sabato 28 febbraio 2015

Trovata la stanza di un tempio sotterraneo a Sidone

Alcuni degli oggetti ritrovati nello scavo della stanza sotterranea di Sidone
(Foto: The Daily Star - Mohammed Zaatari)
Gli archeologi hanno scoperto una camera segreta all'interno di un tempio di Sidone, in Libano. Si tratta di una stanza monumentale che si pensa essere un'estensione del tempio sotterraneo di Sidone, che risale all'Età del Bronzo. Il ritrovamento è stato fatto mentre alcuni operai stavano preparando le fondamenta del nuovo Museo Nazionale della città.
Circa dieci anni fa venne scoperta un'altra stanza sotterranea datata al 1300 a.C., dove gli antichi residenti della città libanese adoravano le loro divinità. La stanza scoperta in questi giorni si trova adiacente a quella scoperta dieci anni fa, per questo si pensa che sia un ampliamento della precedente, utilizzata dai membri più importanti della comunità.
Il vasellame trovato in questa stanza è stato importato prevalentemente da Cipro e da Micene ed è parso sostanzialmente intatto. Le mura della stanza sono state edificate con pietre molto grandi, mentre il pavimento giace a circa 7,5 metri di profondità. Gli archeologi hanno estratto, durante gli scavi, numerosi manufatti, tra cui oggetti in legno, vasellame e utensili legati a celebrazioni rituali, per la mensa, per mescolare bevande.

Esposti scheletri medioevali a York

Uno degli scheletri ritrovati a York (Foto: Yorkpress.co.uk)
Le ossa di dodici uomini, probabilmente giustiziati a York, in Inghilterra, durante la guerra delle Rose, presto saranno esposte al pubblico.
La datazione al radiocarbonio di due degli scheletri ritrovati ha indicato che sarebbero vissuti intorno al 1460. Gli individui ai quali appartenevano le ossa sono stati seppelliti senza alcuna cerimonia, per questo gli archeologi hanno pensato ad un'esecuzione. Le prime di queste ossa sono state scoperte nel 2013 e sono state attribuite, principalmente, ad individui di sesso maschile e di età compresa tra i 25 ed i 40 anni al momento della morte. Due degli scheletri presentano fratture ossee significative, compatibili con ferite inferte in combattimento.

Inghilterra, ritrovato uno splendido pendente in oro

Il ciondolo anglosassone scoperto a Norfolk (Foto: edp24.co.uk)
In un campo di Norfolk, Inghilterra, è stato trovato uno splendido ciondolo d'oro. Il gioiello è di 7 centimetri di diametro e presenta una decorazione di granati, tagliati e disposti a formare un intreccio.
L'oggetto si trovava ai piedi di una sepoltura con le ossa mal conservate di una donna adulta dell'epoca anglosassone, che indossava anche una "castellana", vale a dire una lunga striscia di anelli d'argento probabilmente appesi alla cintura.
La donna a cui appartenevano questi oggetti era sicuramente di origini nobili. Alcuni dei gioielli ritrovati sono stati forgiati nel Regno dei Franchi, parte di quella che, secoli dopo, sarebbe diventata la Francia. Fra questi due pendenti che riutilizzano due monete d'oro, uno dei quali datato ad un periodo compreso tra il 639 e il 659, coniata al tempo del re franco Sigeberto III, probabilmente nei pressi di Marsiglia. Tra i reperti vi è anche una ciotola di bronzo anch'essa di importazione dalla Francia.
Le ossa della nobildonna anglosassone sono ora al Museo di Norwich Castle, dove verranno analizzate. I ricercatori sperano di scoprire di più sulla misteriosa ospite della ricca sepoltura di Norfolk, per esempio l'età, le condizioni fisiche, la dieta.

mercoledì 25 febbraio 2015

Matriosche... buddiste


(Fonte: Il Messaggero) - Straordinaria scoperta nei Paesi Bassi. La statua di un Buddha, databile tra il 1050 e il 1150 e conservata nel Drents Museum di Assen, nascondeva un corpo da oltre mille anni.
Una Tac ha rivelato che la statua di cartapesta dorata fungeva da "guscio" e celava al suo interno uno scheletro umano perfettamente conservato. Il corpo sarebbe quello di un monaco a gambe incrociate e nella tipica posizione di meditazione.
Le immagini stanno facendo il giro del mondo e secondo la CBS il monaco racchiuso all'interno della statua si sarebbe sottoposto alla pratica dell'automummificazione: un'antica tradizione propria dell'ascetismo buddista cinese che prevedeva un lunghissimo processo di digiuno e avvelenamento che portava alla morte per disidratazione e intossicazione. Lo scheletro ritrovato nella statua sarebbe appartenuto a Liuquan, maestro buddista della scuola cinese vissuto tra l'XI e il XII secolo. Per la religione buddista chi si sottopone all'automummificazione non muore, ma rimane in meditazione in eterno.
Una volta scoperto il corpo all'interno della statua, le sorprese non sono finite: al posto degli organi, la mummia era stata riempita di pergamene scritte nell'antica scrittura cinese e altri oggetti ancora da identificare. La statua, ora, si trova presso il Museo di Storia Naturale di Budapest, in Ungheria.

La dura vita dei cavalieri

Lo scheletro del cavaliere di Hereford e le fratture non cicatrizzate sulle
costole (Foto: Headland Archaeology Limited)
Sono state fatte interessanti scoperte nella cattedrale di Hereford, in Inghilterra. Lo studio dettagliato di oltre 700 sepolture, scavate dal 2009 al 2011, ha fornito agli studiosi un panorama notevole sulla vita, le malattie, gli incidenti verificatisi a partire dalla conquista normanna fino al XIX secolo.
Tra i corpi ritrovati, hanno destato particolare interesse quelli di un lebbroso e quello di una donna con una mano mozzata. Uno degli scheletri apparteneva a quello che è stato identificato come un cavaliere a causa delle numerose fratture presenti sulle ossa. Alcune delle fratture non erano cicatrizzate, ad indicare che, al momento della morte, l'uomo non si era del tutto ripreso dalle ferite. Alcune delle ferite sono coerenti a quelle che ci si poteva procurare durante tornei o giostre.
Dall'esame dei denti i ricercatori hanno accertato che l'uomo era cresciuto in Normandia e si era trasferito ad Hereford piuttosto tardi. La sua sepoltura era in pietra parzialmente rivestita ed è stata datata ad un periodo compreso tra il 1100 e il 1300.
Nel 1194 Riccardo Cuor di Leone aveva concesso licenza di tenere tornei in cinque località in Inghilterra. Originariamente i tornei erano una sorta di mischia gigantesca dove si affrontavano un gran numero di cavalieri, sia singolarmente che in squadra, sia a cavallo che a piedi. Questi duelli erano delle vere e proprie battaglie, con tanto di morti accidentali.

Egitto: trovati due busti della dea Sekhmet

Uno dei busti di Sekhmet trovati in Egitto (Foto: Ahram.org.eg)
Una missione archeologica europeo-egiziana guidata dall'archeologo Horig Sourouzian ha portato alla luce, sul lato nord orientale del tempio di Amen Hotep III a Kom el-Hitan, due busti della dea leonessa Sekhmet.
Gli archeologi sono ancora al lavoro per vedere se riescono a trarre, dalle sabbie del deserto, altre testimonianze del passato. Prima di questi ultimi due busti, gli stessi archeologi avevano disotterrato 64 statue di Sekhmet di diverse forme e dimensioni.
Il primo dei due busti trovati è di 174 centimetri di altezza e raffigura Sekhmet seduta. L'altro, di 45 centimetri, è un ritratto della dea leonessa. Il numero delle effigi di Sekhmet risalenti alla XVIII Dinastia è significativo dell'importanza di questa divinità durante il regno di Amen Hotep III, padre di Amen Hotep IV/Akhenaton.

domenica 22 febbraio 2015

Il bambino di Detmold

Il bambino di Deltmond (Foto: ancient-origins.net)
Un'antica mummia peruviana, chiamata il bambino di Detmold, risalente a 6500 anni fa, sta svelando parte dei suoi segreti. Recenti analisi tramite Tac ha rivelato dettagli sull'età, la salute e le cause della morte del neonato.
Il bambino è stato scoperto con gli occhi chiusi, le braccia conserte e le gambe ripiegate. Aveva un piccolo pendente piatto in osso posto intorno al collo. I ricercatori del Museo di Stato di Lippe, nella città tedesca di Detmold, dove è custodita la mummia del bambino, coadiuvati da specialisti in malattie cardiache e diabetiche, hanno appurato che il piccolo è morto tra gli 8 e i 10 mesi di vita e soffriva di una rarissima malformazione cardiaca congenita. Questa sindrome, nota come sindrome del cuore sinistro ipoplasico (HLHS), è una malattia genetica per la quale il lato sinistro del cuore non si sviluppa completamente. Questa sindrome porta alla morte dell'individuo durante i primi anni dell'infanzia.
Il bambino di Delmond soffriva anche di una grave carenza di vitamina D (turricefalia) che porta ad una forma anormale del cranio. Oltre a questo è stata riscontrata, nella piccola mummia, un'infezione polmonare causata da tubercolosi o polmonite che avrebbe ulteriormente aggravato la già difficile condizione cardiaca.

