli decorati con uccelli e motivi naturalistici.
Il mosaico è realizzato in tessere di vetro ed è circondato da foglie di edera e da viticci che, a detta degli archeologi, rimanda a motivi dionisiaci. La datazione del manufatto è stata fissata ad un periodo compreso tra la seconda metà del II secolo e l'inizio del III secolo d.C.. Era collocato in un ambiente adibito a bagno pubblico, erroneamente identificato, all'inizio, come il triclinio di una villa di lusso. Nello stesso luogo sono stati trovati altri manufatti che hanno fatto pensare che, durante il periodo paleocristiano (IV-V secolo d.C.) qui era stata installata una fabbrica di ceramiche.
Plotinopolis venne fondata da Traiano agli inizi del II secolo d.C. e prese il nome della moglie dell'imperatore, Plotina. Divenne una delle città più importanti della Tracia. Non lontano dal luogo del rinvenimento del mosaico, nel 1965, alcuni soldati greci hanno ritrovato un busto in oro dell'imperatore Settimio Severo.

martedì 18 novembre 2014

Il misterioso proprietario del Mausoleo di Anfipoli

Ricostruzione della sepoltura di Anfipoli (Foto: The Greek Reporter)
Il Mausoleo di Anfipoli appassiona studiosi e profani per quello che va rivelando ad ogni centimetro "rubato" alla terra e per quello che potrebbe significare per la storia del mondo occidentale. Recentemente sono state scoperte delle ossa, all'interno della fastosa tomba. L'analisi condotta avvalora le ipotesi che il "proprietario" di queste ossa doveva avere la pelle chiara ed una statura non elevata. Probabilmente si tratta di un importante generale macedone. Sarà il Dna a svelare se, eventualmente, fosse anche imparentato con la casa regnante macedone.
Alcuni degli oggetti ritrovati nella tomba di Anfipoli
(Foto: Associated Press)
Gli esperti, in realtà, si sono spinti anche oltre: hanno ipotizzato che il defunto avesse gli occhi azzurri ed i capelli castani o rossi. Come Alessandro Magno. Le analisi parlano di un uomo originario della Tracia, una regione a nordest della Grecia. Un mosaico scoperto a Pella mostra Alessandro Magno come un giovane uomo dai capelli rossi e fonti contemporanee parlano di capelli "dorati" o "ramati".
La Professoressa Katerina Peristeri, responsabile dello scavo del Mausoleo di Anfipoli, ritiene che il defunto fosse un importante generale. Malgrado la tomba sia stata depredata, sono rimaste tracce dello splendido corredo che conteneva.
La testa di una delle sfingi del Mausoleo di Anfipoli
(Foto: Assicuated Press)
Alessandro morì a Babilonia, ma il luogo in cui venne effettivamente sepolto è rimasto un mistero. Ora gli scienziati si propongono di paragonare il Dna estratto dai resti dell'uomo sepolto nel Mausoleo con quelli delle ossa di Filippo II, sepolto a Vergina. Filippo II, padre di Alessandro, venne bruciato e le analisi sul Dna vennero fatte alcuni decenni fa.
Il corpo del defunto le cui ossa sono state ritrovate nel Mausoleo di Anfipoli, era stato sepolto in un sarcofago di legno che, con il tempo, si è disintegrato. Sparsi nella tomba sono state ritrovate decorazioni in osso e vetro del sarcofago ligneo. Sicuramente la magnifica sepoltura indica che il defunto venne adorato, in vita ma anche dopo morto, come una divinità. E altrettanto sicuramente si trattava di una figura di primo piano nella società macedone dell'epoca.
Il Professor Michailis Tiverios, professore di archeologia all'Università di Salonicco, ritiene che i resti potrebbero appartenere a Nearchos, uno dei più stretti collaboratori di Alessandro, che guidò la flotta del macedone lungo tutta la sua campagna di espansione in Asia. Nearchos era cresciuto proprio ad Anfipoli.

lunedì 17 novembre 2014

Scavi ad una antica villa di Positano

Affresco della villa romana di Positano (Foto: ecampania.it)
Sono stati stanziati 2,5 milioni di euro per scavare la villa romana di Positano che si trova al di sotto della chiesa di Santa Maria Assunta. I soldi provengono da fondi europei messi a disposizione per mezzo di un finanziamento della Regione Campania.
La villa è stata scavata in parte nel 2003, durante i lavori di recupero dell'edificio ecclesiastico. In quel contesto sono riemersi affreschi, numerosi scheletri e resti dell'antica abbazia benedettina risalente al '700. Nel 2008 è stata finanziata la somma per i lavori.
La ricerca storica sull'antica villa romana è stata portata avanti da Matilde Romito. Scavatori borbonici, nel XVIII secolo, avevano già scoperto delle strutture dell'edificio. Negli anni '20 del 1900, in seguito ai lavori di sistemazione di una bottega nei pressi della chiesa, furono riportate alla luce porzioni della villa.
Questa villa rientra negli insediamenti tipici del I secolo a.C. - I secolo d.C. sulla costa flegrea. Insediamenti che ebbero una brusca decadenza dovuta all'eruzione del Vesuvio. Qui sorgevano molte ville di lusso per la villeggiatura ma anche per lo sfruttamento del terreno agricolo. Quella appena riemersa è, molto probabilmente, una villa danneggiata dal terremoto del 62 d.C.. Parte delle strutture ancora intatte si trovano nel pavimento della cripta superiore. Qui sono presenti il pavimento, i muri e i tetti crollati. In seguito sulle rovine della villa venne edificata la chiesa di Santa Maria Assunta.

domenica 16 novembre 2014

Megale Hellas, i Greci d'Italia (8)

Monete di Naxos (Foto: moneteantiche.blogspot.com)
Secondo Tucidide Naxos sarebbe stata la più antica colonia greca in Sicilia. Viene fondata nel 734 a.C. dai Greci dell'Eubea guidati da Teocle. Una volta sbarcati, i coloni edificano un altare ad Apollo Archegetes, divinità guida della spedizione. Anche Eforo considera Naxos la più antica colonia greca in Sicilia, ma pensa che sia stata fondata contemporaneamente a Megara Hyblaea, nell'834 a.C. da Calcidesi, Ioni e Dori. Ellanico, poi, pensa che Naxos sia stata fondata da Calcidesi e Nassi, coloni provenienti dall'isola di Naxos nelle Cicladi.
Parco archeologico di Giardini Naxos
I reperti più antichi ritrovati dagli archeologi risalgono ad un periodo compreso tra il 740 e il 730 a.C.. Si tratta di ceramiche di importazione, contemporanee a quelle ritrovate a Megara o a Siracusa. La posizione della città spiega la precoce comparsa, nel 530 a.C., della moneta che serve alle attività economiche del porto: dazi doganali, pedaggi ed altro. La prima serie di monete, la più antica della Sicilia, presenta sul diritto la testa di Dioniso barbato e sul rovescio un grappolo d'uva che fa, forse, riferimento alla produzione vinicola di Naxos.
La scoperta di un cippo marmoreo del VII secolo a.C. con iscritta la dedica alla dea Enyo con lettere dell'alfabeto dell'isola di Naxos, sembra confermare la presenza dei Nassi delle Cicladi alla fondazione della colonia. Pur essendo di dimensioni contenute, Naxos dà origine ad altre spedizioni coloniali che fondano Leontinoi e Katane.
Impianto stradale a Giardini Naxos
La città di Naxos cade presto vittima delle mire espansionistiche dei Dinomenidi, signori di Siracusa. Nel 476 a.C. il tiranno Ierone distrugge la piccola colonia e ne deporta gli abitanti insieme a quelli di Leontinoi e Katane. Nel 460 d.C., dopo la caduta dei Dinomenidi e la restaurazione della democrazia a Siracusa, gli abitanti ritornano alle loro abitazioni e godere di un periodo di pace considerevolmente lungo. Vengono battute nuove monete in argento, con al diritto sempre la testa di Dioniso barbato e sul rovescio la raffigurazione del Sileno ebbro.
Nel 403 a.C. Dioniso I, tiranno di Siracusa, grazie ad uno stratagemma e con l'aiuto di un traditore, rade al suolo Naxos e ne confisca le terre per assegnarle ai Siculi. Ma Naxos non sparisce del tutto: la vita continua soprattutto nella zona più vicina alla baia dove, probabilmente si coagula il centro che, per un breve periodo, batte moneta con il nome di Neapolis, "città nuova".
Anula con sfingi da Naxos (Foto: entasis.it)
La vera erede di Naxos, però, è Tauromenion (attuale Taormina), che i superstiti di Naxos fondano nel 358 a.C. sotto la guida di Andromaco, padre dello storico Timeo.
La città antica di Naxos viene fondata ai piedi del Monte Tauro, sulla penisola di Schisò, già occupata da insediamenti indigeni già dal Neolitico e abitata ancora al momento della colonizzazione greca. L'insediamento di VIII secolo a.C. occupa solo la parte orientale del sito e si espande su appena 10 ettari di superficie. In questo periodo compaiono solo due strade con andamento parallelo alla linea di costa. Gli archeologi hanno individuato anche una casa, risalente a questo periodo. Si tratta di un edificio a pianta quadrata, con un banchetto di pietra su di un lato.
A metà del VII secolo a.C. Naxos si estende su una superficie di 40 ettari. Lungo le sue strade si affacciano edifici sacri e privati, tra i quali si annovera una casa piuttosto grande, del tipo dotata di portico che collega la parte interna con l'esterno, forse appartenente ad un sacerdote oppure ad un altro esponente di alto rango.
La costa di Giardini Naxos
Alla fine del VI secolo a.C. la città viene cinta di potenti mura a doppia cortina in opera poligonale. La fortificazione funge da argine anche per le frequenti piene del vicino torrente. Un nuovo impianto urbano si instaura nel V secolo a.C., frutto di un progetto unitario attribuibile a Ierone di Siracusa. La città è ridisegnata secondo i dettami ippodamei. Plateiai e stenopoi disegnano lunghi isolati rettangolari all'interno dei quali le abitazioni si raggruppano in quattro blocchi distinti da stretti passaggi, che servono per il deflusso delle acque.
Non si è ancora accertata l'ubicazione dell'agorà, che alcuni identificano con un'ampia area libera. Diversi sono i luoghi di culto. Si tratta di edifici semplici, a pianta rettangolare, privi di colonnato esterno. Sono state ritrovate diverse terrecotte architettoniche che decoravano e proteggevano l'alzato in materiale ligneo.
Il santuario urbano più importante è quello posto alla periferia sudoccidentale della città, nei pressi della riva sinistra del Santa Venera. Il tempio è noto come temenos di Afrodite ed è cinto da un muro in opera poligonale. Un piccolo sacello all'interno del temenos è attribuito alla fase più antica, di VII secolo a.C., così come due fornaci per la cottura di tegole e vasi che funzionano per le necessità del culto. Alla fine del VI secolo a.C. sul sacello viene edificato un edificio di grandi dimensioni, forse un tempio. Molti pensano che il tempio sia un Aphrodision citato da alcune fonti; un'altra ipotesi vuole che si tratti di un santuario di Hera, come proverebbe un'iscrizione con il nome della dea graffita su di un frammento di hydria.
Fuori dall'area urbana vengono edificati e sono stati individuati due complessi sacri arcaici. Il santuario più vicino alla costa sembra aver avuto il massimo sviluppo tra il VII e il VI secolo a.C.. Sono state trovate numerose terrecotte architettoniche ma non si è finora certi sulla divinità che vi era venerata. Il secondo complesso sacro si trova a poca distanza da una delle porte della città. All'interno del vasto temenos sono stati trovati i resti di un sacello e di due tempietti del VI secolo a.C. e moltissime terrecotte architettoniche di epoca arcaica. Forse qui sono venerate più divinità accanto ad una, titolare del culto ufficiale. Sicura è la presenza di un sacello votato al culto di Enyo, divinità arcaica dai tratti guerrieri, per la presenza di un cippo con dedica iscritta.

