sabato 31 gennaio 2015

Tracce della guerra punica ritrovate in Spagna

Gli studenti spagnoli che stanno lavorando
a Vilar de Valls (Foto: Universitat de Barcelona)
Gli studenti del corso di laurea in archeologia dell'Università di Barcellona hanno scoperto i resti di una costruzione iberica. Si tratta di un fossato di 2200 anni, che difendeva la città iberica di Vilar de Valls, l'antica Valis, a Tarragona.
Secondo Jaume Noguera, direttore dello scavo, e Jordi Lòpez, esperto di archeologia classica, il sito potrebbe essere stato distrutto dai Romani durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.), che oppose Roma a Cartagine per l'egemonia sul Mediterraneo.
Il progetto degli archeologi che stanno operando sul sito è quello di mappare la zona che è risultata ricca di reperti: monete cartaginesi, proiettili di piombo ed altro, che stanno ad indicare la presenza di truppe cartaginesi. I territori catalani erano, infatti, molto importanti durante il conflitto romano-cartaginese.
La presenza cartaginese nella zona di Tarragona dei resti che mostrano una distruzione violenta potrebbero essere collegati ad una delle tante battaglie che caratterizzarono la seconda guerra punica.

Il tempio del dio dell'acqua maya in Belize

Lo specchio d'acqua di Cara Blanca, in Belize
(Foto: National Geographic)
Un profondo specchio d'acqua immerso nella foresta del Belize ospita, accanto alla sua riva, le rovine di un complesso templare nel quale gli antichi Maya svolgevano dei sacrifici. Questi ultimi erano indirizzati al dio dell'acqua Chaak, che veniva pregato per interrompere i periodi di siccità che avrebbero, nel tempo, condotto la civiltà Maya alla scomparsa.
Gli archeologi hanno scoperto questo complesso templare a Cara Blanca, disposto attorno ad una piccola piazza. La struttura principale è stata edificata accanto ad una profonda piscina, dove i pellegrini offrivano sacrifici a Chaak. Questo ritrovamento aggiunge informazioni circa i periodi di siccità che, protratti nel tempo, portarono alla decadenza della civiltà Maya.
A guidare gli archeologi dell'Università dell'Illinois, che qui stanno scavando, c'è la Dottoressa Lisa Lucero, che ha esplorato il fondo dello specchio della piscina d'acqua, il cenote, trovando le offerte ivi deposte per lungo tempo, quali ceramiche e utensili in pietra.
Il fondo del Cara Blanca (Foto: National Geographic)
L'antropologo Douglas Kennet ed i suoi colleghi hanno trovato prove che un'elevata piovosità ha condotto ad uno sviluppo esponenziale della popolazione Maya che durò fino al 660 d.C.. Questa situazione, collegata alla notevole quantità di piogge che si riversarono nella regione in quei secoli, cessò quando le piogge smisero di cadere e si arrivò a prolungati e ripetuti periodi di siccità. A partire dall'800 d.C. in tutta l'America Centrale le città cominciarono una lenta e inarrestabile decadenza.
Proprio il ripetersi di questi periodi di mancanza di pioggia, potrebbero aver innescato il culto del dio Chaak attraverso la deposizione di offerte nei tanti cenote ritrovati in tutto quello che un tempo era parte del regno Maya. Grotte e cenote costituivano, per i Maya, l'accesso al mondo sotterraneo.
A Caracol, in Belize gli archeologi hanno esplorato le rovine di Las Cuevas trovando, sotto una delle piramidi più grandi, l'accesso ad una grotta e ad un cenote ed anche un fiume sotterraneo che serviva, probabilmente, come luogo cerimoniale. I Maya, secondo l'archeologo Brent Woodfill, dell'Università del Minnesota a Minneapolis, usavano deporre offerte in grotte e corsi d'acqua anche durante periodi di abbondanza.
Il tempio dell'acqua di Cara Blanca sembra in parte costruito utilizzando il tufo del cenote. Durante la sua costruzione, il pavimento del santuario è stato cosparso di un tappeto di cocci, denti fossili, materiale recuperato dal fondo della piscina. Tra le ceramiche moltissimi sono i vasetti per l'acqua, alcuni dei quali dipinti proprio con un motivo di linee ondulate e spirali. Su una ciotola è stato raffigurato un giaguaro, animale associato all'acqua.
Gran parte delle offerte risalgono all'ultimo periodo Maya, quando oramai le grandi città erano quasi del tutto abbandonate. La piscina d'acqua esplorata dagli archeologi è profonda circa 60 metri e conteneva pezzi di vasi e utensili in pietra.

Interessante ritrovamento a San Salvador

Alcuni degli oggetti trovati a Nuevo Lourdes
(Foto: Latin American Herald Tribune)
Il sito di Nuevo Lourdes, nel San Salvador, ha restituito tracce della vita quotidiana nell'età precolombiana.  Non si tratta di un luogo cerimoniale, come per altre zone mesoamericane.
Degli operai hanno trovato qui, nel 2013, il luogo di sepoltura di un individuo accompagnato dal suo corredo funebre composto da almeno sei pentole e diversi frammenti di oggetti in argilla, ossidiana e pietra.
La sepoltura risale al tardo periodo pre-classico (200 a.C. - 200 d.C.). Nuovi scavi condotti tra settembre ed ottobre 2014 hanno permesso di recuperare diversi altri oggetti dal sito archeologico, tra cui vasellame di ceramica, pestelli in pietra che servivano a macinare il grano e due perle di giada. Sono stati trovati anche un certo numero di frammenti ossei, un cranio e dei denti. I risultati dell'analisi di questi reperti ha prodotto una datazione compresa tra il 650 e il 950 d.C..

domenica 25 gennaio 2015

Scoperta una necropoli ad Alessandria d'Egitto

Alcuni degli oggetti recuperati dallo scavo illegale di una necropoli ad Alessandria d'Egitto
(Foto: Ahram on line)
Degli scavi illegali sotto una casa privata di Alessandria d'Egitto hanno portato alla scoperta di una necropoli greco-romana.
La necropoli contiene diverse tombe. I tombaroli hanno portato alla luce una serie di manufatti, tra i quali 20 lampade di argilla, 18 bottiglie di vetro e un gran numero di vasi di terracotta. Questi ultimi hanno indicato agli archeologi il piano del settore nel periodo in cui fu creata la necropoli.
I tombaroli sono stati arrestati in flagranza di reato ed ora sono sotto inchiesta.

Mummie e frammenti di Vangelo...

Una maschera funeraria simile a quella in cui è stato
individuato il frammento del Vangelo di Marco
(Foto: Craig Evans)
Un testo, che potrebbe essere la più antica copia nota del Vangelo, quello di Marco, scritto prima dell'anno 90 d.C., è stata scoperta su un foglio di papiro poi riutilizzato per creare una maschera per una mummia.
Mentre i faraoni egizi potevano possedere delle maschere d'oro, la gente comune doveva accontentarsi di maschere fatte di papiro o lino, vernice e colla. Dal momento che il papiro era un materiale molto costoso, la gente ha dovuto spesso riutilizzare fogli che erano stati già riempiti di scrittura. Negli ultimi anni gli scienziati hanno sviluppato una tecnica che permette di togliere la colla dalle maschere funerarie senza danneggiare l'inchiostro presente sul papiro. In questo modo si può leggere il testo presente sui fogli.
Il Vangelo del I secolo d.C. è uno delle centinaia di nuovi testi che scienziati e studiosi stanno analizzando applicando la nuova tecnica di "scollamento" delle maschere funerarie. In questo modo stanno recuperando antichi documenti risalenti ad un periodo che va dal I al III secolo d.C.. Si tratta di documenti non solo cristiani, ma anche della cultura greca classica, documenti commerciali e persino lettere personali. Ci sono testi filosofici e copie delle storie narrate da Omero.
Il Vangelo ritrovato sulla maschera funeraria è stato datato in base all'analisi degli altri documenti trovati riutilizzati sulla stessa maschera. Purtroppo quest'ultima è andata distrutta e questo ha aperto un dibattito, tra i ricercatori, se è opportuno continuare ad utilizzare il nuovo metodo di "scollamento" per recuperare i testi che compongono le maschere funerarie.
Il frammento contenente passi del Vangelo è stato datato attraverso il C14, studiando le caratteristiche della scrittura e in base agli altri documenti che erano stati assemblati con il papiro in questione per formare la maschera funeraria. Il frammento è piuttosto piccolo, ma i ricercatori sperano di recuperare indizi che supportino la tesi che il Vangelo di Marco subì dei cambiamenti nel corso del tempo.

Un misterioso villaggio vicino il castello di Dunluce

Scavi a Dunluce (Foto: Northern Ireland Environment Agency)
Uno scavo archeologico recente ha individuato, nei pressi del castello di Dunluce, sulle rocce scoscese dell'Irlanda del nord, un insediamento composto di edifici in pietra mai rilevato prima.
Il castello di Dunluce risale al XV secolo ed un tempo era la dimora della potente famiglia MacQuillan, che controllava una vasta parte dell'Irlanda del nord. Gli archeologi che hanno intrapreso lo scavo in questo luogo, si riproponevano di trovare una  parte della perduta città di Dunluce, risalente al XVII secolo, ma si sono imbattuti in un insediamento precedente, risalente al XV-XVI secolo.
Tracce di edifici sono tornati alla luce nei pressi delle scogliere su cui è stato costruito il castello. Questi edifici erano parte, con tutta probabilità, di un piccolo insediamento che sorgeva fuori dalla porta del castello. Si tratta di una struttura in pietra con una porta, molto diversa dagli edifici del XVII secolo. Attraverso la datazione al radiocarbonio, i ricercatori hanno potuto individuare un camino all'interno dell'edificio, utilizzato alla fine del XV secolo.
Gli archeologi hanno scoperto anche della ceramica del tardo Medioevo, che pone dei problemi circa il rapporto tra l'insediamento ed i primi abitanti di Dunluce.

Trovato il corridoio della Piramide di Cheope

Corridoio della Piramide di Unas
Erano anni che si cercava il corridoio rialzato che permetteva l'accesso alla Grande Piramide di Cheope. Il passaggio è stato finalmente localizzato da un residente della piana di Giza che, mentre stava scavando illegalmente sotto casa sua, ha scoperto il tunnel che porta alla piramide di Cheope. Lo scavo dell'uomo si era spinto fino a 10 metri di profondità.
Il Ministero del Turismo e delle Antichità egiziano ha messo a capo di una commissione di indagine l'archeologo Kamal Wahid, con l'incarico di valutare la portata della scoperta. La relazione finale conferma la scoperta del tunnel che porta alla Grande Piramide.
Si pensa che, anticamente, il complesso consistesse in un tempio situato vicino al Nilo, collegato da una lunga strada rialzata che portava alla Piramide di Cheope. Il corridoio è stato descritto anche dallo storico greco Erodoto, che visitò la Piramide di Cheope nel V secolo a.C.. L'ex ministro per le Antichità, Zahi Hawass, ha stimato che la lunghezza della strada rialzata fosse di circa 825 metri.
Più fortuna ha avuto la strada rialzata che conduce alla Piramide di Chefren, mentre quella che porta alla Piramide di Saqqara è la meglio conservata e può rendere l'idea di come fossero, un tempo, queste costruzioni. Si trattava di un passaggio coperto di circa 720 metri, le cui superfici interne erano decorate con rilievi di alta qualità. L'illuminazione era garantita da una fessura nel tetto del corridoio che correva per tutta la sua lunghezza.

sabato 24 gennaio 2015

Trovata un'antichissima sepoltura nella Troade

Il luogo dove è stata scoperta la sepoltura preistorica (Foto: AA)
Gli scavi nel luogo dove sorgeva, anticamente, il tempio dedicato ad Apollo Smintheus, nella provincia nordoccidentale di Ayvacik a Canakkale, in Turchia, hanno portato alla luce una sepoltura di 7000 anni fa.
Gli scavi, diretti dal Professor Coskun Ozgunel, sono in corso con la consulenza scientifica del capo del Dipartimento di Archeologia di Canakkale. Si ritiene che la sepoltura possa fornire informazioni cruciali sui metodi di sepoltura in vigore nella regione nella preistoria.
Il tempio di Apollo Smintheus è stato costruito nella seconda metà del II secolo a.C. ed era un luogo sacro nella regione della Troade. Il tempio era stato progettato dall'architetto Ermogene, aveva otto colonne sia nella parte anteriore che in quella posteriore e 14 colonne sui lati lunghi. All'interno l'edificio sacro ospitava tre spazi sacri un pronao, un naos e un opistodomo e custodiva la statua del dio Apollo opera dello scultore Skopas

Sorprese sull'età di Roma

Il luogo dov'era collocato il Lapis Niger (Foto: Glogster.com)
E se Roma fosse più antica di 200 anni rispetto a quel che si è sempre pensato? Secondo la tradizione, la Città Eterna venne fondata il 21 aprile del 753 a.C. da Romolo che ne fu anche il primo re. In questi giorni, però, alcuni scavi eseguiti all'interno del Foro Romano hanno messo il luce un muro che, secondo gli archeologi, risalirebbe al 900 a.C., quasi 200 anni prima che Romolo fondasse, secondo la tradizione, Roma.
Il muro trovato è in tufo ed è "accompagnato" da frammenti in ceramica e resti di cereali. E' emerso durante uno scavo del Lapis Niger. "L'esame del materiale ceramico recuperato ci ha permesso di datare cronologicamente la struttura muraria tra il IX e l'inizio dell'VIII secolo a.C.", ha spiegato la Dottoressa Patrizia Fortuni, archeologa della Soprintendenza ai Beni Culturali di Roma e direttore del progetto di ricerca.
Il Lapis Niger si trova nel Foro Romano, là dove si tenevano i comizi, poco distante dalla Curia Iulia. Anticamente era stato coperto di lastre di marmo nero e alcune leggende vogliono che qui vi sia la tomba profanata di Romolo. In età repubblicana quest'area venne seppellita e recintata, coperta da un pavimento di marmo nero e ritenuta un luogo funesto a causa della profanazione della tomba di Romolo da parte dei Galli durante il saccheggio del 390 a.C.
Il lavoro degli archeologi in questo sito è iniziato nel 2009. I ricercatori si sono serviti di fotografie storiche, immagini e studi lasciati dai colleghi che li hanno preceduti, in particolare da Giacomo Boni, che guidò gli scavi nel Foro Romano dal 1899 fino al 1925, anno della sua morte. Proprio dalle immagini di Boni, gli archeologi hanno ricavato una ricostruzione digitale in 3D del luogo, sulla quale hanno utilizzato scanner laser e fotografie ad alta risoluzione, riuscendo ad individuare l'esatta ubicazione del muro.