Spagna: trovato un busto marmoreo di Adriano

Il ritrovamento del busto di Adriano (Foto: National Geographic)
Un magnifico busto in marmo, raffigurante l'imperatore Adriano, è stato trovato lo scorso novembre nel sito di Los Torrejones, in Spagna ed è attualmente esposto nel Museo Archeologico di Yecla, a nord della regione di Murcia.
Il busto è in ottime condizioni ed è stato identificato con quello dell'imperatore che governò Roma dal 76 al 138 d.C. e che, probabilmente, era nato ad Italica, in provincia di Siviglia. L'attribuzione è stata possibile grazie all'acconciatura dei capelli, al volto barbuto e ai tratti fisiognomici. Il busto è stato datato al 135 d.C., tre anni prima della morte dell'imperatore.
Il ritratto imperiale è stato trovato durante lo scavo di un grande edificio, in un locale adibito all'utilizzo dell'acqua. Gli archeologi hanno trovato anche una piccola testa femminile in marmo ed altri pezzi frammentati dello stesso materiale. La testa femminile è stata riconosciuta come un ritratto, nelle fattezze di Venere, di Vibia Sabina, moglie di Adriano.

Il cavallo di bronzo dei Medici sarà restaurato

La testa del cavallo del Museo Archeologico di Firenze
(Foto: Ansa)
Dopo un secolo in cui è stata custodita in un deposito del Museo Archeologico di Firenze, la testa di cavallo in bronzo un tempo di proprietà di Lorenzo il Magnifico sta per essere sottoposta a restauro.
Si tratta di una scultura greca risalente al 350 a.C. che, un tempo, faceva bella mostra di sé in una delle sale rinascimentali di Palazzo Medici Ricciardi a Firenze. Purtroppo, dal momento in cui la preziosa scultura è entrata in possesso della potente famiglia fiorentina è iniziato anche il suo degrado, accertato anche quando il capolavoro greco venne donato al Museo Archeologico, nel 1881.
Ora i ricercatori stanno valutando i problemi di conservazione e restauro dei materiali antichi, come le leghe e le dorature utilizzati per forgiare la testa del cavallo. Il lavoro sarà effettuato all'interno del museo e potrà essere visibile al pubblico fino all'8 marzo, negli orari di apertura dello stesso.
La testa di cavallo, forgiata in bronzo, presenta numerose tracce di doratura. Rappresenta un cavallo nel tentativo di rimuovere il morso. Si tratta di un cavallo giovane, come appare dall'esame della dentatura. I ricercatori pensano, dopo aver esaminato i dettagli della scultura, che il cavallo facesse parte in origine di un più ampio gruppo scultoreo. Ritengono, in particolare, che fosse presente un cavaliere che tratteneva l'animale dalla parte sinistra della testa.
Questa scultura è ritenuta essere un esemplare da guerra (la criniera a spazzola e l'assenza di peluria all'interno delle orecchie del cavallo). Era stata già restaurata, in particolare nel XVII secolo, quando venne applicata una fascia all'altezza del collo con una targhetta, asportata solo in occasione del recente restauro.

I tesori della ghiacciaia dei monaci di S. Ambrogio

Alcuni dei ritrovamenti oggetto della mostra permanente all'Università
Cattolica di Milano (Foto: La Repubblica)
Un nuovo museo è stato inaugurato il 26 gennaio scorso. Un museo nel quale sono esposti i reperti trovati sotto l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, in quella che un tempo fu la ghiacciaia dei monaci di Sant'Ambrogio, dieci metri sotto terra. Il museo raccoglie anfore, gioielli, monete, ceramiche frutto di venti anni di scavi sotto i cortili dell'ateneo.
La mostra permanente è intitolata "L'abitato, la necropoli, il monastero". L'area suburbana di Milano nella quale sorse l'antico monastero era abitata sin dall'epoca romana. Si trasformò in necropoli a partire dal III secolo d.C.. Sono state ritrovate 800 tombe, tra le quali una in particolare, battezzata "La signora del sarcofago" ha destato l'interesse degli studiosi. Si tratta del primo sarcofago sigillato ritrovato a Milano dal 1700 in avanti.
La donna che occupa il sarcofago aveva un'età compresa tra i 24 e i 30 anni ed apparteneva quasi certamente ad una famiglia abbiente. Nella sua sepoltura sono stati trovati un ventaglio con manico in avorio, una rocca utilizza per filare, un diadema in ambra e, sul petto della defunta, semi di quello che, un tempo, era un grappolo d'uva e resti di fiori. Oggi la tomba è stata collocata nel Giardino Delle Vergini, all'interno dell'Università Cattolica. Il ritrovamento di anfore greche e spagnole per il trasporto di vino ed olio sono il segno di come già nel I secolo d.C. la città di Milano intrattenesse frequenti rapporti commerciali con i paesi che oggi fanno parte dell'Europa.
Gli scavi della ghiacciaia iniziarono nell'inverno del 1986. In realtà gli studiosi ignoravano la presenza di questo locale, anche se la "Conserva di giazzo", come era chiamata, era stata indicata in una pianta di Francesco Richini risalente al 1600. Si tratta di una stanza circolare, di cui è rimasta intatta la metà, dove veniva accumulata la neve per conservare gli alimenti.

Una seconda raffigurazione di una gladiatrice

La statuetta in bronzo di una gladiatrice in posizione di vittoria recentemente identificata in Germania
(Foto: Alfonso Manas, Università di Granada)
Una statua di duemila anni fa potrebbe raffigurare una gladiatrice vittoriosa, questo è il risultato di un recente studio sul reperto. Se l'identificazione sarà confermata, si tratterebbe della seconda rappresentazione di una gladiatrice esistente.
La donna è raffigurata con solo il perizoma e una benda intorno al ginocchio sinistro. Ha i capelli lunghi e solleva quella che, secondo i ricercatori, è una sica, una corta spada ricurva utilizzata dai gladiatori.
I dettagli precisi con cui è stata raffigurata la donna suggeriscono che il modello sia stato una vera gladiatrice. Non si sa dove sia stata trovata la statua. Attualmente è custodita nel Museum fur Kunst und Gewerbein di Amburgo, in Germania.
La rarità di statue raffiguranti gladiatrici riflette la rarità di queste combattenti al femminile. L'altra rappresentazione di gladiatrice conosciuta proviene da Alicarnasso e si trova ora al British Museum. Inizialmente gli studiosi hanno pensato che la statuetta raffigurasse un'atleta di sesso femminile che stava pulendosi con uno strigile. Poi sono stati notati altri particolari che hanno fatto pensare ad una gladiatrice. Tra questi la posizione della donna, mentre solleva in aria la sica e guarda in terra, nella tipica posizione di vittoria ben conosciuta nell'iconografia antica. Inoltre le atlete, nel mondo romano, non usavano vestirsi del solo perizoma, ma, piuttosto, una sorta di bikini o una tunica che lasciava loro esposto un seno.

venerdì 20 febbraio 2015

Tracce della storia medioevale della Polonia

I recipienti scoperti nello scavo (Foto: M. Hrynczyszyn)
Numerosi frammenti di ceramica e decine di oggetti in bronzo e ferro sono stati scoperti in Polonia a Skomack Wielki.
Sono reperti risalenti al V e VI secolo d.C., che giacevano ai piedi di uno dei primi castelli medioevali della cittadina.
Tra i reperti più importanti vi sono ornamenti, spille e fibbie in bronzo, articoli da toilette e coltelli.
Gli archeologi hanno scoperto sette recipienti ben conservati in ceramica, di varie dimensioni e finiture. I vasi sono stati trasportati in un laboratorio specializzato presso il Museo Archeologico Nazionale.

Finalmente visibili gli affreschi di Moregine

Uno degli affreschi trovati a Moregine
Tra pochi mesi gli splendidi affreschi riemersi dagli scavi di Moregine, 600 metri a sud di Pompei, verranno permanentemente esposti nella Palestra Grande di Pompei. L'edificio nel quale furono ritrovati è stato scavato solo per un terzo: comprendeva tre sale da pranzo con splendidi affreschi e terme ancora in costruzione.
Gli edifici di Moregine formavano un complesso comprendente una stazione marittima e un porto fluviale alla foce del fiume Sarno. Furono scoperti nel 1959, durante i lavori per la costruzione dell'autostrada Napoli-Salerno. Gli affreschi ritrovati vennero staccati e conservati nei depositi della Soprintendenza di Pompei per oltre cinquant'anni.
Affresco dagli edifici di Moregine
Gli scavi a Moregine ripresero, poi, nel 1999 e permisero di appurare che gli edifici sul porto erano destinati ai marinai che riposavano a terra. In una latrina posta accanto ai bagni pubblici venne casualmente trovato un cesto di vimini con, all'interno, un grumo di fango solidificato. Dalle radiografie si intravidero dei corpi metallici che un microscavo ha consentito di portare alla luce. Si trattava di pezzi d'argento: piatti, coppe di varia forma, un cucchiaino, due forme decorate a sbalzo con figurazioni di animali, per un totale di quattro chili di argenteria.
Nel 2000 tutto quel che era stato scavato è stato sepolto sotto le corsie dell'autostrada, dal momento che le condizioni dello scavo si sono rivelate difficili a causa delle sorgenti d'acqua sotterranee che avevano trasformato il cantiere di scavo in un lago.
Gli affreschi di Moregine sono stati, in precedenza, esposti ad Ottawa. Ma non sono solo gli affreschi il tesoro estratto dal sottosuolo di Moregine: vi sono anche 125 tavolette cerate relative ai commerci della famiglia dei Sulpicii. Il corpo di chi stava cercando di portar via gli argenti e le tavolette non esiste più. Accanto a questi reperti, però, vi erano i corpi di due donne e tre giovanissimi, tra i quali una bambina di quattro anni ed una ragazza adolescente. Una delle donne portava con sé, nella fuga, dei monili d'oro.

Sardegna: trovati semi di melone dell'Età del Bronzo

Alcuni semi di melone recuperati in Sardegna (Foto: La Stampa)
A Sa Osa, in Sardegna, sono stati trovai i semi di melone più antichi del Mediterraneo. La scoperta è stata fatta dall'Università di Cagliari in pozzi antichi più di 3000 anni, individuati dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano. A coordinare gli archeologi il Dottor Gianluigi Bacchetta, del Centro Conservazione Biodiversità dell'Università di Cagliari.
Il contenuto del pozzo più ricco di reperti (chiamato pozzo "N") è stato studiato sotto tutti gli aspetti botanici. Al suo interno sono stati rinvenuti ben 47 semi di melone, un ritrovamento davvero eccezionale, dal momento che fino ad oggi le prove della coltivazione di questo frutto erano state trovate solo nel Vicino e Medio Oriente. I semi trovati nel pozzo "N" sono stati datati all'Età del Bronzo (1310-1120 a.C.) e costituiscono attualmente la prima prova certa della coltivazione del melone nel bacino del Mediterraneo. Prima d'ora si pensava che fossero stati i Greci prima e i Romani poi a diffondere questa coltura.
I semi recuperati dagli archeobotanici sono circa 15.000 e "parlano" di una civiltà nuragica estremamente evoluta dal punto di vista alimentare. I nuragici coltivavano il melone e la vite, bevevano vino, raccoglievano noci, nocciole e fichi. Avevano, insomma, "inventato" la dieta mediterranea.
I cibi venivano conservati in pozzi scavati nella roccia, gli stessi dai quali gli archeologi hanno recuperato i semi di melone. Oltre ai semi di melone sono stati identificati centinaia di migliaia di semi, frutti, granuli, pollini e frammenti di legno e carbone di piante coltivate e selvatiche come olivo, mirto, mora, frumento, orzo, prugnolo selvatico, cicerchia, ginepro e lentisco.

giovedì 19 febbraio 2015

Scoperto un complesso sacro in Armenia

Uno dei sacrari scavato all'ingresso di Gegharot, in Armenia
(Foto: Professor Adam Smith)
Tre santuari, risalenti a circa 3300 anni fa, sono stati scoperti all'interno di una fortezza sulla collina di Gegharot, in Armenia. Questi santuari erano probabilmente utilizzati per la divinazione.
Ognuno dei tre santuari era composto da una singola camera con un bacile centrale per la cenere e con recipienti in ceramica. Sono stati scoperti anche molti reperti tra i quali idoli in argilla dotati di corna, sigilli, turiboli per bruciare resine e una gran quantità di ossa di animali con incise delle tacche. Durante le pratiche divinatorie, gli indovini probabilmente bruciavano delle sostanze stupefacenti e bevevano vino per provocare stati alterati di coscienza.
La fortezza di Gegharot è una delle numerose roccaforti costruite in Armenia. Le ossa di animali ritrovate fanno parte di un rituale chiamato osteomanzia, che prediceva il futuro attraverso gli astragali di mucche, pecore e capre. Gli astragali trovati sono apparsi bruciati e si pensa che siano stati utilizzati come dadi per la previsione del futuro.
Gli archeologi ritengono che Gegharot fosse praticata anche la litomanzia, vale a dire la predizione del futuro attraverso le pietre. All'interno di un bacino di uno dei templi, gli archeologi hanno trovato 18 piccoli ciottoli, che paiono essere stati selezionati per la loro forma regolare e arrotondata e per i colori che andavano dal nero, al grigio scuro, al bianco, al verde e al rosso.
In uno dei santuari gli archeologi hanno trovato un impianto utilizzato per macinare la farina, forse anche questa utilizzata nei riti mantici. I ricercatori sono giunti a questa conclusione notando l'assenza di forni per la cottura del pane all'interno della fortezza.

Isola d'Elba: identificata la villa di Marco Valerio Messalla Corvino

Gli scavi della villa all'isola d'Elba (Foto: Discovery.com)
Gli archeologi che stanno lavorando ad uno scavo sull'isola d'Elba hanno annunciato di aver individuato i resti della villa appartenuta al personaggio storico che ha ispirato il romanzo "Ben Hur".
La villa, nota come Villa Le Grotte, era affacciata sulla baia di Portoferraio ed è stata ritenuta per diverso tempo di proprietà di Marco Valerio Messalla Corvino, il rivale di Ben Hur nella famosa corsa delle bighe.
Marco Valerio Messalla Corvino apparteneva ad una delle famiglie più antiche ed importanti di Roma. Era il protettore di Ovidio e fu uno dei comandanti che parteciparono alla battaglia di Azio del 31 a.C.. Secondo gli archeologi Laura Pagliantini, Luisa Zito e Luisa Quaglia, la villa, oramai in rovina e chiusa al pubblico, è stata da tempo associata, senza nessuna prova certa, alla famiglia di Messalla.
Ovidio racconta di essere andato a trovare il suo mecenate proprio all'Elba, ma non fornisce alcun dettaglio circa il luogo in cui sorgeva la villa. Quest'ultima doveva essere una delle tre residenze monumentali costruite sull'isola.
Le prove sono arrivate quando gli archeologi, coordinati da Franco Cambi, docente di metodologia della ricerca archeologica presso l'Università di Siena, hanno preso a scavare appena sotto l'edificio residenziale alla ricerca di antichi forni per la produzione del ferro. Qui è stata fatta una sorprendente scoperta: con i resti crollati di un grande edificio gli archeologi si sono imbattuti in cinque dolia, completi di tappo. Ogni dolio poteva contenere tra i 1300 e 1500 litri di vino.
Il ritrovamento ha permesso di affermare che l'edificio in rovina era una fattoria di servizio alla vicina villa romana dei Messalla.

Trovato il più antico scheletro della Norvegia

Gli archeologi al lavoro in Norvegia (Foto: Museo di
Storia Culturale di Oslo)
Gli archeologi norvegesi ritengono di aver trovato il più antico scheletro del Paese, risalente a quasi 8000 anni fa. Il ritrovamento è stato fatto la scorsa estate a sud di Oslo. I ricercatori hanno datato lo scheletro al periodo Mesolitico (10.000-4000 a.C.).
Lo scheletro è piuttosto fragile. Gli archeologi e gli antropologi lo stanno esaminando con estrema cura e stanno inserendo i dati in un computer che possa ricostruire il reperto in 3D. Gli studiosi sperano di poter ricostruire la dieta e le origini del misterioso individuo, che giaceva in posizione fetale in una fossa. Gli archeologi hanno dovuto fare un paziente lavoro di separazione delle ossa dal terreno circostante per poter portare lo scheletro in laboratorio.

