sabato 30 gennaio 2016

Ade torna a Morgantina

La testa di Ade da Morgantina (Foto: artslife.com)
Il John Paul Getty Museum di Malibu ha restituito la testa di Ade, detta anche Barbablù, all'Italia. Si tratta di un'opera di straordinario valore artistico, che è stata consegnata alla presenza del Console Generale d'Italia a Los Angeles e della Autorità giudiziarie italiane.
La testa venne trafugata nei pressi del Santuario extraurbano di San Francesco Bisconti a Morgantina, in provincia di Enna, alla fine degli anni '70 del secolo scorso. Venne poi esportata negli Stati Uniti illecitamente e venduta al Getty Museum nel 1985 dal collezionista Maurice Tempelsman.
La testa di Ade è realizzata in un materiale molto fragile, la terracotta, e presenta consistenti tracce di policromia, che vanno dal rosso mattone dei capelli al blu della barba. Risale ad epoca ellenistica e raffigura, con tutta probabilità, Ade.


La testa verrà esposta nel museo di Aidone, dove è già esposta la Venere di Morgantina. L'identificazione del reperto è stata resa possibile dal confronto con altri materiali e frammenti ritrovati negli scavi del santuario di San Francesco Bisconti a Morgantina. Tutto è partito da un riccioloi di ceramica blu, ritrovato proprio a Morgantina. Da quel frammento gli archeologi del Museo di Aidone sono riusciti ad accertare la provenienza della testa di Ade.

Trovata una necropoli bizantina ad Istanbul

Una delle sepolture rinvenute sotto Istiklal Caddesi, ad Istanbul
(Foto: Hurriyet Daily News)
Al di sotto del viale Istiklal Caddesi, ad Istanbul, sono state scoperte delle sepolture romano-bizantine che attestano una presenza umana, in questa parte della città, più antica di quanto si fosse creduto finora.
Gli archeologi pensano che le sepolture trovate siano l'indizio di una necropoli bizantina o tardo romana, che si estende lungo tutto viale Istiklal Caddesi. Un primo scheletro è stato rimosso ed è stato portato al Museo Archeologico di Istanbul per essere esaminato. Gli altri sono stati lasciati là dove giacevano. In seguito sono stati benedetti da un prete ortodosso del Monte Athos.
Le tombe sono state datate ad un periodo compreso tra il IV e il VI secolo d.C.. Con le sepolture sono emersi anche oggetti utilizzati nella vita di tutti i giorni, ad indicare che la zona era, un tempo, sede di un quartiere abitativo.

Cimitero cristiano scoperto nel Surrey

Uno dei teschi trovati nel Surrey
(Foto: Surrey History Center)
Gli archeologi hanno scoperto, a Godalming, nel Surrey, Inghilterra, una fossa comune contenente più di 300 scheletri al di sotto di un'area destinata a parcheggio. Le prime scoperte sono state fatte due anni fa, durante indagini archeologiche di routine volte a verificare la possibilità di edificare case popolari. Inizialmente si è pensato che fossero solamente una ventina i corpi sepolti.
Le operazioni di costruzione sono state sospese e, nel 2014, si è provveduto ad indagini più approfondite che hanno portato all'attuale scoperta. I primi scheletri esaminati portano a pensare che si tratta di un cimitero cristiano utilizzato tra il IX e il XIII secolo d.C.. Altri 85 scheletri sono stati scoperti nell'aprile 2015 e, al momento, le sepolture - che, oltre ai resti umani, contengono ossa animali ed altri reperti - ammontano a 400

Scoperta una chiesa di V secolo in Cappadocia

Uno degli affreschi della chiesa
(Foto: AA)
Nella regione della Cappadocia, in Turchia, è stata scoperta una chiesa sotterranea. La chiesa è stata trovata durante gli scavi per la realizzazione di un progetto di edilizia urbana a Nevsehir e si trova all'interno di un'area sotterranea estesa su una superficie di 360.000 metri quadrati, in un sito archeologico che si sviluppa in 11 insediamenti.
Gli affreschi che adornano la chiesa, scene raramente ritratte dall'iconografia cristiana, raffigurano l'Ascensione e il Giudizio Universale. Gli archeologi hanno affermato che queste opere d'arte non sono state mai viste finora in altri edifici religiosi. Studi preliminari sulla chiesa fanno pensare che essa risalga al V secolo d.C.
La chiesa è parte di un complesso abitativo formato anche da case, scavate nella roccia. La città sotterranea, alla quale la chiesa appartiene, venne scoperta nel 2014 e si pensa sia la più grande città sotterranea del mondo. Alcune sue gallerie sono lunghe fino a 7 chilometri.
Parte degli affreschi della chiesa appena scoperta sono danneggiati ma gli archeologi confidano che possano essere restaurati. Al momento l'edificio è stato scavato solo parzialmente, non è ancora visibile il tetto e non se ne conosce l'altezza. I lavori sono stati interrotti al fine di proteggere gli affreschi dall'umidità invernale. Gli archeologi pensano che possano esserci altri affreschi che saranno rivelati una volta rimossa la terra che ancora riempie la chiesa. Nella parte anteriore dell'edificio ci sono raffigurazioni della crocifissione di Gesù e dell'Ascensione al cielo, unitamente a raffigurazioni di apostoli, santi e profeti.

Aptera, la città di Artemide. Scoperte due statuette

La statuetta di Artemide trovata ad Aptera, sull'isola
di Creta (Foto: puntogrecia.gr)
Nel sito archeologico greco di Aptera, presso Chania, a Creta, è stata fatta una scoperta molto importante. Si tratta di due sculture di dimensioni molto ridotte (altezza 0,54 centimetri circa), una raffigurante Artemide, scolpita nel rame, ed un'altra il fratello Apollo, in marmo.
La statuetta raffigurante Artemide, dea protettrice di Aptera, è in ottime condizioni. La statuetta era fornita di un piedistallo in rame di forma quadrata, indossa un corto chitone ed è raffigurata mentre si sta preparando a lanciare una freccia. Il materiale bianco utilizzato per rendere l'iride è conservato splendidamente.
La statuetta raffigurante Apollo era molto più semplice e contrasta totalmente con la raffigurazione di Artemide. Entrambe le opere d'arte furono, con tutta probabilità, importate da centri artistico-culturali esterni all'isola di Creta, per decorare l'altare di una residenza di lusso romana. Le prime stime sulla datazione attribuiscono entrambe le sculture ad un periodo che va dal I al II secolo d.C.
La statuetta di Apollo, da Aptera
(Foto: puntogrecia.gr)
Aptera fu un importante e potente centro commerciale e politico sull'isola di Creta e tale restò per molto tempo. Dominava il sudest della baia di Souda con i suoi due porti: Minoa (attuale Marathi) e Kissamos. Questo le permetteva di controllare le attività commerciali della regione. I primi riferimenti scritti all'antica città risalgono alle tavolette in Lineare B (XIV-XIII secolo a.C.).
Gli archeologi pensano che Aptera sopravvisse fino al VII secolo d.C., quando un forte terremoto la distrusse. Il momento di massimo fioritura, invece, fu tra il III e il IV secolo d.C.. Tra gli antichi monumenti sopravvissuti e scavati finora ad Aptera, vi sono una parte delle fortificazioni e di un'antica strada, il teatro, resti di cisterne e terme di epoca romana, un gran numero di tombe e un monastero di epoca bizantina con la chiesa di Aghios Ioannis Theologo, oggi restaurata.
Secondo la tradizione, Aptera (nei documenti antichi si trova nominata anche come Apterìa, Apterea ed Aptarìa), deriverebbe il suo nome da Apteron, re di Creta, figlio di Kydon e padre di Lappìos, contemporaneo, presumibilmente, di Mosè (1800 a.C.).
Altre leggende vogliono che la città prendesse nome dalla sfida di canto tra le Muse e le Sirene, tenutasi nel Tempio delle Muse. All'epoca di questa sfida Aptera era rinomata per essere patria di raffinati musicisti ed estimatori del bel canto. La competizione venne vinta dalle Muse. Le Sirene, amareggiate, persero le ali che, cadendo in mare, formarono due piccole "isole bianche" nella baia di Souda. Da quelle ali deriverebbe il nome di Aptera, la cui traduzione è "senza ali".
I primi scavi vennero effettuati tra il 1862 ed il 1864 dall'archeologo Wescher, che portò alla luce iscrizioni che confermarono la posizione di Aptera nel sito occupato da Paleokastro, oggi Megala Chorafia. Altri scavi vennero fatti nel 1942 e coinvolsero, tra gli altri, archeologi italiani. Le mura di Aptera sono in parte in opera poligonale, in parte lunghe e rettangolari. Il sito occupato dalla chiesa di San Giovanni ospitava, un tempo, il Tempio delle Muse.
Nel 1958 ulteriori scavi portarono alla luce le rovine del tempio dorico dedicato ad Apollo, nei pressi dell'antico teatro, ed i resti del "doppio santuario" o "casa del tesoro", costruiti con un'architettura che ricorda da vicino quella romana. Notevoli sono i resti di epoca bizantina, tra i quali numerose sepolture, iscrizioni, monete, coppe per bevande. Gli scavi del 1958, condotti dall'archeologo Alexiou, portarono alla luce un tempio dedicato a Demetrio, in cui furono trovati diversi esempi di kernì risalenti al periodo ellenico. I kernì erano dei contenitori con numerosi fori, in cui venivano posti i semi offerti alle dea delle messi.