venerdì 23 gennaio 2015

Leggere i papiri di Ercolano

Uno dei papiri scoperti nella villa di Ercolano
(Foto: E. Brun)
Gli scienziati stanno cercando di leggere quanto è contenuto nelle antiche pergamene salvate dall'eruzione del Vesuvio quasi 2000 anni fa. Finora sono riusciti a riconoscere solo alcune lettere, ma i ricercatori sono sicuri di poter arrivare a leggere le antiche opere greche e romane contenute nei papiri, troppo fragili per essere completamente srotolati.
"E' una rivoluzione per i papirologi", ha affermato il Dott. Vito Mocella, fisico presso l'Istituto di Microelettronica e Microsistemi di Napoli. L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha cancellato dalla faccia della terra le città di Pompei ed Ercolano. La cenere vulcanica, però, ha in parte conservato, tra le altre cose, ad Ercolano, la biblioteca di una villa sontuosa che si pensa sia appartenuta al suocero di Giulio Cesare. La biblioteca conteneva centinaia di rotoli di papiro essiccati dai gas dell'eruzione. La scoperta della villa data al 1752 e fece molto scalpore a causa del rinvenimento di questi antichi documenti.
Gli scienziati hanno sempre cercato di leggere il contenuto dei papiri ritrovati nella villa di Ercolano, ma spesso i loro tentativi hanno portato alla distruzione di diversi rotoli. La biblioteca conteneva tra i 600 e i 700 rotoli, di più della metà dei quali non è stato decifrato il contenuto. Nel 2009 Brent Seales, uno scienziato informatico presso l'Università del Kentucky, ha fatto un primo tentativo di leggere due dei papiri ai raggi X, scoprendo che la pressione del calore sprigionato dall'eruzione aveva accartocciato e reso friabile il materiale.
Il Dott. Mocella, invece, ha adottato una tecnica diversa: la tomografia a raggi X a contrasto di fase, utilizzata prevalentemente in medicina, adatta a sondare i tessuti molli che non assorbono bene i raggi X. All'interno dei rotoli di Ercolano le lettere vengono, in questo modo, sollevate di 0,1 millimetri al di sopra della superficie del papiro. Questo è stato sufficiente per evidenziare l'inchiostro.
I ricercatori sono stati, quindi, in grado di decifrare un alfabeto di lettere greche e delle parole sparse e l'ipotesi è che il papiro in esame possa essere la copia di un'opera del filosofo e poeta Filodemo, vissuto tra il 100 e il 40 a.C.

Ritrovate delle ossa nel Mausoleo di Anfipoli

Le ossa della donna i cui resti sono stati ritrovati nel mausoleo
di Anfipoli (Foto: Ministero della Cultura - Athena Greek)
Lo spettacolare mausoleo di Anfipoli, la scoperta più importante dell'archeologia per quel che riguarda il 2014, conterrebbe i resti di cinque persone. Gli archeologi hanno attualmente recuperato le ossa di almeno cinque individui, tra i quali una donna di età superiore ai 60 anni, un neonato, due uomini di età compresa tra i 35 ed i 45 anni ed un altro adulto la cui età non è stata ancora stabilita.
Le ossa di uno degli individui di sesso maschile recavano tracce di tagli che potrebbero essere stati inflitti da una spada o un pugnale. Il quinto individuo, del quale non è stata possibile stabilire l'età, è stato cremato.
Si fanno, nel contempo, sempre più vivaci le ipotesi sul "proprietario" del mausoleo. Alcuni vogliono che sia stato costruito per Alessandro Magno o per uno dei suoi generali, oppure per sua madre. Il mausoleo è stato datato al 325 a.C., due anni prima della morte di Alessandro.
Alla morte di Alessandro, la madre, la vedova Roxane, il figlio e il fratellastro furono tutti uccisi nei pressi proprio di Anfipoli. All'interno del grande mausoleo, il più grande mai ritrovato in Grecia, sono state scoperte due statue in marmo raffiguranti delle cariatidi ed uno straordinario pavimento a mosaico.
Adesso si attendono gli esiti dei test del Dna condotti sulle ossa dei defunti scoperti all'interno della monumentale sepoltura, per stabilire se costoro fossero, in qualche modo, imparentati tra di loro. Purtroppo, però, mancano denti e parti del cranio, che solitamente sono molto significativi nell'analisi del Dna antico.

Trapanazione ossea in Perù?

Kuelap, antico sito precolombiano
In uno studio dell'Università della Florida, si sostiene che è stata scoperta la prima prova mai ritrovata in Perù di chirurgia ossea.
Il Dott. J. Maria Toyne ha affermato che i dettagli di due scheletri, datati ad un periodo compreso tra l'800 e il 1535 d.C., rinvenuti nel sito precolombiano di Kuelap, fanno pensare ad una trapanazione, il più antico intervento chirurgico mai accertato per il Paese sudamericano.
Gli scheletri appartengono ad uomo di circa 30-35 anni e ad un adolescente e presentano fori nelle ossa delle gambe. Il posizionamento e la profondità alla quale erano stati deposti i corpi, hanno fatto pensare ai bioarcheologi che i fori non siano casuali ma, forse, praticati per alleviare una pressione dovuta ad un infortunio o ad una grave infezione. I fori, in pratica, dovevano servire per curare l'accumulo di fluido nelle gambe.
Non è ancora chiaro se i defunti erano pazienti morti durante un intervento chirurgico o se, viceversa, siano sopravvissuti alla tecnica di trapanazione che era stata loro praticata e sono deceduti in seguito.

Sorprendente Colosseo...

I restauri del Colosseo continuano a rivelare sorprese.
Stavolta, durante la pulitura del prospetto del monumento simbolo di Roma, sono emerse tracce di color rosso che contraddistingueva i numeri posti sulle arcate dell'Anfiteatro Flavio.
I numeri dipinti in rosso segnavano gli ingressi che permettevano di raggiungere diversi settori dell'arena, come nei moderni stadi sportivi. Ogni spettatore era, dunque, in grado di individuare il suo settore. Cavea e gradinate avevano accesso gratuito ma erano suddivise secondo i ceti sociali.

