lunedì 29 febbraio 2016

Transilvania, scoperta una copia di Giotto

Frammenti di un affresco del XIV secolo ritenuto copia di un celebre affresco di Giotto all'interno delle rovine
di una chiesa a Jelna, in Romania (Foto: AFP-JIJI)
Uno storico ungherese è convinto che i lacerti di un affresco all'interno di una chiesa in rovina a Jelna, in Transilvania, siano una rara copia medioevale di un mosaico del maestro italiano Giotto. L'affresco è stato datato al XIV secolo ed è una riproduzione dell'affresco "La Navicella" di Giotto, che adornava la basilica di S. Pietro a Roma.
Ad oggi sono note solo altre tre copie dell'affresco risalente al XIV secolo e raffigurante Cristo che cammina sulle acque e gli apostoli in barca: una si trova a Strasburgo, in Francia, le altre due in Italia, precisamente a Firenze e Pistoia.
Giotto realizzò il grande affresco, considerato un capolavoro dell'arte medioevale, per l'atrio della basilica di S. Pietro intorno al 1300. L'affresco venne distrutto durante la ricostruzione della chiesa nel XVII secolo. Il nome di chi ha realizzato la copia trovata in Ungheria resterà, forse, sempre un mistero.
La chiesa che ospita la misteriosa copia fu costruita nella seconda metà del XIV secolo da tedeschi che si erano stabiliti, a migliaia, in Transilvania, allora parte dell'Ungheria, dietro invito di un re ungherese del XII secolo. Dopo il XVI secolo gli affreschi vennero ricoperti di intonaco da protestanti convertiti al cattolicesimo che non vedevano di buon occhio la presenza di immagini all'interno delle chiese.

domenica 28 febbraio 2016

In mostra le bellezze del Regno di Chu

Gli scavi nella provincia cinese di Hubei (Foto: Ansa)
(Fonte: Ansa) - Giade, bronzi, strumenti musicali, meravigliose testimonianze dell'antichissimo Regno di Chu, di molto precedente alla nascita del Celeste Impero cinese, arrivano per la prima volta in Europa per una grande mostra allestita dal 13 marzo al 25 settembre nelle tre sedi del Museo Nazionale Atesino di Este (Padova), del Museo Archeologico Nazionale di Adria (Rovigo) e di quello di Arte Orientale di Venezia. I capolavori, riemersi dopo 2500 anni grazie a imponenti campagne di scavi, racconteranno una civiltà che iniziò a prendere forma intorno all'VIII secolo a.C., per affermarsi quasi in parallelo con quella romana, come documenteranno le opere coeve custodite nei musei veneti.
Intitolata "Meraviglie dello Stato di Chu", l'importante iniziativa espositiva è infatti frutto di un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, che in seguito ospiterà, nel Museo Provinciale, una rassegna incentrata sulla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia. Il progetto, promosso per parte italiana, dai comuni di Este e di Adria, dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto, dal Polo Museale del Veneto (e sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto) ha visto la curatela di Adriano Madaro e Wang Jichao, che hanno selezionato i reperti rispettivamente dei musei veneti e di quello di Huebi per costruire questo inedito e ideale parallelo tra antichissime culture.
Nato come piccolo regno militare, lo stato di Chu si espanse al punto di diventare, sul finire del Periodo delle Primavere e degli Autunni (770-454 a.C.), una vera e propria potenza che visse il suo momento di massimo splendore nel successivo Periodo degli Stati Combattenti (453-221 a.C.). Fino alla sua totale distruzione ad opera del potente Stato di Qin (221-206 a.C.), la sua massima estensione copriva un vasto territorio della Cina centro-meridionale, attraversato in parte dal maggiore dei fiumi cinesi, lo Yangzi, conosciuto come il Fiume Azzurro e fino all'area dell'attuale Shanghai.
All'origine, Chu era uno Stato di impronta fortemente militare, quindi di carattere espansionista e in effetti, all'epoca delle Primavere e degli Autunni, riuscì ad annettere i territori confinanti, finendo per fagocitarli completamente nonostante avesse stretto con essi alleanze. Con il tempo, però, la sua aggressività militare si placò per compiacersi della bellezza delle arti, soprattutto la musica e la sofisticata lavorazione del bronzo e delle lacche, raggiungendo livelli impareggiabili.
L'impressionante qualità e stato di conservazione dei reperti archeologici rinvenuti nella provincia di Hubei in uno straordinario contesto archeologico di recente scoperta, testimoniano come la supremazia del regno fosse quindi stata culturale, prima ancora che militare. Le armi e le preziosissime giade rappresentavano, in quello specifico sistema di valori, i due punti estremi dello Stato di Chu: la supremazia terrena attraverso la guerra e il consenso celeste attraverso l'offerta del bene più prezioso.
Bronzi rituali erano invece indicatori della ricchezza e del prestigio della classe nobile. La loro forma, le fantasiose cesellature e le iscrizioni votive sottolineano la grande abilità degli artigiani di Chu. Le lacche straordinarie sono però tra gli oggetti più sorprendenti, soprattutto se si pensa che sono stati realizzati in legno e che, in virtù della laccatura, i reperti sono giunti pressoché intatti dopo oltre due millenni e mezzo. Persino strumenti musicali, parte di vere e proprie orchestre, sono segno di una padronanza dell'arte musicale senza eguali al mondo nel V secolo a.C.. Le campane di bronzo niuzhong e yongzhong costituiscono senza dubbio le opere più significative della cultura dell'epoca. La loro forma del tutto originale e la speciale lavorazione, oltre a farne oggetti di arte in sé, sono espressione di eccezionali e sperimentate conoscenze nel campo della musica.

Trovate antiche sepolture in Oman

Veduta aerea del luogo in cui è stata trovata la tomba e le sepolture
(Foto: Times of Oman)
Un team archeologico ha scoperto, a Mleiha, nella regione di Sharjah, in Oman, una tomba risalente al 215 a.C. circa che costituisce il più antico ritrovamento storico del paese e dimostra che l'antico Regno di Oman esisteva già alla fine del III secolo a.C.
Tra i reperti recuperati vi sono le iscrizioni incise sulla tomba, che è costituita da una grande camera funeraria sotterranea. L'iscrizione bilingue è in aramaico e in una lingua del sud Arabia e attesta che la tomba venne costruita dal figlio di un certo Amid, che era al servizio del re dell'Oman. La locale dinastia Abiel, conosciuta dalle monete coniate a Mleiha, può essere quella a cui fa riferimento l'iscrizione. Il regno di questa Dinastia aveva il Mleiha il suo epicentro e si estendeva sul territorio degli attuali Emirati Arabi Uniti.
Gli archeologi ritengono che al di sopra delle due camere funerarie sotterranee si elevasse un edificio quadrato in calce e mattoni. Le camere funerarie contenevano, un tempo, sia i resti dei defunti che i corredi funerari ed avevano le pareti costituite da grandi massi. Il passaggio tra le due camere funerarie era stato bloccato da mattoni e dalla grande iscrizione, caduta dalla struttura soprastante. Quest'ultima contiene la più antica menzione del nome dell'Oman, che finora risaliva al I secolo d.C.. Omana si riferiva, infatti, ad un porto sulla penisola dell'Oman.
Il sito archeologico di Mleiha è stato proclamato Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco.

La dea di Beit She'an

La misteriosa statuetta di 3400 anni fa trovata in Israele (Foto: Clara Amit, Israel Antiquities Authority)
Un bambino, in gita con gli amici, ha scoperto una statuetta di 3400 anni fa nella Valle di Beit She'an, in Israele, sul tumulo di Tel Rehov. La famiglia del ragazzo ha immediatamente avvertito la Israel Antiquities Authority.
La statuetta in creta raffigura una donna nuda in piedi ed è stata preparata premendo l'argilla morbida su uno stampo. Amihai Mazar, professore emerito presso la Hebrew University e direttore della spedizione archeologica a Tel Rehov ha esaminato la statuetta e ha dichiarato che si tratta di un manufatto della cultura cananea del XV-XIII secolo a.C.. Alcuni ricercatori pensano si tratti di una rappresentazione di una donna realmente esistita. Altri, invece, ritengono che la figurina rappresenti la dea della fertilità Astarte, nota sia attraverso fonti cananee che attraverso la Bibbia. Molto probabilmente il termine biblico "trafim" si riferisce proprio a statuette come questa.

Francia, trovate rare sepolture musulmane

Fotografie delle sepolture di Nimes, appartenenti ad individui di origine musulmana (Foto: Gleize et al)
L'analisi archeologica e genetica indica che tre scheletri, sepolti in tombe medioevali a Nimes, in Francia, potrebbero appartenere a dei musulmani. La conquista arabo-islamica è stata, durante l'Alto Medioevo, estremamente rapida ed ha portato a cambiamenti politici e culturali in tutto il Mediterraneo.
La presenza musulmana nella penisola iberica è ben documentata, non altrettanto si può dire per quel che riguarda la regione a nord dei Pirenei. I ricercatori hanno analizzato sia le pratiche funerarie della comunità che risiedeva nel luogo in cui sono stati rinvenuti gli scheletri, sia il Dna estratto da questi ultimi. I risultati sono stati che queste sepolture sembrano essere state effettuate secondo l'uso islamico per posizione del corpo e orientamento del capo verso La Mecca.
L'analisi genetica ha poi scoperto che l'origine dei defunti era molto probabilmente il nord Africa. La datazione al radiocarbonio ha collocato i defunti in un arco temporale che va dal VII al IX secolo. Gli archeologi ritengono che gli scheletri appartengano a dei berberi integrati nell'esercito degli Omayyadi, arrivati in Francia durante l'espansione araba dell'VIII secolo a.C.
Non sono molte le sepolture musulmane trovate in Francia, queste appena rinvenute potrebbero essere tra le prime testimonianze archeologiche ed antropologiche di comunità musulmane installatesi nel sud della Francia.

Sepolti tra gusci di tartarughe in Turchia

La sepoltura della donna e del bambino trovata in Turchia
(Foto: Kavusan Hoyuk Archaeological Project)
Scavi nel sudest della Turchia, a Kavusan Hoyuk, un sito sulla riva meridionale del fiume Tigri, hanno portato alla luce i resti di una donna e di un bambino morti 2500 anni fa e sepolti con tartarughe marine in precedenza macellate. La maggior parte delle tartarughe appartenevano ad una specie nota per la sua aggressività.
Il luogo di sepoltura è stato datato all'Età del Ferro. Il bambino, al momento della morte, aveva intorno ai 6-7 anni e la donna un'età compresa tra i 45 ed i 55 anni. Il bambino è stato sepolto a testa in giù, non si conosce se sia maschio o femmina, la gamba sinistra piegata e la destra estesa. Il braccio destro si trovava sotto il corpo mentre il sinistro era al di sopra della spalla, quasi a proteggere il volto.
Al di sotto del bambino vi erano i resti della donna, deposta sulla schiena, nessuna evidenza di traumi indici di morte violenta. Ancora non è stato fatto l'esame del Dna per cui non si conoscono ancora i legami tra la donna e il bambino. Si sa solamente che i due furono seppelliti a breve intervallo l'uno dall'altro. Tutt'intorno ai corpi giacevano resti di tartarughe. Uno dei gusci depositati al centro della sepoltura, apparteneva ad una Testudo graeca, 17 erano resti di Rafetus Euphraticu e tre appartenevano a tartarughe d'acqua dolce diffuse in Medio Oriente (Mauremys Caspica). Si tratta dei primi esempi di tartarughe trovate in una sepoltura.

venerdì 26 febbraio 2016

Israele, antiche stoffe...

Il tessuto scoperto nelle miniere di Timna
(Foto: ancient-origins.net)
Una squadra di archeologi ha scoperto un insieme di tessuti di diversi colori risalente a circa 3000 anni fa. Il ritrovamento è stato fatto in una miniera di stagno in Israele. Tessuti del genere sono molto rari perché sono composti di materiali organici e di solito si disintegrano molto tempo prima di essere ritrovati.
Le antiche miniere di rame di Timna si trovano nella valle di Arava, in Israele e alcuni ritengono che siano le famose miniere del re Salomone. Qui scava il Dottor Erez Ben-Yosef, dell'Università di Tel Aviv. La miniera apparteneva, un tempo, agli Edomiti, una popolazione seminomade dall'articolazione sociale molto complessa.
Corda a base di fibre di albero di palma da dattero trovata a Timna
(Foto: Clara Amit, Israel Antiquities Authority)
Secondo il Dottor Orit Shamir, ricercatore senior presso l'Autorità per le Antichità, esperto nello studio dei tessuti, quelli appena trovati potrebbero risalire all'epoca di re Salomone. