sabato 27 giugno 2015

Perù, scoperte due coppe in metallo

I due bicchieri di metallo scoperti a Purunilacta de Soloco, in Perù (Foto: El Comercio/Wilfredo Sandoval)
Due coppe in metallo rinvenute in Perù ed appartenenti alla cultura Chachapoyas, potrebbero cambiare la comprensione della storia antica della regione.
I due reperti sono tornati alla luce a Purunilacta de Soloco, nel dipartimento peruviano di Amazonas e sono completamente diverse da qualsiasi altro reperto trovato ad oggi nel Paese. Finora gli archeologi non avevano mai pensato che le popolazioni Chachapoyas lavorassero anche il metallo.
Le coppe pesano 152 grammi ciascuna, sono alte 112 millimetri e faranno presto bella mostra di se in quello che sarà il Museo di Chachapoyas.

Israele, il delfino e il pavimento bizantino

La statua del delfino trovata in
Israele (Foto: Times of Israel)
Gli archeologi pensano che una statuetta trovata nel marzo di quest'anno nei pressi del Kibbutz Magen, nel sud d'Israele, ai confini con la striscia di Gaza, raffigurante un delfino, possa essere parte di una scultura più grande e si chiedono come sia finita su un pavimento bizantino.
Alexander Fraiberg, archeologo responsabile per l'Israel Antiquities Authority, ha affermato che la scultura è di epoca romana, ma venne inglobata in un lastricato più tardo, di epoca bizantina. Forse il delfino era parte di una scultura comprendente anche una statua di un dio o di una dea, forse Afrodite che emerge dalla spuma del mare.
Afrodite, nella statuaria antica, è spesso accompagnata dal simpatico cetaceo, che simboleggia le origini della dea. Ma la statua che era affiancata al delfino poteva rappresentare anche Poseidone, il dio del mare, che, nell'iconografia classica, è anch'egli spesso accompagnato da delfini. Sia Afrodite che Poseidone, poi, compaiono spesso sulle monete dell'antica città portuale di Ashkelon, che si trova nei pressi del luogo dove è stata ritrovata la statua del delfino. Ashkelon, inoltre, era sede di un importante tempio dedicato alla dea dell'amore.
Rimane il mistero su come la statua del delfino abbia fatto ad arrivare dove è stata trovata e dove è andato a finire il resto del gruppo scultoreo.

Roma, mosaici e speculazione edilizia

Uno dei mosaici rinvenuti a piazza Albania (Foto: La Repubblica)
(Fonte: "La Repubblica") - Morgan De Sanctis forse ancora non lo sa. Ma nel palazzo di piazza Albania dove il portiere della Roma ha comprato un attico con vista mozzafiato sulla Città Eterna, ci sono i resti di una casa di età tardo imperiale. Un tesoro - fatto di tre mosaici e di frammenti di muri, ma alti fino a un metro e venti, affrescati - che potrebbe bloccare il cantiere di una delle tre palazzine in ristrutturazione all'Aventino.
La scoperta è avvenuta durante le indagini ordinate dalla Soprintendenza archeologica di Roma in seguito alla richiesta, da parte di BnpParibas, di migliorare la statica di quegli uffici bancari della Bnl che, approvato il cambio di destinazione d'uso, stanno per diventare lussuosi appartamenti. E all'acquirente che fa il giro delle stanze in costruzione, l'agente immobiliare si guarda bene dal dire che, due-tre metri sotto il garage, sono venuti alla luce muri d'età repubblicana e tre ambienti appartenenti a una o più domus di secondo-terzo secolo dopo Cristo. "Si, qualcosa lì dietro è apparso, stiamo ultimando gli scavi", ammette il venditore, dopo aver mostrato un appartamento di 40 metri quadri da 450mila euro (...).
Gli scavi, condotti dalla Land srl, la coop scelta dalla proprietà per lavorare sotto la direzione dell'archeologa della Soprintendenza statale Alessandra Capodiferro, hanno portato a ritrovamenti tali che il cantiere è stato fermato per decisione autonoma della proprietà. Bisogna infatti intervenire con la palificazione antisismica imposta dalla legge dal momento che la palazzina deve avere due nuove scale. E i micropali si andrebbero ad impiantare sui mosaici pavimentali risparmiati dalla ridda di pilastri e plinti in cemento costruiti senza riguardo per le preesistenze negli anni Sessanta.
"Io non credo che allora sapessero cosa stavano distruggendo - ammette Capodiferro, da venti anni responsabile dell'archeologia sull'Aventino - tanto che un pilone poggia su un muro romano. Il fatto è che a mio avviso ci troviamo di fronte a un contesto ad alta presenza archeologica, in un arco di tempo compreso tra l'età arcaica e il terzo secolo, fino al sesto. E noi abbiamo scavato solo dove la proprietà, che ha fatto di tutto per agevolare il nostro lavoro, aveva bisogno di avere il nulla osta per impiantare i micropali antisismici".
Come a dire, chissà quali altri ambienti si trovano se si estende in orizzontale la ricerca. Oltre cioè l'ambiente con il mosaico con l'emblema, la corona policroma (le tessere sono in pasta vitrea) al centro della quale si trova un piccolo volatile, da qui il nome che gli archeologi hanno dato alla domus avis. Oltre ai due cubicula connessi con questa stanza di rappresentanza, ricchi di mosaici pavimentali in bianco e nero a disegni geometrici, di pareti con tracce di affreschi. E oltre, siamo al terzo ambiente, al mosaico di 10 metri quadrati con l'anfora da dentro la quale escono tralci di vite, racemi che "cadono" sul pavimento per disegnare arabeschi.
Ora tra gli esperti dello Stato si è aperto un dibattito. Il soprintendente alle antichità di Roma, Francesco Prosperetti, che ha più volte visitato lo scavo, ritiene che i resti non costituiscano, allo stato attuale delle ricerche, un insieme omogeneo, da musealizzare in loco. Piuttosto che lasciare a piazza Albania con l'incompiuto di un palazzo scheletrico, insisterà sulla proprietà perché termini gli scavi. Ed è pronto a prendere in considerazione l'ipotesi estrema: staccare affreschi e mosaici e portarli in museo.

giovedì 25 giugno 2015

La misteriosa Urkesh, città degli Hurriti

Urkesh (Foto: i-cias.com)
Urkesh era, un tempo, una importante città del regno Hurrita, considerata la dimora della divinità dei primordi. Poco si sapeva della città e della misteriosa civiltà Hurrita, perché Urkesh venne sepolta dalla sabbia del deserto. Negli anni '80 del secolo scorso gli archeologi scoprirono Tell Mozan, un tumulo che nascondeva i resti di un antico palazzo, di un tempio e di una piazza. Qualche decennio dopo i ricercatori furono in grado di affermare con certezza che il tumulo di Tell Mozan era la perduta città di Urkesh. Il sito copre un'area di 130 ettari.
Urkesh si trovava nell'attuale Siria settentrionale, vicino ai confini con la Turchia e l'Iraq. Il suo periodo di massimo splendore lo ebbe tra il 4000 e il 1300 a.C. e fu un importante centro politico e religioso degli Hurriti, situata sulla rotta commerciale tra l'Anatolia e le città della Siria e della Mesopotamia e ben collegata al Mediterraneo e alle montagne dello Zagros, nell'Iran occidentale.
La "Signora degli Inferi" (Foto: Archeologia Voci
del Passato)
Gli Hurriti sono una civiltà piuttosto misteriosa, sorta nel Vicino Oriente Antico. Fino alla scoperta di Tell Mozan, si sapeva che la loro cultura si era sviluppata a partire dal secondo millennio a.C.. La scoperta di Urkesh, però, indusse gli studiosi a retrodatare la comparsa di questa misteriosa civiltà al III millennio a.C.. Gli scavi hanno, in seguito, rivelato che gli Hurriti hanno influenzato fortemente la lingua, la cultura e la religione dei popoli che vennero dopo di loro. La lingua, in particolare, è un unicum nel panorama del Vicino Oriente Antico, indipendente da qualsiasi altro linguaggio noto.
Ci sono voluti quasi dieci anni prima che gli archeologi fossero in grado di identificare con certezza Tell Mozan come la perduta città di Urkesh. Gli scavi hanno rivelato la maggior parte di quello che attualmente si conosce dei misteriosi Hurriti. Innanzitutto l'architettura della città, sviluppata con mattoni di fango ma anche con rare strutture in pietra. Gli scavi hanno rivelato anche la presenza, ad Urkesh, di una piazza aperta, di una monumentale rampa di scale ed un passaggio sotterraneo battezzato "il passaggio degli inferi", collegato a rituali religiosi riguardanti il mondo dei defunti.
Il rito necromantico (chiamato "nekyla" in greco) consisteva nell'evocazione dei defunti ai fini della previsione del futuro. La più antica testimonianza di necromanzia si trova nel Libro XI dell'Odissea. La fossa necromantica di Urkesh, il "passaggio agli inferi", risale al III millennio a.C.. Attualmente la sua profondità è di otto metri. La scoperta di questo misterioso ambiente è stata possibile grazie al ritrovamento e allo studio delle ossa di animali, in prevalenza maialini di pochi mesi e piccoli cani.
Un leone di Urkish ed una pietra con un'iscrizione con il testo
hurrita più antico che si conosca (Foto: Wikimedia Commons)
Dalla fossa di Tell Mozan proviene la cosiddetta "Signora degli Inferi", una piccola giara antropomorfa che, forse, conteneva olio profumato utilizzato durante i rituali.
La città ospitava monumentali edifici pubblici, tra i quali un grande tempio ed una terrazza imponente. Il grande palazzo reale, attualmente in corso di scavo, ha restituito una testimonianza scritta che è stata vitale per l'identificazione della città. Molti dei reperti sono stati datati al periodo accadico (2350-2200 a.C.).
A Tell Mozan è stata trovata anche una notevole quantità di sigilli impressi, utilizzati su vasi e cesti. Alcune delle immagini impresse sono state utilizzate anche per sigillare porte di edifici o di singoli magazzini. Circa 150 di questi sigilli contengono anche delle iscrizioni. Sono emerse diverse tavolette cuneiformi, redatte nell'antica lingua accadica e riguardanti soprattutto atti amministravi e testi scolastici.
I documenti scritti e figurati rinvenuti nel grande palazzo reale di Urkesh, oltre a restituire il nome della città, hanno permesso di identificare uno dei suoi sovrani, Tupkish, e la sua regina, Uqnitum. Nei documenti si afferma anche che una delle figlie del re della Mesopotamia viveva stabilmente ad Urkesh dal momento che aveva sposato il re della città.
I primi rilievi e sondaggi nel sito di Tell Mozan si devono a Max Mallowan, marito di Agatha Christie. Scavi veri e propri iniziarono nel 1984 e sono continuati per almeno 17 campagne annuali sotto la direzione di Giorgio Buccellati (UCLA) e di Marilyn Kelly-Buccellati (California State University)

Antiche orme trovate in Canada

Le orme scoperte nei Carpazi (Foto: Ancient Origins)
Sull'isola di Calvert, al largo della costa della Columbia britannica, in Canada, sono state scoperte delle impronte fossilizzate che potrebbero avere più di 13.000 anni e che, se questa datazione fosse confermata, sarebbero le impronte più antiche scoperte in Nord America.
Calvert è un'isola remota al largo della Columbia britannica. Si può visitarla solo in barca o servendosi di un idrovolante. La prima impronta è stata scoperta nel 2014, pressata nell'argilla sotto diversi strati di sedimenti. Questa scoperta ha richiamato, naturalmente, diversi archeologi canadesi e, dopo qualche tempo, sono state scoperte altre dodici orme, che i ricercatori hanno attribuito ad un uomo, una donna e un bambino.
Con le orme sono state scoperte anche le tracce di un fuoco da campo, costituito da un mucchio di cenere e fuliggine, datato allo stesso periodo in cui sono state impresse le orme. Ovviamente i risultati devono essere ulteriormente confermati da altri esami, ma il ritrovamento resta sempre di fondamentale importanza. Il ritrovamento di orme antiche è estremamente raro, nel mondo, ed è conosciuto, al momento, in 65 siti in tutto. Nel luglio 2014 uno studio ha rivelato che alcune orme umane rinvenute in una grotta in Romania risalgono addirittura a 35.000 anni fa.

Bulgaria, selce calcolitica

Strumenti in selce da Kamenovo (Foto: Top Novini Razgrad)
Un'enorme officina di utensili in selce del Tardo Calcolitico (circa 4200-4500 anni fa) è stata scoperta dagli archeologi bulgari negli scavi di un tumulo nel nordest della Bulgaria, a Kamenovo.
Gli scavi a Kamenovo si sono svolti nei mesi di maggio e giugno di quest'anno, condotti dalla Professoressa Yavor Boyadzhiev, dell'Istituto Nazionale e Museo di Archeologia dell'Accademia bulgara delle scienze. Gli scavi hanno interessato una superficie di 70 metri quadrati di un sito risalente al Tardo Calcolitico. Lo strato archeologico, profondo in media 0,60 metri, consiste in un sedimento nero mescolato con frammenti di vasi in ceramica e una quantità enorme di selce, tra i quali i nuclei da cui le antiche popolazioni ricavavano strumenti e utensili.
Gli archeologi hanno anche scoperto un terreno argilloso dove si trovava il laboratorio per la produzione degli strumenti in selce. Quest'ultima veniva estratta dalle cave vicino le città di Ravno e Topchii. Gli archeologi pensano che la lavorazione della selce nel sito di Kamenovo sia iniziata durante i primi anni del Calcolitico, stando a quanto è emerso dallo scavo di un tumulo del 4800 a.C.. Molti utensili in selce trovati negli insediamenti preistorici bulgari provengono proprio da Kamenovo.
Oltre alla selcem, a Kamenovo sono emerse figurine zoomorfe e antropomorfe, pesi da telaio, manufatti per il culto, aghi in osso e piccoli frammenti di intonaco.
La trincea di scavo da cui è stato estratto il materiale risalente al Calcolitico (Foto: Top Novini Razgrad)

Trovato un relitto romano in Sardegna

Il relitto trovato nel Mar di Sardegna (Foto: Polizia di Stato)
Al largo della Sardegna i subacquei hanno trovato il relitto di una nave romana che trasportava tegole di terracotta.
Il relitto è stato trovato, a circa 50 metri di profondità, da un'unità subacquea specializzata della polizia in collaborazione con gli archeologi nello stretto che separa la Sardegna dalla Corsica. Le tegole di terracotta trasportate dalla nave sono in buono stato di conservazione; probabilmente sarebbero state utilizzate nella costruzione di una ricca villa.
Data la posizione del relitto, i ricercatori pensano che la nave fosse diretta in Spagna, al momento del naufragio. Il carico è stato trovato così come era stato stipato al momento della partenza. La nave è lunga 18 metri e larga 7, la peculiarità del relitto è proprio nel suo ottimo stato di conservazione, dal momento che sembra essere colato a picco completamente integro.
Dal momento che sarà piuttosto difficile recuperare la nave senza arrecare danni alla struttura, il tesoro sarà lasciato dove è stato trovato. "Si tratta di un vero e proprio tesoro. - Ha affermato Rubens D'Oriano, responsabile della Soprintendenza dei beni archeologici della Sardegna. - I materiali sono conservati al meglio e hanno un valore didattico enorme. All'interno ci sono pile di tegole e coppi che servivano per la copertura dei tetti. Siamo davvero molto felici di questa scoperta".

lunedì 22 giugno 2015

Ritrovato pavimento musivo cristiano a Nazareth

Particolare del pavimento musivo trovato a Nazareth
(Foto: University of Hartford)
Recentemente a Nazareth, in Israele, è stato scoperto un pavimento a mosaico che potrebbe provenire da una delle più antiche chiese cristiane della città. La scoperta è stata effettuata presso la chiesa greco-ortodossa dell'Annunciazione da un gruppo di archeologi guidati dal Professor Richard Freund e dalla Professoressa Maha Darawsha, dell'Università di Hartford.
La chiesa dell'Annunciazione è un grande santuario dal profondo significato religioso, risalente alle origini del cristianesimo. Secondo un'antica tradizione, qui l'angelo Gabriele annunciò a Maria la nascita di Gesù. Qui si trovava l'antica chiesa bizantina di culto greco-ortodosso, più volte distrutta e ricostruita nel corso dei secoli.
Il mosaico ritrovato si trova al di sotto del livello dell'attuale chiesa ed è decorato da croci stilizzate. Il pavimento musivo risale, con tutta probabilità, al IV secolo d.C., quando Elena, madre di Costantino, si recò in Terrasanta quale prima pellegrina cristiana.
Lo scavo ha rivelato, oltre a resti di epoca romana e bizantina, anche resti di origine crociata.

domenica 21 giugno 2015

Impronte di calzature romane in Israele

Impronte di caligae romane trovate a Hippos Sussita, in Israele
(Foto di Michael Eisenberg)
In Israele gli archeologi che stanno scavando Hippos Sussita, un'antica città fortificata romana posta su una collina, hanno trovato le tipiche impronte delle calzature chiodate romane. Si tratta di una scoperta eccezionale, perché le tracce sono molto ben conservate. Si tratta della seconda scoperta eccezionale della stagione di scavo, guidata da Michael Eisenberg: la prima è stata una grande maschera di bronzo raffigurante Pan.
La città fortificata di Hippos Sussita era in costruzione nel I secolo d.C. e questo ha favorito l'impressione delle orme nella malta fresca. Molte delle impronte riguardano le caratteristiche calzature romane chiamate caligae, indossate fino al II secolo d.C. dai soldati romani di rango inferiore e dai centurioni.
Michael Eisenberg ha ipotizzato che la fortezza romana che la sua missione archeologica sta scavando, sia stata costruita in fretta, forse perché la guarnigione era sotto attacco durante la rivolta del 66-67 d.C.. I soldati sarebbero stati impiegati in un lavoro insolito per loro, vale a dire fortificare la città, dal momento che non dovevano esserci uomini in grado di fare questo lavoro. Un lavoro d'emergenza, dunque.
Hippos Sussita faceva parte della Decapoli, dieci città che erano considerate bastioni della cultura greco-romana tra i popoli semitici del Levante orientale. Si tratta di una città estremamente fortificata, posta su una collina che domina il lago di Galilea. I Romani circondarono la città di mura, la fortificarono con torri ed un fossato e la dotarono di macchine da guerra in grado di scagliare pietre in lontananza.
La grande maschera del dio Pan trovata in marzo a Hippos-Soussita (Foto: Università di Haifa)

Chi era il ricco defunto di Lavau?