Tzipori, trovate iscrizioni greche ed aramaiche

La scoperta delle iscrizioni di Tzipori (Foto: Miki Peleg, Israel
Antiquities Authority)
A Tzipori, a nord di Israele, sono state scoperte tre iscrizioni funerarie in aramaico e greco. I residenti hanno trovato frammenti in pietra e, resisi conto che si trattava dei resti di qualcosa di molto antico, hanno chiamato l'Istituto Kinneret di Archeologia per la Galilea. I ricercatori hanno scavato nel sito con la collaborazione di archeologi della Israel Antiquities Authhority ed hanno portato alla luce due iscrizioni in aramaico in cui si fa cenno ad alcuni individui identificati come "rabbini", sepolti nel cimitero occidentale di Tzipori ed i cui nomi non sono stati ancora decifrati.
Secondo il Dottor Moti Aviam, dell'Istituto Kinneret, queste iscrizioni permettono di gettare uno sguardo sulla vita quotidiana della comunità ebraica di Tzipori e sulla sua cultura. Uno dei defunti è definito, in una delle iscrizioni, "il tiberiano". Si tratta del secondo cenno a qualcuno proveniente da Tiberiade e sepolto nel cimitero di Tzipori.
In un'altra epigrafe compare la parola "Ie-Olam", che significa "per sempre". Si tratta della prima menzione di questo termine a Tzipori, poiché precedentemente lo stesso termine è stato rintracciato negli scavi di Beit She'arim e altrove. Il significato di questo termine in un'iscrizione funebre sta ad indicare che il luogo di sepoltura apparterrà per sempre al defunto che vi è inumato e che nessuno glielo potrà sottrarre. Entrambe le iscrizioni ebraiche terminano con la benedizione "shalom".
La terza iscrizione, in greco, menziona il nome di Jose, molto comune tra gli ebrei che vivevano in Israele e all'estero. Finora sono state documentate ben 17 iscrizioni funebri durante gli scavi di Tzipori, la maggior parte delle quali in aramaico, che era la lingua comune a tutti gli ebrei dell'epoca. Differentemente le iscrizioni funerarie di Tiberiade erano fatte principalmente in greco.
Nelle iscrizioni di Tzipori vengono citati molti degli abitanti della città, alcuni sono nomi propri di rabbini, altri termini fanno riferimento alle professioni svolte da alcune persone. Tzipori fu la prima capitale della Galilea al tempo degli Asmonei. Restò capitale finquando Tiberiade, nel I secolo d.C., non ne ereditò le funzioni. Malgrado questo, Tzipori non perse molte delle sue funzioni di snodo centrale e importante nella vita della nazione ebraica. La vita nella cittadina era ricca e varia, come indicato dalla presenza di numerose piscine rituali (mikvahs) rinvenute nello scavo.
Anche la cultura romana incise profondamente sulle abitudini di vita di Tzipori, con la progettazione della città, con le vie lastricate, le strade colonnate, il teatro e i balnea. La ricchezza di iscrizioni provenienti dalla necropoli è indice di una forte presenza ebraica nella città durante la tarda età romana.

mercoledì 27 gennaio 2016

Resti romani in Inghilterra

Vasellame trovato accanto ai resti umani trovati vicino Catterick
(Foto: Higways England)
Gli archeologi hanno scoperto, durante un progetto di ammodernamento dell'autostrada A1 nello Yorkshire del nord, hanno fatto diverse scoperte significative, tra le quali una rara spilla romana di fattura dell'est europeo ed una spada in miniatura.
Oltre questi reperti, gli archeologi hanno recuperato più di 177.000 oggetti ed hanno setacciato più di 50 tonnellate di sedimenti, recuperando reperti databili tra l'Età della Pietra, l'Età del Ferro e l'epoca romana. La miniatura della spada ha una lama in ferro, un fodero in lega di rame ed un manico in osso. Si pensa che sia stata un'offerta agli dei.
Sono stati trovati anche dei resti umani, nel cimitero romano di Bainesse, accanto ai quali erano stati collocati vasi di ceramica ed oggetti personali offerti ai defunti. La qualità di conservazione di tutti i reperti è eccezionale.

domenica 24 gennaio 2016

Trovato l'antico teatro di Lefkada

Resti dell'antico teatro di Lefkada (Foto: Greekreporter.com)
Gli scavi archeologici sull'isola ionica di Lefkada hanno permesso la scoperta di un antico teatro, in precedenza sconosciuto. La scoperta è stata fatta sulla collina di Koulmou verso la fine del 2015.
Gli archeologi sapevano molto poco dell'antico teatro della città, che non è menzionato in alcun testo antico. Gli scavi sono iniziati in 13 punti della collina ed hanno confermato l'esistenza del teatro e delle file di sedili scoperti, nonché della presenza dell'orchestra. Sono stati anche intercettati alcuni muri di sostegno e di altre parti del teatro. 

Egitto, il più antico caso al mondo di scorbuto

Lo scheletro del bimbo affetto da scorbuto trovato in Egitto
(Foto: ahramonline.org)
Lo scheletro di un bambino del 3800-3600 a.C., scoperto a Nag Al-Qarmila, ad Assuan, può essere il più antico caso di scorbuto scoperto nel mondo.
La  missione AKAP italo-egiziana, guidata da Maria Carmela Gatto della Yale University e da Antonio Curci dell'Università di Bologna si sono imbattuti in quello che può essere definito il più antico caso al mondo di scorbuto (carenza di vitamina C). Il ministro delle Antichità Mamdouh Eldamaty ha annunciato che dagli esami dello scheletro, il bambino risulta aver avuto un anno al momento della morte e presentava un cambiamento nella forma delle ossa, segno della presenza dello scorbuto.
Mindy Pitre, antropologo fisico presso l'Università di Alberta, ha detto che il motivo principale della malattia con è ancora stato accertato, ma che sicuramente il cibo malsano e il comportamento culturale hanno avuto un grosso peso nello sviluppo della malattia.

Il massacro più antico del mondo

I crani trovati sul lago Nataruk e le indicazioni sulle ferite che hanno
riportato (Foto: ancient-origins.net)
Il primo sterminio di massa che si conosca ha coinvolto 27 adulti e bambini, uccisi con frecce e bastoni circa 10000 anni fa ad ovest del lago Turkana, in Kenya, nel villaggio di Nataruk.
Gli scheletri dei cacciatori-raccoglitori, secondo gli antropologi e gli archeologi del Centro Leverhulme dell'Università di Cambridge, sono la prova che esisteva una violenza interna in questi gruppi umani, anche se si trattava di casi molto rari. In questo caso l'attacco venne, secondo i ricercatori, pianificato. Il gruppo attaccato stava raccogliendo del cibo da conservare nelle loro pentole. Questi primi umani vivevano sulle sponde di quello che era, allora, un lago ricco di pesce e di acqua potabile e questo li rendeva vittime ideali.
Il massacro di Nataruk potrebbe essere il risultato di un raid per appropriarsi delle risorse del territorio. Donne e bambini erano occupati nell'immagazzinare il cibo quando la piccola comunità venne attaccata. Prima che fosse scoperto il massacro di Nataruk, la sepoltura comune più antica è stata rinvenuta in Germania, a Darmstadt, e risale al 3000 a.C.Dodici degli scheletri trovati a Nataruk risultano in buono stato di conservazione, mentre altri dieci mostrano segni di lesioni sul collo causate da frecce e punte di proiettili di pietra nel teschio e nel torace di due uomini. Dei 27 individui ritrovati, 21 erano adulti, otto maschi e otto femmine, di cinque non si è riusciti a stabilire il sesso. Resti parziali di sei bambini sono stati trovati mischiati insieme o nelle immediate vicinanze dei resti di quattro donne adulte, una delle quali in stato di gravidanza avanzato.
Segni di violenza su uno degli scheletri trovati a Nataruk
I ricercatori ritengono che le 27 vittime di Nataruk fossero una famiglia allargata, attaccata da un gruppo rivale. I morti non vennero seppelliti, vennero lasciati semplicemente così, a faccia in giù, sul terreno, con le mani legate. I ricercatori pensano che siano sopravvissuti in pochi a questo massacro.
Le vittime presentano fratture del cranio, apparentemente provocate da mazze di legno, ginocchia, costole e mani rotte. Alcuni avevano segni evidenti di ferite di frecce al collo. Due degli scheletri avevano ancora le punte di frecce conficcate nelle ossa, uno nelle ossa del cranio, l'altro nelle costole. Lo scheletro di un uomo è stato trovato con una lama affilata fatta di vetro vulcanico (ossidiana) ancora incastonata nel cranio.
Il sito di Nataruk è stato scoperto nel 2012. Attraverso l'attento esame dei resti, tra i quali scheletri, campioni di conchiglie e sedimenti, i ricercatori sono riusciti a datare il massacro a circa 9500-10500 anni fa, intorno all'inizio dell'Olocene, l'era geologica che ha seguito l'ultima era glaciale.

Individuati i resti dell'antico palazzo della Dinastia Qin

Parte delle rovine sommerse del palazzo della Dinastia Qin
(Foto: Liaoshen Evening News)
Dopo tre anni di indagini archeologiche subacquee, gli archeologi che operano nella contea di Luizhong, nella provincia cinese di Liaoning, hanno annunciato di aver fatto un'importante scoperta, un palazzo fronte mare costruito 2200 anni fa per l'imperatore cinese Qin Shi Huang.
Il China Morning Post riporta che gli studiosi pensano che i resti risalgano alla Dinastia Qin (221-207 a.C.). Alcune delle pareti del palazzo, in granito, sono visibili con la bassa marea. Gli archeologi hanno già recuperato monete e antiche ceramiche dal fondo marino. Al momento il ritrovamento più grande è stata uno spiazzo in pietra di 60 metri di larghezza. Gli archeologi pensano si trattasse delle fondamenta di una grande piattaforma per sacrifici religiosi ed altre importanti attività. Sono stati individuati anche i resti di una strada di pietra che attraverso l'edificio identificato come palazzo.
L'imperatore Qin Shi Huang nacque come Ying Zheng nel 259 a.C. ed è noto non solo per essere stato il primo imperatore della Cina, ma anche come colui che pose fine al periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C.) ed unificò il Paese. Qin Shi Huang promosse diverse riforme nella politica, nell'economia e nella cultura cinese e ordinò l'inizio della costruzione della Grande Muraglia. Questa immensa opera difensiva venne ordinata per prevenire gli attacchi dei barbari nomadi, ma Qin Shi Huang non ne vide il completamento.
Alcuni degli artefatti associati all'imperatore Qin Shi Huang sono stati trovati nel suo mausoleo: si tratta dei famosi Guerrieri di Terracotta. Le caratteristiche uniche di queste statue hanno portato gli studiosi ad affermare che si trattasse di ritratti di persone reali. L'Esercito di Terracotta, a grandezza naturale, venne scoperto nel 1974. Doveva proteggere l'imperatore nell'aldilà.

Caelia, antica birra spagnola

Una brocca dall'antica Numancia (Foto: Ecelan/CC)
Un professore della Colorado State University ha intenzione di scrivere un libro sulla Caelia, un'antica birra spagnola che venne sostituita dal vino all'indomani della conquista romana dell'Iberia (come allora si chiamava la Spagna). Al cune fabbriche di birra spagnole, tra l'altro, hanno "resuscitato" la bevanda prodotta a partire, pare, da 5000 anni fa.
Jonathan Carlyon, professore di lingue e culture, ha studiato la preistorica bevanda spagnola ed essendo studioso, tra l'altro, proprio di lingua e cultura spagnola conosce molto sulla storia del Paese e sulla Caelia, questa birra che era molto diffusa in Spagna prima dell'arrivo dei Romani.
Il nome Caelia deriva dal verbo latino calefacere, che significa "riscaldare", ed è stato ispirato al calore utilizzato nel processo di fabbricazione della bevanda. Carlyon è risalito fino a 5000 anni fa, al tempo in cui, in Spagna, le donne producevano questa bevanda leggermente gassata quasi quotidianamente, con un processo di fermentazione molto simile a quello utilizzato per il pane. Se paragonata all'attuale birra, potrebbe dirsi un succo di birra.
Carlyon sostiene che prima di ogni battaglia i soldati iberici di Numancia, assediata dalle truppe romane, si ubriacavano con la Caelia. L'assedio durò due anni ed i Romani riuscirono a conquistare Numancia prendendola per fame, dopo avervi costruito intorno un muro che la isolava dall'esterno completamente. In seguito i Romani sostituirono la cultura della birra nativa con la viticultura.
Testo cuneiforme che riporta la collocazione della birra, proveniente
probabilmente dall'Iraq, 3100-3000 a.C. (Foto: Takomabibelot/CC)
Altri studiosi hanno fatto rivivere le bevande utilizzate dagli antichi. Un archeologo che lavora in collaborazione con alcune birrerie di tutto il mondo, nel 2015 ha ricreato alcune delle più antiche birre esistenti. L'archeologo dell'alcool Patrick Mc Govern pensa di essere in grado di ricreare una bevanda popolare nell'Egitto di 16000 anni fa. Mc Govern, professore del Museo di Archeologia e Antropologia dell'Università di Pennsylvania, ha lavorato con la Dogfish Head Brewery di Milton, utilizzando moderne tecnologie per rintracciare la composizione delle bevande antiche. Lo stesso McGovern ha, inoltre, prodotto birre utilizzando antiche ricette africane, sudamericane e finlandesi.
Ma gli studiosi non stanno cercando di riprodurre solo la birra bevuta ai tempi dei nostri avi. Nel 2013 gli archeologi italiani hanno piantato un vigneto nei pressi di Catania, con l'obiettivo di riprodurre le tecniche di vinificazione della Roma classica, così come descritti nei testi antichi. Gli studiosi hanno previsto di poter avere dei risultati entro quattro anni. 

martedì 19 gennaio 2016

Gli assassini del principe Bogolyubsky

Dettaglia della colonna destra dell'iscrizione trovata nella
Cattedrale russa , che elenca i nominativi degli assassini
del principe Bogolyubsky (Foto: news.discovery.com)
Alcuni restauratori che lavoravano in una chiesa russa, hanno scoperto una lista di nomi che, con tutta probabilità, sono gli assassini di Andrei Bogolyubsky, uno dei più potenti principi russi del medioevo. I nomi sono stati trovati sulla parete est della Cattedrale della Trasfigurazione del Salvatore a Pereslavl-Zalessky, a 60 chilometri da Mosca.
L'iscrizione che reca i nomi di ben venti esecutori materiali dell'assassinio del principe, narra brevemente anche quanto accadde la notte del 29 giugno 1174, quando Andrei Bogolyubsky venne accoltellato a morte nella sua camera da letto. Alexey Gippius, professore presso l'Università Nazionale per la Ricerca e Scuola Superiore di Economia ha  affermato che la scritta era una sorta di annuncio ufficiale dell'assassinio del principe e della punizione inflitta ai suoi assassini.
Il numero dei nomi conferma le informazioni pervenute dalle cronache ufficiali che, però, riportano soltanto tre dei venti nomi citati nell'iscrizione. Andrei Yuryevich, comunemente noto come Andrei Bogolyubsky (Andrea Amato da Dio), era nipote di Vladimir Monomakh, Gran Principe di Kiev nel periodo 1113-1125. Rafforzò, in qualità di principe di Rostov-Suzdal e Gran Principe di Vladimir, il nordest della nascente nazione russa che cercò di unire sotto la sua autorità.
L'assassinio del principe Bogolyubsky fu uno degli eventi più drammatici e misteriosi della seconda metà del XII secolo. L'omicidio fu la conseguenza dei conflitti sorti all'interno della élite politica di Vladimir-Suzdal, che il principe aveva trasformato in uno dei centri più importanti della Russia dell'epoca. L'iscrizione che reca i nomi degli assassini è composta da due colonne e coronata da una croce.

lunedì 18 gennaio 2016

Vivarini, pittori veneti, in mostra a Conegliano

Alvise Vivarini, Madonna con Bambino
(Foto: Wikipedia)
(Fonte: Ansa.it) - E' la prima grande mostra incentrata sulla straordinaria produzione quattrocentesca dei Vivarini quella che si svolgerà a Conegliano (Treviso) dal 20 febbraio al 5 giugno negli spazi di Palazzo Sarcinelli. Esposte le opere più significative realizzate dalla famiglia di pittori muranesi che, nel panorama dell'arte veneziana del XV secolo, giunse a contendere il primato alla celeberrima bottega dei Bellini.
L'importante esposizione, che si intitola "I Vivarini. Lo splendore della pittura tra Gotico e Rinascimento", è stata promossa dal comune di Conegliano e da Civita Tre Venezie e costituisce il terzo appuntamento del ciclo progettato da Giandomenico Romanelli per Palazzo Sarcinelli dopo le rassegne rispettivamente dedicate al '500 inquieto e ai capolavori dei Carpaccio. Curata anche questa da Romanelli, la mostra vuole colmare una lacuna critica sulla famiglia di artisti attiva per circa 70 anni sulla laguna (ma anche in Istria, Dalmazia, Marche e giù fino alla Puglia), in grado di fondere lo splendore gotico con tocchi di incredibile modernità A partire dalle cromie mirabolanti, dal rosa al turchino dai violetti cangianti al verde squillante, che risaltano in tutta la loro forza accompagnandosi (ma poi liberandosene) ai preziosi fondi oro per misurarsi con la natura e le atmosfere dei paesaggi delicati e magnifici.
Antonio Vivarini, Trittico di Sant'Orsola, Museo Diocesano di Brescia
(Foto: Wikipedia)
Il percorso espositivo, messo a punto dopo approfonditi studi, presenterà dunque un prezioso nucleo di capolavori che testimoniano i contatti e gli influssi di Antonio, Bartolomeo e Alvise Vivarini con alcuni dei più importanti protagonisti della pittura del primo Rinascimento italiano, quali Mantegna, Filippo Lippi, Andrea del Castagno, Paolo Uccello oltre, naturalmente, ai pittori veneziani. Si potranno ammirare, per la prima volta riuniti, dipinti eccezionalmente trasferiti dalle loro sedi naturali, come il polittico di Antonio, capostipite della bottega, proveniente dalla basilica di Eufrasiana di Parenzo, o le tavole realizzate per committenti pugliesi, tra cui la pala di Bartolomeo realizzata per la basilica di San Nicola di Bari, uno dei primissimi e più originali esempi ispirati alla "sacra conversazione". Sempre di Antonio, ci saranno molte delle celebri tavolette con le storie di Santa Monica e Santa Apollonia, realizzate in collaborazione del cognato (l'ancora misterioso Giovanni d'Alemagna), fondamentali in quanto testimoniano la linea di transizione per le narrazione gotiche e sensibilità già rinascimentali, con gustose citazioni dall'antichità classica.
Antonio Vivarini, Adorazione dei Magi. Berlino.
(Foto: Wikimedia)
Di Alvise si potrà ammirare invece una pittura che risente delle vicine esperienze di Giovanni Bellini e Cima da Conegliano ma, soprattutto, della cruciale presenza a Venezia di Antonello da Messina. Così nella tavoletta francescana dall'Accademia Carrara di Bergamo si può cogliere uno dei vertici della poetica del più giovane dei Vivarini e nel "Ritratto di uomo con cappello" (dai Musei Civici di Padova) uno dei rari esempi di ritrattistica vivariniana. Riprendendo una proposta sperimentata nelle altre due mostre di questo ciclo, l'iniziati proporrà ai visitatori alcuni meravigliosi itinerari alla scoperta di capolavori sparsi sul territorio della Marca trevigiana. Ecco allora un percorso eccezionale tra le pale, gli affreschi, gli angeli e i santi lungo solchi d'arte che riconducono i Vivarini ai loro seguaci, ai loro piccoli e grandi contemporanei, da Lotto a Giorgione, da Andrea da Murano e Girolamo Strazzaroli, da Jacopo da Valenza a Cima da Conegliano. Per ammirare, ad esempio, ad Asolo la Vergine assunta di Lorenzo Lotto (nel duomo), a Castelfranco Veneto per l'insuperata Pala del Giorgione o, sempre a Conegliano, il capolavoro di Cima "La Madonna con Bambino", nel duomo della città.

Isola di Lemno, scavi nell'antica Hephaestia

L'antico teatro di Hepeastia (Foto: limnosgreece)
Un grande tempio con reperti risalenti a due principali periodi - V-VI secolo a.C. e III-II secolo a.C. - è stato scoperto durante gli scavi archeologici nell'antica città di Hephaestia, sull'isola greca di Limnos (Lemno). I reperti sono stati rinvenuti nei pressi del teatro dell'antica città.
Gli archeologi hanno intenzione di effettuare scavi archeologici anche nei pressi del tempio di Kabeira, sempre a Limnos, e nella piccola isola di Agiostrati, dove vi sono evidenze di un antico insediamento preistorico.
Hepheastia venne costruita nella baia di Pournias, nel nordest dell'isola di Limnos, e fu una delle due città-stato più antiche dell'isola. Qui vi erano gli edifici di culto principali dell'isola, il più importante dei quali era quello dedicato ad Efesto (Vulcano). La città antica occupava l'intera penisola di Palaiopolis, nella baia di Pournias. Era una città portuale di una certa importanza, costruita dai Pelasgi e circondata dal mare che formava due insenature portuali utilizzate a seconda del tempo.
Nella città antica di Hepheastia sono stati scavati il teatro, probabilmente ellenistico e modificato in epoca romana, e numerosi edifici che attestano l'importanza della città anche in epoca bizantina. Dal IV secolo d.C., infatti, Hepheastia divenne sede vescovile. Il vescovo di Hephaistia di Lemnos, Strategios, partecipò al primo concilio ecumenico di Nicea.

Necropoli di Faliro, trovato lo scheletro di un cavallo

Lo scheletro di cavallo trovato nella necropoli di Faliro, in Grecia (Foto: Themanews.com)
In un terreno a sud di Atene, di proprietà della Fondazione Stavros Niarchos, dove si trova la necropoli di Faliro, è stato scoperto lo scheletro ben conservato di un cavallo. Si tratta di una delle quattro tombe in cui sono state rinvenute le ossa di questo animale, la prima in cui lo scheletro è pressoché completo, tanto che dell'animale sono visibili persino gli zoccoli.
La necropoli di Faliro ospita sepolture che vanno dall'epoca arcaica a quella classica e finora ha riservato agli archeologi non poche sorprese, tra le quali gli scheletri di una coppia con le mani giunte, forse morti insieme e "congelati" in quella inusuale posizione dal rigor mortis. Sono 136 le sepolture di epoca arcaica.

Trovata la raffigurazione della prima eruzione?

Gli "spruzzi" trovati nella caverna di Chauvet che potrebbero rappresentare
un'eruzione vulcanica. A sinistra la vista generale, a destra i dettagli che
risultano una volta esclusa la figura del cervo gigante
(Foto: V. Feruglio, D. Baffier)
Ci sono dei dipinti, nella grotta di Chauvet-Pont D'arc, nel sud della Francia, che potrebbero essere la più antica raffigurazione che si conosca di un'eruzione vulcanica. Le grotte furono scoperte nel 1994. Contengono centinaia di dipinti fatti dagli uomini vissuti qui 37.000 anni fa: raffigurazioni di rinoceronti lanosi, leoni ed orsi.
Una delle gallerie della grotta di Chauvet, quella che porta il nome di Megaloceros, da una specie di grande cervo che vi è raffigurato, contiene anche dei dipinti parzialmente coperti proprio dalla figura dell'animale. Si tratta di una sorta di spruzzi che, inizialmente, gli studiosi non sono stati in grado di spiegare. Non lontano dalla grotta di Chauvet (circa 35 chilometri) si trovano circa una dozzina di vulcani spenti, attivi, senza dubbio, quando gli uomini abitavano e decoravano le vicine grotte.
Gli archeologi hanno visitato e campionato, nel 2012, le rocce di tre coni vulcanici, hanno misurato i livelli di isotopi del gas argon ed hanno determinato che la regione venne investita da una serie di eruzioni vulcaniche tra i 19.000 e i 43.000 anni fa. Si sarebbe trattato, a detta degli studiosi, di eruzioni di una certa potenza, molto simili a quelle dello Stromboli, con enorme fuoriuscita di lava. Le comunità di cacciatori-raccoglitori che vivevano nei dintorni, devono aver visto la scena a distanza di sicurezza e probabilmente l'hanno riprodotta sulle pareti della grotta di Chauvet. Le indagini al radiocarbonio hanno, infatti, accertato che gli esseri umani popolarono la zona tra i 36.000 e i 37.000 anni fa.
Se queste ipotesi, avanzate dai ricercatori che stanno operando nella zona di Chauvet, sono corrette, le immagini rintracciate nella grotta rappresenterebbero la prima raffigurazione conosciuta di un'eruzione vulcanica. Esempi analoghi si sono trovati presso il sito Neolitico di Catalhoyuk, nella Turchia centrale. Axel Schmitt, geologo dell'Università di Heidelberg, in Germania, che ha studiato con i suoi collaboratori l'eruzione avvenuta nei pressi di Catalhoyuk, è certo che le immagini trovate nella grotta di Chauvet siano proprio quelle di un'antichissima eruzione vulcanica. Sarà difficile, però, secondo lui, stabilire una data precisa mediante l'analisi della roccia basaltica ivi presente.

mercoledì 13 gennaio 2016

Sudan, scoperte importanti sul regno di Kush

Gli scavi del 2015 nel sito di Abu Erteila, Sudan (Foto: CEEMO)
Un team di archeologi italiani e russi ha fatto quella che sembra essere la scoperta più importante degli ultimi dieci anni. Si tratta di un altare in basalto, la base per una barca sacra ed un'iscrizione geroglifica. I reperti sono stati trovati ad Abu Erteila, a 200 chilometri da Khartum.
Il ritrovamento permetterà di gettare una nuova luce sulla civiltà nubiana, che fiorì tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.. La missione è finanziata dall'Istituto Internazionale di Studi Mediterranei e Orientali (ISMEO) e dall'Istituto di Studi Orientali dell'Accademia Russa delle Scienze e le scoperte sono arrivate all'ottava stagione di scavi, che sono stati condotti tra novembre e dicembre 2015.
I ricercatori sono impegnati nell'interpretazione del testo geroglifico, ma sono riusciti già ad individuare i cartigli con i nomi di una coppia reale. Si tratta del faraone Natakamani e della regina Amanitore, che regnarono durante l'età dell'oro della civiltà meroitica, sviluppatasi in Nubia.
Amuleto a forma di corona e statuetta di leone
trovati negli scavi di Abu Erteila
(Foto: Fantusati-Lebedev)
I resti sono emersi dalle rovine di un tempio probabilmente distrutto da un incendio e si sta attualmente procedendo alla datazione delle rovine tramite Carbonio14. La base che doveva ospitare la barca sacra si trovava nel naos, o sala centrale del tempio, che ospitava una divinità nubiana che, periodicamente, veniva posta sulla barca stessa in occasione di una processione rituale.
Il regno di Kush era un antico regno africano che prosperò tra il 1070 a.C. e il 350 d.C.. La capitale del regno era Napata ed i re kushiti governarono l'Egitto come faraoni durante il Terzo Periodo Intermedio. Furono, in seguito, espulsi dal Paese dagli Assiri di Esarhaddon. Il regno sopravvisse fino all'impero romano, che si impadronì anche del loro territorio.
La prima campagna di scavi ad Abu Erteila è stata inaugurata nel 2008, con il sostegno delle autorità sudanesi.
Natakami governò Kush (oggi Sudan) dall'1 a.C. circa fino al 20 d.C.. Fu uno dei più importanti faraoni del periodo meroitico. Venne preceduto dalla madre, la regina Amanishakheto. Amanitore, sua moglie, fu anche co-reggente e, probabilmente, gli succedette sul trono kushita. Furono gli ultimi grandi costruttori di Kush, noti per il ripristino di antichi templi e per la costruzione della piramide di Meroe. Edificarono anche la città di Naqua, in cui si trova il tempio di Apedemak, uno dei monumenti più noti del Sudan, oltretutto in ottimo stato di conservazione.
Il palazzo reale di Natakamani e di Amanitore si trovava a Gebel Barkal. E' stato scavato per diversi anni, nel 2001 dalla missione archeologica dell'Università "La Sapienza" di Roma, che ha scoperto le camere che appartenevano alla famiglia reale, il deposito, pieno di preziosi manufatti, e diverse altre strutture.

Cina, resti umani con protesi

La protesi ritrovata nel cimitero cinese
(Foto: ancient-origins.net)
Duemila e più anni fa, in Cina, un uomo di modesta estrazione sociale, con uno degli arti inferiori mal funzionante, era dotato di una protesi terminante a zoccolo di cavallo. E' questa la scoperta eccezionale fatta dagli archeologi in un antico cimitero a Turpan.
Con l'uomo, che era piuttosto anziano al momento della morte, è stata sepolta una donna. I ricercatori non sono sicuri che i due corpi siano in qualche relazione l'uno con l'altro. Di certo si sa che la gamba sinistra dell'uomo era deformata, con rotula, femore e tibia fusi insieme. La modesta estrazione sociale dell'uomo è stata dedotta dalla qualità del suo corredo funebre, in cui figuravano un vaso di ceramica, dei bicchieri e delle ciotole e un piatto di legno. Probabilmente l'uomo apparteneva all'etnia Gushi, della quale si conosce veramente poco se non che abitava un tempo l'antica Turpan.
Dopo la morte dell'uomo, la sua sepoltura è stata riaperta per collocarvi il corpo di una giovane donna di circa 20 anni. L'uomo è morto all'età di circa 60-70 anni ed a un certo punto della sua vita aveva contratto la tubercolosi che può essere stata una delle cause della malformazione ossea. Dal momento che la parte superiore della protesi era molto consumata, i ricercatori ritengono che l'uomo l'abbia utilizzata per un lungo lasso di tempo. D'altro canto senza questo supporto sarebbe stato difficile per lui camminare, dal momento che non era in grado di raddrizzare l'arto.

domenica 10 gennaio 2016

Ed-Dur, perla archeologica degli Emirati

La necropoli di Ed-Dur, risalente al 100 d.C.
(Foto: Prof. Ernie Haerinck)
Nel vasto sito archeologico di Ed-Dur, negli Emirati Arabi Uniti, un team di archeologi ha trovato circa 500 sepolture risalenti al 100 d.C. circa. La necropoli si trova accanto alle rovine in pietra di alcune abitazioni.
Alia Al Ghafli, responsabile del Dipartimento di Antichità e del Patrimonio ha affermato che le sepolture sono state costruite con pietre provenienti dal mare e sono di forma rettangolare. Queste sepolture consentiranno agli studiosi di acquisire nuove informazioni circa la vita degli abitanti della regione nel 100 d.C.
Le sepolture sono tutte orientate in direzione nordest, ad eccezione di una orientata verso nordovest. Le tombe sono state scavate tutte accanto alle abitazioni perché chi abitava questi luoghi credeva nella vita dopo la morte e pensava che vita e morte fossero profondamente legate e inscindibili l'una dall'altra.
Archeologi al lavoro tra i resti delle abitazioni di Ed-Dur
(Foto: Prof. Ernie Haerinck)
Nei pressi di un tempio, già scavato in precedenza, sono state rinvenute due aquile in pietra che, probabilmente, erano collegate al culto solare praticato nell'edificio religioso. Forse, sostiene la Dottoressa Al Ghafli, erano decorazioni per l'ingresso del tempio. Oltre alle aquile sono emerse perle, punte di freccia in ferro e bronzo, oggetti in ceramica e vetro. La scoperta delle perle ha fatto pensare che questo centro abitato fosse un porto e fosse posto in vicinanza del mare. Gli archeologi hanno recuperato anche spade, forni e monete dell'epoca di Alessandro Magno. Gli oggetti sono, attualmente, in fase di restauro e saranno esposti, appena possibile, al Museo di Umm Al Quwain.
Sepoltura di bambino dalla necropoli di Ed-Dur
(Foto: Prof. Ernie Haerinck)
Gli scavi di Ed-Dur sono iniziati nel 1973 da parte di archeologi iracheni che scoprirono quasi subito i resti delle abitazioni in pietra e monete. Tra il 1989 e il 1995 ulteriori scavi hanno portato alla scoperta del tempio dedicato ad una divinità collegata ad un culto solare e che recava iscrizioni in aramaico. La Dottoressa Al Ghafli ha intenzione di ripristinare il tempio e dal 2009 sono in corso altri scavi mirati a ricostruire la planimetria del luogo.
Ed-Dur è l'unico sito archeologico situato sulla costa del Golfo Persico ed ospitava, anticamente, una fiorente comunità dedita al commercio. Ed-Dur, infatti, era un porto che serviva l'antica città di Omana. Nel corso degli scavi protrattisi in tutti questi anni sono emerse ceramiche smaltate e monete provenienti da Italia, Grecia, Persia, Iraq meridionale e persino dall'India. Questo fa pensare che Ed-Dur fosse un porto internazionale, un punto di collegamento nel Golfo Persico con le rotte commerciali marittime del Mediterraneo e dell'Asia.
Ed-Dur, i resti del tempio di Shamash (?) (Foto: Gulfnews.com)
Ed-Dur, unitamente all'altro sito archeologico di Mleiha, nell'Emirato di Sharjah, risalente più o meno allo stesso periodo, permette di comprendere meglio le antiche tradizioni commerciali del popolo degli Emirati, offrendo le prove dei collegamenti marittimi e delle rotte commerciali nel Golfo Persico che arrivavano persino a Roma. Ed-Dur, inoltre, permette di studiare meglio le credenze religiose della popolazione locale prima dell'arrivo dell'Islam.
Il sito di Ed-Dur è uno dei più grandi siti archeologici degli Emirati Arabi Uniti. Si affaccia sul lago di Al Beidha ed è circondato da una serie di dune di sabbia piuttosto elevate che lo proteggono dal vento proveniente dal mare aperto, a nord. E' solitamente associato al sito di Meliha, nell'Emirato di Sharjah. Da Ed-Dur partivano le derrate alimentari via mare, mentre Meliha forniva prodotti agricoli che non erano disponibili a Ed-Dur. Quest'ultima aveva, poi, una propria monetazione.
Vista di parte del sito archeologico di Ed-Dur (Foto: Flickr)
Lo scavo del sito ha portato alla luce un fortilizio squadrato, i cui lati erano lunghi quasi venti metri e con alcune torri d'angolo. All'interno di questo forte è stato rintracciato un edificio composto da diverse stanze, alcune monete e oggetti di ceramica. Il sito ha restituito anche alcuni scheletri sia maschili che femminili e strumenti utilizzati nella vita quotidiana della popolazione che l'abitava.
L'edificio più importante di Ed-Dur era sicuramente il tempio, situato in una conca circondata da dune di sabbia sia ad est che a sud. La sabbia ha contribuito a conservare le mura perimetrali del tempio pressoché intatte fino all'altezza di 2-2,30 metri. Il tempio aveva due ingressi, il più grande dei quali si trova nella parte orientali. Su entrambi i lati ci sono due terrazze sulle quali, ipotizzano gli archeologi, potrebbero essere state poste le aquile in pietra trovate in situ. Le pareti esterne della porta occidentale erano ricoperte di intonaco ed entrambe le entrate erano decorate con motivi geometrici.
Nei pressi del tempio è stato scavato un pozzo circolare profondo circa sei metri. All'interno dell'edificio religioso è stato trovato un bacino rettangolare presso l'angolo nordest, posto su un'ampia base e recante una scritta in aramaico su nove linee. La scritta è piuttosto danneggiata, gli archeologi sono riusciti solo a decifrale la parola "sole" che, probabilmente, indica la destinazione del tempio a culto del dio solare Shamash.

Trovata un'antica strada a Tarso, in Turchia

La strada scoperta a Tarso, in Turchia (Foto: Hurriyet Daily News)
Gli scavi nel sito archeologico della città di Tarso, nella provincia turca di Mersin, hanno portato alla scoperta un'antica strada costruita con tecnica poligonale. Sono stati scoperti anche diversi tubi di terracotta presumibilmente per il trasporto dell'acqua ed un certo numero di botteghe.
L'antica strada, costruita in basalto, si trova a circa 200 metri di distanza dalla storica Porta di Cleopatra, porta di accesso navale ad una delle più importanti arterie della città. La strada ha le stesse caratteristiche di quella scoperta nel centro di Tarso durante gli scavi condotti tra il 1993 e il 2003.
Il nome Tarso deriva dall'hittita Tarsa, derivante dal nome del dio hittita e hurrita della tempesta, Tarku (Tarhuntas). Nei testi accadici del periodo neo-assiro appare come Tarsisi mentre in epoca ellenistica la città è chiamata Antiochia al Cydno per distinguerla da Antiochia di Siria. Era nota, in epoca cristiana, come Diocesi di Giuliopoli.

Sorprese da Istanbul, continuano gli scavi a Yenikapi

Sandali di 1500 anni fa trovati a Yenikapi (Foto: Hurriyet)
Gli scavi di Yenikapi, quartiere portuale di Istanbul, hanno riportato la storia della città indietro ad 8500 anni fa, attraverso il recupero di una serie di manufatti storici che hanno attirato l'attenzione degli archeologi di tutto il mondo.
Tra le scoperte sicuramente più interessanti vi sono le impronte dei primi abitanti della città, trovate durante l'esplorazione archeologica della stratigrafia risalente al Neolitico. Oltre alle antiche orme sono stati trovati i remi di una canoa e dei cucchiai modellati in osso. Molti di questi reperti sono stati definiti unici al mondo e sono attualmente custoditi nel Museo Archeologico di Istanbul, in attesa di essere trasferiti in un nuovo Museo che verrà costruito proprio a Yenikapi.
Nel frattempo i cantieri di scavo a Piazza Aksaray, sempre a Yenikapi, che si pensa essere stato il prolungamento dell'antico porto di Teodosio, sono ancora in attività. Gli archeologi hanno affermato che questi scavi devono essere condotti con la massima attenzione, dal momento che sono emersi reperti importantissimi per la storia di Istanbul Tra questi vi sono un pettine in legno di 1200 anni fa, un'anfora dello stesso periodo, i remi di una canoa di 8000 anni fa e la testa di una figurina di avorio di 1600 anni fa.

Nuove e interessanti scoperte nell'Emirato di Sharjah

Archeologi tedeschi a Wadi Al Hilo, nell'Emirato di Sharjah
(Foto: Sharjah Department of Culture and Information)
Sono state fatte importanti scoperte archeologiche, nel 2015, nel piccolo Emirato di Sharjah, dove operano archeologi provenienti da diverse parti del mondo. Innanzitutto sono stati trovati degli strumenti in pietra risalenti, secondo le prime stime, a circa mezzo milione di anni fa. Se questa datazione sarà confermata dalle analisi di laboratorio, si dovrebbe retrodatare la storia dell'occupazione umana degli Emirati Arabi di centinaia di migliaia di anni.
Tra gli strumenti vi sono asce del Paleolitico Inferiore, del tipo conosciuto come Acheulano, trovate dagli archeologi dell'Università tedesca di Tubinga durante ricognizioni di superficie su Jebel Faya e nell'area di Suhaila. Gli archeologi belgi che lavorano a Mleiha, a sud di Al-Dhaid, hanno trovato, invece, diverse tombe e le fondazioni di edifici abitativi. Durante questi scavi sono emersi anche oggetti in ceramica. Il team americano del Bryn Mawr College della Pennsylvania hanno operato a Tell Abraq, uno dei tell più vasti e importanti della regione. Gli strati di insediamento, qui, risalgono fino al III millennio a.C.. Sulla costa orientale degli Emirati Arabi Uniti operano gli archeologi dell'Università giapponese di Kanazawa, che stanno indagando il sito tardo islamico di Dibba Al-Hisn, dove hanno trovato prove della diffusione di ceramica importata persino dalla Cina.
Sharjah è uno dei sette emirati che compongono gli Emirati Arabi Uniti, il terzo in ordine di grandezza. Si trova sul lato orientale della Penisola Arabica, confina a sud e ad ovest con l'Arabia Saudita e ad est con il Sultanato di Oman e si affaccia sul Golfo Persico.

La Patera di Parabiago, culti pagani in epoca cristiana

La Patera di Parabiago (da Flickr)
La Patera di Parabiago è una coppa d'argento con figurazioni a rilievo che, secondo le indicazioni del possessore - il senatore del Regno d'Italia Felice Gajo - venne rinvenuta nel 1907 durante i lavori per la risistemazione del giardino interno della villa di quest'ultimo, nei pressi di Milano.
La Patera venne, nel 1929, segnalata all'allora soprintendente Alda Levi Spinazzola, che riuscì ad acquisirla per le collezioni statali. Dapprima l'oggetto venne esposto nella Pinacoteca di Brera (1933), in seguito venne custodita nel Museo Archeologico di Milano dove si trova tuttora. Purtroppo non si conosce il contesto archeologico in cui è stata rinvenuta la Patera, gli oggetti che l'accompagnavano e la stratigrafia del luogo di rinvenimento, che avrebbero potuto fornire utilissime informazioni agli archeologi.
Patera di Parabiago, particolare di coribante
(Foto: ancientrome.ru)
Gli studiosi convengono, ad ogni modo, che la coppa appartenga ad una serie di vasi preziosi decorati a rilievo con scene mitologiche o di tradizione cristiana, collocabili nel tardo periodo imperiale, presumibilmente tra il IV e il V secolo d.C.. L'argento in cui è stata forgiata la Patera di Parabiago è quasi puro, con poche tracce di rame e coloriture d'oro. La decorazione a rilievo rappresenta il trionfo di Cibele. La Patera pesa circa 3,5 chilogrammi per un diametro di 40 centimetri.
Secondo alcune interpretazioni, la Patera rappresenta una sorta di allegoria cosmica delle stagioni, con Cibele che riassume in sé le caratteristiche della Grande Madre, il cui culto veniva celebrato in ambienti privati di rango elevato soprattutto nella tarda romanità pagana. La Grande Madre aveva un posto particolare tra le divinità romane, poiché rimandava alle origini della "romana gente", quelle origini troiane legate alle radici stesse della città di Roma.
Il culto di Cibele si era diffuso, nell'antichità, a partire dalla sua terra d'origine - l'Anatolia - dapprima nelle città greche dell'Asia Minore. Di qui era arrivato in Grecia prima e a Roma poi. A Cibele erano dedicati santuari molto importanti, il più rilevante dei quali era sicuramente quello di Pessinunte, in Frigia, dove era conservato il simulacro della dea, una pietra aniconica che, secondo la tradizione, doveva essere di origine meteorica.
Nel 204 a.C. un oracolo dei Libri Sibillini, consultato da un corpo speciale di decemviri su ordine del Senato, visto il grave pericolo corso dalla giovane repubblica romana, minacciata da Annibale, impose di introdurre il culto di Cibele a Roma. Si trattava, per certi aspetti, del ripristino di un culto delle origini, poiché Enea, mitico fondatore dell'Urbe, proveniva proprio dall'Anatolia, terra d'origine della dea Cibele. Dunque la pietra aniconica simbolo della dea venne trasportata dal suo santuario di Pessinunte alla città sul Tevere. A lei venne dedicato, in seguito, un tempio sul Palatino. Più tardi
Patera di Parabiago, particolare del carro di Cibele e Attis
(Foto: Wikimedia Commons)
Cibele divenne una delle divinità protettrici della casa imperiale.
La massima espansione del culto di Cibele si ebbe durante il regno di Claudio. Il suo era un culto orgiastico, legato al tema della follìa, della morte e della resurrezione, con caratteristiche misteriche e gestito da sacerdoti evirati. Forse anche per questo non convinse mai del tutto i Romani, che non lo consideravano propriamente un culto legato alle loro tradizioni. Gli operatori del culto erano chiamati galli e il loro capo archigallo. Tra i riti orgiastici che caratterizzavano le festività dedicate alla dea, vi era il taurobolion, una sorta di battesimo nel sangue di un toro sacrificale.
In onore di Cibele si celebravano due feste, le Megalesie, nei periodi dal 15 al 17 marzo e dal 4 al 10 aprile. Queste feste aveva un carattere propiziatorio per le attività agricole e prevedevano il sacrificio di tori e montoni.
Patera di Parabiago, particolare di Oceano,Teti e Terra con amorini
(Foto: ancientrome.ru)
Sulla Patera di Parabiago Cibele è raffigurata seduta su un carro trainato da quattro leoni e circondato da tre figure di coribanti, sacerdoti dediti ai culti orgiastici, che danzano agitando scudi e pugnali. La dea reca, nella mano destra, uno scettro ed ha la testa coronata da merli da fortificazione (corona turrita). Al suo fianco siede Attis, il giovinetto da lei tanto amato, che indossa un berretto frigio e reca, tra le mani, un flauto di Pan (syrinx) ed un bastone da pastore.
Sulla destra della Patera vi è un gruppo di figure tra le quali spicca un dio con scettro e mantello contenuto nel cerchio dello zodiaco. Lo sostiene Atlante, che spunta dal terreno. Accanto al dio vi è una sorta di obelisco al quale è avvinghiato un serpente che sottolinea il concetto di eternità e fa riferimento al culto solare di origine egiziana. Al di sopra del carro, al margine della Patera, si scorge Phosphoros, la stella del mattino, rappresentato come un putto alato recante una fiaccola rivolta verso l'alto. Davanti a lui il carro di Selene, la luna, trainato da tori, e Vespero, la stella della sera, che al contrario di Phosphoros, reca in mano una fiaccola rivolta verso il basso.
In basso al centro compaiono le raffigurazioni di Oceano e Teti che sorgono dai flutti. A destra la Terra, raffigurata come una donna mollemente adagiata con la cornucopia in mano.

sabato 9 gennaio 2016

Egitto: scoperta una sepoltura reale ad Abu Sir

La sepoltura di Khentakawess (Foto: Czech Institute of Egyptology)
Un team di archeologi Cechi hanno scoperto la sepoltura di una sconosciuta, finora, regina egizia. La tomba si trova nel complesso funerario del faraone Neferefra, ad Abu Sir, una necropoli che si trova a sudovest del Cairo e che ospita diverse piramidi appartenenti ai faraoni della V Dinastia.
Il nome della sconosciuta regina era Khentakawess (o Khentkaus) ed è stato decifrato su una parete della necropoli. Sarebbe la terza regina a portare questo nome e fu moglie di Neferefra e madre del faraone Menkahur. Neferefra governò l'Egitto 4500 anni fa e non si era mai scoperto quale fosse il nome di sua moglie.
Gli archeologi hanno anche trovato circa 30 utensili, nella tomba, tra cui oggetti in rame e pietra calcarea. La sepoltura è stata datata alla metà della V Dinastia, che governò il Paese del Nilo dal 2994 al 2345 circa a.C., si trovava in un piccolo cimitero a sudest del complesso della piramide di Neferefra (Raneferef) e proprio questa sua dislocazione ha condotto gli studiosi a pensare che si tratti della moglie del faraone.
Alcuni degli oggetti ritrovati nella sepoltura di Khentakawess (Foto: Czech Institute of Egyptology)

Oetzi e l'Helicobacter

Ricostruzione del volto di Oetzi (Realizzazione: Adrie e Alfons Kennis,
Museo Archeologico dell'Alto Adige)
Continua a riservare sorprese Otzi, l'Uomo del Similaun, custodito nel Museo Archeologico dell'Alto Adige. Gli scienziati hanno scoperto che nel suo stomaco c'era l'Helicobacter della specie H. pylori, la stessa che oggi vive nella metà circa degli esseri umani e che è considerato responsabile, in molti casi, di ulcere e gastriti.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica "Science" da parte di un gruppo internazionale di studiosi del quale fanno parte il paleopatologo Albert Zink e il microbiologo Frank Maixner, dell'Istituto per le Mummnie e l'Iceman all'Eurac (Accademia Europea di Bolzano).
I ricercatori delle Università di Kiel, Vienna, Venda e del Max Planck Institute for the Science of Human History, unitamente ai due scienziati, hanno estratto l'intero Dna contenuto nello stomaco di Oetzi, ricostruendo il genoma del batterio vecchio di 5300 anni. I ricercatori, con loro grande sorpresa, hanno trovato un ceppo dell'Helicobacter diffuso soprattutto nell'Asia centrale e meridionale.
E' stato ipotizzato che due ceppi originale del batterio - quello africano e quello asiatico - si siano ricombinati per arrivare alla "versione europea" dell'Helicobacter. Si pensava che questa versione fosse presente già negli uomini del Neolitico quando lasciarono la vita nomade per dedicarsi all'agricoltura. Il caso di Oetzi, però, non dà credito a questa ipotesi e sposta la ricombinazione dei due ceppi batterici all'Età del Rame (3500-2300 a.C.), segno che l'affluenza in Europa di consistenti popolazioni nordafricane potrebbe essere più recente di quanto si pensasse.
Dunque ora bisognerà capire se Oetzi, oltre a carie, borreliosi, parodontosi, soffrisse anche di problemi allo stomaco. Sicuramente aveva i prerequisiti per una patologia del genere.

Museo Nazionale Romano, principi e principesse dell'antica Collatia

La sepoltura di Collatia in fase di scavo (Foto: Adnkronos)
Nella nuova sala del Museo Nazionale Romano dedicata alla "Protostoria dei popoli latini", sono in esposizione, dal 10 dicembre 2015, tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, pertinenti delle sepolture che hanno restituito anche un carro da guerra.
Si tratta di ritrovamenti effettuati negli scavi archeologici condotti dalla Soprintendenza Spericale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l'Area archeologica di Roma nel sito archeologico di La Rustica, a Roma, e datati all'VIII-VII secolo a.C.. La borgata romana di La Rustica è stata identificata con l'antico centro di Collatia, legato alla prima storia della repubblica di Roma.
La scoperta dei reperti che parlano dell'antica Collatia risale al 1972, quando era in costruzione il tratto cittadino dell'autostrada Roma-L'Aquila. I lavori di archeologia preventiva per l'ampliamento del tratto autostradale, condotti dal 2009 al 2012, hanno permesso il ritrovamento di tre sepolture, ora esposte insieme ad altre tre ancora in fase di studio.
Gli archeologi sono riusciti a ricostruire lo stile di vita e l'organizzazione di Collatia in epoca protostorica, permettendo di meglio comprendere la storia della cultura laziale tra l'Età del Bronzo (XI secolo a.C.) e l'Età del Ferro fino alla fase orientalizzante (X-VI secolo a.C.). La sala in cui sono ospitati questi importanti reperti si trova al primo piano del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano.
Lo scettro in bronzo e legno di corniolo trovato negli scavi
(Foto: La Repubblica)
"Lo studio delle comunità protostoriche è frutto di decenni di ricerche archeologiche, che hanno avuto l'opportunità di riconnettere tante informazioni sul momento in cui Roma comincia a nascere e sulla crescita del suo potere sui popoli del Lazio ad essa preesistenti. - Ha affermato Francesco Prosperetti, Soprintendente dell'area archeologica di Roma. - Di Collatia si sono perse le tracce durante i secoli e si sono susseguite ipotesi di dove fosse questa città. Le uniche tracce certe sono quelle lasciate dalle sepolture, riemerse dai lavori dell'A24. Non sono tombe qualsiasi, perché destinate a principesse e principi. I corredi ritrovati sono corredi speciali, unici per la loro importanza, a testimonianza di questa realtà che si potrebbe definire 'feudale', precedente all'egemonia di Roma. - Ha continuato Prosperetti. - Erano luoghi in cui esistevano importanti personaggi che avevano forza e potere su limitate porzioni di territorio, spesso in lite tra loro. Per questo motivo troviamo, in due sepolture, veri carri da guerra di cui sono rimaste intatte le parti metalliche".
Una delle sepolture scavate a Collatia (Foto: La Repubblica)
Tra i reperti in esposizione vi sono uno scettro in legno di corniolo, con il pomo in bronzo fuso e decorato da intarsi in ferro, raffiguranti animali fantastici, una spada e un carro di guerra sepolto con il principe al quale apparteneva e ricostruito a partire dai cerchioni in ferro delle ruote.
Collatia fu una colonia di Alba Longa, città fondata da Silvio, discendente di Enea, e citata dallo storico Tito Livio come centro della rivolta a Tarquinio il Superbo. Si trovava in posizione strategica su alcune delle principali vie di comunicazione e di scambio dell'epoca, quali la via Collatina e il fiume Aniene.
Per lungo tempo la posizione di Collatia è stata oggetto di controversie tra gli studiosi. Una delle ipotesi più accreditate la voleva in corrispondenza del Castello di Lunghezza. Gli scavi condotti in quest'area, però, esclusero ben presto la presenza di un centro abitato. Le necropoli e il centro abitato sono frutto dei recenti scavi della Soprintendenza nella borgata di La Rustica. Della necropoli sono state scavate 400 sepolture riferibili, per la maggior parte, al III e IV periodo della cultura laziale (VIII-VI secolo a.C.), il momento della massima fioritura di Collatia.

Il Botticelli in Cile...

La Madonna con Bambino e sei angeli, di Botticelli (Foto: Adnkronos)
(Fonte: Adnkronos) - Trasferta per "la Madonna con bambino e sei angeli" di Botticelli. Il tondo, realizzato durante la fase tarda della produzione artistica del pittore, sarà infatti esposto per la prima volta, dal 14 gennaio al 15 marzo, al Centro Cultural La Moneda di Santiago del Cile. Dopo essere già stata in Russia e Giappone, l'opera lascerà l'Italia in occasione dell'anno dell'Italia in America Latina.
L'esposizione promossa dal Mibact, dall'Ambasciata d'Italia a Santiago, dall'Istituto italiano di cultura, dalla Galleria Corsini di Firenze e dal Consejo Nacional de la Cultura y las Artes, è un "regalo" per festeggiare i dieci anni di vita del Centro Cultural La Moneda, e la visione dell'opera sarà quindi gratuita.
"La Madonna con bambino e sei angeli" è stata realizzata durante la fase tarda della produzione artistica di Botticelli. Un periodo in cui la conversione del pittore matura nel clima turbato della Firenze di fine secolo e determina una svolta nel suo stile. La composizione è pensata per un formato circolare, ma si distingue da esempi precedenti per la costruzione piramidale, l'allungamento delle figure e soprattutto per la presenza degli strumenti della Passione, che rappresentano il fulcro del dipinto e sembrano evocare le prediche infiammate di Savonarola.
Il dipinto del Botticelli fa parte della Galleria Corsini dalla metà del 1600. L'opera venne acquistata dal Marchese Bartolomeo Corsini per seguire le disposizioni testamentarie del fratello, il marchese Filippo Corsini, che si raccomandava di investire in opere d'arte, le quali "aprono la mente ed il cuore". Bartolomeo iniziò così a studiare e ad informarsi per scegliere opere d'arte che potessero essere facilmente riconoscibili e di grande valore artistico. La sua scelta ricadde sul Botticelli.
Il Botticelli incarna nell'immaginario l'idea stessa del Rinascimento fiorentino e uno dei grandi maestri dell'arte italiana. Allievo di Filippo Lippi e poi attivo nella bottega del Verrocchio la diffusione della sua fama è confermata dalla chiamata nel 1480 a Roma, insieme agli artisti più celebri, per affrescare le pareti della Cappella Sistina.
Al ritorno diviene sempre più stretto il legame con i Medici, di cui è pittore di fiducia. Per la famiglia che detiene il potere a Firenze esegue, tra l'altro, famosissime favole mitologiche profane quale "La Primavera", "Pallade e il centauro", la "Nascita di Venere".

martedì 5 gennaio 2016

Scoperta una fattoria di duemila anni fa in Israele

Veduta aerea della fattoria di Rosh Ha-'Ayin
(Foto: Griffin Aerial Photography)
La Israel Antiquities Authority sta svolgendo degli scavi intensivi a Rosh Ha-'Ayin, propedeutici alla costruzione di nuovi quartieri residenziali. Dagli scavi sono emersi interessantissimi reperti archeologici, il più importante dei quali sono, certamente, una casa colonica di 2700 anni fa e una chiesa di 1500 anni con mosaici colorati e iscrizioni.
Secondo Amit Shadman, direttore degli scavi per conto della Israel Antiquities Authority, le mura della casa colonica si sono conservate per un'altezza di oltre due metri. La fattoria comprendeva 24 camere disposte attorno ad un cortile centrale. Un grande silo per il grano è stato trovato nel cortile, segno che, in passato, il grano era intensamente coltivato e lavorato. La conferma a questo è arrivata dal ritrovamento di numerose macine per il grano, nonché da frantoi utilizzati per macinare le olive e produrre olio. Tra gli oggetti ritrovati nel sito vi sono anche due monete d'argento del IV secolo a.C. con i ritratti della dea Atena e della civetta di Atene.
Secondo Shadman questa fattoria e altre simili rimasero in funzione per molti secoli, finquando la regione venne abbandonata, in periodo ellenistico. Nel V secolo d.C., però, vi fu un nuovo fiorire di insediamenti rurali, stavolta sotto l'egida delle primitive comunità cristiane. La diffusione del cristianesimo è testimoniata anche dalla costruzione di numerose chiese rurali e impressionanti monasteri che sono stati scavati, negli anni, in questa regione.
Sulle colline della zona recentemente è stato trovato uno di questi monasteri risalente al periodo bizantino. Il monastero comprendeva, al suo interno, una chiesa, un frantoio, delle stanze e scuderie equipaggiate con mangiatoie e abbeveratoi. La chiesa era dotata di un pavimento musivo con disegni geometrici a colori che reca un'iscrizione in greco attribuita ad un sacerdote di nome Teodosio, un nome molto comune in epoca bizantina. L'iscrizione recita "Questo posto è stato costruito sotto Teodosio il prete. La pace sia con voi quando arrivate, la pace sia con voi quando ve ne andate. Amen".
Centinaia di anni dopo la sua costruzione il monastero cessò la sua attività e in periodo ottomano vi venne installato un forno per produrre calce. Gran parte degli edifici bizantini vennero, così, distrutti.
Dettaglio del mosaico pavimentale della chiesa del monastero bizantino di Rosh Ha-'Ayin
(Foto: Assaf Peretz, Israel Antiquities Authority)

L'antico insediamento di Jimena tra Romani e Arabi

Veduta dall'alto della fortezza di Jimena de la Frontera
(Foto: Bbc.com)
Gli archeologi spagnoli hanno scoperto i primi resti di quello che si pensa sia uno dei più importanti insediamenti romani in Spagna, sotto le fondamenta dell'attuale Jimena de la Frontera.
Le indagini archeologiche rivelano che sulla cima della collina dove sorge la città, vi sono dei resti di una cittadina romana pressoché intatta. Il Castillo de Jimena del la Frontera è l'insediamento originale della popolazione attuale di Jimena e "ospita" tracce di una storia antica e multiculturale, a lungo sconosciute, finquando un archeologo in pensione, che amava passeggiare sui camminamenti del castello, non individuò visivamente le tracce della precedente occupazione romana. Il luogo, all'epoca dell'occupazione romana, tra il I secolo a.C. e il III secolo d.C., era chiamato Oba.
Durante gli scavi sono state trovate monete bilingue che attestano l'esistenza, ancor prima dei Romani, di un insediamento libico-fenicio il cui nome era Oba. Dopo la conquista romana, il nome dell'insediamento venne latinizzato in Res Publica Obensis e l'insediamento venne considerato una città da governare con il diritto latino, con un senato proprio.
Il plateau occupato dal castello moresco che insiste sui resti
dell'insediamento romano (Foto: Richard Duebel)
I resti di epoca romana comprendono porte d'accesso, le torri, le infrastrutture idrauliche adeguate alla natura e alla pendenza del luogo e un tempio dalle pareti ben conservate. Si conserva, inoltre, la maggior parte del muro perimetrale della fortificazione urbana, in parte romana e in parte islamica. Il foro e la strada principale dell'insediamento iniziano nella parte bassa della città e questo dimostra che i Romani adattarono il modello originale di costruzione alla topografia del luogo.
Il sito di Oba venne scelto per la sua straordinaria posizione sulla campagna circostante. La posizione elevata era un elemento fondamentale per un presidio militare. Inoltre, l'enorme ricchezza agricola e zootecnica delle lussureggianti valli dei fiumi Guardiario e Hozgargante fanno di questa parte di Spagna un luogo naturale per installare una città che funga da guarnigione che possa mantenersi tranquillamente da sé.
I resti del tempio romano scavato a Jimena de la Frontera
(Foto: Richard Duebel)
Gli archeologi hanno iniziato il restauro del settore orientale dell'insediamento sul quale si staglia il profilo urbano della moderna Jimena. Lo spostamento della città in epoca medioevale ha permesso all'insediamento precedente di rimanere quasi intatto. Gli scavi hanno portato alla luce l'ingresso principale dell'insediamento romano. Un sentiero conduce i visitatori fino al fiume, la via più comoda per portare rifornimenti e truppe dalla costa fino ad un grande tempio che caratterizzava la cittadina romana.
Anche in epoca islamica, il carattere dell'araba Xemina è prettamente militare. La città araba venne costruita direttamente sulle rovine della città romana. Gli archeologi hanno trovato tracce della rimozione delle antiche macerie e del riciclo di quanto i Romani avevano utilizzato per edificare mura ed edifici pubblici. Dal 1059 in poi Xemina venne posta sotto il protettorato del regno di Taifa di Siviglia, vennero costruite cisterne, pozzi e alloggi che testimoniano la splendida fioritura della città sotto gli Almohadi, i Merinidi e i Nasridi.
Dal 1431 Jimena passò in mani cristiane ma venne presto ripresa dai musulmani e quindi dai castigliani, nel 1456. Questi passaggi continui di potere valsero alla città l'aggiunta del termine "de la Frontera".
Gli archeologi che stanno scavando in questa interessantissima località, temono per le prossime stagioni di scavo. Il substrato poroso del terreno sta facendo slittare il sito rendendolo instabile. Sono stati presi dei provvedimenti di emergenza, ma la situazione non sembra essere migliorata di molto. Inoltre le rovine e gli scavi sono continuamente minacciati dai cercatori di tesori clandestini. Il sindaco di Jimena de la Frontera ha promesso di adottare misure che permettano la sicurezza della località archeologica.

Tiriolo, scoperto un edificio di IV-III secolo a.C.

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