Presentati i risultati del Progetto Anaxum

Il relitto del fiume Stella
Sono stati presentati i risultati della campagna di scavo 2014 del Progetto Anaxum, dell'Università di Udine, relativo al recupero di una nave medioevale e di alcuni reperti di età romana dal fiume Stella.
Tra gli oltre 700 reperti romani recuperati dal fondo del fiume Stella vi sono una bilancia per beni preziosi, tegole, anfore, oggetti in ceramica e vetro. Gli archeologi dell'Università di Udine sono stati coordinati dal Professor Massimo Capulli, docente di Metodologia della Ricerca Archeologica nella medesima università.
La campagna di scavo 2014 ha visto anche il recupero del relitto medioevale di Precenicco, risalente all'XI secolo e considerato un unicum a livello mondiale. Le ricerche subacquee sono durate diverse settimane e si sono concentrate in un tratto di fiume dove si trovano la struttura lignea del relitto, lunga circa 6 metri e i resti dell'imbarcazione. Intorno vi è una vasta area di dispersione di reperti archeologici che sono solo in parte pertinenti al relitto medioevale. Si tratta di ben 3,2 tonnellate di materiale archeologico, compresi i laterizi.
Il relitto medioevale di Precenicco è un unicum mondiale per la storia della costruzione navale perché rappresenta una forma di transizione tra il modo di costruire del mondo antico e quello medioevale-moderno. Parziali sono i confronti con uno dei relitti di Yenikapi, antico porto di Istanbul, e con quello di Serçe Limani, sempre in Turchia.
Lo scavo è stato individuato nel 2012, a due metri sotto terra, in una zona che, anticamente era golena del fiume. 

Trovata una tomba a Cerveteri

E' di qualche ora fa la notizia del ritrovamento a Cerveteri, nella zona esterna alla necropoli della Banditaccia, di una tomba scavata dalla Soprintendenza Archeologica e dai volontari del nucleo archeologico Antica Caere.
Pare che all'interno della sepoltura siano stati trovati reperti estremamente interessanti dal punto di vista storico e archeologico. Si spera di avere maggiori notizie nei prossimi giorni.

Padova: riappare il Castello di Ezzelino da Romano

Il castello dei Carraresi a Padova (Foto: Il Mattino di Padova)
Sotto il Castello di Padova (Castelvecchio) si nasconde quello di Ezzelino da Romano. E' questo il risultato degli scavi condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio.
Il Castello venne abbandonato durante la dominazione veneziana, poi venne adibito, nell'ordine, a caserma, deposito munizioni, magazzino per granaglie, alloggio per famiglie povere, trasformato in parte in carcere e in parte in osservatorio astronomico (Specola) nel corso dell'Ottocento. Solo negli ultimi anni il complesso è stato oggetto di restauro e di interventi conservativi.
Gli scavi condotti nel Castello tra il 2013 e il 2014 hanno documentato la presenza del primitivo castello di Ezzelino da Romano, risalente alla metà del '200 e ritenuto, fino ad ora, appartenente più alla leggenda che alla storia. Ezzelino III da Romano costruì questa fortezza dopo la conquista di Padova nel 1237, questo attestavano le fonti documentali. Di questa misteriosa fortezza, finora, non era stata trovata traccia. Gli scavi precedenti al 2013 avevano riportato alla luce solo parte del Castello Carrarese fatto edificare da Francesco il Vecchio tra il 1374 e il 1378.
Affreschi del '300 nella torre  minore del
Castello di Padova
Le ultime campagne di scavo hanno riportato alla luce i pavimenti carraresi, posti a 70 centimetri sotto quelli attuali, che risalgono all'Ottocento. Nel cortile, inoltre, è emersa una poderosa muratura di XIII secolo. Altri ritrovamenti sono costituiti da resti di un edificio degli inizi del '200 e due tratti di una strada in mattoni frammentari con segni del passaggio di carri. Ancora più antichi sono i resti di un edificio romano sovrapposto, a sua volta, ad altre fasi edilizie fino a risalire al II secolo a.C.
Il Castello di Padova come attualmente lo si vede, è il castello fatto edificare da Francesco il Vecchio da Carrara, che fece modificare, ingrandire e abbellire il Castello di Ezzelino da Romano da Mastro Nocolò della Bellanda. L'edificio si trova nel punto in cui il fiume Bacchiglione si suddivide in due rami che vanno a circondare la città di Padova formando la cosiddetta insula. Già nel 950 testimonianze scritte attestano la presenza di un castro patavino e di un secondo castello che è stato identificato con quello del duomo. Un documento del 1062 fa cenno alla Turlonga, la maggiore delle due torri del Castello, posta alla biforcazione dei corsi d'acqua che circondano Padova.
Nel 1616 locali del sottotetto dell'ala nord vennero riadattati a granaio pubblico. Un vasto intervento strutturale risale al 1807, quando parte del Castello venne adibito a prigione.
La fortezza era, un tempo, detta Castello della Torlonga. Assunse il nome di Castelvecchio quando si iniziò a costruire il Castelnuovo, dopo il 1513.

Sant'Albano Stura, Longobardi d'Italia

Uno dei reperti recuperati dalla necropoli di S. Albano Stura
Lo straordinario ritrovamento nella necropoli longobarda di Sant'Albano Stura potrebbe riscrivere la storia del periodo longobardo. Proprio questo ritrovamento è oggetto di un incontro di studi organizzato dalla delegazione FAI di Cuneo con la la collaborazione della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Piemonte, che si svolgerà il 21 febbraio.
Nel 2009, durante i lavori per la realizzazione di un tunnel dell'autostrada Cuneo-Asti, nel comune di Sant'Albano Stura, gli operai trovarono, in modo del tutto inaspettato, reperti dell'alto medioevo. Si trattava di una necropoli longobarda che, una volta intrapreso lo scavo, si è rivelata estremamente estesa, comprendendo 776 tombe.
In molte sepolture il corredo funebre era ben conservato e questo ha consentito di poter risalire al sesso e allo status sociale dei defunti, dei quali non sono pervenuti resti ossei a causa della composizione del terreno. I lavori di scavo sono stati seguiti dalla Soprintendente per i Beni Archeologici del Piemonte, Dottoressa Egle Micheletto.
La necropoli di S. Albano Stura (Foto: G. Lovera)
Questa vasta necropoli, datata ad un periodo compreso tra il VII e l'VIII secolo d.C., porta a pensare che vi fosse, non lontano, un insediamento piuttosto importante, del quale, finora, non si è avuta notizia e traccia. I corredi funebri sono stati restaurati e studiati, in modo da indagare gli stili di vita e le trasformazioni sociali di questa comunità.
Le donne più agiate di questa comunità longobarda erano accompagnate, nel loro ultimo viaggio, da monili in oro e da complessi elementi di abbigliamento. Gli uomini adulti liberi avevano spade e accessori. Sono stati trovati anche oggetti di uso quotidiano quali coltellini, fusaiole, acciarini, cesoie e pettini in osso. Alcuni oggetti e la presenza di "cassette della morte", di tradizione germanica (identificate grazie alla presenza di quattro buche di palo agli angoli) rimandano alla cultura longobarda e alla presenza di un ceto benestante composto da diversi individui.
Fibule ad "S" dalla necropoli di S. Albano Stura
(Foto: G. Lovera)
La presenza di un numero elevato di defunti nella necropoli è un evento eccezionale per l'Italia longobarda, dal momento che allude ad una fiorente comunità stanziata sulle rive del fiume Stura, comunità che era, probabilmente, ben integrata con gruppi "indigeni". Le fibule raccolte dalle sepolture femminili sono del tipo ad "S" e rimandano al mondo longobardo. In una delle sepolture - la tomba 479 - vi è un singolo esemplare insolitamente dotato di pendenti, che rimanda a contaminazioni con il mondo mediterraneo. Contaminazioni che possono altresì leggersi nelle fibule zoomorfe e negli orecchini di diverse forge. Tra le sepolture, 48 hanno restituito cinture per la sospensione delle armi con guarnizioni in ferro, decorate con intrecci animalistici di ambiente germanico.
Delle sepolture presenti, 46 appartenevano con sicurezza a guerrieri, altre a civili, bambini e donne. Circa quaranta sono le collane con vaghi in pasta vitrea e ambra recuperate dal contesto sepolcrale unitamente a braccialetti, fibule, orecchini in oro e argento, armillae in bronzo, punte di lancia e monete.

mercoledì 18 febbraio 2015

Scoperta interessante sepoltura in Serbia

La pubblicazione della scoperta di una sepoltura celtica in Serbia, ha gettato nuova luce sulla tribù degli Scordisci, che abitavano, durante la tarda Età del Ferro, le grandi aree della Serbia e della Bulgaria nordoccidentale. La tomba è stata trovata nella regione di Sirmia, nei pressi della città di Sremska Mitrovica.
Si tratta di una sepoltura a cremazione, nella quale sono stati trovati una sorta di "bollitore" di bronzo (simpulum), una fibula ugualmente in bronzo, un coltello in ferro, una fibbia, un fodero decorato con ornamenti geometrici e due lance. Dalla tomba è stata rimossa una spada, presumibilmente per essere venduta, prima che la scoprissero gli archeologi. Purtroppo non si hanno informazioni sulla stessa.
La sepoltura di Sremska Mitrovica ha una serie di interessanti caratteristiche. Tutti i reperti mostrano stretti parallelismi con quelli restituiti da sepolture celtiche nei Balcani, risalenti alla fine del II-I secolo a.C.. Due speroni in ferro con terminazioni a forma di bottone sono stati datati al I secolo a.C.. Finora non erano stati mai trovati speroni nelle sepolture celtiche dei Balcani centrali al di fuori di un altro paio, facente parte di un corredo funerario, tornati alla luce a Popica, in Bulgaria.
Il bollitore bronzeo, invece, ha analogie con i ritrovamenti nel territorio degli Scordisci lungo il Danubio, nell'attuale Serbia, ed altri esempi in Romania, tutti datati al I secolo a.C. Il coltello ritrovato nella sepoltura celtica non rientra nella tradizione dei coltelli da combattimento scordisci. Si tratta, pertanto di un coltello destinato a riti funebri e l'ornamento a forma di orecchino presente sul manico lo identifica come appartenente ad una sepoltura femminile.
Degno di nota, nella sepoltura, è la deliberata deformazione delle punte di lancia prima che queste venissero deposte nella tomba. Si tratta del rito dell'"uccisione degli oggetti", una pratica comune tra i Celti dei Balcani nella tarda Età del Ferro.

Misterioso oggetto in legno trovato in Norvegia

Il misterioso oggetto in legno trovato in Norvegia
(Foto: Trond Meling - Universitetet i Stavanger)
Un oggetto misterioso è stato trovato in un insediamento di 6000 anni fa a Sommevagen, in Norvegia. Il manufatto è stato trovato su un letto di rocce, coperto da alcune pietre piatte. Si tratta di uno strumento in legno di 20 centimetri di lunghezza, di cui al momento non si conosce né l'utilizzo né la dazione. Visto il contesto in cui era inserito, i ricercatori lo hanno attribuito al Neolitico.
Gli archeologi hanno scoperto diversi insediamenti risalenti al 4000-2600 a.C. e da questi insediamenti hanno estratto diversi oggetti. Finora non erano stati trovati, però, resti umani al di là di quelli di un braccio. I ricercatori pensano che gli oggetti trovati, compreso il braccio umano, siano stati gettati in una sorta di discarica nella quale c'erano anche diverse ossa animali.
Altri resti umani emersi dallo scavo sono dei molari, trovati in prossimità di una sepoltura, una fossa rettangolare lunga circa due metri e larga uno, rivestita con pietra. All'interno vi erano tre asce di pietra ed uno scalpello.

L'ingegno dei Neanderthal

Lo strumento in osso di renna trovato in Francia
(Foto: Maurice Hardy)
Il Dottor Luc Doyon, dell'Università di Montreal, ed i suoi collaboratori hanno portato alla luce un raro strumento preistorico forgiato in osso dalle Grotte du Bison in Borgogna.
Si ritiene che lo strumento sia stato ricavato da un'osso di renna ad opera degli uomini di Neanderthal, 55000 anni fa. E' la prima volta che un oggetto del genere viene scoperto, questo ritrovamento dimostra che i Neanderthal erano in grado di comprendere le proprietà meccaniche dell'osso e sapevano come ricavarne strumenti, capacità che, finora, era stata riconosciuta solo alla specie Homo Sapiens.
Sull'osso ritrovato sono evidenti le prove di macellazione della carne e di fratturazione per ricavarne il midollo, mentre segni di limatura suggeriscono che l'osso in questione è stato affilato con strumenti di pietra estremamente taglienti. Scheggiature sullo smalto, infine, fanno pensar che l'osso sia stato utilizzato come raschietto.

Le oasi fortificate dei Garamanti

Uno dei siti in cui sono state trovate tracce dei Garamanti
(Foto: Progetto Trans-Sahara)
Il lavoro di un archeologo dell'Università di Leicester e dei suoi collaboratori ha portato i suoi frutti: i ricercatori sono riusciti a far luce su una perduta civiltà fiorita nel sud della Libia e a riscrivere, in parte, la più antica storia dell'Africa.
Il Professor David Mattingly, della Scuola di Archeologia e Storia Antica dell'Università di Leicester, è da tempo impegnato nella ricerca delle tracce di un antico popolo africano chiamato Garamanti, i cui insediamenti risalgono a più di 3000 anni fa. I primi ritrovamenti sono stati fatti nella campagna di scavo del 2011. Il progetto del Professor Mattingly è stato finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca ed è iniziato proprio nel 2011. Finora è stato scoperto un patrimonio di conoscenza circa l'Africa pre-islamica, tra cui la formazione dei primi stati, le tracce delle migrazioni di popolazioni e degli scambi commerciali attraverso le  piste del Sahara.
Fortificazione attribuita ai Garamanti
(Foto: Progetto Trans-Sahara)
Grazie alle fotografie aeree e alle immagini satellitari, il Professor Mattingly ed i suoi collaboratori hanno potuto scoprire centinaia di insediamenti fortificati posti nelle oasi e sistemi di raccolta e distribuzione delle acque di estrema ingegnosità, che hanno permesso di mettere a cultura il terreno delle oasi stesse. Queste scoperte hanno restituito un panorama diverso del Sahara, il panorama di un luogo molto più popolato di quanto si immaginasse finora. In questo panorama i Garamanti hanno sicuramente recitato un ruolo molto importante.
Gli archeologi hanno iniziato le loro ricerche nel sud della Libia, dove sorgevano le roccheforti dei Garamenti, tribù nomade che viveva in campi sparsi  tra le dune del Sahara centrale. I Garamanti praticavano l'agricoltura nelle oasi, sfruttando fonti idriche fossili per irrigare le colture. La loro abilità si manifestava anche nella lavorazione dei metalli e nella produzione tessile, delle quali è stata trovata testimonianza parimenti nelle oasi. Anche il commercio era parte importante nella vita dei Garamanti. Essi avevano legami solidi con i paesi Mediterranei e le zone sub-sahariane. I Garamanti erano estremamente civilizzati, possedevano una lingua scritta ed avevano anche forme d'arte e di tecnologia. Vennero sottomessi da Cornelio Balbo nel 19 a.C. e costituivano una federazione con a capo un re. La loro capitale era Garama, odierna Germa.

L'oro dei Fatimidi, recuperato un tesoro nelle acque di Cesarea

Il tesoro fatimida (Foto: Israel Antiquities Authority)
Da un antico porto al largo delle coste israeliane è stato portato alla luce un tesoro in monete d'oro. A scoprirlo per primi i membri di un club per le immersioni subacquee. Si pensa che il tesoro possa appartenere ad un antico relitto nascosto nelle sabbie del fondale.
Il ritrovamento è avvenuto al largo delle coste di Cesarea, città portuale costruita da Erode il Grande circa 2000 anni fa. Al momento in cui le monete sono state coniate, Cesarea era una vivace cittadina portuale al centro del Regno Fatimida. I Fatimidi, al culmine del potere, governavano una regione vastissima che comprendeva il Nordafrica e gran parte del Mediterraneo.
Le monete, quasi duemila, sono tutte in buono stato di conservazione, sembra che non necessitino nemmeno di esser pulite, almeno stando a quanto ha dichiarato Robert Cole, numismatico della Israel Antiquities Authority.
La moneta più antica del tesoro è stata coniata in Italia intorno al IX secolo. La maggior parte delle altre sono state coniate in Nordafrica e in Egitto durante i regni dei califfi Fatimidi Al-Hakim e Al-Zahir, che governarono dal 996 al 1036. Molte delle monete sono piegate, mentre altre hanno, incisi, i segni dei denti lasciati - probabilmente - da antichi commercianti che usavano "saggiare" il denaro per assicurarsi che non fosse stato coniato con metalli di qualità e valore inferiori.
Non è la prima volta che gli archeologi si imbattono in un tesoro in oro. Nel 2013 gli archeologi israeliani scoprirono centinaia di monete d'oro e gioielli in un cesto di epoca bizantina sepolto in una fossa fuori dalla città di Tel Aviv.

Un tesoro di bronzo in Polonia

Il tesoro di Rzepedz (Foto: D. Szuwalski)
Un tesoro composto da diversi oggetti in bronzo, è stato scoperto a Rzepedz, sulle montagne Bieszczady, in Polonia. Si tratta di oggetti antichi di 3500 anni.
Gli elementi del tesoro sono tutti in bronzo, tra questi un picconedecine di frammenti di una collana a spirale e un braccialetto. Erano tutti nascosti in un vaso di argilla del diametro di 25 centimetri, sepolto capovolto nel terreno. La scoperta è stata fatta in modo accidentale.
Secondo i ricercatori gli oggetti provenivano dal sud dei Carpazi, legati alle vie di comunicazione commerciali. Non si sa ancora chi e perché ha seppellito questo tesoro con tanta cura.

Mostra sul genio artistico di Piero della Francesca

Una delle pagine del trattato di Piero della
Francesca (Foto: Ansa)
(Fonte: Ansa) - Non solo genio assoluto della pittura quattrocentesca, ma anche grande matematico e architetto, Piero della Francesca sarà al centro della mostra che dal 14 marzo al 14 giugno porterà a Reggio Emilia, negli spazi di Palazzo Magnani, l'intero corpus grafico del maestro della prospettiva.
Riuniti per la prima volta, si potranno ammirare 11 codici, in latino e volgare, affiancati da dipinti, disegni (uno di Michelangelo), modelli dei suoi studi ortogonali di teste umane o capitelli.
"Una mostra dal grande livello di approfondimento", ha detto il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, intervenuto alla presentazione della stampa. Con il titolo "Piero della Francesca. Il disegno tra arte e scienza", l'importante esposizione prende infatti le mosse da un tesoro custodito nella Civica Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, vale a dire il "De Prospectiva Pingendi", uno dei trattati più importanti del pittore di Sansepolcro. Del resto, ha spiegato Iris Giglioli, presidente della Fondazione Magnani, una delle priorità della sede espositiva della Provincia è quella della valorizzazione del patrimonio custodito nei musei e nelle istituzioni. Senza contare che il codice di Piero, in questa copia impreziosita da appunti e note per mano del maestro, si inserisce in un ambito particolarmente caro alla Fondazione, quello della trasversalità tra saperi scientifico e umanistico.

martedì 17 febbraio 2015

Gli spagnoli inquinarono per primi le Ande

Il Quelccaya Ice Cap in Perù
(Foto: Paolo Gabrielli - Ohio State University)
Un gruppo di scienziati, guidati dal Dottor Paolo Gabrielli della Ohio State University, ha scoperto prove dell'inquinamento dell'aria antecedente all'industrializzazione all'interno del ghiaccio andino.
Durante la conquista del Sud America, nel XVI secolo, gli spagnoli costrinsero gli Incas a lavorare all'estrazione dell'argento dalle miniere montane di Potosì, nell'attuale Bolivia. Gli Incas sapevano come estrarre l'argento senza danneggiare l'ambiente, ma nel 1572 gli spagnoli vollero introdurre una nuova tecnologia che permise loro di moltiplicare in maniera esponenziale l'estrazione del prezioso metallo. Questa tecnologia, però, diffuse nuvole di piombo sulle Ande: il primo inquinamento ambientale che si conosca.
Parti di piombo sono state trasportate dal vento anche ad 800 chilometri di distanza, nel nordovest del Perù, dove ne sono state trovate minuscole tracce sul Quelccaya Ice Cap. Proprio qui il Dottor Gabrielli ed i suoi collaboratori hanno scoperto uno strato di piombo all'interno di un nucleo di ghiaccio, strato che risale alla conquista spagnola dell'impero Inca e che reca, si può dire, la "firma" delle miniere d'argento di Potosì.

Chiese di Puglia: Santa Maria della Croce di Casaranello

La chiesa di Santa Maria della Croce di Casaranello (Foto: Wikipedia)
In provincia di Lecce, a Casarano, è possibile ammirare uno degli esempi più belli di chiesa paleocristiana salentina: la chiesa di Santa Maria della Croce di Casaranello.
Il primo nucleo di questa interessantissima chiesa, secondo alcuni studiosi, risale al V secolo d.C., immediatamente dopo il Concilio di Efeso del 431 d.C.. Casaranello è un piccolo borgo, noto per aver dato i natali a Pietro Tomacelli, papa Bonifacio IX (1359-1404), che venne battezzato proprio nella chiesa di Santa Maria. Il borgo venne progressivamente abbandonato a partire dal X secolo e venne, in seguito, incorporato nella vicina Casarano. Nel 1907 l'archeologo Arthur Haseloff riscoprì gli antichi mosaici della volta e del presbiterio che lo portarono a definire la chiesa di Santa Maria come "il monumento più antico ed importante dell'epoca cristiana primitiva nel sudest dell'Italia meridionale".
Le decorazioni della chiesa di Santa Maria della Croce hanno molto in comune con quelle riscontrabili ad Aquileia, a Roma, a Canosa ed Egnazia. Nodo decorativo di riferimento è la croce posta sotto la cupola, un simbolo che pare essersi diffuso a partire dall'epoca costantiniana.
L'ultimo restauro al quale è stato sottoposto l'edificio religioso, datato 2000, ha posto particolare cura e attenzione ai mosaici e agli affreschi presenti nella chiesa, che è dotata di un abside rettangolare che richiama le absidi delle chiese di Bisanzio, e di un interno a tre navate con una cupola decorata da uno splendido mosaico realizzato nel momento in cui venne edificata la chiesa.
Affesco di Santa Barbara (Foto:
Wikipedia)
Il mosaico della volta è a motivi geometrici, a squame e intrecciati. Si ammirano rappresentazioni di volatili e pesci tipiche delle raffigurazioni pavimentali paleocristiane, mentre nella cupola compare un cielo stellato con una croce d'oro al centro. Il cielo stellato presenta tre gradazioni di azzurro. La decorazione musiva è stata datata al VI secolo, quando in Terra d'Otranto vi era una fioritura di costruzioni religiose in contrapposizione all'arianesimo dei Goti.
Probabilmente in antico la decorazione musiva occupava tutto il presbiterio e la pavimentazione. Di essa non rimangono che labili tracce rinvenute durante i restauri degli anni '70 del secolo scorso. I mosaici della chiesa sono di splendida fattura e porta a pensare che il committente - la cui identità è ignota - fosse un personaggio che rivestiva un'importante carica pubblica.
Vi è anche, nella chiesa, un mosaico che richiama motivi tipici dell'arte islamica e che è considerato il sesto, dal punto di vista di realizzazione, dopo quelli dell'imperatore Costanzo a Tarragona, di Santa Sabina a roma, di San Giovanni in Fonte a Napoli, del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna e del Battistero di Albenga in provincia di Savona.
Mosaico della volta (Foto: Wikipedia)
Gli affreschi più interessanti della chiesa rappresentano Santa Barbara e la Vergine con il Bambino, entrambe in posa ieratica, con gli occhi fissi verso chi le guarda. Sono stati entrambi attribuiti al X secolo. La Vergine è accompagnata da una scritta in greco che ne attesta la consacrazione all'XI secolo, quando la chiesa venne riconsacrata dal vescovo di Gallipoli. Gli affreschi della navata centrale risalgono, invece, al XII secolo, quando venne ridecorato l'abside.
I restauri del 2000 hanno permesso di appurare che a questi affreschi di tema cristologico se ne sono sovrapposti altri di epoca tardo-sveva, con rappresentazioni di Santa Caterina e Santa Margherita.
Il nome della contrada, Casaranello, richiama l'antico insediamento Casaranum parvum, Casarano piccolo, per distinguerlo dalla parte alta del paese. Casaranello custodisce numerose antiche testimonianze, quali un palmento medioevale, una necropoli, anch'essa medioevale, un'epigrafe di età romano-imperiale trovata all'interno della chiesa ed oggi custodita nei depositi della Soprintendenza.

lunedì 16 febbraio 2015

Toscana, sulle tracce delle pandemie di colera

Una delle sepolture scavate dagli archeologi
(Foto: Unipi)
Un antico cimitero, a Badia Pozzeveri, in Toscana, potrebbe fornire molti indizi sul batterio che causa il colera. Il cimitero ospita le vittime dell'epidemia di colera che sconvolse l'Europa nell'arco di diversi secoli, e, in ultimo, nel 1850.
Gli archeologi della Ohio State University, in collaborazione con i ricercatori dell'Università di Pisa, hanno trovato le tracce del patogeno che ha causato il colera. I resti umani, una volta analizzati, poi, potrebbero rivelare dettagli sulla vita di tutti i giorni e sulle cause della morte delle persone che abitavano, un tempo, Badia Pozzeveri. I corpi furono sepolti frettolosamente ed altrettanto velocemente furono coperti di calce che ha cementato gli scheletri. Evidentemente i residenti temevano il diffondersi del contagio.
Le ossa dei morti di peste si sono conservate e la calce, che ha sigillato anche il terreno attorno ai corpi, ha conservato il Dna degli antichi batteri e di altri organismi che erano "ospitati" nei corpi dei defunti.
Badia Pozzeveri ospitava anche un monastero, fondato nel 1056 ed abbandonato nel 1408, la cui chiesa sopravvisse almeno fino agli anni '50 del secolo scorso. Molti cimiteri di diversi periodi storici circondano le rovine di questo edificio. Sepolti in questi cimiteri sono stati trovati anche i resti dei defunti durante le pandemie di peste che devastarono l'Europa dal 1346 al 1353.
Nel 2012 furono scavate varie fasi sepolcrali comprese tra l'XI e il XIX secolo, tra cui un cimitero del '700 destinato ai bambini, che in Toscana era noto come "paradisino". Qui è stata trovata una fossa per la gettata delle campane risalente al XVIII secolo, in cui sono visibili le impronte degli stampi per la fusione del bronzo. Il cimitero dei bambini si trova vicino al campanile della chiesa del monastero ed ha restituito diverse tombe infantili ben conservate.