L'individuo trovato nella sepoltura di Lavau
(Foto: Denis Gliksman, Inrap)
La tomba aristocratica di Lavau, nel nordest della Francia, è stata recentemente scavata dagli archeologi, che hanno stabilito la sua datazione al V secolo a.C.. La sepoltura racchiude un'eccezionale corredo funerario, costituito da un calderone di bronzo ornato con teste di leone e di una divinità fluviale, Acheloo. Al centro della tomba gli archeologi hanno scoperto lo scheletro di un individuo sepolto con un carro.
Il calderone, secondo gli archeologi francesi, è opera di un artigiano greco o etrusco. Al suo interno è stato rinvenuto un'oinochoe in ceramica attica a figure nere che ritraggono Dioniso disteso sotto una vigna con una figura femminile di fronte. E' una scena di banchetto. Inserti in oro sull'orlo e sulla base impreziosiscono ulteriormente il reperto.
Al momento non è ben chiaro se il defunto fosse un uomo o una donna. Evidenti sono gli ornamenti con i quali è stato sepolto: una torque d'oro di 580 grammi di peso, due braccialetti d'oro, una polsiera in lignite. Questi oggetti somigliano a quelli trovati nella tomba di Reinheim, al confine tra Germania e Francia. Vicino al teschio del defunto sono state trovate diverse sfere d'ambra finemente lavorate. Gli archeologi sono riusciti a raccogliere anche frammenti di vestiti e di scarpe (alle quali appartenevano anche una fila di chiodi ugualmente presenti nella tomba) ed anche un gancio in corallo.
Gli archeologi sono propensi a credere che si tratti di una sepoltura maschile, anche se il cattivo stato di conservazione delle ossa non rende facile l'identificazione dei resti. Del resto sono state trovate diverse sepolture femminili estremamente ricche risalenti al V secolo a.C., tra la fine del periodo di Hallstatt e l'inizio del periodo di La Tène.
Una delle decorazioni del vaso di bronzo trovato nella tomba di Lavau (Foto: meteoweb.eu)
La sepoltura del principe o della principessa celti era posta all'interno di un tumulo del diametro di 40 metri. La camera funeraria ha una superficie di 14 metri quadrati e qui il defunto ha riposato, fino al suo ritrovamento da parte degli archeologi, su un carro.
La cultura di Hallstatt si sviluppò in Europa centrale tra l'Età del Bronzo e la prima Età del Ferro. Dalla cultura di Hallstatt si sviluppò quella di La Tène, a partire dal VI secolo a.C.
L'oinochoe in ceramica attica trovata all'interno del calderone della tomba di Levau (Foto: Denis Gliksman, Inrap)

sabato 20 giugno 2015

Trovato uno splendido sarcofago in Turchia

Uno dei lati del sarcofago scoperto nell'antica Tripolis, in Turchia (Foto: Hurriyet Daily News)
In un sarcofago rinvenuto in una cava di sabbia nei pressi dell'antica città di Tripolis, nella provincia turca di Denizli, sono stati recuperati due scheletri appartenenti ad una coppia vissuta 18 secoli fa.
Il Professor Bersano Duman, responsabile degli scavi nell'antica Tripolis, ha affermato che il primo ad apparire è stato il coperchio del sarcofago. A quel punto i lavori si sono interrotti ed è intervenuto personalmente per sovrintendere al recupero del prezioso reperto.
La sepoltura potrebbe risalire al II o III secolo d.C., a giudicare dalle iscrizioni ritrovate su di essa e dagli altorilievi raffiguranti Hermes, Narciso, Eracle e Thanatos. Gli scheletri hanno un'altezza di circa 1,65 metri e potrebbero appartenere ad una coppia morta a causa di un'epidemia.

Saline di duemila anni fa in Turchia

Le antiche saline di Kaunos (Foto: AA)
Durante lavori archeologici nella città di Kaunos, sono state trovate saline di duemila anni fa. L'antica Kaunos, che risale a tremila anni fa, si trova nel distretto turco di Ortaca, nella provincia di Mugla Dalyan.
Nel corso degli scavi gli archeologi hanno individuato una zona in cui veniva, un tempo, lavorato il sale. Poi sono state individuate 48 saline nella zona della spiaggia di Izturzu. Kaunos era, del resto, un grande centro commerciale e la popolazione traeva sostanziosi guadagni dalla produzione e dal commercio del sale.
Il sale, secondo Plinio, veniva utilizzato anche per le punture di insetti e per le sue caratteristiche depurative, solventi e caustiche.

Navi medioevali a Tallin, in Estonia

I resti di una delle imbarcazioni scoperte durante la costruzione di un edificio residenziale a Tallin, Estonia
(Foto: Sander Ilvest)
Certamente Tallin, capitale dell'Estonia, non è il luogo dove gli archeologi si aspetterebbero di trovare i resti di navi medioevali, eppure è proprio questo che è accaduto. Alcuni operai che lavoravano alla costruzione di una nuova zona residenziale nella capitale lettone, hanno trovato i resti di antiche imbarcazioni.
Si tratta di almeno due navi, risalenti ad un periodo che va dal XIV al XVII secolo. Naturalmente sono state subito informate le locali autorità e nelle prossime settimane si conta di poter procedere al recupero delle navi e all'indagine sulla loro provenienza.
La scoperta va ad aggiungersi a quella di una nave vichinga ritrovata sull'isola più grande dell'Estonia, Saaremaa nel 2008.

Trovata antichissima sepoltura in Cina

La sepoltura neolitica ritrovata nel sito di Sanxinghui, in Cina (Foto: neussc.org)
Recentemente in Cina, nel sito archeologico di Sanxingdui, sono state scoperte sezioni delle mura difensive, al di sotto delle quali sono state intercettate tre sepolture. In una di queste è stato rinvenuto uno scheletro completo. Si pensa che i resti risalgano al Neolitico e siano antecedenti alle mura costruite dalla Dinastia Shang (dal XVI all'XI secolo a.C.).
Il sito di Sanxingdui è situato nella città di Guanghan, a 40 chilometri da Chengdu, nella provincia di Sichuan ed è considerato uno dei più importanti ed antichi della terra.

Il cimitero dei bambini dimenticati dell'antica Atene

Il cranio di uno dei bambini sepolti nei pressi dell'agorà di Atene. E' visibile
una frattura a forma di Y a destra della linea mediana nella parte posteriore
del cranio (Foto: Maria A. Liston/Università di Waterloo)
Nel 1931 venne fatta un'orribile scoperta, nei pressi dell'antica agorà di Atene: ben 450 resti di bambini e 150 resti di cani in fondo a un pozzo. Un mistero che pare essersi risolto solo ora.
L'analisi dei resti ha mostrato che tutti i bambini, tranne uno, sono morti per cause naturali tra il 165 e il 150 a.C., alla fine del periodo Ellenistico. Solo tre dei bambini sono sopravvissuti più di una settimana. Un terzo dei bambini erano affetti da meningite, probabilmente dovuta ad un'infezione contratta al momento del taglio del cordone ombelicale; gli altri sono deceduti per cause legate a malattie infantili, tra le quali la disidratazione.
I ricercatori ritengono che i corpi dei bambini siano stati volutamente gettati nel pozzo, piuttosto che essere sepolti, poiché non erano considerati cittadini a pieno titolo. I bambini, infatti, non erano riconosciuti come cittadini finquando non veniva celebrata una cerimonia particolare durante la quale veniva dato loro il nome e il padre decideva se ammetterli o meno nella famiglia. Se i bambini morivano prima, non avevano per questo diritto alla sepoltura.
Gli scheletri infantili sono stati scoperti nel 1931, quando gli archeologi hanno iniziato a scavare l'antica agorà di Atene. Accanto a templi e statue hanno rinvenuto un pozzo scavato nella roccia con 450 resti umani, appartenenti a bambini, appunto. All'epoca si pensò che i piccoli fossero stati oggetto di un uccisione di massa, un infanticidio, oppure che fossero vittime di un'epidemia.
La Professoressa Maria Liston, antropologa dell'Università di Waterloo in Ontario, ha affermato che i crani dei bambini mostrano tracce causate dalla meningite. Solo uno degli scheletri, quello di un bambino di 18 mesi, mostra segni di abusi frequenti costituendo, in tal modo, il più antico esempio mai rinvenuto di abuso su minori. Lo scheletro mostra fratture multiple in diverse parti e con diversi gradi di guarigione. Al momento della morte il piccolo aveva avuto la mascella fratturata. "L'abuso spesso era ed è un crimine nascosto. - Ha detto la Professoressa Liston. - Nell'antichità le vittime potrebbero essere state sepolte fuori dai consueti luoghi di sepoltura, rendendo difficile il recupero e la documentazione in proposito".
Gli archeologi hanno anche trovato, nel medesimo pozzo in cui giacevano i resti dei bambini, gli scheletri di 150 cani che si presume siano stati sacrificati per evitare l'inquinamento del luogo, contaminato dai corpicini dei defunti che vi erano stati accumulati.

venerdì 19 giugno 2015

Ricostruito il volto di un'antica donna iraniana

Ricostruzione del volto di una donna iraniana di 7000 anni fa
(Foto: Mehr News Agency)
E' stato ricostruito, a Teheran, il volto di una donna vissuta 7000 anni fa. Nel novembre 2014 Mahsa Vahabi, studente di archeologia, scoprì il teschio in un terreno scavato per la raccolta delle acque reflue nei dintorni di Teheran, accanto ad una fabbrica di ceramiche.
Oltre al teschio emersero ossa e parti dello scheletro.
I ricercatori hanno, quindi, svolto un'intensa attività di studio per capire quali fossero le caratteristiche di quest'antica iraniana. Sono state utilizzate, per la ricostruzione in 3D, parti dello scheletro e studi sulla simmetria dell'impalcatura ossea umana per ricostruire le parti mancanti.
Lo scheletro era in posizione supina, quando è stato trovato. Il volto dell'antica donna iraniana è stato ricostruito in digitale, individuando, attraverso undici punti, la simmetria del volto, degli occhi, del naso e del mento. I capelli sono stati posti dagli archeologi e dai ricercatori scegliendo con logica un colore, dal momento che non sono stati trovati resti di essi nella sepoltura.

Scoperto il nome di Eshba'al in un'iscrizione in Israele

Il vaso con iscrizione di Eshba'al trovato in Israele
(Foto: Tal Rogovsky)
Una rara iscrizione dell'epoca del re Davide è stata scoperta a Khirbet Qeiyafain, nella Valle di Elah su un vaso in ceramica scoperto nel 2012 piuttosto frammentato dal Professor Yosef Garfinkel, dell'Istituto di Archeologia dell'Università ebraica e da Saar Ganor, dell'Israel Antiquities Authority. Il vaso risalirebbe a tremila anni fa.
I restauri, condotti nei laboratori dell'Israel Antiquities Authority, hanno permesso di vedere l'oggetto nella sua interezza, scritta compresa che recita: "Eshba'al Ben Bada". Secondo il Professor Yosef Garfikel è la prima volta che il nome Eshba'al è stato trovato su un'antica iscrizione in Israele.
Eshba'al Ben Shaul, l'unico personaggio storico che portasse il nome Eshba'al, governava in Israele nello stesso periodo di Davide, come è scritto nella Bibbia. Venne assassinato da alcuni sicari, decapitato e la testa portata a Davide ad Hebron (2Samuele, capitoli 3-4). E' interessante notare che il nome Eshba'al appare nella Bibbia ed anche tra i ritrovamenti archeologici solo in riferimento al regno di Davide, collocato nella prima metà del X secolo a.C.. Il nome non venne più utilizzato in seguito. Si trattava, pare, di un nome comune solo nel periodo di re Davide.
I ricercatori ritengono che il fatto che il nome Eshba'al si trovi su un vaso sia un segno della sua importanza. Probabilmente Eshba'al Ben Bada era il proprietario di una grande tenuta agricola, i cui prodotti venivano confezionati e trasportati in vasi di terracotta con il nome del produttore. Nel libro di Samuele si percepisce una certa riluttanza a utilizzare il nome Eshba'al, poiché ricordava il dio cananeo della tempesta Ba'al, al punto che i cronisti finirono per mutarlo spesso in Ish-Bashat, anche se il nome originale venne conservato nel libro delle Cronache.
Il sito di Khirbet Qeiyafais è stato identificato come l'antica città biblica di Sha'aryim, una città fortificata, dotata di un palazzo, di magazzini, abitazioni ed edifici di culto che sono stati portati alla luce dagli archeologi. Il sito ha restituito manufatti unici, mai rinvenuti prima in altri scavi in Israele. Nel 2008 venne scoperta proprio qui la prima iscrizione ebraica del mondo.

I gladiatori di Afrodisia

I graffiti dell'antica  Afrodisia che raffigurano combattimenti gladiatori
(Foto: Nicholas Quiring, Angelos Chaniotis)
Centinaia di graffiti incisi sulla pietra, trovati nell'antica città di Afrodisia, oggi in Turchia, sono stati decifrati ed hanno restituito agli archeologi una parte della storia di 1500 anni fa. I graffiti si riferiscono a diversi aspetti della vita cittadina, tra i quali combattimenti di gladiatori, gare di carri e conflitti religiosi. La datazione di questi graffiti va dall'impero romano all'epoca bizantina. Tra le raffigurazioni non mancano quelle di carattere spiccatamente sessuale.
La popolazione di Afrodisia continuò a parlare greco anche durante il dominio romano, che portò in queste terre l'uso dei combattimenti gladiatori. Proprio i graffiti di questi ultimi sono molto numerosi e lasciano pochi dubbi sulla popolarità di questo passatempo tra la popolazione di lingua greca.
Alcuni dei graffiti più interessanti riguardanti combattimenti gladiatori, sono stati trovati su una placca all'interno dell'anfiteatro cittadino. Vi sono raffigurati un reziario e un secutor. Il reziario sembra essere il vincitore, dal momento che brandisce la sua arma, il tridente, al di sopra del secutor in fuga. Un'altra scena sulla stessa placca mostra un secutor che insegue un reziario in fuga. Gli archeologi ritengono che si tratti di graffiti fatti da qualche spettatore.
Altre immagini popolari nei graffiti di Afrodisia sono le corse dei carri. Vi erano tre squadre, in città, che erano in competizione l'una con l'altra: i rossi, i verdi ed i blu. I graffiti restituiscono anche messaggi di vittoria, di vanto e di sconforto dei "tifosi" delle tre fazioni cittadine.
Sono stati trovati anche graffiti di contenuto religioso, dal momento che ebrei e cristiani costituivano comunità piuttosto importanti ad Afrodisia, sempre in competizione tra loro. Gli archeologi hanno trovato resti di statue di governatori pagani con incisioni cristiane inneggianti alla nascita del Cristo. Ma anche i pagani "sfruttavano" i graffiti cristiani. Il simbolo della croce, uno dei più importanti nella religione cristiana, venne trasformato, ad Afrodisia, nella doppia ascia dai sostenitori pagani di Zeus Cario, che aveva proprio nella doppia ascia il suo simbolo. E' stato trovato anche un graffito della menorah, il candelabro ebraico che si usa accendere durante la festa di Hanukkah, che probabilmente costituisce una delle più antiche rappresentazioni di quest'oggetto.
La maggior parte dei graffiti riproducenti gare di carri risalgono ad un periodo compreso tra il 350 e il 500 d.C., prima che Giustiniano divenisse imperatore di Costantinopoli (525 d.C.) e limitasse o vietasse del tutto sia le pratiche pagane che quelle ebraiche. Giustiniano arrivò, addirittura, a mutare il nome di Afrodisia, che ricordava troppo il nome della dea greca dell'amore, in Stauropolis e a distruggere alcuni graffiti di natura pagana ed ebraica.
La città di Afrodisia venne abbandonata nel VII secolo d.C. 

Denti preistorici e sorprese da Israele

I denti trovati in Israele (Foto: I. Hershkovitz/Università
di Tel Aviv)
Nel cuore di Israele, in una grotta a Rosh Haayin, sono emersi nove denti preistorici, quattro dei quali con placca, tartaro e carie. Sono i denti di due esseri umani vissuti 400.000 anni fa. I denti giacevano a dieci metri di profondità.
L'analisi dei reperti ha rivelato che gli uomini dell'epoca (Paleolitico Inferiore) non erano solo cacciatori e carnivori. Sui denti, infatti, sono state trovate tracce di semi e radici. Le analisi hanno anche rivelato tracce di inquinamento, dovuto alla convivenza forzata, all'interno della grotta, con il fuoco e il carbone. Inoltre sembra proprio che gli umani che vivevano nella grotta israeliana alternassero le verdure alla carne.
Il Professor Avi Gopher, dell'Università di Tel Aviv, uno dei responsabili dello scavo, ha dichiarato: "La scoperta di denti tanto vecchi è la prova dell'esistenza di specie che probabilmente fecero da progenitori degli umani. Tutto questo mette in discussione l'opinione accettata che l'origine dell'Homo Sapiens fosse nell'Africa Orientale". 

lunedì 15 giugno 2015

Trovata chiesa bizantina in Israele

La planimetria della chiesa bizantina scoperta nei pressi
di Abu Ghosh (Foto: Skyview Company/Israel Antiquities Authority)
Scavi archeologici vicino la Highway 1, che conduce da Gerusalemme a Tel Aviv, hanno portato alla scoperta di una grande "statio" del periodo bizantino che comprendeva anche una chiesa. Gli scavi sono stati condotti durante l'aggiornamento e l'ampliamento dell'autostrada tra Gerusalemme e Tel Aviv. Il sito è vicino alla sorgente di Ain Naqa'a, alla periferia di Moshav Bet Neqofa.
La chiesa scoperta ha circa 16 metri di lunghezza, comprende una cappella di 6,5 metri di lunghezza per 3,5 di larghezza ed un mosaico pavimentale bianco. All'interno della chiesa è stato identificato un fonte battesimale a forma di quadrifoglio, che richiama la croce, nell'angolo nordest della cappella.
Sui frammenti sparsi all'intorno sono state trovate tracce di intonaco di colore rosso, a dimostrazione che le pareti dell'edificio religioso erano state decorate, un tempo, con affreschi. Ad ovest della chiesa vi sono degli ambienti probabilmente utilizzati sia come abitazione che per lo stoccaggio delle merci.
Fonte battesimale a forma di quadrifoglio
(Foto: Annette Nagar/Israel Antiquities Authority)
Uno di questi ambienti conteneva una grande quantità di piastrelle in ceramica. Dal sito sono emersi anche lucerne, monete, vasi in vetro, frammenti marmorei e conchiglie di madreperla.
Secondo Annette Nagar, direttore dello scavo per conto della Israel Antiquities Authority, "la 'statio' e la sua chiesa sono stati costruiti in epoca bizantina accanto all'antica strada che conduceva tra Gerusalemme e la pianura costiera. Lungo questa strada, che a quanto pare era già in essere nel periodo romano, altri insediamenti e stazioni di posta servivano chi viaggiava lungo il percorso in tempi antichi".
Altre chiese sono state rinvenute, in passato, ad Abu Gosh, Qiryat Ye'arim ed Emmaus. La 'statio' appena ritrovata cesso di essere utilizzata alla fine del periodo bizantino, anche se la strada sulla quale era stata installata venne restaurata ed ha continuato ad essere utilizzata fino a tempi recenti.

Un contenitore di importazione nella terra dei Vichinghi

Il contenitore per vino trovato in Scandinavia
(Foto: Sydvestjyske Museer)
Gli archeologi hanno fatto un'importante scoperta a Ribe, in Scandinavia. A mezzo metro di profondità all'interno di un parcheggio, tra urne e tombe appartenenti ad una necropoli in fase di scavo, hanno scoperto un contenitore per vino di fattura francese o belga antico di mille anni.
Gli archeologi parlano di un "ritrovamento unico", una delle migliori ceramiche prodotte nell'Europa del nord, mai visto prima. Il contenitore è indicativo della vasta rete commerciale che attraversava la Scandinavia durante l'epoca vichinga. La necropoli in cui è stato rinvenuto il contenitore di vino potrebbe riservare altre sorprese.
La brocca è del tipo a trifoglio, fatta in Francia o in Belgio, durante il periodo della dinastia merovingia (450-750 d.C.). E' un vero e proprio capolavoro delle officine di uno dei due paesi e la forma elegante richiama alla mente l'arte dei ceramisti dell'antica Roma

Nuove scoperte in Perù

Il volto di una figurina in fango trovata in Perù (Foto: Phys.org)
Gli archeologi hanno scoperto, in Perù, tre statuette che credono essere state scolpite da l'antica civiltà Caral circa 3800 anni fa.
Le statuette sono state trovate all'interno di una cesta di giunchi in un edificio dell'antica città di Vichama, nel nord del Perù, che è anche un importante sito archeologico. Probabilmente le statuette sono state utilizzate in un rituale religioso che prevedeva la loro rottura prima di procedere a costruire un edificio.
Due delle figure, un uomo raffigurato nudo ed una donna dipinta di bianco, nero e rosso, si pensa rappresentino delle autorità politiche. La terza figura, una donna, presenta 28 dita e puntini rossi sul viso bianco: probabilmente si tratta di una sacerdotessa.

martedì 9 giugno 2015

Voci dal regno di Axum

La sepoltura femminile scoperta in Etiopia (Foto: Graeme Laidlaw)
Gli archeologi inglesi hanno ritrovato, nel nord dell'Etiopia, uno spettacolare tesoro di duemila anni fa, risalente all'impero Romano e al regno Axumita, che governò parte dell'Africa nordorientale per diversi secoli fino al 940 d.C..
Luoise Schofield, ex curatrice del British Museum, ha guidato uno scavo di sei settimane nella città di Axum, dove la sua squadra ha scoperto ben 11 sepolture contenenti manufatti risalenti al I e II secolo d.C.. I reperti estratti dal sottosuolo sono veramente innumerevoli.
Tra le sepolture risalta quella di una tomba, chiamata "la bella addormentata nel bosco", poiché la disposizione del corpo e il corredo funerario dimostrano l'amore di cui la donna ha goduto in vita. La donna era rannicchiata su un fianco, con il mento appoggiato sulla mano che aveva un bellissimo anello in bronzo. Tra gli oggetti di corredo, uno straordinario specchio in bronzo romano, una spatola per cosmetici pure in bronzo contenente un frammento di kohl.
La donna indossava anche una collana composta da migliaia di minuscole perline ed una cintura, anche questa di perline. La qualità dei gioielli ha suggerito che, in vita, la donna doveva godere di uno status sociale elevato. Tra i manufatti che l'accompagnavano vi erano vasi di vetro romano, dei quali due perfettamente conservati, bicchieri ed un lacrimatoio.
Sono state trovate anche sepolture di guerrieri con bracciali di ferro di grandi dimensioni, a suggerire che, nelle vicinanze, potrebbe esserci anche un campo di battaglia. Axum fu la capitale del regno Axumita ed anche un'importante potenza commerciale, importante tratto d'unione tra l'Impero Romano e l'India.

Un inaspettato ritrovamento in Sardegna

Chiesa di San Giovanni di Sinis (Foto: Italianways.com)
(Fonte: La Nuova Sardegna) - CABRAS. Non solo Mont'e Prma. La geografia archeologica del Sinis è molto più ricca e complessa e soprattutto regala tesori anche in zone dove ormai si pensava che tutto fosse già venuto alla luce o, peggio, fosse già stato razziato dai soliti tombaroli. Così succede che un intero corredo funerario sia spuntato dal sottosuolo di San Giovanni di Sinis a due passi dalla recinzione della necropoli settentrionale di Tharros.
Nelle scorse settimane, due anziani, per caso, hanno notato alcuni oggetti praticamente in superficie e hanno immediatamente capito che si trattava di qualcosa di molto antico. Hanno così raccolto un'anfora, un piatto e altri due oggetti facilmente riconducibili ad un corredo funerario e, con estrema correttezza, si sono presentati in caserma dai carabinieri di Cabras dove hanno denunciato il ritrovamento.
Gli uomini dell'Arma hanno poi avvisato la Soprintendenza che ha così proseguito gli scavi con risultati immediati. Dalla stradina che affianca la necropoli che si trova tra due case costruite oltre mezzo secolo fa dove oggi c'è la borgata marina e che si affaccia sul mare, è saltato fuori un piccolo tesoro. Secondo occhi esperti dovrebbe essere un intero corredo funerario di età fenicio-punica lasciato in qualcuna delle tombe per supportare il defunto nel viaggio nell'aldilà. Oltre all'anfora, che dovrebbe essere il pezzo pregiato di questa collezione, ci sono anche dei piatti, delle urne cinerarie e altri oggetti che facevano parte del corredo che i vivi, secondo le antiche tradizioni, lasciavano a chi compiva il grande viaggio verso il mondo delle anime.
Ovviamente per capire esattamente la portata del ritrovamento, serviranno indispensabili studi, ma già le prime occhiate degli studiosi hanno confermato che ci si trova davanti a qualcosa di molto prezioso dal punto di vista archeologico. Il ritrovamento ha poi anche un significato ulteriore, perché è indubitabile che il sottosuolo di quel costone roccioso che domina alcuni tratti delle spiagge di San Giovanni di Sinis dovrebbe conservare ancora un numero di reperti notevole. La riprova è il fatto che gli oggetti siano stati ritrovati al di là della recinzione: la necropoli settentrionale era quindi più estesa anche se, in anni in cui la sensibilità era decisamente inferiore, potrebbe essere stata frettolosamente sepolta sotto le fondamenta delle tante case sorte dal secondo dopoguerra in poi a San Giovanni di Sinis. Essendo impensabile buttar giù le case, resta comunque del terreno che probabilmente merita di essere ispezionato. Magari potrebbe regalare altre sorprese, visto che quella di questo 2015 è stata un dono della pioggia invernale che ha scavato il terreno nemmeno troppo in profondità

domenica 7 giugno 2015

Sarà restaurato il Ludus Magnus?

Un imperatore presiede i giochi gladiatori
(Foto: Wikimedia Commons)
Le autorità sperano di preservare parte della storia dell'antica Roma restaurando il tunnel che conduceva dalla scuola dei gladiatori al Colosseo. Attualmente alcune parti della scuola per gladiatori, il Ludus Magnus, è esposta all'incuria e alla sporcizia.
L'antica scuola per gladiatori è posta nei pressi dell'arena del Colosseo. Vi erano altre scuole gladiatorie a Roma, ma il Ludus Magnus era la più grande e la più famosa di tutte. Per molti anni i gladiatori hanno vissuto tra le sue pareti e si sono allenati nelle sue palestre all'aperto.
Il governo kuwaitiano si è offerto di finanziare i restauri del tunnel di collegamento tra il Ludus Magnus e il Colosseo. Il Ludus Magnus venne costruito tra l'81 e il 96 d.C. dall'imperatore Domiziano e ricostruito più tardi da Traiano. I gladiatori erano sottoposti ad una disciplina rigida e ad una formazione estremamente rigorosa. Nel febbraio 2014 gli archeologi hanno trovato i resti quasi intatti di una scuola di gladiatori romana sulle rive austriache del Danubio. In questo caso, utilizzando sofisticate tecniche in 3D, sono riusciti a riportare in vita queste antiche scuole di "formazione".
Il ritrovamento del sito di Carnuntum, fuori Vienna, è il primo riguardante un ludus gladiatorum fuori dalle città di Roma e Pompei. Si ritiene che vi fossero più di cento di queste scuole sparse nell'impero romano, ma quasi tutte vennero distrutte o vi si è costruito sopra, rendendo impossibile il recupero delle antiche strutture.
Esempio di tunnel di collegamento tra scuola gladiatoria e arena. Questo si trova
a El Jem, in Tunisia, la più grande struttura del nord Africa (Foto: BigStockPhoto)
Un gruppo di ricerca composto da archeologi austriaci, belgi e tedeschi ha utilizzato le ultime tecnologie non invasive per indagare e ricostruire una scuola gladiatoria del II secolo d.C. nascosta al di sotto di un campo. I risultati hanno rivelato che i gladiatori dell'antica Roma vivevano e si addestravano all'interno delle prigioni di una sorta di fortezza. La struttura, molto grande, era articolata su due piani e poteva ospitare fino ad 80 gladiatori. Era dotata di un'arena ed aveva anche pavimenti riscaldati per l'allenamento invernale; vi erano bagni, infermerie, un impianto idraulico ed un luogo di sepoltura posto nelle vicinanze. I gladiatori dormivano in celle di circa 3 metri quadrati di ampiezza, che ospitavano uno o due uomini. Queste celle erano separate dagli ambienti in cui alloggiavano gli allenatori, noti come magistri, solitamente degli ex gladiatori sopravvissuti ai combattimenti nelle arene.
I gladiatori erano spesso prigionieri di guerra e schiavi che Roma acquisiva durante le guerre di conquista. Non tutti i gladiatori erano costretti ad esibirsi nelle arene. Nonostante la vita precaria e piuttosto difficile, questi uomini erano delle vere e proprie "star". La fama, la gloria e la fortuna che si potevano raccogliere nelle arene erano uno stimolo fortissimo ad arruolarsi volontariamente tra questi antesignani delle attuali stelle dello sport. Anche alcuni imperatori romani si cimentarono con i giochi gladiatori. Il più famoso fu, forse, l'imperatore Commodo.
Le esibizioni dei gladiatori si tenevano, solitamente, nel pomeriggio. Dapprincipio venivano utilizzate armi spuntate o forgiate nel legno, ma presto si trasformavano in brutali combattimenti all'ultimo sangue. Occasionalmente chi finanziava i giochi poteva anche pagare un extra per mettere in scena un combattimento che doveva concludersi con la morte di uno dei due combattenti.

Antiche asce di bronzo trovate in Danimarca

Due delle asce ritrovate nello Jutland (Foto: sciencenordic.com)
Cinque asce dell'Età del Bronzo del doppio della grandezza di quelle venute alla luce in altri siti, sono state scoperte in un campo vicino Boest, nello Jutland (Danimarca). Gli oggetti sono stati datati al 1600 a.C. e sono uno dei più antichi ritrovamenti dell'Età del Bronzo in Danimarca.
Le prime due asce furono scoperte da un coltivatore di pini che stava piantando gli alberi nel suo campo. Quando sono intervenuti gli archeologi sono state scoperte le altre tre asce. I reperti hanno una larghezza di circa 30 centimetri. Si pensa che potessero essere un'offerta a qualche divinità.
Nella stessa località gli archeologi hanno ritrovato le tracce dell'esistenza di quattro file di pali in legno, ciascuno dell'altezza di un uomo, che si estendevano per almeno cento metri nel paesaggio circostante fino a scomparire in un bosco. Gli archeologi sperano di poter presto condurre una campagna di scavo per indagare meglio la funzione di queste fila di pali.
L'Età del Bronzo, in Europa Meridionale, è iniziata sull'isola di Creta da cui vennero esportati oggetti in bronzo in tutta Europa. Le prime armi in bronzo sono state forgiate dai Micenei. Le popolazioni dell'Età del Bronzo che abitavano la penisola scandinava parteciparono molto più tardi al commercio che interessava le altre aree europee. Incisioni rupestri ritrovate in Danimarca raffigurano le navi di cui queste popolazioni si servivano per commerciare i loro prodotti. Molto spesso, poi, i monumenti sepolcrali dei personaggi in vista erano costruiti disponendo le pietre a formare una nave. I più noti di questi monumenti funebri si trovano ad Ale, nella Svezia del sud, ad Anundshog, in Svezia, nel fiordo di Kerteminde, in Danimarca e nella Pomerania occidentale, in Germania.
L'Età del Bronzo è iniziata, nel regioni del nord Europa, con un periodo di cambiamenti climatici che incoraggiò l'aumento della popolazione e la produzione agricola (coltivazione dell'uva in Svezia e del miglio in Danimarca). Le fonti scritte di questo periodo sono estremamente rare, ma sono arrivate a noi sculture in pietra indicanti che queste popolazioni adoravano una coppia di gemelli ed anche una divinità femminile, forse una dea madre.

Ricostruito il volto di un sassone

Ricostruzione del volto dell'uomo sassone rinvenuto nel
Castello di Lincoln (Foto: University of Dundee)
Ricercatori ed esperti dell'Università di Dundee hanno ricostruito il volto di un sassone sepolto, più di mille anni fa, nella chiesa del castello di Lincoln.
L'uomo aveva tra i 36 ed i 45 anni, al momento della morte, e venne sepolto con otto persone in un periodo temporale che va dal 1035 al 1070, prima della conquista normanna dell'isola. Il cranio era la parte meglio conservata. L'uomo aveva sofferto di una serie di malattie degenerative delle ossa, il che ha suggerito che aveva dovuto condurre una vita piuttosto faticosa. Il corpo era stato sepolto in una cassa di legno, avvolto in un panno. Le analisi isotopiche sulle ossa e i denti suggeriscono che le origini dell'uomo sono da collocarsi nell'Inghilterra orientale, probabilmente nel Lincolnshire.
Tra gli oggetti trovati negli scavi del castello, vi sono un sarcofago in pietra calcarea e l'ala di un'aquila di bronzo romana del I secolo d.C., che saranno presto oggetto di una mostra.

sabato 6 giugno 2015

L'amazzone sul vaso

L'amazzone raffigurata sulla pyxis del pittore di Sotheby
(Foto:  The University of Mississippi Museum and Historic Hoses)
Una sorta di antica supereroina è emersa su un vaso di 2500 anni fa, conservato in un piccolo museo americano. La figura femminile è disegnata su una pyxis (scatola cilindrica con coperchio, utilizzata solitamente per contenere cosmetici, unguenti o gioielli) a fondo bianco. Si tratta di un'amazzone a cavallo che sta combattendo contro un guerriero greco.
Il vaso fu plasmato tra il 480 e il 450 a.C. ad Atene e l'immagine è attribuita al pittore di Sotheby. I ricercatori ritengono che le scene di combattimento tra guerrieri Greci e Amazzoni fossero, al tempo, considerate piuttosto esotiche e innovative. Sicuramente chi ha dipinto il vaso doveva avere molta familiarità con le descrizioni di equitazione tra i guerrieri donne degli Sciti.
Gli antichi storici Greci e Romani descrivono gli Sciti come abilissimi cavalieri ed arcieri. Erodoto afferma che 8.000 di questi cavalieri nomadi della steppa, armati di pugnali, entrarono nell'esercito del re persiano Dario nel 480 a.C.. Il geografo Romano Pomponio Mela, che scrive intorno al 43 d.C., riferisce che le donne guerriere del Mar Nero erano molto abili nell'utilizzo del lazo.

La cosiddetta villa di Augusto di Somma Vesuviana torna allo Stato

Dioniso giovane con pantere
(Foto: apollineproject.it)
La grande villa di Augusto di Somma Vesuviana, che gli archeologi giapponesi stanno scavando dal 2002, è divenuta proprietà dello Stato italiano. I giapponesi hanno definito la villa "una struttura più unica che rara, che si può paragonare solo a villa Adriana a Tivoli, con tanti edifici indipendenti che si distribuiscono sulle pendici del vulcano".
Nei giorni scorsi la fondazione Romualdo Del Bianco ha donato ufficialmente l'importante sito allo Stato. Nella villa di Augusto sono stati rinvenuti, al termine della lunga campagna di scavi giapponesi, numerosi reperti archeologici ed una villa romana che è stata attribuita all'imperatore Augusto.
Gli scavi sono stati diretti dal Professor Masanori Aoyagi, nel 2002 ordinario dell'Università di Tokyo, oggi commissario dell'Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone (Bunkacho, la massima carica amministrativa non politica in campo culturale).
La scoperta dell'imponente complesso è stata casuale: nel 1930 a Starza della Regina di Somma Vesuviana, durante dei lavori agricoli, ci si imbatté in un muro di notevoli dimensioni. Il muro si rivelò, bene presto, essere parte di una grande villa romana del I secolo d.C., riccamente decorata. Proprio la grandiosità dell'edificio portò gli archeologi a credere di aver finalmente trovato la villa che ospitò l'imperatore Ottaviano Augusto durante gli ultimi giorni della sua vita, secondo quanto hanno scritto sia Svetonio, nelle sue "Vite dei Cesari", che Tacito negli "Annali".
Oggi la villa viene prudentemente chiamata "villa dionisiaca" dal ciclo degli affreschi che sono qui conservati. Ma resta la grande ricchezza ed unicità dei reperti qui ritrovati, che forniscono nuovi tasselli all'occupazione romana dell'antica Campania.
La statua femminile trovata nella villa di Somma
Vesuviana (Foto: fondazione-delbianco.org)
Finora le strutture scavate dagli archeologi giapponesi sono parte di un grande edificio romano della prima età imperiale, utilizzato almeno fino al V secolo d.C., con funzioni che via via mutarono con il tempo, fino all'eruzione del Vesuvio del 472 d.C., che seppellì l'edificio per oltre metà della sua altezza. Gli scavi degli anni '30 del secolo scorso, promossi dall'interessamento del dottore e farmacista Alberto Angrisani, permisero di ritrovare le tracce dell'edificio.
I primi scavi si svolsero dal 1934 al 1936 a cura di Matteo Della Corte, sotto la supervisione di Amedeo Maiuri. Questi scavi portarono alla luce i resti di un edificio monumentale. I resti più importanti e maestosi sono quelli relativi alla "colonnata con archi e pilastri", orientata da est verso ovest per una lunghezza stimata di 12 metri. Questa colonnata era collegata perpendicolarmente ad un muro di mattoni dotato di nicchie. Furono anche scoperti "colonne e capitelli di marmo, pavimenti in mosaico, splendidi frammenti di statue raffiguranti persone con sontuose vesti, stucchi policromi di muri e lacunari". La cronica mancanza (già allora!) di fondi, impedì il prosieguo degli scavi.
Affresco con Nereidi e Tritoni dalla villa di Somma Vesuviana
(Foto: Famedisud.it)
La ricerca è potuta riprendere solo nel 2002, con il progetto di ricerca multidisciplinare dell'Università di Tokyo. Spiegano i ricercatori: "Oggi si possono visitare alcuni ambienti monumentali e di rappresentanza. La stanza più grande è costituita da un lato da un colonnato, due pareti con nicchie, un'arcata sorretta da pilastri e, dall'altro, da una parete decorata con temi legati al dio del vino Dioniso. In una delle nicchie è stata rinvenuta la statua di una donna con veste greca, forse una divinità, mentre in un'altra in origine era collocata una statua di Dioniso Giovane con cucciolo di pantera, entrambe sono ora al Museo di Nola. In una delle ultime fasi di vita, questa stanza e tutte le altre furono destinate alla produzione agricola. A ovest è una stanza con numerose porte e finestre, in origine con pavimento a mosaico e tarsia marmorea, successivamente divisa in due parti, una per stalla e l'altra per dispensa. In una fase tarda, a seguito del crollo del tetto, in un angolo fu posto un forno. Verso valle, collegata con la stanza principale da due scale, è un'area terrazzata con colonnato in mattoni e, verso est, un'aula absidata con arcata e fregio con Nereidi e Tritoni. Da questa stanza si accede ad un'altra ugualmente absidata e con pavimento a mosaico decorato con motivi geometrici e delfini che saltano tra le onde. Fra le scale per la terrazza superiore, in una fase tarda, furono poste due cabalette e tre cisterne/silos, all'interno delle quali sono stati trovati un torso di Sileno, un'erma e un'iscrizione funeraria. Dalla terrazza mediana si accede, tramite una scala, a una cella vinaria posta più in basso. Oltre la parete con decorazione dionisiaca è una vasta area, con due muri orientati nord-sud ed originariamente pavimentata con basoli di lava. In una fase successiva, parte dei basoli fu rimossa e furono posti alcuni grandi contenitori panciuti (dolia). Poi anche i dolia furono rimossi e, sul terreno accumulatosi, sono state rinvenute tracce di solchi arati e impronte di animali, probabilmente in fuga al momento dell'eruzione".
Nel corso degli anni la prestigiosa villa ha restituito statue, mosaici, affreschi e molto altro che hanno suscitato notevole interesse a livello internazionale. Di seguito lo spazio dedicato dal programma "Quark" agli scavi e alla villa di Somma Vesuviana.


Contratti in...paradiso

Il forte di Qal'at al-Bahrain (Foto: ancientorigins.com)
Un contratto privato scritto in accadico su una tavoletta d'argilla è stato scoperto, tra altri reperti, in una fortezza del Bahrain, Qal'at al-Bahrain, nella penisola araba. Qal'at al-Bahrain è stato dichiarato patrimonio dell'umanità nel 2008. Gli scavi archeologici sono cominciati nel 1954 come conseguenza di numerose scoperte, soprattutto in considerazione della presenza di un tumulo centrale costituito da sette strati consecutivi, che vanno dal 2300 a.C. al XVIII secolo.
Cassiti, Persiani e Portoghesi hanno occupato, nel tempo, il sito che era la capitale della civiltà Dilmun, che dominò la penisola araba dal IV millennio a.C. fino all'800 a.C.. La civiltà Dilmun è citata nell'Epopea di Gilgamesh ed è considerata una delle più antiche civiltà del Medio Oriente. I Sumeri credevano che nella capitale dei Dilmun vi fosse un meraviglioso giardino in cui vivevano le anime dei beati. Nell'800 a.C. la capitale dei Dilmun passò sotto il dominio assiro e, intorno al 600 a.C., sotto quello assiro-babilonese.
Il contratto in lingua accadica trovato a Qal'at al-Bahrain risale al 503-504 a.C. e la città in cui venne sottoscritto era scritta nella parte posteriore della tavoletta d'argilla. In questo caso la parte posteriore della tavoletta è stata abrasa, rendendo impossibile decifrare la città in questione. Una volta onorato il contratto, infatti, era usanza cancellare il nome della città dove lo stesso era stato "sottoscritto".
La tavoletta è stata scoperta durante un'indagine nella parte sudovest del forte ed è stato rinvenuto a fianco di un piatto d'oro su cui è visibile la figura di una donna. L'accadico era la lingua utilizzata comunemente dai commercianti dell'antico Medio Oriente. Un'iscrizione sulla tavoletta fa riferimento al diciannovesimo anno di regno di Dario, sovrano dell'impero achemenide nel 522 a.C., il re che venne sconfitto dai Greci nella Battaglia di Maratona del 409 a.C.. La datazione fa di questa tavoletta la prima risalente al I millennio a.C. scoperta nel Bahrain.