Il sottosuolo di Napoli

Una delle navi emerse dallo scavo della metropolitana
di Napoli (Foto: Costruirespa.it)
Un'altra nave romana di epoca imperiale è emersa dal cantiere della metropolitana di piazza Municipio a Napoli. La nave è ancora interrata ed è emersa nello scavo del corridoio di collegamento tra il pozzo di stazione della linea 6 e quello di manovra di via Acton.
Sono quattro le barche finora trovate negli scavi in piazza Municipio, poiché qui sorgeva, un tempo, il porto dell'antica Neapolis, da dove partivano le imbarcazioni che dovevano scaricare il materiale trasportato dalle grandi navi che erano impossibilitate, per la mole, ad attraccare.
Gli scavi della Stazione Municipio, oltre all'antico porto della città di Napoli, hanno permesso di accertare la presenza di un imponente Gymnasium, dove si celebrarono i giochi olimpici voluti da Augusto proprio nella città campana. In un'altra stazione della metropolitana è venuta alla luce anche una parte della Napoli bizantina. Il Gymnasium venne realizzato in occasione dei giochi Isolimpici, che durarono vari anni e vennero inaugurati nel 2 d.C.. Dallo scavo sono emersi pavimenti a mosaico, statue e colonne di marmo, frontoni e lastre marmoree con incisi, in greco, i nomi dei vincitori delle Isolimpiadi, divisi per categorie (uomini, donne, fanciulle, ragazzi) e per discipline sportive.
La Napoli bizantina, anch'essa riapparsa grazie a questi scavi, è rappresentata dai resti di una fortificazione e di una torre eretta nel VII secolo d.C.. Uno scavo preventivo, in questa zona di Napoli, si era già avuto agli inizi del 1900 per la costruzione della Piazza della Borsa.
Gli scavi della metropolitana partenopea hanno permesso di recuperare già quasi 3.000 reperti e di individuare diverse stratificazioni della Napoli greco-romana, angioina, aragonese e vicereale. Le imbarcazioni ritrovate si trovavano, integre, a 3 metri e mezzo sotto il livello del mare e a ben 13 metri sotto il livello dell'attuale piazza. Tra i reperti estratti dal terreno si contano monete, calzari romani, ceramiche ben conservate, anche di fattura africana, bottiglie di vetro tappate con il sughero, reti da pesca e aghi per ricucirle

domenica 18 gennaio 2015

Le "lapidi" di Tiya

Le pietre di Tiya, in Etiopia (Foto: Wikimedia Commons)
Le pietre di Tiya fanno parte del sito archeologico di Gurage, in Etiopia. Si tratta di 46 grandi megaliti, decorati con diverse raffigurazioni, dichiarati Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO.
Queste pietre sono abbastanza "recenti", dal momento che risalgono ad un periodo compreso tra il X e il XV secolo. Questi grandi monumenti hanno, probabilmente, avuto un significato culturale ma questo resta ancora poco chiaro. Sono circa 100 le stele ritrovate in nove distinti siti megalitici sparsi in Etiopia. Queste stele sono di tre tipi: antropomorfe, falliche e non-antropomorfe e non-falliche. La maggior parte delle stele di Gurage contengono elaborate decorazioni, simboli che ricordano piante, spade e figure umane, alcune delle quali raffigurate con le mani sui fianchi.
I monoliti di Tiya sono molto alti, quello più imponente raggiunge i 5 metri di altezza. Delle 46 stele, 32 recano simboli decorativi. Nel 1935 venne scoperta una di queste pietre con inciso il simbolo di una spada. A fare la scoperta fu una spedizione tedesca. I locali chiamavano questa pietra Yegran Dingay o Pietra di Gran e si riferisce al sovrano del Sultanato di Adal, Imam Ahmad ibn Ibrahim al-Ghazi.
Durante gli scavi che hanno permesso di recuperare i megaliti di Tiya, sono state trovate numerose sepolture risalenti ad un periodo compreso tra il XII e il XIV secolo. Ad un esame dei resti, si è accertato che i resti appartenevano a persone uccise in battaglia e questo concorderebbe con l'ipotesi di alcuni che voglio che i megaliti siano stati eretti a mò di lapidi per i defunti.
Un monolite di Tiya con incisi alcuni simboli (Foto: Wikimedia Commons)

Il faraone d'argento...

Particolare del sarcofago d'argento di Psusennes
(Foto: Ancient Origins)
Durante la seconda guerra mondiale a Tanis, in Egitto, un archeologo francese, Pierre Montet, fece una scoperta che potrebbe rivaleggiare con quella della tomba di Tutankhamon fatta da Howard Carter. La notizia di questa scoperta, tuttavia, non sollevò lo stesso interesse di quella di Carter.
Pierre Montet scoprì la sepoltura di un faraone poco conosciuto della XXI Dinastia di nome Psusennes I. Costui salì al potere all'inizio del Terzo Periodo Intermedio, un periodo di instabilità in Egitto, durante il quale il potere faraonico era frammentario e il paese era diviso tra Alto e Basso Egitto. Il potere del faraone era stato limitato alla regione del Delta, mentre il Sommo Sacerdote di Amon, che risiedeva a Tebe, aveva giurisdizione su quasi tutto il resto dell'Egitto.
Collare in oro e lapislazzuli del re Psusennes, ritrovato nella sua tomba
(Foto: Wikimedia Commons)
La sepoltura di Psusennes ha smentito il fatto che i faraoni non esercitassero più quel potere al quale erano abituati. La bara del faraone, infatti, è in argento massiccio, il che fece meritare a Psusennes il soprannome di "faraone d'argento". Gli Egizi consideravano l'oro come carne degli dei, l'argento, invece, era destinato alle ossa di questi ultimi. L'argento, tuttavia, a differenza dell'oro, non era facilmente reperibile in Egitto e doveva essere importato, forse dall'Asia occidentale e dal Mediterraneo. L'argento, dunque, era un bene di valore ancora maggiore dell'oro.
La bara di Psusennes, dunque, essendo d'argento riflette la ricchezza del paese che egli governava. Gli oggetti trovati nella tomba, inoltre, sono di altissima qualità ed indicano che vi era, all'epoca di Psusennes, artigiani specializzati in grado di produrre oggetti di lusso.
Maschera funeraria in oro massiccio di Psusennes
(Foto: Wikimedia Commons)
Il sarcofago antropoide d'argento di Psusennes è stato trovato all'interno di una bara di granito rosa, a sua volta racchiusa in un sarcofago anch'esso di granito. Quest'ultimo era appartenuto a Merenptah, faraone della XIX Dinastia, figlio di Ramses II. Al contrario della bara e degli oggetti in essa contenuti, la mummia di Psusennes non è sopravvissuta ai secoli. Nella tomba sono stati trovati solo un mucchio di ossa e di polvere nera che accompagnavano una maschera funeraria d'oro che era stata deposta sul volto del faraone. Probabilmente la mummia venne distrutta dall'acqua che filtrava attraverso il terreno, poiché anche diversi oggetti in legno contenuti nella tomba sono andati distrutti allo stesso modo. Pierre Montet, tuttavia, è riuscito a trovare i vasi canopi dove erano custodite le viscere di Psusennes, gli ushabti e altri oggetti non deperibili che, di dice, rivaleggiano in preziosità con quelli del tesoro di Tutankhamon.
La ricchezza del tesoro di Psusennes è, forse, legata alla notevole lunghezza del suo regno che, secondo Manetone, durò dai 41 ai 46 anni. Proprio questa scoperta induce a prendere nuovamente in considerazione la situazione dell'Egitto durante il Terzo Periodo Intermedio.

Sileno in Danimarca...

Il busto di Sileno trovato in Danimarca (Foto: Ancient Origins)
Un piccolo busto romano in bronzo, raffigurante Sileno, precettore e seguace di Dioniso, è stato trovato sull'isola danese di Falster. Il busto miniaturizzato ha circa 2000 anni di età e gli archeologi non sono ancora in grado di dire come sia arrivato sull'isola. La scoperta sembra suggerire uno stretto contatto tra l'impero romano e la Scandinavia nel corso del I secolo d.C.
L'immagine di Sileno è alta appena 4,5 centimetri ed è stata trovata da una donna con un metal detector. La donna ha immediatamente consegnato la statua al Museo Nazionale di Danimarca. Gli esperti, al momento, sono stati in grado di far risalire il reperto all'epoca di Augusto (63 a.C. - 14 d.C.).
Sileno, nella mitologia greca, fu compagno di Dioniso, aveva orecchie di cavallo e, talvolta, anche coda e gambe dello stesso animale. Sileno era solitamente raffigurato calvo, grasso, con grosse labbra e spesso ubriaco. Si pensa che il Sileno in bronzo appena ritrovato fosse un elemento ornamentale appartenente al poggiatesta di un divano romano utilizzato nei banchetti. Questi divani erano solitamente decorati, infatti, con figure legate al cibo e al vino.

Trovata la sepoltura di un fabbro vichingo

Uno degli strumenti personali del fabbro trovati nella
sua sepoltura (Foto: Howell Roberts - Museo
dell'Università di Bergen)
Gli archeologi hanno trovato, in Norvegia, la sepoltura di un fabbro vichingo inumato con gli strumenti che utilizzava nel suo lavoro. La scoperta è avvenuta lo scorso anno.
Ad occuparsi di scavare, raccogliere e studiare i reperti sono i ricercatori del Museo dell'Università di Bergen. La tomba si è rivelata essere una delle più ricche tra quelle indagate dagli archeologi norvegesi negli ultimi anni. E' stata scavata in più strati: in cima erano stati deposti gli attrezzi del mestiere del defunto, oltre ad un'ascia, ad una spada e ad alcuni attrezzi agricoli. Più in profondità sono stati trovati gli oggetti personali del fabbro, tra cui un rasoio, un paio di forbici per tagliare la barba, delle pinzette e persino una padella. In tutto sono stati estratti dalla terra ben 60 manufatti.
I resti del defunto giacevano nell'ultimo strato di terreno, cremati. Mescolati ai resti altri manufatti personali: perle che erano inserite nei vestiti del defunto e un pettine d'osso. Sicuramente questo fabbro, quando era in vita, godeva di uno status sociale piuttosto elevato.
Gli strumenti di lavoro del fabbro, trovati sepolti con lui negli strati più alti della tomba
(Foto: Howell Roberts - Museo dell'Università di Bergen)

venerdì 16 gennaio 2015

Il tumulo dell'imperatore

Gli archeologi hanno riportato alla luce, in Giappone, i resti di una sepoltura che si pensa possa risalire al VII secolo d.C. e che appartenga ad un imperatore. Il ritrovamento è avvenuto ad Asuka, nella prefettura di Nara.
Il tumulo avrebbe ospitato, con tutta probabilità, i resti dell'imperatore Jomei (593-641 d.C.) prima che le spoglie fossero tumulate altrove. Jomei fu padre di due altri imperatori: Tenji (626-671 d.C.) e Tenmu, morto nel 686 d.C.. Il sito ha rivelato anche la presenza di quello che si crede un fossato fiancheggiato da massi, lungo 48 metri e largo dai 4 ai 7 metri. Anche questo fossato appartiene, con tutta probabilità, al sepolcro imperiale

martedì 13 gennaio 2015

Scoperta in Egitto una fortezza del Cammino di Horus

Le fondazioni della fortezza scoperta a Tell Habua
(Foto: Ministero egiziano per le antichità)
Le fondamenta della più grande fortezza d'Egitto conosciuta, antica di 3000 anni, sono state trovate nei pressi dell'antica città fortificata di Tell Habua, presso il Canale di Suez.
Il forte era noto come il Muro del Principe e faceva un tempo parte della linea difensiva composta di una serie di fortezze e di città militari. La scoperta è stata ritenuta, dagli archeologi, di particolare importanza in quanto conferma i dettagli contenuti nella storia militare dell'Antico Egitto e le strategie poste in essere all'epoca per arginare l'invasione del Paese del Nilo.
Le nuove scoperte mostrano una precisa rispondenza alle iscrizioni del Cammino di Horus, trovate incise sulle pareti del tempio di Karnak, a Luxor, che mostra la presenza di 11 fortezze militari, delle quali solo cinque sono state finora scoperte. Queste fortezze avevano il compito di proteggere i confini orientali dell'Egitto.
Il Cammino di Horus, un percorso militare, è una lunga strada costellata di fortificazioni ed è stato anche un punto di partenza fondamentale per le campagne militari condotte nel Nuovo Regno (1580-1080 a.C.). Il Cammino di Horus si dipana per 350 chilometri, comprendendo, oltre alle fortezze, anche una serie di indizi della presenza di una sviluppata società economica e di fiorenti commerci.

I gioielli di Urartu

Il Professore responsabile del Dipartimento di Archeologia dell'Università Van Yuzuncu Yil, in Turchia, ha annunciato che sono stati trovati gioielli utilizzati sia da uomini che da donne del periodo Urartiano.
Si tratta di gioielli di circa 3000 anni fa trovati durante gli scavi effettuati nella provincia orientale di Van, che hanno contribuito a gettare una luce sulla mentalità, sullo stile di vita e sulla società dell'epoca. Gli Urartei utilizzavano gioielli quali anelli, bracciali, orecchini come li utilizziamo noi oggi. I gioielli, all'epoca, servivano per sottolineare le differenze di classe e persino di sesso.