Recuperato un dolio bizantino in Israele

Il luogo in cui è stato scoperto il gigantesco dolio (Foto: Israel
Antiquities Authority)
La scorsa settimana, in Israele, è stato effettuato uno scavo di emergenza per recuperare una grande giara in terracotta risalente al periodo bizantino, scoperta sulla spiaggia dopo il passaggio di una tempesta.
L'oggetto è stato notato da alcuni rangers che operano nel parco nazionale di Palmahim Beach, dove si trova il sito archeologico di Gan Yavne, a 15 chilometri a sud di Tel Aviv. I forti venti e le onde che la scorsa settimana si sono infranti sulla spiaggia hanno portato via strati di terra e fango, permettendo la scoperta di antiche imbarcazioni. E' intervenuta immediatamente la Israel Antiquities Authority che ha coordinato l'intervento di recupero degli oggetti venuti alla luce.
Il dolio gigante giaceva originariamente a circa 1,5 metri di profondità e risale ad un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C.. Venne probabilmente utilizzato come contenitore per lo stoccaggio di cibi da porre in profondità nel terreno, dal momento che era stato collocato al di sotto di un antico pavimento. Il dolio sembra provenire da Cipro o dal nord della Siria. All'interno sono stati trovati una boccetta di olio intatta, frammenti di vasellame e un supporto per l'incenso.
La città portuale di Yavne Yam è antica di 4000 anni e venne abitata continuativamente fino al Medioevo. I primi scavi, qui, iniziarono nel 1980, con il recupero di reperti provenienti da alcuni naufragi ed attrezzi per la pesca appartenenti a diversi periodi storici. Quest'ultima scoperta porta a pensare che il porto della città sia stato utilizzato anch'esso continuativamente dalla tarda Età del Bronzo fino al periodo ottomano.

domenica 15 febbraio 2015

Il Sudario di Oviedo come la Sindone?

Il Sudario di Oviedo
Il Sudario di Oviedo è un drappo di lino conservato nella Camera Santa della Cattedrale del capoluogo delle Asturie. Gli esperti lo hanno ultimamente analizzato ed hanno scoperto un grano di polline su una macchia di sangue che li ha portati ad ipotizzare che potrebbe trattarsi di un altro lembo della Sacra Sindone di Torino.
I ricercatori che hanno portato a termine quest'analisi appartengono all'Università Cattolica di Murcia. Il grano di polline del Sudario di Oviedo proviene da una pianta compatibile con l'Helicrysum Sp, identificata sulla Sacra Sindone. I ricercatori non pensano che sia frutto di una contaminazione successiva. Le tracce di polline, infatti, sono concentrate sulle macchie ematiche del Sudario, sangue che - tra l'altro - appartiene allo stesso gruppo sanguigno di quello dell'uomo della Sindone.
I ricercatori si sono serviti di un microscopio a scansione elettronica di ultima generazione. L'Helicrysum è stato utilizzato per migliaia di anni come pianta cosmetica in Medio Oriente. Veniva impiegato nelle sepolture ebraiche durante il I secolo d.C.. Il mistero sulla datazione rimane, dal momento che l'analisi del Carbonio 14 sia sul Sudario che sulla Sindone ha restituito una datazione risalente al Medioevo.
La Cattedrale di San Salvador di Oviedo
(Foto: Wikipedia)
Il Sudario di Oviedo è un panno di lino rettangolare di circa 53 x 86 centimetri, di composizione uguale a quello della Sindone. Viene esposto ai fedeli tre giorni l'anno: il Venerdì Santo, il primo e l'ultimo giorno del Giubileo della Santa Croce (14 e 21 settembre). Le notizie circa il Sudario pervengono attraverso il Liber Testamentorum di Pelagio, vescovo di Oviedo dal 1101 al 1130 (anno in cui venne deposto). E' Pelagio ad affermare che il Sudario proviene dal sepolcro di Cristo ed è stato custodito in un'arca di legno di cedro.
Nel 614, sempre secondo la narrazione di Pelagio, un monaco di nome Filippo fuggì portando il Sudario ad Alessandria d'Egitto. Nel 616, nell'imminenza della conquista persiana, Filippo portò l'arca di cedro che custodiva il prezioso telo nella penisola iberica e la consegnò a San Fulgenzio, vescovo di Ecija.
Il pellegrino Antonino di Piacenza (570 d.C.) conosceva la collocazione del Sudario nella grotta di un monastero sulle rive del fiume Giordano nei pressi di Gerico. La reliquia, dove varie vicissitudini, venne trasferita ad Oviedo, dove il re di Asturia Alfonso II il Casto (791-842 d.C.) fece costruire, all'interno del suo palazzo, la Camera Santa, una cappella che da allora ospita l'arca con il Sudario.

Riapre la Cappella di Teodolinda

La Corona Ferrea, particolare (Foto: Museo del
Duomo di Monza)
Dopo sei anni di restauro riapre al pubblico la Cappella Teodolinda del Duomo di Monza, opera degli Zavattari. Nell'altare della Cappella è custodita la Corona Ferrea che, vuole la tradizione, è stata forgiata con il ferro dei chiodi della Croce.
Il restauro della Cappella Teodolinda è costato tre milioni di euro. Vi hanno lavorato decine di restauratori coordinati dallo studio di Anna Luchini. Gli affreschi si sviluppano su 500 metri quadrati e si articolano in cinque registri sovrapposti. Le condizioni, prima del restauro, erano davvero pessime, dal momento che il film delle pitture si andava sollevando dalle pareti rischiando di scomparire.
L'inaugurazione ufficiale della restaurata Cappella è prevista per aprile. Al momento, data anche la presenza di alcuni ponteggi, l'accesso e la visita sono consentiti solo a piccoli gruppi ed esclusivamente su prenotazione.
La cappella venne eretta alla fine del XIV secolo. Si discute se le pitture che la decorano siano state commissionate dal duca Filippo Maria Visconti alla famiglia Zavattari (1441-1446). Parte della decorazione, comunque, non è opera della famiglia di artisti milanesi. L'opera è molto complessa, comprende 45 scene che narrano la storia di Teodolinda e di altri personaggi del mondo longobardo.
Un momento del restauro della Cappella di Teodolinda a Monza
L'attribuzione agli Zavattari è attestata nell'ultima scena del quarto registro. In un documento del 10 marzo 1455 vi sono le tracce dell'attività della famiglia lombarda: si tratta di un contratto stipulato tra sette canonici del Duomo e un fabbriciere da una parte e Franceschino Zavattari con il figlio Gregorio dall'altra. Costoro si impegnavano a completare la parte della cappella che ancora doveva essere decorata.
La tecnica utilizzata comprende il contemporaneo utilizzo di più tecniche e materiali: affresco, tempera a secco, pastiglia a rilievo, dorature, argentature in foglia. Nell'altare della Cappella di Teodolinda è custodita la Corona Ferrea, uno dei prodotti di oreficeria più importanti e significativi dell'Occidente. E' composta da sei piastre d'oro, ornate da rosette a rilievi, castoni di gemme e smalti, recanti all'intero un cerchio di metallo. Recenti indagini scientifiche datano la sua creazione ad un periodo compreso tra il IV-V d.C. secolo e il IX secolo d.C.. Forse si tratta di un'insegna reale tardo-antica (ostrogota), passata alla casa reale longobarda e pervenuta ai sovrani carolingi.

Il forte romano di Colchester

Frammenti di tegole con impresso il timbro della XX
Legione (Foto: Chesterchronicle.co.uk)
Una punta di freccia in bronzo, delle tegole romane ed un vaso del XVII secolo sono tra i reperti archeologici trovati nel cantiere del centro culturale di Chester, che comprenderà, una volta costruito, 800 posti per il teatro, il cinema e la biblioteca.
Prima che i lavori del centro culturale inizino, però, gli archeologi del Consiglio di Chester, in stretta collaborazione con l'English Heritage, si sono messi di buona lena a scoprire indizi storici e dettagli riguardanti l'occupazione militare romana di Chester. Poco si sa, infatti, di questa fortezza romana ed i resti degli edifici non sono in buone condizioni di conservazione. Gli archeologi hanno esplorato le fondamenta della fortezza romana.
Sotto il piano interrato di un importante edificio pubblico, inoltre, i ricercatori hanno individuato un'importante strada romana. Delle fosse per i rifiuti hanno fornito, poi, delle interessanti informazioni del passato di Chester, a partire dal periodo romano fino al XVIII secolo.
Tra i reperti raccolti durante gli scavi è stata trovata una punta di freccia dell'Età del Bronzo. In seguito sono stati trovati materiali da costruzione in ceramica (forse tegole), alcune con impresso il monogramma della XX Legione, altre con impronte di animali impresse quando l'argilla era ancora fresca. Altri reperti sono costituiti da ciotole romane importate dalla Gallia, un vaso del XVII secolo, una pipa per tabacco in argilla. I vasi in ceramica trovati risalgono ad un periodo compreso tra la fine del I e il IV secolo d.C..

sabato 14 febbraio 2015

Un museo per gli Etruschi in Campania

Volto etrusco in terracotta
La sinergia tra Napoli e la Soprintendenza per i Beni e le Attività Culturali della Regione Toscana, patrocinata dal Padre Provinciale dei Barnabiti di Napoli, Pasquale Riillo, ha portato all'inaugurazione - che si terrà il 18 febbraio - del primo museo campano sulla cultura etrusca e sulla dominazione di questa in Campania.
Il Museo Archeologico Etrusco "De Feis" sarà gestito dal Collegio Francesco Denza ed avrà la sua sede a Posillipo-Bagnoli. E' intitolato al Padre Barnabita Leopoldo De Feis, che fondò il primo museo didattico Collegio Fiorentino "Alle Querce", che ospitava ben 800 reperti provenienti da importanti collezioni private sull'arte e la cultura etrusca, che spaziavano, temporalmente, dall'Età del Bronzo a quella Imperiale Severiana.
Nel 2005, a causa dei tagli ai fondi del Museo, il Collegio "Alle Querce" è stato chiuso e la collezione è stata spostata nei depositi di Villa San Paolo a Firenze. E' dal 2014, con il trasferimento a Napoli, che il Padre Provinciale dei Barnabiti ha cercato di valorizzare questo eccezionale patrimonio ponendolo a disposizione del pubblico in un'esposizione stabile.
Il più antico insediamento etrusco in terra campana è Caudium, la più vasta realtà collegabile a questa cultura. Il sito si trova nell'area beneventana di Montesarchio. Strabone scrive che l'Etruria arrivava fino all'Agro Picentino, dove sorsero Nola, Nocera, Ercolano, Pompei, Marcina, Velcha, Velsu, Irnthi, Uri Hyria, Capua.
Il Museo Archeologico Etrusco "De Feis" ospiterà 47 ceramiche campane donate, nel 1875 dalla famiglia dei D'Avalos ai Bernabiti, reperti del VI secolo a.C. recuperati ad Orvieto, iscrizioni funerarie ed epigrafiche, bolli laterizi di epoca romana, ex voto in terracotta provenienti dal Lazio, manufatti originari della Magna Grecia, della Grecia e della Libia.

Gli "amanti" di Alepotrypa

I due scheletri trovati in Grecia (Foto: AP Photo - Ministero
per la Cultura Greco)
Nel sud della Grecia gli archeologi hanno scoperto la tomba di uomo e di una donna morti circa 5800 anni fa e ancora strettamente abbracciati. La scoperta, in realtà, risale al 2013 ma è stata resa pubblica solo in questa settimana, dopo che sono iniziati gli esami del Dna. Si tratta della più antica scoperta del suo genere in Grecia.
La coppia aveva un'età stimata di circa venti anni, alla morte, e furono deposti nei pressi della grotta di Alepotrypa, un importante sito preistorico. Non è ancora chiaro come i due sono morti e se fossero, in qualche modo, legati in vita da vincoli o altro, l'approfondimento dell'esame del Dna potrebbe fornire qualche altro particolare importante agli antropologi

Scoperta una stele tolemaica in Egitto

La Dottoressa Kathleen Martinez (Foto: latino.foxnews.com)
Una squadra di archeologi della Repubblica Dominicana ha scoperto, in Egitto, una stele calcarea di epoca tolemaica (350-30 a.C.). Gli archeologi sono coordinati dalla Dottoressa Kathleen Martinez e da anni stanno cercando la sepoltura di Cleopatra.
La stele è stata trovata nel sito archeologico di Taposiris Magna, è iscritta con 20 righe di geroglifici con i nomi di Tolomeo IV, che governò l'Egitto tra il 211 e il 204 a.C., e di suo figlio Tolomeo V. La stele reca incisi anche i nomi delle mogli e dei figli di questi faraoni, su una lunghezza di 41 centimetri per una larghezza di 25,50.
Una replica esatta di questa stele era un tempo custodita nel tempio di Philae, nella provincia meridionale di Aswan. Questo ritrovamento potrebbe essere molto importante, dal momento che la scrittura è molto simile a quella ritrovata sulla stele di Rosetta, scolpita durante il regno di Tolomeo V.
Durante lo scavo gli archeologi dominicani hanno scoperto anche sepolture appartenenti a diversi funzionari di grado elevato e nobili della città di Alessandria d'Egitto, una statua di Iside e monete di bronzo, alcune delle quali coniate nel periodo di Cleopatra, ultimo faraone d'Egitto.

Una pala d'altare... al risparmio

La pala "economica" di Enrico III d'Inghilterra (Foto: cam.ac.uk)
La ricerca scientifica sulla più antica pala medioevale conservata in Inghilterra, che per secoli ha fatto da sfondo alle incoronazioni nell'Abbazia di Westminster, ha rivelato che il suo costo, all'epoca della sua creazione, non è stato superiore al prezzo di otto vacche.
L'esperto in conservazione di Cambridge Spike Bucklow ha scoperto questa pala del 1260 mentre stava effettuando alcune ricerche per il suo ultimo libro di approfondimento sui materiali utilizzati nelle opere d'arte medioevale.
Commissionata da Enrico III durante la costruzione dell'Abbazia di Westminster, è una documentazione palese dell'utilizzo, in arte, di gemme false. Questo "particolare" è stato sconosciuto fino ad ora. Nessuno sapeva quanto poco il re aveva pagato il dipinto su tavola più antico che si conosca d'Inghilterra.
Il Professor Bucklow, per le sue ricerca, ha utilizzato una serie di documenti e registrazioni custodite nell'Abbazia ed è riuscito a determinare sia il prezzo che la quantità di legno utilizzata, la superficie di vetro necessaria, ogni pigmento di pittura e persino gli stipendi pagati a falegnami e pittori.
Bucklow pensa che l'avarizia endemica di Enrico III, ossessionato dal risparmiare sterline, corone e scellini, abbia portato il sovrano a scegliere materiali economici e pietre preziose false per mettere in risalto i temi chiave presenti sulla pala. 

giovedì 12 febbraio 2015

I semi del vino del Negev

I semi ritrovati ad Halutza, nel Negev (Foto: Israel Antiquities Authority)
Sono stati trovati, per la prima volta in Israele, dei vinaccioli di epoca bizantina. Questi vinaccioli sono stati utilizzati per produrre il vino del Negev, uno dei vini più rinomati dell'impero bizantino. I semi carbonizzati hanno circa 1500 anni di età e sono tornati alla luce negli scavi di Halutza, nel Negev, dove lavorano, ad uno scavo congiunto, l'Università di Haifa e la Israel Antiquities Authority.
I ricercatori si propongono, ora, di ricreare l'antico vino per poter capire cosa ha fatto sì che questa bevanda venisse considerata preziosa e prelibata. Il vino del Negev, o vino di Gaza dal porto dal quale veniva spedito per tutto l'impero, è noto attraverso fonti bizantine. Era considerato un vino di qualità estremamente elevata e per questo molto costoso. Purtroppo, però, il vitigno non è sopravvissuto fino ai nostri giorni.
Duranti scavi precedenti nel Negev, gli archeologi hanno scoperto le terrazze dove alloggiavano i vitigni, le cantine dove veniva prodotto il vino e le anfore in cui il prezioso liquido era conservato ed esportato ma mai fino ad ora erano tornati alla luce i vinaccioli.
Halutza, nel suo periodo di massimo splendore, era una città bizantina tra le più importanti del Negev. I suoi edifici pubblici, purtroppo, non sono sopravvissuti ai furti di pietre, asportate per altre costruzioni. Per fortuna gli archeologi hanno potuto disporre di una discarica per i rifiuti. Ceramiche e monete false scoperte in quest'ultima hanno datato la discarica al VI-VII secolo d.C., quando la città di Halutza era al culmine della sua fortuna. Il crollo della città, per cause ancora da comprendere, portò all'arresto dello smaltimento dei rifiuti.
Nella discarica sono stati trovati resti biologici, tra i quali ossa di animali, lische di pesce del Mar Rosso e frutti di mare. Ma il ritrovamento eccezionale sono stati i piccoli semi d'uva carbonizzati. Non è stato facile individuarli: sono stati utilizzati metodi di scavo estremamente rigorosi e raffinati che comprendono una vagliatura fine e la flottazione dei resti botanici. La prossima fase dello studio è quella di sequenziare il Dna dei semi e, in questo modo, scoprire la loro origine.

Egitto, trovate statue di Sekhmet

Il deposito in cui sono stati rinvenuti i frammenti delle statue di Sekhmet (Foto: english.ahram.org.eg) Un gruppo di 27 frammenti pert...