Il Palazzo della Luna Piena

Le rovine del Palazzo della Luna Piena in Corea
(Foto: ancientorigins.com)
Nell'attuale Kaesong, in Corea del Nord, venne costruito, nel X secolo d.C., un immenso Palazzo Reale. Storici ed archeologi della Corea del Nord e del Sud stanno portando avanti un raro progetto di collaborazione per poter portare alla luce quello che è considerato uno dei ritrovamenti più importanti della storia comune della Corea.
Il vasto complesso sorge ai piedi del monte Songak ed è comunemente conosciuto come il Palazzo della Luna Piena. E' stato scavato nel 2007 ed ora gli archeologi ne stanno esplorando la complessa e unica architettura che rivela un profondo rispetto del paesaggio naturale circostante. L'edificio venne costruito nel 919 d.C. durante la Dinastia Koryo (o Goryo), quando a detenere il potere era il re Taejo. Ha una forma curvilinea per inserirsi felicemente nell'ambiente circostante senza danneggiare o alterare il paesaggio. Pare che l'interno della costruzione sia stato orientato e disposto secondo gli antichi principi del Feng Shui, che vogliono che le abitazioni - piccole e grandi - siano in armonia con la natura.
Reperti decorati trovati a Kaesong,, in Corea del Nord
(Foto: National Research Institute of Cultural Heritage)
Il Palazzo della Luna Piena era inaccessibile per gli estranei. Conteneva santuari ed edifici a più piani, il più vasto dei quali era quello che ospitava la sala del trono. Il Palazzo della Luna Piena era solo una parte del vasto complesso che comprendeva anche delle Accademie, centri di studio di più di mille anni fa, tombe, una sofisticata rete fognaria, mura difensive e cancelli.
Gli antichi astronomi reali si servivano, per le loro osservazioni, di una torre edificata in pietra, la cui piattaforma di granito, della quale rimangono alcuni resti, si allineava con i quattro punti cardinali. Probabilmente questa torre fungeva sia da osservatorio astronomico che da osservatorio meteorologico.
I ricercatori ritengono che il palazzo fosse decorato con i colori del bianco e del blu brillante e fosse abbellito con oro. La combinazione di questi colori è molto significativa, dal momento che ha ispirato i colori della monarchia coreana nei secoli successivi.
Durante gli scavi sono state recuperate più di mille tegole, alcune delle quali decorate con draghi e motivi intricati. La Dinastia Koryo era famosa per le ceramiche color verde giada ma quello che ha stupito gli archeologi, è stato il ritrovamento di un cilindro di 60 centimetri anch'esso in ceramica verde giada.
Il Palazzo della Luna Piena di Manwoldae venne raso al suolo durante l'invasione della Corea detta dei Turbanti Rossi del 1361. Della costruzione rimasero solo delle rovine. La rivolta dei Turbanti Rossi fu una estesa rivolta della Dinastia cinese Huan contro la Dinastia mongola Yuan che governava la Cina all'epoca. L'esercito dei Turbanti Rossi invase la penisola coreana per ben due volte, dal momento che la Dinastia coreana Koryo era vassalla della Dinastia mongola Yuan.

Oro inglese e manifattura irlandese

Uno degli oggetti forgiati in Irlanda con oro proveniente dalla Cornovaglia (Foto: National Museum of Ireland)
Gli archeologi dell'Università di Southampton hanno raccolto numerose prove dell'esistenza di un'antica rotta per il commercio dell'oro tra il sudovest della Gran Bretagna e l'Irlanda. Uno studio suggerisce che questa rotta venne aperta nella prima Età del Bronzo (2500 a.C.). La ricerca è stata condotta in collaborazione con l'Università di Bristol e l'ausilio di una nuova tecnica per misurare la composizione chimica di alcuni dei primi manufatti d'oro trovati in Irlanda. I risultati mostrano come l'oro utilizzato per forgiare questi oggetti provenga dall'attuale Cornovaglia.
Lo studioso Chris Standish ha sottolineato l'importanza della scoperta che "suggerisce che i lavoratori di oro dell'Età del Bronzo in Irlanda producevano manufatti con oro proveniente da fuori il Paese, nonostante l'esistenza di ricchi e facilmente accessibili giacimenti d'oro locali. E' probabile che gli antichi Irlandesi non avessero le conoscenze necessarie per l'estrazione dell'oro, come le avevano, invece, per quanto riguarda altri metalli. - Ha detto lo studioso. - Probabilmente l'origine esotica dell'oro era un valore aggiunto al prezioso metallo ed era un motivo che giustificava l'importazione di quest'ultimo".
I ricercatori hanno utilizzato, per analizzare l'oro, una tecnica avanzata chiamata spettrometria di ablazione di massa per mezzo del laser. Hanno misurato la presenza del piombo in alcuni frammenti d'oro, confrontandola con la composizione dei giacimenti d'oro trovati in Irlanda. In questo modo hanno potuto appurare che l'oro utilizzato in Irlanda proveniva dalla Cornovaglia.

venerdì 5 giugno 2015

Mercurio nello Yorkshire

L'archeologa Rebecca Griffiths con la statuetta di Mercurio in lega
di rame trovata nello Yorkshire (Foto: Richard McDougall)
Un appassionato di metal detector ha scoperto, nello Yorkshire, in Gran Bretagna, una statuetta del dio romano Mercurio antica di duemila anni. E' il millesimo reperto registrato ufficialmente nello Yorkshire dall'inizio dell'anno.
Mercurio era conosciuto come Hermes dai Greci. Si pensava fosse il dio dei commercianti e dal suo nome, Mercurio, sembra siano derivate le parole "merx", "mercari" e "merces" in latino. Il 15 maggio si riteneva fosse il "compleanno" di Mercurio ed erano anche conosciute come "idi di maggio". In questo giorno i commercianti di Roma celebravano la loro festa, durante la quale aspergevano le loro merci, le navi e il loro capo con l'acqua attinta con un ramo d'alloro da una fontana che si trovava presso Porta Capena, l'"Aqua Mercurii". Porta Capena si trova sul lato sud delle mura Serviane di Roma.
Secondo gli archeologi l'"Aqua Mercurii" originava da un piccolo bosco nel quale c'era un luogo sacro dedicato alla dea Egeria. Mercurio stesso era venerato in un tempio posto sull'Aventino, raffigurato con un cappello alato, il caduceo, dei sandali ed una borsa. Era figlio di Zeus e di Maia, si pensava che potesse correre molto velocemente e, quindi, potesse spostarsi facilmente dal mondo degli dèi a quello degli uomini. Mercurio era ritenuto essere il protettore dei ladri, degli atleti e dei mercanti e svolse anche il compito di accompagnare le anime dei defunti nell'aldilà.
La statuina trovata nello Yorkshire e raffigurante questa vivace divinità è in lega di rame. Mercurio è qui rappresentato con un cappello ma senza le famose ali.

Leggere Monte Testaccio

Alcuni dei milioni di cocci che compongono Monte Testaccio
(Foto: Chris Warde-Jones)
La più grande e antica discarica del mondo antico sta rivelando interessanti dettagli sulla portata e la perfetta organizzazione del commercio nel Mediterraneo di duemila anni fa.
Monte Testaccio è una collina artificiale situata al centro di Roma, formata da un numero stimato di 25 milioni di cocci di anfore rotte, alcune delle quali provenienti dalla Spagna e dal Nord Africa. Le anfore, contenenti olio d'oliva e vino, sono state frantumate e scaricate dopo essere state svuotate del loro contenuto. Le anfore non potevano essere riutilizzate, dal momento che vino ed olio avevano impregnato l'argilla dei vasi.
Ciascuna anfora è stata contrassegnata con alcune brevi iscrizioni sul suo contenuto, sul peso, sul luogo di produzione di quanto conteneva, su quando è stata spedita a Roma e sull'importo che era stato versato al dazio. Gli archeologi sono occupati, in questi giorni, nello scavo di migliaia di frantumi di vasi per comprendere meglio il commercio di prodotti che, attraverso il Mediterraneo, giungevano a Roma.
Particolare di alcuni dei cocci (Foto: Chris Warde-Jones)
Si stanno calcolando le quantità di olio d'oliva e di vino che Roma importava per il fabbisogno della popolazione civile e quanto peso aveva l'approvvigionamento di cibo nello spingere le legioni di Roma sempre più alla conquista di nuovi territori. Alcune delle anfore i cui cocci costituiscono il Testaccio, contenevano garum, la salsa di pesce tanto cara ai Romani.
Le iscrizioni sulle anfore sono una sorta di "codice a barra" della Roma antica. I frammenti sono noti, in latino, come "testae", da cui deriva Testaccio. La stragrande maggioranza delle anfore conteneva olio d'oliva proveniente dalla provincia romana della Baetica, corrispondente all'attuale Andalusia.
Gran parte delle ricerche sul Monte Testaccio sono state condotte da archeologi spagnoli. Le anfore sono enormi: vuote pesavano fino a 30 chilogrammi, mentre quando venivano riempite potevano raggiungere i 100 chilogrammi. Anche lo smaltimento di queste anfore non più utilizzabili è stato organizzato in maniera esemplare dai Romani. Funzionari chiamati "curatores" supervisionavano la rottura delle anfore e il loro trasporto fino alla cima della collina in carretti trainati da muli. I frammenti non sono stati scaricati senza criterio, ma impilati con cura in modo da ridurre al massimo il pericolo di frane. Sulla parte superiore delle anfore è stata sparsa della calce per prevenire il cattivo odore dell'olio rancido.

Torna alla luce un antico insediamento messapico

Gli scavi nel nuovo insediamento messapico di Nardò (Foto: quotidianodipuglia.it) Un insediamento fortificato di età messapica : è l...