mercoledì 30 dicembre 2015

Trovata una lastra marmorea in Turchia

L'altare di marmo trovato nei pressi del fiume Akçai, in
Turchia (Foto: Hasan Malay)
Un antico altare marmoreo è stato scoperto dagli abitanti di un villaggio vicino al fiume Akçay, in Turchia. Su una facciata vi è un altorilievo che mostra un guerriero nudo combattere contro un mostro serpentiforme. Gli archeologi ritengono che l'altare risalga al II secolo d.C., quando i Romani controllavano la zona.
La scena che compare sull'altare è di difficile interpretazione. Forse rappresenta un figlio di Ercole di nome Bargasos che combatte contro una divinità fluviale di nome Harpasos, al quale l'altare è dedicato. Al momento in cui l'altare è stato scolpito, il fiume Akçai era conosciuto come Harpasos.
Vi è un'iscrizione dedicatoria, nella parte superiore dell'altare, che misura 0,61 metri di altezza e 0,45 di larghezza e che è ora custodito nel Museo di Aydin, in Turchia. La dedica suggerisce che chi ha dedicato l'altare, un certo Flavio Ouliades, credeva profondamente nel dio del fiume Harpasos che, in sogno, gli ha chiesto di dedicargli un altare. Flavio Ouliades ha accettato a patto che Harpasos rispondesse positivamente alle sue richieste.
Il guerriero nudo raffigurato sull'altare, indossa un casco con una cresta, ha un pugnale nella mano destra ed uno scudo rotondo nella sinistra. In basso a destra compare un serpente con molte teste, una bestia che nella mitologia greca viene chiamata Hydra. Nella mitologia greca, Ercole combatté contro l'Hydra in una palude della regione greca di Lerna. Ercole riuscì ad uccidere il mostro e la palude divenne un esteso campo fertile, adatto alla coltivazione di quanto poteva essere utile all'uomo.
I ricercatori, però, ritengono che la figura che si trova sull'ara non sia Ercole, ma Bargasos, che era considerato, dal mito, figlio di Ercole e di una donna di nome Barge. Un'antica città greca della Turchia venne chiamata Bargasa in onore proprio di Bargasos. A questo punto l'immagine raffigurerebbe, secondo gli studiosi, un confronto armato da cui sarebbe emerso il dio del fiume Harpasos. La zona dove scorre questo fiume, infatti, era considerata, in antico, simile alla palude di Lerna.

lunedì 28 dicembre 2015

Un'imbarcazione medioevale nelle acque del Salento

La scoperta nelle acque di Porto Cesareo (Foto: Leccenews.it)
(Fonte: Leccenews24) - Natale con sorpresa e regalo al largo di Porto Cesareo: un pescatore, infatti, ha notato qualcosa di curioso durante una battuta di pesca e ha immediatamente richiamato l'attenzione degli esperti. Si tratta di una imbarcazione in legno di età medioevale.
Il Natale ha riservato un bel regalo anche al mondo dell'archeologia del Salento. Nelle scorse ore, infatti, è stata effettuata una importantissima scoperta storico-archeologica direttamente in fondo alle acque dell'Area Marina Protetta Porto Cesareo. In particolare è stato fatto riemergere un relitto quasi interamente in legno, lungo oltre diciotto metri e largo 4,5 metri, che da una prima valutazione da parte del dottor professionista Cristiano Alfonso, archeologo subacqueo del Dipartimento dei Beni Culturali dell'Università del Salento, è stato datato in un periodo compreso tra il dodicesimo e tredicesimo secolo.
Una scoperta importante, portata alla luce dal pescatore professionista Pasquale De Braco, già consigliere della stessa Amp. Il sensazionale ritrovamento aggiunge un importante tassello alla storia di questo tratto di costa, già contrassegnato da altri reperti storici e caratterizzata da un intenso traffico marittimo. L'imbarcazione storica, considerate anche le vicinanze al villaggio di pescatori di età medioevale di Porto Cesareo, "potrebbe chiarire significativi aspetti del paesaggio costiero in epoca medioevale e contribuire alla ricostruzione storica del luogo", afferma Cristiano Alfonso.
Del ritrovamento è stato informato anche il Dottor Luigi La Rocca, soprintendente per i Beni Archeologici della Puglia. Il Presidente dell'Area Marina Protetta Porto Cesareo, Remì Calasso, intanto, si è detto entusiasta della scoperta e soprattutto della proficua collaborazione tra il Dipartimento di Archeologia dell'Università del Salento e l'Area Marina Protetta Porto Cesareo, che ormai da anni porta avanti azioni di ricerca e valorizzazione del patrimonio storico culturale. "Siamo davvero entusiasti e felici - ha detto Calasso insieme a Paolo D'Ambrosio, direttore dell'Amp. - Ormai da anni portiamo avanti azioni sinergiche di ricerca e valorizzazione del patrimonio storico culturale dell'Area, e quando si raggiungono risultati simili, seppur casuali come avvenuto in quest'ultimo caso, non possiamo che gioire. Riportare alla luce un passato glorioso che testimonia come questo territorio sia davvero unico - concludono - è la prova schiacciante di quello che predichiamo da tempo. Non c'è più tempo da perdere, anche la valorizzazione storico-archeologica del territorio e delle acque Cesarine può fornire al turismo un importante impulso per il miglioramento e la destagionalizzazione".

Metropolis, un tempio per Zeus Kerzimos

Visione aerea del tempio di Zeus a Metropolis (Foto: AA)
E' stato scoperto un tempio dedicato a Zeus nell'antica città greca di Metropolis, vicino al quartiere turco di Torbali di Izmir (Smirne). La storia della città risale al Tardo Neolitico, attraverso il periodo classico, fino all'epoca ellenistica, romana, bizantina ed ottomana.
Finora gli archeologi hanno scavato un antico teatro, un edificio in cui si riuniva il consiglio cittadino, un criptoportico, due bagni pubblici, una palestra, case, botteghe e strade di epoca romana. Il sito ha restituito, inoltre, decine di migliaia di monete, pezzi di vetro, frammenti architettonici, sculture, ossa, resti di avorio e di opere d'arte. Dagli scavi sono emerse anche le colonne, un altare e un piedistallo che indicano il luogo in cui vi era un edificio di culto dedicato a Zeus.
Gli archeologi hanno anche appurato che Zeus era adorato, a Metropolis, con il nome di Krezimos, appellativo finora sconosciuto del signore dell'Olimpo. Si ritiene che Krezimos voglia dire "Zeus che protegge, che porta abbondanza e ricchezza (alla città di Metropolis)". Kerzimos è simile al termine "crescere". Gli archeologi ritengono che il culto di Zeus Krezimos sia iniziato al II secolo a.C. e si sia protratto per tutto il periodo romano della città.
Serdar Aybek, Professore presso la Manisa Celal Bayar University e responsabile degli scavi a Metropoli, ha individuato un settore della città dedicato al culto e ai riti delle divinità greche. Inoltre il Professor Aybek è sicuro del fatto che il culto di Zeus Krezimos esisteva solo a Metropolis.

Scoperta una nuova sepoltura a Pella

L'ingresso della sepoltura macedone di Pella
(Foto: Ministero Greco della Cultura)
A Pella è stata trovata una tomba macedone composta da quattro camere. Sono intervenuti immediatamente gli archeologi della Soprintendenza alle Antichità di Pella, che hanno studiato la sepoltura insieme a 18 tombe a cista presenti nel cimitero orientale di Pella, antica capitale del regno macedone.
La nuova sepoltura ha un'architettura estremamente interessante. Oltre alla sala centrale, dotata di anticamera, e di una camera principale, la sepoltura comprende altre due camere poste a nord e a sud dell'anticamera. Il tetto a volta della sala principale con pareti alte fino a 2,5 metri è andato distrutto. Le volte delle camere laterali, al contrario, sono ben conservate. All'interno della camera funeraria posta a sud c'è una sorta di piedistallo di pietra sul quale era stata collocata la bara del defunto. L'ingresso alla camera nord era protetta da una barriera di cui si è conservato solo il blocco inferiore.
La parte est della sepoltura e la sua facciata non sono ancora state studiate anche se quanto rimane dell'architettura suggerisce che la facciata doveva essere monumentale, completata da un frontone in cima. Internamente l'anticamera era originariamente chiusa da una porta in legno di 2,70 metri di altezza e della larghezza di 1,30 metri. La sepoltura risulta saccheggiata già dall'antichità, come la maggior parte delle tombe macedoni. Sulla base di quanto è rimasto del corredo funebre, gli archeologi hanno datato la tomba al III secolo a.C.
Una delle anticamere della tomba scoperta a Pella
(Foto: Ministero Greco della Cultura)

domenica 27 dicembre 2015

Castelli e...vecchi merletti: la ex Commenda di Malbork

La Porta d'Oro del castello di Malbork dove,
il 18 novembre 1330, venne assassinato il Gran
Maestro Werner von Olsen
Il castello dell'Ordine Teutonico che sorge a Malbork, in Polonia, aveva un tempo la fama di non essere mai stato conquistato. Le mura medioevali del castello hanno visto numerose battaglie e l'assassinio del Gran Maestro dell'Ordine Teutonico Werner von Orseln per mano di un cavaliere considerato folle, Johan von Endorf. Alcuni particolari di quest'omicidio, analizzati dagli esperti, hanno sollevato dubbi sulla colpevolezza e la follia di von Endorf.
Il castello di Malbork è la classica fortezza medioevale. Venne iniziato nel 1270 e completato nel 1406 ed è diventato il più grande castello in mattoni al mondo. Sorge sulla sponda orientale del fiume Nogat, accessibile, un tempo, alle navi mercantili e alle chiatte, era inizialmente un convento e venne trasformato in castello solo in un secondo momento. Dal 1994 è diventato un monumento storico della Polonia e patrimonio dell'Umanità dell'Unesco, gestito dal National Heritage Board, ospita, al suo interno anche un museo. Dopo più di 600 anni resta il più grande castello al mondo per superficie. Nelle vicinanze della possente fortezza i Cavalieri Teutonici costruirono la città di Marienburg che i Polacchi, in seguito, rinominarono Malbork.
Il Gran Maestro Werner von Orseln proveniva dalla nobile famiglia dei conti di Falkenstein di Oberursel, vicino Francoforte sul Meno, in Assia. Secondo fonti storiche si unì ai Cavalieri Teutonici nel 1312 e ricoprì la carica di Komtur a Ordensburg, vicino ai confini dello Stato dell'Ordine in Polonia con il Granducato di Lituania.
Nel 1314 il Gran Maestro Karl von Trier nominò von Olsen Grand Komtur del Castello di Malbork. Durante un colpo di stato nella enclave dei Cavalieri Teutonici in Polonia, von Orseln, sostenne il Gran Maestro von Trier e venne mandato in esilio con lui. Tornò a Malbork nel 1319 con l'obiettivo di ripristinare la disciplina gerarchica all'interno dell'Ordine. Dopo la morte del Gran Maestro Karl von Trier, il Capitolo dell'Ordine Teutonico scelse von Orseln come Gran Maestro. Era il 6 luglio 1324.
All'indomani della sua elezione a Gran Maestro, von Orseln fu costretto ad avviare negoziati con il re
Il castello di Malbork visto dalla riva opposta del fiume Nogat
(Foto: Wikipedia)
Ladislao I di Polonia. I negoziati erano imperniati sul possesso delle terre di Pomerania, che i Cavalieri Teutonici avevano annesso alla loro enclave dopo l'acquisizione di Danzica nel 1308. I negoziati con la Polonia non produssero, però, alcun risultato soddisfacente, per cui i Cavalieri Teutonici si prepararono alla guerra con la Polonia.
Von Orseln venne assassinato al castello di Malbork proprio durante le operazioni belliche. Il suo assassino, il Cavaliere Teutonico Johan von Endorf, aveva commesso molti crimini in passato. I documenti storici lo ricordano con diversi nomi: Eindorf, Endorf, Gindorf, Dyngdorff, Biendorf, Grondorp, Grondorf e finanche Stille. Le sue origini sono poco chiare. Il 18 novembre 1330 Endorf era arrivato al castello di Malbork ed era riuscito ad ottenere un colloquio con il Gran Maestro von Orseln, colloquio che si svolse in privato. Endorf venne, poi, invitato a raggiungere le sue stanze private e per questo si lamentò con il comandante dell'Ordine a Klaipeda e chiese al Gran Maestro di avere assegnate altri appartamenti. Orseln accettò le richieste e gli ordinò di tornare alla Commenda. Quando la campana della cappella del castello suonò annunciando il vespro, von Orseln si recò nella chiesetta a pregare con grande disappunto di Endorf. Dopo le preghiere del vespro, von Orseln, all'uscita della cappella, venne circondato da diverse persone, Endorf uscì dal vicino portico, dove si era nascosto nell'ombra, e lo accoltellò più volte. Werner von Orseln morì un'ora dopo.
Sala interna del castello (Foto: Wikipedia)
Molte sono le ipotesi sulle cause e sullo svolgersi degli eventi di quel 18 novembre. Gli storici sostengono che vi sia un documento redatto, poco dopo l'omicidio, dai vescovi prussiani Rudolf di Pomerania, Henry di Warmia e John Samland, che hanno avuto accesso alle testimonianze di chi fu spettatore del tragico evento. Secondo questo documento Endorf aveva lasciato volontariamente il castello per recarsi a Klaipedia dopo una discussione on un Komtur locale. Un messaggero l'aveva, poi, raggiunto per convincerlo a tornare a Malbork, ma Endorf lo aveva minacciato con un coltello, per cui il messaggero tornò alla Commenda.
Secondo un documento pubblicato il 21 novembre 1330, appena tre giorni dopo l'omicidio di von Orseln, Endorf era stato dichiarato colpevole e si era detto che soffriva di una malattia mentale. Tuttavia una serie di fatti destarono e destano dubbi sulla reale malattia mentale di Endorf. Il primo dei fatti strani inerenti la morte di von Orseln e la colpevolezza di Endorf è che le informazioni in merito alle circostanze dell'omicidio vennero fornite dai vescovi prussiani e non dai cavalieri dell'Ordine Teutonico. Il documento venne redatto piuttosto in fretta ed altrettanto frettolosamente venne reso pubblico. Con la stessa velocità, von Orseln venne seppellito nella cattedrale di Marienwerder.
Per quel poco che si sa su Endorf, da fonti diverse da quelle "ufficiali", egli non era pazzo. Se fosse stato pazzo avrebbe ucciso von Orseln in un momento qualsiasi, attaccandolo all'improvviso, impulsivamente, magari durante il colloquio privato che ebbero al castello, o durante le preghiere. Inoltre se l'omicidio di von Orseln fosse stato commesso da un altro cavaliere dell'Ordine Teutonico, voleva dire che c'erano dei giochi di potere all'interno dell'Ordine che avrebbero portato, dopo la morte del Gran Maestro, all'elezione dell'uno o dell'altro. Ciò non accadde. Gli storici si sono chiesti se, in realtà, sia stato qualcun altro ad uccidere von Orseln.
Alcuni studiosi hanno affermato che a volere la morte del Gran Maestro siano stati i nobili di Polonia e Lituania, ma è anche possibile che egli sia stato ucciso da un abitante della Livonia (regione storica lungo le coste orientali del Mar Baltico) in obbedienza ad un ordine dell'Arcivescovo di Riga, nemico dell'Ordine.
La verità, forse, non verrà mai a galla. Comunque Endorf venne condannato al carcere a vita, anche se alcune fonti sostengono che restò in prigione per un tempo piuttosto breve.

sabato 26 dicembre 2015

Le festività romane di dicembre - 2

Statua di Saturno al Museo
del Bardo
Anche Tellus veniva onorata in dicembre. La si celebrava nel suo tempio sulle Carinae, nei pressi dell'attuale chiesa di S. Andrea in Portogallo, votato dal console Publio Sempronio Sofo nel 268 a.C., durante un terremoto nel corso della guerra contro i Piceni. Il tempio venne edificato sul luogo dove sorgeva, un tempo, la casa di Spurio Cassio, condannato a morte del 485 a.C. con conseguente distruzione della sua abitazione.
I Consualia erano, senza dubbio, i riti più solenni dell'anno. Nel Circo Massimo si tenevano corse dei carri ai quali erano aggiogati sia muli che cavalli. Era un giorno di riposo per gli animali da lavoro. Gli altri Consualia si svolgevano in agosto.
I Saturnalia, secondo alcuni, furono istituiti nel 497 a.C., in occasione della consacrazione del tempio di Saturno nel Foro. Nel rito erano compresi anche gli Opalia, i Divalia e i Larentalia, tutte feste connesse con il significato di fine d'anno dei Saturnalia. In questi giorni veniva ristabilita l'eguaglianza tra gli uomini liberi e gli schiavi, simile a quella che vi era nell'Età dell'Oro, della quale Saturno era il signore. I padroni mettevano il pileus, il berretto degli schiavi liberati e questi erano serviti a tavola dai loro padroni. Ci si scambiavano doni alimentari, statuine e ceri che sostituivano i sacrifici umani che, in origine, erano fatti a Saturno. L'oracolo di Dodona, infatti, aveva consigliato ai Pelasgi di tornare alla loro terra d'origine.
I Saturnalia erano un punto di rottura tra l'anno vecchio e quello nuovo, che sarebbe iniziato dopo i riti di gennaio e febbraio. La statua di Saturno, nel primo giorno dei Saturnalia, veniva liberata dai compedes, le catene alle caviglie portate dagli schiavi. In questo modo il dio era liberato e messo in condizione di agire.
Prima che fosse eretto il tempio di Saturno, vi era un'ara molto antica dedicata dagli Aborigeni al dio. Quest'ara era scavata nel tufo della piana che diventerà, più tardi, il Foro Romano e veniva detta in imo Clivo Capitolino, dal momento che era situata alla base del Capitolium. Quest'ara era da identificarsi con il Volcanal.
Il tempio di Saturno venne eretto all'inizio della Repubblica. La data più accreditata è il 498 a.C., anche se alcuni autori lo collocano, nella sua prima forma, all'età di Tullo Ostilio o di Tarquinio Prisco. Sotto la soglia del tempio si conservavano, secondo la tradizione, le ceneri di Oreste, che significavano potere e vittoria, e uno dei sette Pignora Imperii di Roma. Nel tempio di Saturno era custodito l'aerarium di Roma, posto sotto la protezione del dio.
Saturno deriva il suo nome dalla radice indoeuropea *sat, da cui derivano, in latino, satis e satur, termini che indicano la pienezza e la soddisfazione, l'abbondanza dei campi coltivati grazie proprio alle tecniche insegnate dal dio. Per questo Saturno veniva rappresentato "armato" di falcetto, collegato con la raccolto di quanto prodotto dai campi, Saturno era assimilato, in qualche modo, a Dis Pater, il "ricco padre", identificato, a sua volta, con Pluto, signore degli Inferi, il cui nome significa "ricchezza". Le due divinità, tra l'altro, avevano due are vicine nella piana in cui sorgerà il Foro Romano.
Secondo gli autori romani, il culto di Saturno risaliva ad un tempo molto antico. Saturno venne accolto nel pantheon romano grazie al re sabino Tito Tazio, anche se lo si onorava da gran lungo tempo, addirittura prima della nascita di Roma, poiché la sua comparsa nel Lazio era collegata alla discesa di popolazioni dall'Umbria o dal reatino (i Siculi). La paredra di Saturno era Ops, l'Abbondanza, divinità anch'essa arcaica, dal momento che i suoi riti erano celebrati nella Regia.
Saturno era il dio che aveva portato la civilizzazione per eccellenza, colui che aveva iinsegnato agli abitanti dell'epoca la coltivazione della terra. Durante questo periodo, definito Età dell'Oro, uomini e dèi vivevano insieme sulla terra. Saturno, in seguito, lasciò al figlio Picus, divinizzato dagli Aborigeni, il regno, scomparendo e portando con sé anche il termine dell'Età dell'Oro. Da Picus, attraverso molte generazioni, nacque re Latino e qui si innesta il mito di Enea.
La connotazione originaria del dio romano in seguito identificato con Saturno, era diversa da quella del Saturno greco. Nell'Età dell'Oro, secondo la tradizione italica, la terra donava i suoi frutti con abbondanza e le messi crescevano rigogliose. Gli dèi vivevano con gli uomini e la guerra era sconosciuta. Il Saturno italico era il dio dell'ordine che nasce dal Caos primordiale. Aveva fondato la città di Saturnia e aveva fatto di Picus il primo re della storia romana. Ancor prima di Romolo.
Alla fine la scomparsa di Saturno venne considerata come una vera e propria morte. Il dio moriva per risorgere come bambino. Fu Janus ad ereditare da Saturno, una volta acquisito il potere sul Campidoglio, le caratteristiche di Dio dell'anno. In questo modo Janus si identificò completamente nel dio che apre il calendario.
A Saturno si collegò, in seguito, la metrica dei festeggiamenti, il ritmo saturnio, tipico dei sacerdoti Salii. Istituiti, originariamente, per la dea etrusca Turan, legati alla ricchezza derivante dalla posizione economicamente favorevole sul corso del Tevere, i Salii derivarono il loro nome dal sale, primo oggetto di commercio nell'area intorno al Tevere. 

Le festività romane di dicembre - 1

Il dicembre dei Romani era dominato dalla festa dei Saturnalia, attorno alla quale ruotavano le feste di tutto il mese. Si trattava, del resto un pò come oggi, di un mese di attesa: il lavoro dei campi si fermava e l'uomo era libero dalle attività quotidiane. In questo mese sono le divinità connesse con la ricchezza a guadagnare la scena. Si trattava della ricchezza del farro e del grano, ma anche della ricchezza spirituale che guardava, con una certa nostalgia, all'Età dell'Oro di Saturno, quando sia uomini che animali vivevano senza fatica.
Perché gli dèi possano favorire Roma, preservandone la ricchezza e la potenza, i Romani dovevano rinnovare il patto con loro. Si trattava di un patto segreto incentrato sul nome segreto di Roma e del suo Nume tutelare, forse la dèa Angerona, la divinità del silenzio, celebrata - non a caso - nel Solstizio d'Inverno, il punto dell'anno in cui il Sole che muore passa il testimone al Sole che rinasce.
Nel primo terzo del mese di dicembre, i Romani celebravano le due Gaie, Gaia Cecilia (vale a dire Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco) e Gaia Fufezia, la Vestale che donò ai Romani le sue proprietà terriere in Campo Marzio e celebrano anche Bona Dèa, una forma della Grande Madre, il cui nome era segreto come segreto era il suo culto.
Nel secondo terzo del mese, dopo la festa del Septimontium, celebrata dai montanes in opposizione ai Paganalia di gennaio, celebrati dagli abitanti dei colles, si svolgevano i riti dedicati a Consus e a Saturno. I Ludi dedicati a Consus erano considerati i più importanti dell'anno, durante i quali veniva scoperto l'altare sotterraneo dedicato al dio nel Circo Massimo. Saturno era considerato il re dell'età mitica della pace e iniziatore alle attività agricole. Il rito di Saturno, secondo alcuni, era stato istituito da Ercole sull'Ara Saturnia.
Gli ultimi giorni di dicembre erano consacrati a divinità femminili quali Ops, paredra di Saturno e personificazione della pienezza, e ad Acca Larentia, che dispensavano ricchezza e potere. A loro si contrapponeva Diva Angerona, connessa alla fine del ciclo solare.
La festa di Bona Dèa cadeva il 4 del mese di dicembre. Si trattava di un rito molto antico, precedente l'istituzione del calendario a date fisso. Bona Dèa veniva celebrata dalle Vestali nella casa di un magistrato dotato di imperium. Costui, però, doveva uscire dall'edificio insieme a tutti i maschi, dal momento che il rito era precluso agli uomini, oltre che ad essere segreto, come il vero nome di Bona Dèa.
A Gaia non era dedicato alcun tempio. Nel suo aspetto di Gaia Fufezia divise il suo tempio con Tiberinus. A Roma si conoscevano due Gaie: Gaia Caecilia, nome romano di Tanaquilla, moglie di Tarquinio Prisco, e Gaia Fufezia o Gaia Taracia. Gaia Caecilia/Tanaquilla indusse il marito Tarquinio Prisco ad impossessarsi del titolo di re. Era il punto di riferimento delle spose romane per la sua probità, a lei si faceva risalire la formula matrimoniale "Ubi tu Gaius ego Gaia". Gaia Fufezia, invece, era una Vestale che donò ai Romani il Campo Tiberino, altro nome del Campo Marzio, ricevendo, dal Senato, l'onore di godere di privilegi maschili, tra i quali quello di poter lasciare il sacerdozio per sposarsi, di fare testamento e di avere una statua edificata a spese dello Stato.
Il Campo Tiberino faceva parte dell'ager Tarquiniorum, il territorio (attualmente compreso nella zona del Flaminio fino al ponte Milvio) appartenente ai Tarquini. Le spighe di questo campo, secondo la tradizione, vennero gettate nel Tevere dove, ammassatesi, formarono l'Isola Tiberina. Qui avevano il loro tempio Vediovis, Faunus ed Aesculapius.

giovedì 24 dicembre 2015

Esplorazioni subacquee nell'antico porto di Corinto

Gli archeologi esplorano una parte del canale che immetteva nel porto
dell'antica Corinto (Foto: V. Tsiairis)
Scavi subacquei condotti a Lechaion, nell'antica città portuale, parzialmente sommersa, di Corinto, hanno rivelato un'infrastruttura di più di mille anni fa. Corinto era una città tra le più potenti economicamente e militarmente in epoca sia greca che romana e bizantina. La città godeva di una posizione invidiabile, posta com'era nell'angolo nordest del Peloponneso.
La città di Corinto venne costruita a tre chilometri circa dal mare, in posizione vantaggiosa, unendo due città portuali come Lechaion, sul Golfo di Corinto e Kenchreai, sul Golfo Saronico. La maggior parte della ricchezza della città derivava proprio dal commercio marittimo che passava attraverso i suoi due porti. I moli ed i magazzini di Corinto furono pienamente attivi dal VI secolo a.C. al VI secolo d.C.
Il Lechaion Harbour Project (LHP), una collaborazione tra la Soprintendenza alle Antichità subacquee in Grecia, l'Università di Copenhagen e l'Istituto Danese di Atene, ha iniziato ad esplorare il porto principale di Corinto, ora sommerso. Gli scavi sono stati avviati su vasta scala, con un sondaggio condotto con apparecchiature digitali. Finora sono stati scoperti due moli monumentali costruiti in conci, un frangiflutti e un canale di ingresso che conduce a tre bacini portuali interni di Lechaion.
I cassoni in legno esplorati dagli archeologi (Foto: V. Tsiairis)
Nel 2015 gli scavi si sono concentrati su due aree. La prima di queste è un raro esempio di molo risalente al primo periodo bizantino, costruito servendosi di sei cassoni di legno ben conservati e dipanati su 57 metri di lunghezza. Il secondo è un canale in pietra allineato lungo l'ancora poco esplorato porto interno di Lechaion. Sono state trovate diverse strutture monumentali che dimostrano la ricchezza dell'antica città di Corinto. La scoperta dei cassoni in legno ha sorpreso gli archeologi, essi sono stati utilizzati come chiatte con il preciso scopo di essere affondati con il carico di cemento che essi contenevano. Sono stati progettati e costruiti per formare una solida base adatta a contrastare la forza del mare in questo tratto di costa estremamente esposto.
Gli ingegneri romani impiegarono una tecnologia analoga a Cesarea Marittima, in Israele, alla fine del I secolo a.C., ma quelli di Corinto sono i primi esempi del genere mai scoperti in Grecia. 

mercoledì 23 dicembre 2015

Riapre la tomba di Maia/Meritaten, sorella/nutrice di Tutankhamon

Dipinti e iscrizioni nella tomba di Maia (Foto: Ministero per le Antichità)
I ricercatori pensano che il giovane faraone Tutankhamon sia stato allattato da una donna di nome Maia, che potrebbe essere anche sua sorella. La sepoltura di questa misteriosa nutrice sarà presto aperta per la prima volta al pubblico dal giorno della sua scoperta, nel 1996, rivelando incisioni e antichi affreschi.
La sepoltura di Maia si trova a Saqqara, a 20 chilometri da Il Cairo, ed è stata scoperta venti anni fa dall'archeologo francese Alain Zivie, capo della missione francese a Bubastis. All'interno della tomba è stato trovato, durante la pulizia per la sua riapertura, un frammento di vaso con la scritta di un titolo: "Grande dell'harem", per questo i ricercatori ritengono che Maia non fosse solamente la balia di Tutankhamon, ma anche una donna di alto rango sociale, probabilmente la sorella maggiore del faraone, nota anche come Maya, Matia o Meritaten.
Busto di Meritaten (Foto: CC BY-SA)
I ricercatori hanno fatto riferimento ad una scena rappresentata nella sepoltura di Maketaton, figlia di Akenaton, a Tell el Amarna. Nella scena Meritaten appare con un bambino in braccio mentre lo allatta al seno e probabilmente questo infante è il futuro faraone Tutankhamon. Le raffigurazioni dei due fratelli presenti nella tomba di Maia li mostrano molto somiglianti.
La tomba di Maia, riccamente decorata, è composta da tre camere ed una scala che scende in una camera sepolcrale. La prima delle camere è dedicata alla vita della donna, la seconda reca rappresentazioni dei riti di sepoltura di Maia, con assistenti che portano offerte. La terza camera, la più grande, contiene quattro pilastri decorati con immagini della balia reale. La camera sepolcrale, raggiungibile tramite la rampa di scale, è poco decorata.
In epoca greca prima e romana poi, la sepoltura venne riempita con pietre e materiale da costruzione. Maia è conosciuta con gli appellativi di "nutrice del re", "Grande dell'harem", "educatrice del corpo del dio". La discendenza di Maia è sconosciuta e non si sa molto neanche della stessa donna, tranne le iscrizioni e le immagini della sepoltura. Tutankhamon è più volte citato nelle iscrizioni.
Gli archeologi stanno ancora cercando la mummia di Maia/Meritaten e si chiedono se, per caso, non sia stata collocata in una delle stanze segrete della tomba di suo fratello, scoperte di recente. La tomba di Maia aprirà ufficialmente al pubblico il mese prossimo.
Busto del faraone fanciullo Tutankhamon, trovato nella sua sepoltura nel 1922 (Foto: CC BY 2.0)

Trovata la sepoltura di un bambino Okanev

La sepoltura infantile trovata in Russia (Foto: Yuri Esin)
Misteriose, piccole statuette sono state scoperte nella sepoltura di un bambino vissuto e morto 4500 anni fa. Si pensa che queste piccole statue fossero dei giocattoli o una sorta di oggetti utilizzati per allontanare gli spiriti maligni. La scoperta è stata fatta sulla riva nordovest del lago di Itkul, nel bacino Minusinsk, in Russia.
I resti del bambino giacevano in una culla di corteccia di betulla. I ricercatori pensano che avesse meno di un anno, al momento della morte. Sul petto del bimbo gli archeologi hanno recuperato otto statuette con corna raffiguranti personaggi che sembrano essere un incrocio tra uomini e animali (alci, cinghiali, uccelli). Le figurine sono state ricavate da corna di cervo e sono state dipinte con ocra rossa.
Uno degli elementi più interessanti ritrovati nella sepoltura del bambino è un copricapo che doveva essere legato con lacci di pelle. Il copricapo è composto da 11 piccole placche di rame. Dieci di loro sotto di forma ovale, di diametro di 1,5 centimetri. Sul lato sinistro del cranio, inoltre, gli archeologi hanno ritrovato anche un orecchino.
Petroglifi della cultura Okunev visibili nel Museo Nazionale della
Repubblica di Khakassia
Alcuni ricercatori ritengono che alcune delle figurine trovate nella sepoltura del lago Itkul abbiano delle cavità interne in modo da produrre dei suoni, al pari dei moderni sonagli. Forse le figurine erano appese alla culla del bambino. Altri ricercatori pensano che si tratti, invece, di amuleti che dovevano proteggere il piccolo dalle forze oscure. Può darsi, anche, che servissero semplicemente ad accompagnare il bambino nel suo viaggio nell'aldilà.
Il piccolo ospite della tomba non è stato seppellito in una fossa separata, ma è stato rinvenuto in un tumulo chiamato kurgan, sepolto con molte altre persone che appartenevano tutte alla cultura Okunev. Questa popolazione era solita raffigurare i loro animali e gli aspetti della vita della loro vita quotidiana. Le raffigurazioni erano solitamente collegate alla mitologia.
La cultura Okunev è datata alla prima metà del II millennio a.C. ed era dislocata, secondo i ritrovamenti archeologici, nella Siberia meridionale. Le strutture sepolcrali solo le emergenze meglio conservate di questa cultura. Sono composte da piccoli recinti di superficie rettangolare, realizzati in lastre di pietra collocate verticalmente nel terreno. All'interno di questi recinti erano collocate le tombe rivestite con lastre di pietra.
Gli artigiani della cultura Okunev avevano imparato a produrre il rame e il bronzo, dal quale ricavavano lame, pugnali, asce e punte di lancia, nonché ami da pesca ed elementi ornamentali. Erano molto abili anche nel creare strumenti in pietra e in osso.

domenica 20 dicembre 2015

Scavi sull'isola di Cipro

Ceramica bicroma da Dromolaxia-Vizakia
(Foto: Cypriot Department of Antiquities)
Una squadra di archeologi svedesi dell'Università di Goteborg sta scavando, dal giugno di quest'anno, un sito dell'Età del Bronzo, Dromaolaxia-Vizakia (Hala Sultan Tekke (nei pressi dell'aeroporto internazionale di Larnaka.
Si stima che il sito dove sorgeva quest'antica città copra una superficie tra i 25 e i 50 ettari. Solo una piccola parte della città, che risale al XVI secolo a.C. o anche prima, in base alle analisi dei reperti in ceramica, è stata finora scavata. Verso la metà del XII secolo a.C. la città venne distrutta ed abbandonata, per essere rioccupata in seguito.
Scarabeo della XIX Dinastia da
Dromolazia-Vizakia
(Foto: Cypriot Department of Antiquities)
La spedizione svedese ha scoperto un'altra parte della città finora sconosciuta di Dromolaxia-Vizakia. Si tratta di un quartiere finora rimasto nascosto e individuato grazie all'uso di sofisticati apparecchi per le indagini aeree e di un manetometro. La prospezione geofisica era stata già condotta nel 2010, nel 2012 e nel 2014. I risultati, corroborati dalle recenti indagini, hanno dimostrato che la città si estende molto più di quanto si sia sempre ritenuto.
Secondo i risultati delle analisi sui reperti in ceramica, la città era sicuramente occupata nel XII secolo a.C., anche se alcuni campioni hanno restituito, all'indagine con il radiocarbonio, una datazione antecedente. Sono state trovate anche le tracce di più distruzioni dovute ad eventi catastrofici avvenuti a partire dal 1200 a.C.
Negli scavi del 2015 è stato trovato un muro ancora in situ, appartenente, si pensa, ad una cinta muraria, poiché le sue dimensioni sono diverse da quelle delle mura utilizzate per edifici civili. Se il muro sarà riconosciuto come parte di un'opera difensiva, si tratterà del primo del suo genere a Dromolaxia-Vizakia.
Negli scavi sono stati trovati anche proiettili di piombo, vasi di alabastro e piccole quantità di ceramica di origine egiziana evidentemente importati in epoca micenea. Alcune ricche sepolture hanno restituito ricchi reperti quasi intatti, tra i quali vasi in ceramica di alta qualità del periodo Tardo Cipriota.

Trovata una lastra di marmo incisa sul Mare di Galilea

La lastra di marmo incisa trovata a Kursi, sul Mare di Galilea
(Foto: University of Haifa)
Gli scavi archeologici a Kursi, sulle sponde orientali del Mare di Galilea, hanno rivelato un'iscrizione ebraica incisa su una grande lastra di marmo di circa 1600 anni fa. Finora non è stato trovato un simile oggetto in Israele e quest'evento conferma che Kursi era una località piuttosto antica, insediamento prima ebreo o giudeo e poi cristiano. Gli scavi sono condotti dal Dottor Haim Cohen e dal Professor Michal Artzy dell'Università di Haifa.
Già dal 1960 si sapeva dell'esistenza di un antico insediamento sulla riva nordest del Mare di Galilea, grazie Mendel Nun del Kibbutz Ein Gev che, insieme al Professor Avner Raban dell'Università di Haifa, trovò i resti di un frangiflutti artificiale al di sotto della superficie del lago. Nelle loro indagini i due ricercatori notarono anche alcune pietre parte, forse, di un edificio pubblico. Non lontano, inoltre, vennero in seguito trovati i resti di una città le cui caratteristiche fanno pensare ad un insediamento cristiano-bizantino (V secolo d.C.).
Nel 1980 l'intero sito è diventato Parco Nazionale di Kursi, dal nome di un villaggio siriano che esisteva precedentemente nelle vicinanze. Si tratta, forse, della Kursi menzionata nel Talmud ebraico come "Terra dei Geraseni", un villaggio visitato anche da Gesù Cristo durante i suoi viaggi attorno al Mare di Galilea e dove avrebbe cacciato dei demoni obbligandoli ad "impadronirsi" di un branco di maiali.
Un forte abbassamento del livello del Mare di Galilea ha permesso ai ricercatori dell'Università di Haifa di effettuare degli scavi a Kursi. Immediatamente ci si è resi conto che l'antico porto era molto più grande di quanto si fosse pensato in precedenza. E' stata recuperate una parte dell'insediamento bizantino mentre si è quasi certi che l'antica città di Sussita, ancora in fase di scavo e non lontana da Kursi, abbia utilizzato i servizi del porto di quest'ultima.
La lastra di marmo appena ritrovata è un pezzo unico di dimensioni 170 x 70 centimetri, recante un'iscrizione in lingua aramaica e lettere ebraiche. Alcune parole sono state già decifrate dagli studiosi. Si tratta dei termini "amen" e "marmaria", quest'ultimo - forse - indicante il marmo, anche se alcuni ricercatori ritengono che possa riferirsi ad un rabbino. L'iscrizione risalirebbe al 500 d.C. e suggerisce che il sito era sicuramente ebraico o, forse, di popolazione mista. La presenza di un sito ebraico sulle rive orientali del Mare di Galilea è un fenomeno molto raro.
I ricercatori ritengono che Gesù Cristo visitò Kursi dopo aver attraversato il Mare di Galilea. Kursi era l'unico porto della zona e gli archeologi pensano di poter identificare la città con la Kursi del Nuovo Testamento. L'iscrizione trovata testimonia delle radici ebraiche della colonia ed è il primo caso, in Israele, di iscrizione su marmo proveniente dalla Grecia. La lastra marmorea è stata rinvenuta all'ingresso di una stanza interna di un edificio che, con tutta probabilità, serviva da sinagoga.

I Romani in Canada?

La spada cerimoniale romana che sarebbe stata trovata al largo
dell'isola di Oak (Foto: investigatinghistory.org)
E' di questi giorni quella che è stata annunciata come una scoperta sorprendente: una spada cerimoniale romana, parte di un antico relitto naufragato, sarebbe stata trovata sull'isola di Oak, al largo del Canada. Se fosse accertata la genuinità del ritrovamento, si potrebbe pensare che i Romani abbiano visitato il nord America ben prima di Cristoforo Colombo.
La notizia del ritrovamento è apparsa in esclusiva su The Boston Standard ed è frutto delle ricerche di due fratelli del Michigan impegnati in una serie televisiva per History Channel. J. Hutton Pulitzer, ricercatore e sperimentatore storico capo, unitamente ad altri accademici ha compilato un documento inerente il ritrovamento, documento che sarà pubblicato nel 2016.
L'isola di Oak è teatro, sin dal 1795, di una delle più grandi cacce al tesoro della storia che continua tuttora. Molti sono coloro che si sono cimentati nella ricerca di questo tesoro, sepolto in una radura interna dell'isola, pare, da alcuni pirati ma finora non ne è venuto fuori molto. Recentemente, però, pare sia venuto alla luce un altro tipo di tesoro. Si pensa che un vascello romano abbia fatto naufragio al largo dell'isola di Oak con tutto il suo carico. Dal vascello sarebbe stata recuperata una spada cerimoniale romana in ottime condizioni di conservazione. Il tutto sarebbe avvenuto diversi decenni fa.
Esempio di umbone di scudo romano come quello che sarebbe stato
trovato in Nuova Scozia (immagine puramente indicativa)
Pulitzer ha dichiarato al The Boston Standard che la spada è stata recuperata da due pescatori, padre e figlio, e che il ritrovamento è rimasto segreto perché il padre temeva che sarebbero incorsi in sanzioni a causa delle severe leggi della Nuova Scozia sul recupero di tesori da navi naufragate. I parenti del pescatore, oramai deceduto, si sono recentemente fatti avanti per rivelare la preziosa scoperta del loro congiunto ai ricercatori.
Pulitzer ha effettuato alcuni test sulla spada, che hanno rivelato che essa era composta di arsenico e piombo, gli stessi componenti che entrano a far parte di manufatti simili di età romana. Il ricercatore ha anche affermato che il relitto si troverebbe ancora nel luogo dove è naufragato, che sono state effettuate delle ricerche e che è stato avvistato. Ora si attendono solo i permessi necessari per recuperarlo e recuperare, con esso, anche quel che rimane del suo carico.
Primo piano dell'elsa della spada cerimoniale romana trovata al largo
dell'isola di Oak (Foto: investigatinghistory.org)
Pulitzer e i suoi collaboratori, consapevoli delle obiezioni che avrebbero mosso diversi studiosi scettici sulla presenza di Romani nel Nuovo Mondo, hanno raccolto diverse testimonianze a sostegno della loro tesi. Innanzitutto dei petroglifi scolpiti sulle pareti di una grotta in Nuova Scozia dagli indigeni Mi'kmaq che raffigurano quelli che, secondo Pulitzer, sono dei soldati romani in marcia con tanto di spade. Poi circa 50 parole in lingua Mi'kmaq derivano da termini nautici utilizzati dai marinai romani. Vi è, inoltre, una specie invasiva di pianta, la Berberis vulgaris, che cresce sull'isola di Oak e ad Halifax, che un tempo era utilizzata dai Romani per condire il cibo e prevenire lo scorbuto durante i viaggi in mare. Il "fischietto" di un legionario romano è stato trovato, nel 1901, sull'isola di Oak; un umbone di uno scudo romano è stato trovato in Nuova Scozia nella metà del 1800. Monete d'oro romane coniate a Cartagine sono state trovate sull'isola di Oak.
Mentre molto si è ipotizzato sul viaggio di antiche civiltà nel Nuovo Mondo prima di Colombo (Vichinghi, Cinesi, Greci), quelle appena menzionate sono, agli occhi di alcuni ricercatori, le prime prove convincenti che suggeriscono la presenza di marinai Romani in nord America.
Vedremo in futuro che ne verrà fuori.

Cina, trovata la tomba di una principessa Tuyuhun

La tomba della principessa Tuyuhun Huihua (Foto: Chinanews.com)
Gli archeologi cinesi hanno scavato, a Shaanxi, nel nordovest della Cina, una tomba di VI secolo d.C. in cui è stata sepolta una principessa appartenente ad una tribù nomade dell'antico Regno Tuyuhun. La sepoltura conteneva due scheletri e 166 manufatti, tra i quali oggetti in bronzo, statue di guerrieri ed animali e iscrizioni.
All'epoca (VI secolo d.C.) lo scenario storico e sociale era molto complesso, in Cina. Le tribù nomadi provenienti da insediamenti occidentali, si stabilirono nella parte orientale di Qinghai e qui fondarono la loro Dinastia o Regno, quello di Tuyuhun, appunto. La tomba di questa principessa nomade appena scoperta, risalente al 557-581 d.C., aiuterà gli studiosi ad approfondire la storia delle popolazioni nomadi della Cina.
Gli studiosi hanno dato già un nome a questa principessa, dedotto dagli oggetti ritrovati nella sua sepoltura. La principessa Tuyuhun si chiamava Huihua e la tribù alla quale apparteneva era legata al Regno Xianbei dei Monti Qilian e dell'alta valle del Fiume Giallo. Non si sa ancora a chi appartenga il secondo scheletro sepolto nella tomba.
Statua di un cammello trovata nella tomba della principessa scoperta
in Cina (Foto: Chinanews.com)
Quando, nel III secolo d.C., il Regno Xianbei si disintegrò, il Khan dei Tuyuhun guidò il suo popolo verso i pascoli del lago Qinghai. Nel 284 d.C. i Tuyuhun sottomisero circa cento tribù della zona, chiamate Qiang. Il 284 d.C. è considerato il primo anno della Dinastia Tuyuhun. I 60 figli del primo imperatore, il cui nome era Murong Tuyuhun, ampliarono ulteriormente il territorio dominato dal Regno Tuyuhun sconfiggendo il Regno Xia e il Regno occidentale Qin. Il Regno Xianbei, a questo punto, si fuse con il Regno Tuyuhun.
I due Regni uniti di Tuyuhun e Xianbei compirono numerose incursioni militari verso ovest, arrivando ai confini orientali del Kashmir e dell'Afghanistan. Alla fine il Regno Tuyuhun finì per comprendere la gran parte del Tibet, il Sichuan del nord, lo Shaanxi e il Qinghai orientale. Per la prima volta il Regno Tuyuhun unificò l'Asia inferiore, costruì e gestì la parte meridionale della Grande Via della Seta, promosse scambi commerciali e culturali tra l'est e l'ovest.
Quando il Regno Tuyuhun si disintegrò, nel 672 d.C., i Tuyuhun si divisero in due gruppi uno dei quali emigrò ad est, verso le montagne Qilian della Cina centrale mentre l'altro gruppo venne sottomesso dall'Impero Tibetano.
Gli appartenenti all'etnìa Xianbei sono sparsi su un vasto territorio che si estende dal nordovest fino alla parte orientale della Cina. La maggior parte di loro si stabilì nei pressi del monte Yin, vicino Ordos. Nel 946 il capo Xianbei Bai Chengfu venne assassinato. La leggenda racconta che era così ricco che i suoi cavalli avevano mangiatoie d'argento. Il Regno Tuyuhun è considerato, dagli studiosi, in modo separato dal resto della Cina. I Tuyuhun praticavano l'agricoltura e avevano anche un sistema di scrittura. Inoltre, come dimostra il corredo della principessa Huihua, avevano nozioni di metallurgia.

sabato 19 dicembre 2015

Visibile al pubblico il villaggio romano di Cavellas

Musealizzazione dei resti archeologici del villaggio romano di Casazza
(Foto: larionews.com)
A Casazza, in provincia di Bergamo, è stata riaperta al pubblico l'area archeologica di Cavellas, villaggio di età romana, sepolto per ben 14 secoli sotto i depositi alluvionali del torrente Drione. Il villaggio venne riportato alla luce circa trent'anni fa. I primi ritrovamenti, però, risalgono all'Ottocento, con il rinvenimento occasionale di alcune sepolture.
La frequentazione del villaggio è stata accertata per circa quattro secoli, tra il I e il V secolo d.C.. Gli scavi condotti dalla Soprintendenza Archeologica di Lombardia da circa trent'anni a questa parte, hanno permesso il ritrovamento di un settore del villaggio con tracce di spazi abitativi con mura in pietra e ambienti di forma quadrata e rettangolare.
A Casazza sono stati, poi, trovati resti di edifici separati da stretti corridoi e con ambienti nei quali sono emerse tracce della vita quotidiana del villaggio, quali olle, coperchi, tegami, vasi per la produzione di formaggio. Gli archeologi hanno anche riconosciuto resti di attività artigianali, quali una macina in porfido per la molitura dei cereali e alcuni pesi per telaio.
I tetti delle case erano coperti in tegole mentre le pareti interne erano intonacate. La pavimentazione era realizzata con ciottoli ricoperti di malta o semplicemente in acciottolato. Quattro degli ambienti scavati erano riscaldati da focolari. Gli antichi abitanti di Casazza si nutrivano di orzo, frumento e segale.

I canopi etruschi, immagini ideali e sociali

Vasi canopi etruschi esposti nel museo di Sarteano
(Foto: museosarteano.it)
I canopi ritrovati nel territorio di Chiusi avevano un valore simbolico più importante della loro funzione di raccoglitore per le ceneri del defunto. Essi celebravano, in realtà, la memoria del defunto e ne riflettevano lo status sociale.
I ritratti restituiti dai canopi non sono reali, ma immagini simboliche di chi si voleva celebrare. Il primo canopo etrusco venne ritrovato nel 1734 in località Poggio al Grosso, presso Montepulciano. Fu un ritrovamento casuale, effettuato durante dei lavori agricoli. Questo ed altri 14 canopi ritrovati più tardi confluirono nella raccolta di Pietro Bucelli, conservata nel palazzo di famiglia di Montepulciano.
La convinzione a considerare i ritratti sui canopi dei ritratti ideali forieri di messaggi di status, si deve agli ultimi scavi svolti in Etruria, nella necropoli di Tolle, in particolare, dove sono stati rinvenuti ben 116 canopi prodotti nel VII secolo a.C., tutti riservati a uomini e donne di ceto elevato della comunità nella quale vivevano.
Particolare di un canopo su trono in piera
dal museo di Sarteano
Una novità, nell'indagine sui canopi, viene dai vestiti. Sono stati rilevati numerosi resti mineralizzati di tessuto che si sono conservati sugli ornamenti metallici intorno al canopo, caduti, in seguito, sul fondo della tomba una volta che la stoffa si è disfatta. Gli archeologi pensano che il canopo venisse avvolto in una sorta di abito fissato con fibule e fermagli. Se si trattava di un canopo contenente ceneri femminili, la stoffa era stretta all'altezza della vita da alte cinture di cuoio o di altro materiale deperibile, chiuse con fibbie in bronzo. Si trattava, secondo le analisi effettuate sugli oggetti, di complementi di arredo utilizzati in vita dal defunto.
La capigliatura della testa riprodotta sul canopo veniva realizzata con una sorta di parrucca, fissata attraverso fori esistenti sulla calotta cranica. Ma talvolta la capigliatura del defunto era dipinta o resa a rilievo. I lobi erano ornati di orecchini di bronzo o d'argento e al collo venivano appesi pendenti o collane in ambra o vetro.
Talvolta, come è accaduto per i canopi rinvenuti nella necropoli di Tolle, i contenitori di cenere erano posti su seggi di terracotta o, più raramente, di pietra.

Dove ammirare i canopi etruschi:
Museo Civico Archeologico delle Acque
Chianciano Terme (Siena) - Via Dante
Orario: aprile-ottobre e periodo natalizio, da martedì a domenica 10-13/16-19 - chiuso il lunedì
novembre-marzo, giorni festivi e prefestivi 10-13/16-19
Info: tel. 0578.30471 e-mail: museo@comune.chianciano-terme.si.it

Museo Civico Archeologico
Sarteano (Siena) - Via Roma, 24
Orario: aprile-ottobre da martedì a domenica 10.30-12.30/16-19 chiuso il lunedì
novembre-marzo, giorni festivi e prefestivi 10.30-12.30/16.19
Info: tel. 0578.269261 e-mail: info.museo@comune.sarteano.si.it

Riemerge la Leicester romana e medioevale

Archeologi al lavoro nella Leicester medioevale e tardoromana
(Foto: University of Leicester)
Gli archeologi dell'Università di Leicester, in Gran Bretagna, hanno portato alla luce nuove evidenze di epoca romana e medioevale a Leicester, dopo aver recentemente completato lo scavo di due aree nel centro della cittadina.
Gli scavi sono condotti da John Thomas e Mathew Morris e si sono incentrati su una serie di cortili medioevali e post medioevali, risalenti ad un periodo compreso tra il XII e il XVI secolo, associati, con tutta probabilità, a case e negozi che, un tempo, occupavano la via medioevale di Southgates. Sono stati indagati pozzi in pietra, dove probabilmente venivano stoccate delle merci, fosse di scarico, latrine, mura di cinta e quella che sembra essere stata una cantina di XV-XVI secolo. I dati raccolti forniranno, una volta analizzati, importanti notizie sullo stile di vita e le attività di chi viveva a Leicester nel tardo medioevo.
Il luogo dello scavo si trova nel centro storico di Leicester, accanto ad altri importanti siti romani e medioevali, come il foro romano, le terme e le mura romane, un convento francescano dove sono stati scoperti, nel 2012, i resti di Riccardo III, morto nel 1485. E' stato identificato, nel corso dei lavori, un incrocio di due strade romane e una serie di grandi pietre e resti lignei di edifici e recinti risalenti al II-IV secolo d.C.
In molti punti le evidenze romane sono inserite in attività più tarde, ma altrove sono emersi pavimenti intatti e rari frammenti di mura, addirittura un pavimento musivo frammentato e pezzi di intonaco dipinto. Queste evidenze permetteranno agli archeologi di ricostruire l'edificio al quale appartenevano e di comprendere l'uso che questi aveva all'epoca. Sono stati recuperati, nel corso degli scavi, diversi manufatti come monete, un cucchiaio di rame, pedine da gioco, spilloni d'osso per capelli e altri gioielli. Questi ritrovamenti suggeriscono che si è in presenza di un insediamento prevalentemente familiare, con pochissima attività industriale, sorto a pochi anni di distanza dalla fine del dominio romano.
La parte di Leicester dove si sono svolti gli scavi è poco conosciuta. Una delle strade trovate non è mai stata individuata in precedenza, come non sono mai state intercettate tre insulae che si affacciano su questa strada.

Trovato un tesoro vichingo nell'Oxfordshire

Il tesoro vichingo trovato nell'Oxfordshire
(Foto: British Museum)
Un tesoro vichingo composto da bracciali, monete e lingotti d'argento, è stato trovato nell'Oxfordshire, in Gran Bretagna, sepolto vicino Watlington. Il tesoro sarebbe stato seppellito intorno all'870 d.C., quando i regni anglosassoni di Mercia e Wessex lottavano per la sopravvivenza contro la minaccia vichinga, lotta che doveva, in seguito, condurre all'unificazione dell'Inghilterra. Ad effettuare la scoperta un archeologo dilettante, James Mather, "armato" di metal detector.
Il tesoro è stato portato, con il blocco di terra che lo conteneva, al British Museum, dove sarà studiato dagli esperti del British Museum e del Museum di Oxford. E' composto da 186 monete, alcune delle quali frammentarie, e comprende rarità numismatiche come le monete di re Alfredo del Wessex detto il Grande, che regnò tra l'871 e l'899 d.C., e monete del re Ceolwulf II, che governò la Mercia tra l'874 e l'879. Durante quegli anni re Alfredo ottenne una decisiva vittoria sui Vichinghi nella battaglia di Edington, nell'878, che indusse questi ultimi a spostarsi a nord del Tamigi.
Secondo Gareth Williams, curatore della prima monetazione medioevale del British Museum, il periodo dei regni di Mercia e del Wessex furono cruciali per la storia dell'unità inglese e il tesoro appena ritrovato potrebbe fornire molte informazioni sui rapporti tra le due regioni all'inizio del processo di unificazione.

venerdì 18 dicembre 2015

Il Disco di Festo è un inno ad Astarte?

Il Disco di Festo
Uno dei misteri più intriganti della storia dell'archeologia è racchiuso in una tavoletta d'argilla trovata tra le rovine di un antico palazzo minoico. Ora, però, un linguista pensa di aver trovato la chiave di lettura di quello che è conosciuto come il Disco di Festo.
Il Dottor Gareth Owens, linguista e coordinatore del programma Erasmus e Technological Educational Institute (TEI) di Creta, sta lavorando per decifrare le scritture in Lineare A e in Lineare B, due modalità di scrittura dell'antica civiltà minoica. Il Disco di Festo venne ritrovato da un archeologo italiano nel palazzo di Festo, sulla costa sud di Creta. Il Disco è ricoperto, su entrambi i lati, da una spirale di strani simboli che girano in senso orario verso il centro del Disco. Si pensa che 45 simboli unici individuati sul Disco, siano stati ottenuti mediante l'impressione di sigilli geroglifici sulla soffice argilla.
Statuina di Astarte, Louvre
Owens ha studiato i raggruppamenti di segni trovati in tre parti su un lato del Disco i quali si leggono I-qe-ku-rja, che significa "grande importanza". Sull'altro lato Owens ha identificato la parola Akka, che significa "madre incinta". Di qui ha dedotto che il Disco di Festo fosse una preghiera alla dea madre di epoca minoica. Questa prendeva le fattezze di Astarte, dea della fertilità, della sessualità e della guerra. Astarte era una divinità importante, nel pantheon minoico. Era la versione ellenizzata della dea Ishtar, popolare in tutto il Medio Oriente ed "emigrata" nel mondo greco-romano con i nomi di Afrodite, Artemide e Giunone.
Owens si dice certo che il Disco di Festo sia un inno ad Astarte, dea dell'amore, poiché ha confrontato le parole con altre simili di natura religiosa ed alcune iscrizioni provenienti dalle sacre montagne di Creta. Un lato del Disco, dunque, è dedicato ad Astarte, mentre l'altro, secondo Owens, è dedicato ad una dea madre. Lo studioso ha sottolineato il legame tra Astarte e la figura della dea madre, centro dell'universo, senza la quale la progenie degli uomini non esisterebbe.
Il Dottor Owens ha collaborato, nella sua analisi, con John Coleman, professore di fonetica all'Università di Oxford, giungendo a completare la lettura del 90 per cento dei simboli del disco. Non tutti gli studiosi sono concordi con l'interpretazione dei simboli del Disco di Festo fornita dal Dottor Owens e dal Professor Coleman. Precedenti interpretazioni vogliono che le iscrizioni sul Disco siano un'antica preghiera, o un gioco da tavolo, un documento astronomico o, piuttosto, dei riti di iniziazione per giovani donne o un calendario solare.

Cesare e il genocidio di Kessel: identificato il luogo

Nel corso di una conferenza stampa tenutasi l'11 dicembre scorso al Museo Allard Pierson di Amsterdam, l'archeologo Nico Roymans ha annunciato una scoperta unica nel suo genere per l'archeologia olandese. Si tratta del luogo dove Giulio Cesare massacrò due tribù germaniche nel 55 a.C.
La posizione del luogo di questo epico sconto è stato descritto da Cesare in dettaglio nel IV libro del suo De Bello Gallico ed è rimasto sconosciuto finora. E' il primo scontro sul suolo olandese che si conosca. Le conclusioni a cui sono addivenuti gli archeologi sono il risultato di una combinazione di dati storici, archeologici e geochimici.
I ricercatori hanno raccolto resti scheletrici, spade ed altri importanti reperti che testimoniano la presenza di truppe romane in questa regione. Le tribù germaniche sterminate da Cesare erano quelle dei Tencterii e degli Usipeti, originari della zona ad est del Reno. Costoro avevano chiesto asilo a Cesare e quest'ultimo aveva respinto la loro richiesta, ordinando, nel contempo, alle sue truppe di eliminare le tribù. Durante la conferenza il Dottor Roymans ha mostrato ai giornalisti diversi reperti quali armi e resti scheletrici di alcuni dei partecipanti alla battaglia con i Romani.
Alcuni frammenti di spade della tarda Età del ferro da Kessel
(Foto: VU University of Amsterdam)
Si trattò di un vero e proprio genocidio. Cesare stesso, nel De Bello Gallico, annotò che erano stati uccisi tutti i componenti delle due tribù germaniche, compresi donne e bambini, in tutto circa 430.000 persone, anche se si tratta - con tutta probabilità - di un numero esagerato. La stima più realistica parla di un numero di morti oscillante tra i 150.000 e i 200.000 individui.
I dati storici hanno permesso di individuare il luogo del massacro in una località alla convergenza tra la Mosa e il Waal, vicino agli attuali insediamenti di Kessel e Heerewaarden. Durante le attività di drenaggio in un vecchio alveo della Mosa, nei pressi del villaggio di Kessel, tra il 1975 e il 1995, alcuni archeologi dilettanti hanno rinvenuto grandi quantità di metallo che indicavano la presenza di un campo di battaglia. Tra i reperti vi sono spade di ferro, punte di lancia, un casco, cinture e ganci che risalgono prevalentemente al I secolo a.C.
Materiale scheletrico della tarda Età del Ferro
(Foto: VU University of Amsterdam)
La datazione al radiocarbonio ha confermato che i resti scheletrici di Kessel effettivamente risalgono alla tarda Età del Ferro. Lo smalto dentale di tre individui ha restituito valori di stronzio che indicano che i tre individui non erano nativi della zona della Mosa, ma di un'altra regione. Questo conferma il racconto di Cesare, che indica nei Tencterii e negli Usipeti delle popolazioni migranti provenienti dalla regione ad est del Reno. Sulla base di questi dati e di altri raccolti nel corso degli anni, gli archeologi si sono convinti di aver trovato i resti del massacro di massa dei Tencterii e degli Usipeti descritto da Cesare. Sembra che i corpi delle vittime e le loro armi siano stati raccolti dopo il massacro e riposti in un vecchio alveo della Mosa. Alcune delle spade, poi, sono state deliberatamente piegate e questo potrebbe indicare che la collocazione dei resti dei defunti fosse accompagnata da alcuni rituali di sepoltura.
Sebbene Cesare non abbia chiaramente espresso l'intenzione di eliminare queste popolazioni germaniche, aveva la consapevolezza che le sue azioni avrebbero comportato la parziale distruzione di questi due gruppi etnici. 

Scoperta una necropoli tracia in Bulgaria

Lo scheletro trovato nell'antica necropoli tracia in Bulgaria
(Foto: Borislav Borislavov/Offnews)
Gli archeologi bulgari hanno scoperto, in scavi di salvataggio nell'ovest della Bulgaria, una necropoli dell'antica Tracia, risalente a 3000 anni fa circa. Il sito dello scavo si trova vicino alla città di Chukovezer, ad ovest di Sofia, vicino al confine tra Serbia e Bulgaria, dove sono in corso i lavori per la costruzione di un gasdotto.
La necropoli appena scoperta risale al 1400-1000 a.C. ed ha già restituito ricchi reperti della tarda Età del Bronzo e della prima Età del Ferro, tra i quali una decorazione con almeno undici perline dorate che è ancora in fase di restauro e di studio. Un'altra scoperta interessante, nella medesima necropoli, è un amuleto in bronzo della testa di quello che si crede essere un africano. Secondo un antropologo lo scheletro trovato nella sepoltura che conteneva le perline dorate apparteneva ad una donna.
Lo scavo della necropoli ha permesso anche l'esplorazione dei resti di alcuni edifici del III-IV secolo d.C.. All'interno di uno di essi gli archeologi hanno rinvenuto una giara contenente 18 monete ancora in fase di studio e datazione. Gli archeologi sperano di poter esporre tutti i reperti raccolti in una mostra che aprirà il 14 febbraio del prossimo anno.

Trovato un relitto di fronte Alassio

Una delle anfore ritrovate nel relitto di Alassio (Foto: Ansa)
A 25 metri di profondità ed a 5 miglia dalla costa di Alassio, in Liguria, è stato scoperto un antico relitto romano, risalente al I-II secolo d.C. Si tratta, secondo il Dottor Simon Luca Trigona, che ha guidato la squadra di archeologi subacquei autori della scoperta, del quinto relitto scoperto in acque profonde del Mediterraneo ed il primo ad essere ritrovato al largo della costa ligure. L'imbarcazione trasportava un grosso carico di garum, al momento del naufragio. La scoperta è dovuta ai carabinieri del centro Subacquei di Genova Voltri, coadiuvati da un robot filoguidato di nome Pluto. Il relitto giace a circa 200 metri di profondità.
La presenza di un'antica nave sul fondo marino venne segnalata già nel 2012, quando pescatori locali rinvennero frammenti di alcuni vasi che avevano fatto parte dell'imbarcazione. Quest'ultima, secondo gli archeologi, stava navigando lungo la rotta Italia, Spagna e Portogallo per imbarcare e distribuire il suo prezioso carico. Che si trattasse di garum lo si è scoperto dopo aver analizzato i residui presenti su una delle anfore riportate in superficie da un robot.
Il garum era una salsa molto apprezzata dai Romani per le sue qualità nutritive ed era un'ottima fonte di glutammato monosodico, un composto largamente utilizzato nell'industria moderna come esaltatore di sapidità. Oltre alle anfore per il garum, gli archeologi hanno individuato alcuni contenitori fabbricati solamente nella zona intorno al Tevere. Si pensa che trasportassero ottimi vini regionali in Spagna. "Si tratta di una nave di lungo commercio che proseguiva delle rotte mediterranee dal sud della Spagna, probabilmente da Cadice a Roma. Sembra molto probabile che fosse partita dal porto di Ostia per la presenza di una coppia di anfore di probabile produzione umbro-laziale, non destinate solitamente al commercio a distanza, ma riservate al rifornimento della capitale", ha affermato il Dottor Trigona.
Si pensa che la nave abbia percorso il Tevere e sia affondata in mare aperto poiché appesantita dal suo prezioso carico e coinvolta in una tempesta. Gli archeologi prevedono diverse altre analisi del relitto ed hanno sollecitato le autorità competenti affinché vigilino sull'importante ritrovamento.

domenica 13 dicembre 2015

In restauro la Torre dell'Orologio di Atene

La Torre dei Venti o dell'Orologio di Atene
(Foto: osservatoiogalilei.com)
Sono attualmente in corso i lavori sull'Orologio di Andronico, nell'agorà romana di Atene. L'Orologio, costruito tra il 150 e il 50 a.C. su progetto dell'architetto e astronomo siriano Adronico di Cirro (Kirristes, da Kyros, presso l'attuale Aleppo), è a pianta ottagonale ed è conosciuto anche con il nome di Torre dei Venti.
La storia dell'Orologio di Andronico va dall'epoca romana fino agli Ottomani, quando era sede dei dervisci dell'ordine dei Mevlevi. L'Orologio è una torre ottagonale di quasi 14 metri di altezza, costruita in marmo pentelico su un basamento di tre gradini. La copertura conica, di lastre marmoree, conserva la parte inferiore di un capitello corinzio sul quale poggiava un Tritone di bronzo che ruotava su un perno per segnare il vento. La costruzione ha incuriosito e fatto lambiccare il cervello a generazioni di archeologi.
Nel 35 a.C. Marco Terenzio Varrone, nell'opera Rerum Rusticarum, descrive la torre indicandola come "La Torre dell'Orologio". Probabilmente si trattava di una clessidra ad acqua. Sulla facciata sud della Torre si intravedono i resti di una vasca semicilindrica che era collegata con l'interno, dove si trovavano i serbatoi della clessidra. Dunque è probabile che la torre venne costruita con la duplice funzione di segnavento ed orologio ad acqua. Quest'ultima proveniva, probabilmente dal lato sud della Torre, dalla sorgente Clepsydra attraverso un grandioso lavoro di canalizzazioni. Saliva, poi, con un sistema idraulico, fino ai meccanismi che permettevano il funzionamento della clessidra. La fonte Clepsydra era chiamata così (il nome significa "ladra d'acqua") perché a volte riforniva e a volte no.
Già da tempo prima che venisse costruita la Torre dell'Orologio esisteva una clessidra ad acqua nell'Agorà greca, quella più antica, posta nel cuore della città greca, dove si svolgevano i rapporti intellettuali e sociali e dove si amministrava la giustizia e si assisteva a spettacoli teatrali.
La presenza di un meccanismo, all'interno della Torre dell'Orologio, ha fatto pensare a un orologio idraulico. Su ognuna delle facce esterne vi era un orologio solare utile a chi frequentava l'agorà romana. Ciascuna delle facce era decorata con una lastra a rilievo con la personificazione dei venti principali: Borea, Cecia, Apeliote, Euro, Noto, Libeccio, Zefiro e Scirone.
La Torre è, però, molto fragile. I primi lavori di restauro furono effettuati tra il 1915 e il 1919 su progetto di Anastasios Orlandos; altri restauri furono effettuati nel 1976. Nel 2003 si è provveduto ad impermeabilizzare la copertura e sono cominciati gli interventi di restauro e valorizzazione.
La struttura ha numerosi danni e presenta un cattivo stato di conservazione delle lastre del fregio, nonché numerose fessurazioni nei marmi. Le operazioni di restauro, che riguarderanno sia le superfici esterne che quelle interne del monumento, saranno un'ottima occasione per conoscere meglio il monumento. Sono state, infatti, rinvenute pitture parietali di soggetto sacro dopo la rimozione dei restauri precedenti. In epoca bizantina, infatti, si sa che la Torre aveva un impiego ecclesiastico. Il restauro rispetterà gli interventi ottomani all'interno della Torre.

Riscoperte le Terme Repubblicane di Pompei

Particolare del pavimento del calidarium maschile
(Foto: Gazzetta del Mezzogiorno)
I Pompeiani avevano una vera e propria passione per le terme. Diversi sono gli stabilimenti pubblici disseminati nell'antica città romana, quasi tutti restaurati dopo il violento terremoto dl 62-63 d.C.. Tra le terme meno conosciute vi sono le Terme Repubblicane, nella Regio VIII, vicino all'ingresso del Foro Triangolare.
Le Terme Repubblicane sono tra i più antichi edifici balneari dell'intera area campana se non romana. Proprio qui, da qualche mese, è è in atto un nuovo progetto di ricerca archeologica. Infatti, dal punto di vista architettonico, le Terme Repubblicane sarebbero un impianto sperimentale che precede la soluzione ottimale adottata, in seguito, nelle vicine Terme Stabiane.
Le Terme Repubblicane sono riferibili alla fase di passaggio tra il modello greco (balaneion) e quello romano. Vennero scavate nel 1950 e pubblicate da Amedeo Maiuri, l'archeologo che assunse la direzione degli scavi di Pompei dal 1924 al 1961. Maiuri descrisse gli ambienti delle Terme Repubblicane e ne redasse una planimetria. In seguito le terme caddero nell'oblìo, pur essendo collocate in corrispondenza di una delle più antiche zone di Pompei.
Una studentessa al lavoro tra le rovine delle Terme Repubblicane
(Foto: pompeiisites.org)
Le prime tracce di frequentazione dell'area risalgono all'età arcaica (VI secolo a.C.) e continuano nell'epoca ellenistica (IV-III secolo a.C.). L'impianto termale vero e proprio viene costruito nel II secolo a.C., con pianta quadrangolare e perimetro di 30 metri x 30. Le terme vengono suddivise in un settore maschile e in uno femminile, con ingressi separati. Ciascuno dei settori presenta la medesima sequenza: un apodyterium (spogliatoio), la sala per il bagno tiepido (tepidarium) e quella per il bagno caldo (calidarium). I due calidaria sono affiancati e connessi al praefurnium, il forno che alimentava  il riscaldamento dei due ambienti. Nel settore sudest viene collocato un laconicum (sauna).
Tutti gli ambienti balneari delle Terme Repubblicane hanno un pavimento in cocciopesto, ornato di inserti di calcari bianchi o pietre policrome oppure da motivi geometrici in tessere bianche. Unica eccezione il calidarium maschile, in cui il pavimento è coperto di scaglie di calcare (lytostroton) con una sinuosa coppia di palmette. Le pareti dei vari ambienti recavano affreschi di I stile, oramai, purtroppo, totalmente perduti.
Pompei, le Terme Repubblicane (Foto: Il Mattino)
Le Terme Repubblicane non sembrano essere state utilizzate a lungo. Vengono costruite durante l'ultima fase di vita della Pompei sannitica e sembra siano state frequentate fino al I secolo a.C., quando lo stabilimento viene smantellato completamente. Dopo decenni di abbandono la Soprintendenza Speciale per Pompei sta sostenendo un progetto di studio e valorizzazione dell'edificio, condotto dalla Freie Universitat di Berlino - con direzione Monika Trumper - in collaborazione con la Oxford University. Il progetto mira a migliorare la conoscenza archeologica dell'impianto e lo sviluppo della cultura termale a Pompei.
Lo scorso settembre si è conclusa la prima campagna di indagini, concentrata sul settore sud, nell'area del laconicum e del praefurnium. I primi dati raccolti confermano l'antica origine dell'impianto, caratterizzato dalla presenza di particolari intercapedini per la diffusione di aria calda al di sotto dei pavimenti dei calidaria maschile e femminile. Si tratta di canali paralleli in opera cementizia al posto del tradizionale sistema di colonnine in mattoni.
L'invenzione del riscaldamento a ipocausto (pensiles balnea) viene attribuito al campano Sergius Orata, che, tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.C., si sarebbe ispirato al sistema dell'itticoltura, una delle sue attività favorite, come dimostra il cognome che deriva, probabilmente, dal suo pesce preferito. Il sistema di intercapedini/canali per il riscaldamento è realizzato già nei più antichi impianti termali greci e questo porta a pensare che le Terme Repubblicane rientrino in un gruppo di stabilimenti scoperti in Grecia, Sicilia (Gela, Siracusa), Magna Grecia (Velia) e aree campana (Cuma) e laziale (Fregellae), risalenti ad un periodo compreso tra la fine del IV secolo a.C. e il II secolo a.C.

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