Scoperte romane in Inghilterra

Uno scavo archeologico nel cimitero di Luton Vale, in Gran Bretagna, ha permesso di scoprire resti umani e altro materiale risalenti alla prima Età del Ferro. Lo scavo è stato promosso nell'ambito di un progetto commissionato dalla Luton Borough Council.
Gli archeologi hanno scoperto una serie di tracce di capanne rotonde con recinzioni, fossati di confine e diversi pozzi. Tra i reperti raccolti, vi sono sette urne romane contenenti resti umani, tre spille, una notevole quantità di ceramica romana e qualche pezzo di ceramica medioevale. Le prime tracce di occupazione del territorio risalgono al Neolitico e all'Età del Bronzo.

sabato 10 gennaio 2015

Antichi resti negli Emirati Arabi

Pietra di un anello romano rinvenuto a Maliha
e risalente al I sec. d.C. (Foto: Assessorato alla
Cultura e Informazione di Sharjah)
Gli scavi archeologici nell'emirato di Sharjah hanno portato alla scoperta di sepolture e resti di edifici residenziali ma anche strumenti utilizzati dai primi uomini che abitarono la regione.
Ceramiche e artefatti con tracce di fusione del rame, incudini, martelli e utensili di pietra, alcuni risalenti ad un periodo di tempo compreso tra i 500.000 e un milione di anni fa sono stati recuperati dagli archeologi del Dipartimento di Cultura e Informazione nelle località di Maliha, Wadi Al Helou, Dibba al Hisn e Sahila. Una grande fossa comune, poi, ha rivelato il suo contenuto in scheletri umani e offerte funerarie tra le quali ceramiche, vasi smaltati ed armi. E' stata recuperata anche una rara collezione di bottiglie in vetro all'interno di una sepoltura.
Tra gli scheletri animali recuperati vi sono quelli di cavalli e cammelli, trovati nel sito di Maliha. Uno dei cavalli è stato sepolto con una briglia in ferro incrostata d'oro ed era stato probabilmente importato dal Golfo Arabico, dal Kuwait o dalla Mesopotamia. Questa scoperta indica che i primi cavalli arabi addomesticati apparvero negli attuali Emirati Arabi Uniti prima che in tutta la penisola arabica. 

venerdì 9 gennaio 2015

Eccezionale scoperta in Sicilia

La zona dello scavo vista dall'alto (Foto: catania.meridionews.it)
A poca distanza dall'antica via Pompeia, che collegava Messina a Siracusa, sono tornate alla luce tombe corredate da antiche pitture ed una struttura quadrangolare che, forse, era un tempo un edificio di culto.
La necropoli è stata portata alla luce durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza ai Beni Culturali in convenzione con l'Università di Catania. Si tratta di una necropoli di età romana, forse di età severiana (193-235 d.C.) a cui vanno ad aggiungersi i resti di quello che appare essere un edificio templare. I resti si trovano nella riserva naturale del fiume Fiumefreddo, nel territorio di Calatabiano.
Il complesso, secondo gli archeologi, fa parte di una statio, un punto di sosta per i viaggiatori, dal momento che si trovava a poca distanza dall'antica via Pompeia. Diversi anni fa, nello stesso luogo, sono stati scoperti i resti di un complesso termale. Ad est della necropoli sono emersi i resti quadrangolari del podio di una struttura che ancora deve essere identificata con certezza. Forse si trattava di un piccolo tempio, un sacello o una tomba a forma di tempio. Si aspetta il proseguimento degli scavi per avere maggiori elementi sui quali basare un'ipotesi identificativa.

Chi ha avvelenato Cangrande della Scala?

La mummia di Cangrande della Scala (Foto: Gino Fornaciari)
Quella che si pensava essere una morte dovuta a malattia, ad un'analisi e ad un'autopsia si è rivelata essere la conseguenza di un avvelenamento. La vittima, morta nel 1329, è Cangrande della Scala, signore di Verona.
Gli scienziati hanno trovato tracce di digitale nel tratto digestivo di Cangrande. Questi aveva da tempo esteso il suo dominio su gran parte dell'Italia del nord. Governò Verona e conquistò le città di Vicenza, Padova e Treviso ma fu anche un uomo amante della cultura, fu il principale patrono di Dante Alighieri.
Il 18 luglio 1329 Cangrande fece il suo ingresso trionfale in Treviso, diversi mesi dopo essersi impadronito della città. Qualche giorno dopo, però, si ammalò di una malattia che gli provocò vomito, febbre e diarrea. Morì di lì a poco all'età di appena 38 anni. Le fonti dell'epoca affermano che Cangrande morì per aver bevuto ad una sorgente inquinata, ma ci sono anche voci diverse che vogliono che, invece, sia stato avvelenato.
Gli scienziati hanno riesumato, pertanto, la salma di Cangrande, sepolta in una tomba riccamente decorata nella chiesa di Santa Maria Antiqua a Verona. La mummia dell'uomo d'arme è stata, quindi, sottoposta a diverse indagini mediche che hanno permesso di accertare che Cangrande soffriva di una lieve forma di enfisema e del cosiddetto "polmone nero", dovuto al fatto che aveva vissuto spesso in ambienti saturi del fumo dei camini. Le ossa di Cangrande mostravano anche segni di artrite.
E' stato poi esaminato il sistema digestivo di Cangrande ed è stato scoperto che questi aveva consumato camomilla e gelso nero prima della sua morte. Non solo: gli scienziati hanno individuato concentrazioni tossiche di digossina e digitossina, due molecole che caratterizzano la digitale, nel fegato.
Dosi precise di digitale sono state utilizzate, nel corso della storia, per scopi medicinali ed ancor oggi la pianta è utilizzata per l'insufficienza cardiaca congestizia. La pianta, però, è estremamente potente, mangiarne inavvertitamente alcune parti può indurre nausea, vomito, diarrea, allucinazioni ed un'alterazione potenzialmente fatale del ritmo cardiaco. I sintomi che, storicamente, vengono attribuiti a Cangrande sono coerenti con un'overdose di digitale.
Gli studiosi non escludono che l'avvelenamento non sia stato intenzionale ma un terribile errore, ma se il nobile, al contrario, è stato deliberatamente avvelenato da digitale (forse mascherata con un misto di camomilla e gelso nero), ci sono anche i possibili sospetti: la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano o forse qualcuno ancora più vicino a Cangrande, l'ambizioso nipote Mastino II della Scala.

giovedì 8 gennaio 2015

Messaggi dalle cave di Gebel el Silsila

Le cave di Gebel el Silsila (Foto: Gebel el Silsila Survey Project)
A Gebel el Silsila è stata scoperta un'iscrizione nella roccia che attesta il trasferimento di due obelischi da una cava, una delle più grandi dell'Egitto, situata a nord di Assuan.
La scoperta è il frutto del lavoro del Gebel el Silsila Survey Project, una missione di natura epigrafica, voluta da un team archeologico svedese, che ha cominciato ad operare nel 2014. Nel sito sono state scoperte scene raffiguranti le fasi e la tecnica del distacco dei blocchi, il loro carico su barche a vela che avrebbero attraversato il Nilo prima di giungere a destinazione.
"La tecnica di lavoro mostra una notevole collaborazione tra i lavoratori e le officine della cava. La scene ricavate nella roccia sono state tagliate con precisione e confermano il possesso di competenze avanzate da parte dell'antica manodopera egizia", ha affermato il Direttore Generale del Dipartimento per le Antichità egizie di Assuan, Nasr Salama.
Nel sito sono stati anche individuati dei rifugi rupestri, una sorta di sfinge molto simile a quelle che sono allineate lungo il viale delle Sfingi tra Luxor e Karnak. Gebel Silsila è una gola rocciosa tra i villaggi di Kom Ombo ed Edfu. Qui il corso del Nilo si restringe e alte scogliere di arenaria scendono a bordo fiume. Qui sono stati ricavati dalla roccia diversi santuari durante i regni dei faraoni Tuthmosis I, Hatshepsut, Tuthmosis III e Horemheb.

Trovato l'oricalco nel mare di Sicilia

I sommozzatori che hanno recuperato i lingotti di oricalco nel mare
siciliano (Foto: Sovrintendenza del Mare siciliana)
Oricalco, il mitico metallo che abbondava in Atlantide, secondo Platone. Pare proprio che sia stato recuperato da una nave affondata 2600 anni fa al largo delle coste della Sicilia.
Grumi di quello che sembra essere oricalco stavano arrivando a Gela, in Sicilia, probabilmente dalla Grecia o dall'Asia minore. La nave che li trasportava è stata, probabilmente, colta da una tempesta e affondata prima di entrare in porto. "Il relitto risale alla prima metà del VI secolo a.C." Ha detto il Dottor Sebastiano Tusa, Sovrintendente di Archeologia subacquea. "E' stato trovato a circa 1000 metri dalla costa di Gela".
I 39 lingotti trovati sul fondo del mare sono un risultato unico, per gli archeologi. I ricercatori sapevano che l'oricalco veniva utilizzato per forgiare alcuni oggetti ornamentali, ma non ne era mai stato trovato qualcuno, finora. L'oricalco è stato ritenuto, per molto tempo, un metallo misterioso ed i ricercatori hanno a lungo questionato sulla sua composizione. Gli antichi Greci sostenevano che il metallo fosse stato creato da Cadmo, un personaggio della mitologia greco-fenicia.
Fu Platone a rendere leggendario l'oricalco nel suo dialogo "Crizia", dove il prezioso metallo ricopriva le pareti interne dei templi di Atlantide, le colonne e i pavimenti del tempio di Poseidone. Oggi la maggior parte degli studiosi concordano sul fatto che l'oricalco sia una lega di metallo simile all'ottone, che, in antico, era utilizzato per scopi simili al cemento, facendo reagire il metallo con zinco, carbone e rame in un crogiolo.
Il Dottor Dario Panetta ha analizzato con la fluorescenza a raggi X alcuni dei 39 lingotti ritrovati sul fondo del mare siciliano, scoprendo che sono composti da una lega a base del 75-80 per cento di rame, dal 15-20 per cento di zinco e da piccole percentuali di nichel, piombo e ferro. "La scoperta conferma che circa un secolo dopo la sua fondazione, nel 689 a.C., Gela era una città ricca di botteghe artigiane specializzate nella produzione di manufatti pregiati", ha affermato il Dottor Tusa. I 39 lingotti recuperati dovevano servire proprio a questo scopo, vale a dire creare decorazioni di alta qualità.
Ma c'è chi non è completamente d'accordo con i risultati della scoperta. Il Professor Enrico Mattievich, professore di fisica in pensione che ha insegnato presso l'Università di Rio de Janeiro, i lingotti sarebbero, in realtà, composti da una lega di rame, zinco e piombo.

martedì 6 gennaio 2015

L'amuleto di Nea Paphos, Osiride, Arpocrate e Iahweh

L'amuleto trovato a Nea Paphos, con le immagini di Osiride e
Arpocrate (Foto: Marcin Iwan)
A Cipro è stato scoperto un antico amuleto recante un'iscrizione di 59 lettere che può essere letta in entrambe le direzioni. Si pensa che l'amuleto sia antico di 1500 anni ed è tornato alla luce a Nea Paphos, a sudovest di Cipro.
L'amuleto reca diverse immagini, tra le quali quella di una mummia, probabilmente una rappresentazione di Osiride, sdraiata su una barca e l'immagine di Arpocrate, seduto su uno sgabello con la mano destra sulle labbra. L'amuleto mostra anche una creatura con la testa di cane, un cinocefalo, che imita, con una zampa, il gesto di Arpocrate.
Sull'altro lato dell'amuleto vi è un'iscrizione in greco che dice: "Iahweh è il portatore del nome segreto, il leone di Ra, sicuro nel suo santuario". Palindromi simili sono stati ritrovati in diverse parti del mondo. L'amuleto è stato trovato nel 2011 dagli archeologi dell'Università Ewdosia Papuci-Wlakyka, in Polonia.
Tra il V e il VI secolo d.C. Cipro era parte dell'Impero Romano d'Oriente, che prosperò oltre la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. La religione ufficiale dell'impero, all'epoca, era il cristianesimo, anche se alcuni continuavano a praticare le antiche credenze e ad adorare le divinità pagane. L'amuleto trovato a Nea Paphos è la prova proprio di questa coesistenza di antichi culti pagani con il cristianesimo, perlomeno a Cipro.

Trovava una nuova tomba reale in Egitto

Gli oggetti trovati nella tomba appena scoperta
(Foto: Czech Institute of Egyptology)
Gli archeologi hanno portato alla luce, in Egitto, la sepoltura di una regina precedentemente sconosciuta. Il ritrovamento è avvenuto ad Abu Sir, a sudovest del Cairo.
Si pensa che la sconosciuta regina sia la moglie o la madre del faraone Neferefra, che regnò 4500 anni fa. Il ministro per le Antichità egiziano Mamdouh el-Damaty ha detto che la donna si chiamava Khentadawess, ne è stato trovato il nome inciso sulle pareti della tomba.
Miroslav Barta, responsabile della missione di archeologi cecoslovacchi che hanno portato alla luce la tomba, ha affermato che la posizione della tomba della regina ha portato a credere che Khentadawess fosse la moglie del faraone. Con la tomba sono tornati alla luce circa 30 utensili in pietra calcarea a rame.
Gli archeologi sperano di gettare maggiore luce su alcuni aspetti sconosciuti della V Dinastia che, insieme con la IV, fu quella che diede inizio alla costruzione delle piramidi in Egitto. Abu Sir venne utilizzato come cimitero dell'antica capitale egiziana, Memphis, durante l'Antico Regno.

Pietrabbondante, Ennio e l'elite della cultura italica

Ricostruzione dell'area sacra di Pietrabbondante
(Foto: primopianomolise.it)
Il Professor Adriano La Regina - presidente dell'Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'Arte di Roma - ha illustrato le ultime ricerche archeologiche nel santuario dei Sanniti di Pietrabbondante.
Le attività di scavo hanno avuto al loro centro la domus publica, la casa con funzioni pubbliche adiacente al tempio-teatro, e la zona delle tabernae. Il santuario sannita è risultato molto più grande di quanto finora si fosse pensato. Si trattava di un vero e proprio complesso sacro composto di diversi edifici distribuiti tra prati, giardini e alberi da frutta.
Una delle novità delle ricerche è il ritrovamento del tempio L, a 92 metri a sudest del tempio principale. Il tempio L è il più antico mai rinvenuto a Pietrabbondante, risalente al IV secolo a.C., aveva pareti d'argilla cruda su pietre che lo isolavano dal terreno. La copertura era in tegole piane e coppi. La sua forma era quadrangolare e, all'esterno, vi era una struttura più piccola simile per planimetria, con una doppia porta che fa pensare potesse trattarsi dell'erario. Il tempio, pertanto, era adibito alla riscossione e all'erogazione del pubblico denaro.
Gli archeologi lavorano attorno ad una mensa trovata nel tempio L
(Foto: primopianomolise.it)
All'interno del tempio è stato trovato un cassone in legno nel quale erano state raccolte 342 monete delle quali 140 d'argento. Si tratta di monete sia romane che italiche. Accanto al tempio L è stato trovato un edificio contraddistinto, dagli archeologi, con la lettera T. Questo edificio è composto di tre ambienti prospicienti un porticato. Si tratta dei magazzini per i rituali del tempio, all'interno dei quali sono stati trovati gioielli e parti di armi.
Al centro del tempio L è stata ritrovata una mensa con piedi a forma di zampe di animale con inciso, in osco, il nome del sommo magistrato Ennio, figlio di Ceio, supremo magistrato dei Sanniti, nonché comandante militare. Questa testimonianza è la dimostrazione che Ennio, poeta epico e drammaturgo romano, autore degli Annali, era di origine italiche, appartenente ad una famiglia illustre.
Adriano La Regina ha sottolineato che "da Pietrabbondante stanno pervenendo informazioni di grande interesse per la storia romana e dell'Italia. Tutta la drammaturgia latina tra il III e la seconda metà del II secolo è formata da tre grandi letterati: Ennio, Nevio e Pacuvio, tutti e tre di origini italiche, tre autori di madre lingua osca. L'introduzione di temi greci nella commedia e nella tragedia latina fu dovuta alle compagnie teatrali che recitavano a Roma e disponevano di copioni tradotti o adattati dal greco. - Ha continuato il Professor La Regina. - Che buona parte di questa interazione culturale avvenisse per mezzo di romani di origine sannitica implica novità riguardo al teatro di lingua osca".

domenica 4 gennaio 2015

Scoperta una città sotterranea in Anatolia

I tunnel della città sotterranea scoperta a Nevsehir (Foto: AA)
Al termine del 2014 è stata fatta una delle più importanti scoperte archeologiche in Turchia, una vera e propria città sotterranea, ritrovata nella provincia anatolica di Nevsehir, conosciuta in tutto il mondo sia per la fortezza che ne porta il nome che per le formazioni rocciose chiamate Cammini delle Fate.
La città è venuta alla luce durante la distruzione di alcuni edifici situati all'interno e all'esterno della fortezza di Nevsehir. Si tratterebbe di una città di cui non si avevano precedenti notizie. Sono state scoperte gallerie e chiese nascoste che fanno pensare alla più grande città sotterranea del mondo.
I tunnel dell'antico insediamento corrono al di sotto di una collina a forma conica. Il Professor Ozcan Cakir, del Dipartimento di Ingegneria Geofisica della locale Università, presume che questi tunnel siano stati utilizzati per il trasporto dei prodotti agricoli dai campi fino alla città sotterranea. Uno di questi passaggi raggiunge una fonte d'acqua.
Attraverso lo studio della fortezza di Nesehir, i ricercatori hanno azzardato l'ipotesi che essa sia stata per due terzi edificata servendosi proprio di questi tunnel sotterranei.

sabato 3 gennaio 2015

Trovato il Circo di Commodo sull'Appia Antica

Gli strumenti da chirurgo trovati nel Circo di Commodo
(Foto: Il Messaggero)
Ancora una volta sono le nuove tecnologie a permettere scoperte che, fino a qualche anno fa, si consideravano impossibili, in particolare l'aerofotogrammetria. Alle prospezioni dal cielo seguono, ovviamente, quelle terrene che servono a dare consistenza a quanto si è visto dall'alto. Così è stato possibile individuare il Circo di Commodo. Gli scavi, seguiti agli esami aerei, hanno identificato i carceres, i blocchi di partenza delle bighe che partecipavano alle corse, ma anche un kit da chirurgia di pronto soccorso che giaceva in quella che, probabilmente, era una sorta di infermeria.
Il circo di Commodo è stato individuato dall'equipe archeologica capeggiata da Rita Paris, della Soprintendenza ai Beni Archeologici. Si trova nella Villa dei Quintili, sull'Appia Antica. Finora di questo circo non si conosceva molto. Si pensava, in base a vecchie carte, che fosse un ippodromo. Adesso si è potuto stimare che era lungo oltre 400 metri e che poteva ospitare fino a 7700 persone. Era molto simile al Circo di Massenzio (lungo 520 metri con una capacità di 10.000 spettatori) che potrebbe esserne stato il modello.
Le chiavi del magister claviarus della Villa di CommodO
(Foto: Il Messaggero)
Al centro del Circo di Commodo c'era una spina di 200 metri, ma al momento gran parte del monumento rientra in una proprietà privata. Per avere un'idea del suo aspetto, poi, si è proceduto ad una ricostruzione ideale a partire dalla torretta a base quadrata di sei metri di altezza, che spicca presso la grande cisterna non lontana dalla residenza imperiale.  Il Dottor Riccardo Frontoni e la Dottoressa Giuliana Galli hanno chiarito che si tratta di un carceres, la linea di partenza per la corsa delle bighe. Nei pressi della torretta il Dottor Frontoni ha riportato alla luce l'originaria pavimentazione del circo, in mattoni. Sul pavimento, nei pressi delle fondazioni della torre, ha trovato un bicchierino, come se qualcuno avesse voluto brindare proprio in quel punto. In un laboratorio, collegato al circo, gli archeologi hanno trovato degli strumenti da medico chirurgo specialista per occhi e orecchie.
Ricostruzione di come doveva essere il Circo di Commodo
(Foto: Il Messaggero)
A fornire un aiuto importante per l'identificazione del Circo di Commodo sono stati anche i mosaici delle terme dei pretoriani di Commodo, a S. Maria Nova, dedicati ai cavalli. Commodo, figlio dell'imperatore Marco Aurelio, fu un imperatore dalla personalità crudele e stravagante. Elio Lampridio, nella Historia Augusta, lo ha descritto come un istrionico, un crudele e un vizioso. Gli piaceva partecipare alle corse del circo, recitare a teatro dove aveva particolare cura di lisciare e lumeggiare i suoi capelli o scendere nell'arena abbigliato da gladiatore.
Tra i reperti rinvenuti in precedenza nell'area della Villa di Commodo vi sono il laboratorio di un pittore con i vasetti ancora colmi di pigmenti turchesi e rossi, una decina di chiavi trovate in una stanzetta di servizio e appartenenti al magister claviarus, che aveva il compito di chiudere tutte le porte della Villa.

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò (Foto: quotidianodipuglia.it) Un insediamento fortificato di età messapica : è l...