Una bambina di 2000 anni fa

La mummia della bambina sottoposta a
Tac in America (Foto: Theboltonnews)
I medici americani hanno effettuato una Tac completa sui una mummia di una bambina vissuta 2000 anni fa in Egitto. Hanno scoperto, in questo modo, che la bambina era più giovane di quanto si era creduto in un primo tempo e che la causa della sua morte è stata un'appendicite.
Gli esami sono stati condotti nell'ospedale per bambini di Palm Beach, in Florida. Quando la mummia venne studiata nel 1975, gli archeologi credevano che la piccola fosse morta ad un'età compresa tra i quattro ed i nove anni per tubercolosi. I nuovi esami, invece, hanno dimostrato che la piccola non aveva più di tre anni e mezzo di età.
La mummia della bambina fa parte di una serie di 200 reperti egiziani in prestito al Museo di Bolton per una mostra intitolata "Dopo la morte - Tombe e tesori dell'antico Egitto". Si pensa che la bambina sia vissuta durante il regno di Cleopatra nella provincia egiziana del Fayum, là dove è stata ritrovata nel 1888 da William Flinders Petrie, considerato il padre dell'Egittologia moderna.

Carbognano, risolto il mistero di Giulia Farnese?

Le ossa ritrovate nella chiesa sconsacrata di Carbognano
(Foto: Il Messaggero.it)
C'è una chiesa sconsacrata, a Carbognano, in provincia di Viterbo, che, forse, custodisce un mistero in una nicchia murata. Un segreto riguardante le ossa di una donna, Giulia Farnese. La chiesa sconsacrata è quella della Madonna dell'Immacolata.
I contemporanei - siamo alla fine del '400 - ribattezzarono Giulia Farnese la "Bella". Fu amante e concubina di Alessandro VI Borgia e la sua misteriosa sepoltura, forse, è ad un passo dall'essere scoperta. Qualche giorno fa, infatti, dietro l'altare Seicentesco della Cappella della Resurrezione nella chiesa sconsacrata dell'Immacolata, che è al centro di un restauro estremamente delicato, condotto dalla Soprintendenza ai Beni storico-artistici del Lazio, è stata scoperta una nicchia scavata nel muro, da cui sono riaffiorati i resti di due corpi.
La storica dell'arte Giovanna Grumo, responsabile del cantiere di restauro per conto della Soprintendenza ha affermato: "Sono indubbiamente antiche. Potrebbero essere datate, però, al 1575, la stessa data che compare nella cappella ad indicarne la realizzazione. Ci sono varie ipotesi, al momento, sicuramente appartengono ad una persona di alto rango, vista la sepoltura nella chiesa. Certo tutti speriamo che appartengano a Giulia Farnese, vista la tradizione orale che dice che la Farnese fu seppellita qui, ma per avere la certezza dei dati, dobbiamo aspettare solo l'esito delle indagini scientifiche sulle ossa".
La dama con l'Unicorno, di Luca Longhi, probabile
ritratto di Giulia Farnese (Foto: Wikipedia)
Le ossa ritrovate saranno prese in consegna dall'autorità giudiziaria di Viterbo per un primo esame. Solo dopo questo accertamento si potrà far scattare o meno la seconda fase di analisi più approfondite.
Giulia Farnese nasce a Capodimonte nel 1474 e diviene presto famosa per la sua bellezza, a causa della quale è considerata una sorta di merce di scambio. E' la madre di suo marito Orso Orsini (detto Orsino), Adriana de Mila, cugina di papa Alessandro VI, ad offrire la nuora su un piatto d'argento all'anziano pontefice.
Giulia muore il 23 marzo 1524, a 50 anni di età, dopo aver ricevuto l'ammirazione del Pinturicchio e di Raffaello, tra gli altri. Nel 1506 era stata governatrice di Carbognano, il feudo che il suo amante Alessandro VI, padre anche della sua unica figlia Laura, aveva donato a suo marito, Orsino Orsini, dall'aspetto tutt'altro che attraente, affetto da una foruncolosi che gli deturpava il viso. Giulia l'aveva sposato a 15 anni, quando da almeno un anno era l'amante dell'allora cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa. A Carbognano Giulia rimane fino al 1522.
Nel suo testamento Giulia volle lasciare un fondo speciale per la ricostruzione della chiesa della Madonna dell'Immacolata. Desiderava essere sepolta sull'isola Bisentina, in mezzo al Lago di Bolsena, ma sull'isola non vi è traccia di una sua tomba. Ed ora la leggenda che ha sempre avvolto sia Giulia Farnese che il suo feduo, Carbognano, torna a rivivere.

Torna alla luce una fontana medioevale a San Gimignano

San Gimignano, fonte medioevale, ambiente sotterraneo
(Foto: sienafree.it)
Durante i lavori di pulizia a San Gimignano, dai cespugli è spuntata, a sorpresa, una fonte medioevale. Secondo l'archeologo Mennucci, già nel 1251 si cercavano le vene per la costruzione della fonte che, a seguito del progressivo interramento, è stata chiusa nel 1923.
La fonte è tornata visibile grazie all'opera di alcuni addetti dell'amministrazione comunale che si stavano occupando della manutenzione dell'area di Bagnaia, non lontana dalle mura cittadine. Gli operai si sono trovati davanti un piccolo casotto con una scala del 1923 (vi sono dei graffiti sull'intonaco che recano questa data). La scala porta ad un ambiente sotterraneo con volta a botte.
La fonte è citata in documenti d'archivio a partire dal 1251. Faceva parte di un sistema di Fonti Pubbliche costruite nel corso di venti anni intorno alla metà del '200. La fonte, quasi interamente in mattoni, è integra. La sua vasca misura circa 3,5 x 6 metri. Presto sarà effettuato un sopralluogo con tecnici ed esperti della Soprintendenza per i Beni Stori Artistici e Etnoantropologici di Siena e Grosseto.

Megale Hellas, i Greci d'Italia (7)

L'insediamento greco di Cuma è tra quelli più antichi d'Italia. I ritrovamenti archeologici lo fanno risalire al 730-720 a.C.. La città viene fondata da due gruppi di coloni: quelli già stanziatisi a Pitecusa, originari di Calcide, e quelli provenienti dalla Cuma situata sulla costa nordest della penisola anatolica.
Cuma, la Via Sacra (Foto: Wikipedia)
Gli ecisti, fondatori, a capo di ciascuno dei due gruppi sono: Megastene per i Calcidesi di Pitecusa, Ippocle per i Cumani d'Anatolia. Il luogo in cui sorge Cuma non è scelto a caso. La città si trova in una posizione strategica invidiabile, in un punto di passaggio obbligato lungo la rotta che congiunge l'alto e il basso Tirreno. Inevitabile il ruolo che svolge nei rapporti commerciali e culturali tra il mondo greco e quello etrusco.
Secondo lo storico Dionigi di Alicarnasso, nel 524 a.C. Cuma si trova a dover respingere l'attacco sferrato da una coalizione composta da "Etruschi, Umbri, Dauni e molti altri barbari". La battaglia si svolge proprio alle porte della città e fa emergere la figura di Aristodemo che, vent'anni dopo, si autoproclamerà tiranno di Cuma dopo aver sconfitto nuovamente gli Etruschi ad Ariccia, nel Lazio.
Acropoli di Cuma (Foto: News-24h.it)
Nel 474 d.C. gli Etruschi tentano nuovamente di conquistare la città. Lo scontro si svolge, questa volta, sul mare, al largo di Cuma, le cui navi sono supportate da quelle di Siracusa che risultano decisive nella vittoria finale. Nel V secolo a.C., l'importanza di Cuma si affievolisce a favore di altre città emergenti quali la stessa Siracusa e la vicina Napoli. Nel 421 a.C. è conquistata dalla popolazione indigena dei Campani, i quali conservano, comunque, i costumi e le leggi dei Greci. Durante la guerra sannitica e la guerra latina (343-338 a.C.), Cuma è una fedele alleata di Roma che la ricompensa con il diritto parziale di cittadinanza. Cuma resterà fedele all'Urbe anche durante la guerra annibalica.
Cuma sorge sul litorale che guarda le isole di Procida e di Ischia, chiuso a sud da Capo Miseno. L'acropoli della città sorge su uno sperone di tufo che aveva ospitato, durante l'Età del Ferro (IX-VIII secolo a.C.), un insediamento indigeno. L'abitato viene costruito nella conca pianeggiate compresa tra l'acropoli e, ad est, il Monte Grillo. Fino al VI secolo a.C. è circondato da mura difensive che contengono una superficie di 110 ettari. La necropoli è scavata a nord e si estende per circa 3 km lungo l'antica strada che correva ai margini del Lago di Licola. Qui è stato scoperto un muro in blocchi di tufo che gli archeologi hanno datato ad un periodo compreso tra il VI e il V secolo a.C.: si tratta, probabilmente, dei resti di un imponente fossato di bonifica e di difesa costruito dal tiranno Aristodemo.
Cuma, resti del Tempio di Giove (Foto: Wikipedia)
Il perno difensivo dell'abitato di Cuma è l'acropoli che, nel contempo, ne è anche il centro religioso. Essa è disposta su due terrazze ed al suo apparato difensivo appartiene la lunga galleria chiamata "Antro della Sibilla", scavata nel tufo lungo la terrazza che si affaccia sull'antica insenatura del porto. L'aspetto attuale di questo camminamento - precedentemente identificato con il famoso luogo in cui vaticinava la Sibilla Cumana - è dovuto a diverse trasformazioni intercorse nei secoli. Da qui si accede all'acropoli procedendo lungo la Via Sacra realizzata durante l'impero di Augusto. La Via Sacra accompagna ad una porta monumentale dalla quale partiva una gradinata che conduceva alla terrazza del Tempio di Apollo. Oggi è visibile la fase tardoantica e medioevale della porta, in cui è presente una torre quadrata detta "Torre Bizantina".
Cuma, resti del Tempio di Apollo (Foto: Wikipedia)
La terrazza su cui sorge il Tempio di Apollo era, un tempo, occupata da un abitato indigeno. All'arrivo dei coloni Greci, l'abitato viene distrutto e la terrazza livellata e regolarizzata (seconda metà del VI secolo a.C.). Il tempio sorge nell'angolo sudorientale della terrazza e la sua dedicazione ad Apollo è stata confermata dal ritrovamento di una dedica di età romana. Apollo, secondo la tradizione, ha guidato i coloni alla fondazione della città. Solo il basamento testimonia la fase arcaica dell'edificio. Nel V secolo d.C. diventa una basilica cristiana e vi si insediano numerose sepolture a fossa, ricavate nel basamento del tempio arcaico, una trentina delle quali scoperte nel 2012. Queste ultime hanno restituito corredi e resti ossei. Tra di esse è stata riconosciuta la sepoltura di un vescovo del X secolo d.C.
Virgilio, nell'Eneide, colloca presso il Tempio di Apollo l'ingresso all'antro della Sibilla Cumana, che Enea consulta per conoscere il proprio destino. La Sibilla Cumana è di particolare importanza per i Romani, i quali le attribuiscono la redazione dei famosi Libri Sibillini, raccolta di oracoli e prescrizioni rituali consultati nei casi di particolare emergenza. Ad età arcaica risale la cosiddetta "cisterna greca", un ambiente con pareti in blocchi che doveva essere, probabilmente, una fontana monumentale collegata alle virtù mediche di Apollo. Al fianco della "cisterna greca" vi è un portico ellenistico nei pressi del quale sono stati trovati degli ex voto anatomici, segni di un antico culto delle acque salutari.
Cuma, Antro della Sibilla (Foto: campiflegrei.it)
La terrazza superiore, collegata a quella inferiore dalla Via Sacra, ospita il Tempio di Giove, anche se l'attribuzione al re degli dèi non è certa. Questo tempio segue le stesse vicende storiche e architettoniche del Tempio di Apollo. Si è pensato che in questo edificio avessero luogo rituali religiosi di tipo occulto o misterioso. Anche questo tempio, nel V secolo d.C., viene trasformato in basilica paleocristiana e dall'VIII secolo d.C. diviene la cattedrale di Cuma, dedicata a San Massimo.
Un altro tempio sorgeva sul prolungamento meridionale dell'acropoli. Gli scavi hanno recuperato terrecotte architettoniche, ceramiche, statuette femminili di età arcaica e fondazioni di un edificio sacro. Probabilmente quest'ultimo era dedicato ad Hera, come si deduce da alcune iscrizioni vascolari del VI secolo a.C.. Hera veniva adorata a Cuma non tanto come sposa di Zeus quanto come divinità protettrice della  navigazione e della riproduzione. La posizione del santuario esterna alle mura cittadina, rivolto verso l'insenatura del porto, sottolinea la funzione di difesa della città che si attribuiva ad Hera. Un documento epigrafico del VII secolo a.C., del quale si ignora il contesto di ritrovamento, reca incisa l'iscrizione: "Hera non permette che si torni a consultare l'oracolo". L'oggetto, un dischetto in bronzo, veniva probabilmente estratto a sorte in occasione della consultazione dell'oracolo.
Cuma, sepolture medioevali sul basamento del Tempio di
Giove (Foto: archeologiamedioevale.it)
Le mura cittadine sono state edificate intorno al VI secolo a.C. e presentano numerose fasi costruttive. La fase monumentale risale al tiranno Aristodemo e consiste in una doppia cortina di blocchi di tufo. L'impianto stradale antico tuttora visibile risale al periodo romano, con vie basolate e risalente, con tutta probabilità, al 334 a.C.. Nel 95 d.C. viene costruita la Via Domiziana, che migliora i collegamenti tra Roma e il porto commerciale di Pozzuoli. Questa via entra a Cuma dalle mura settentrionali e ne attraversa il Foro tagliando il Monte Grillo con una costruzione, l'Arco Felice, opera di alta ingegneria che costituisce l'entrata monumentale alla città sotto la quale vi è tuttora un ampio tratto basolato della Via Domiziana.
Il Foro di età romana si dipana ai piedi dell'acropoli ed è delimitato, ad ovest, dal Capitolio e ad est da un edificio templare della fine del I secolo d.C.. L'area era occupata, in precedenza, da edifici di carattere monumentale risalenti al V-IV secolo a.C., dei quali gli archeologi hanno rintracciato le fondamenta. Anche la costruzione originaria del Capitolio risale al V-IV secolo a.C.. Di questa prima fase del tempio rimane il podio in blocchi di tufo sulla piazza del Foro. Sulla parte opposta, il tempio presentava un'iscrizione pavimentale in osco, ora perduta, in cui si attribuiva la dedica del pavimento alla famiglia degli Heii. Recenti scavi hanno permesso il recupero dei resti della decorazione architettonica, tra i quali uno splendido fregio in tufo di tipo dorico, con metope decorate da figure dipinte.

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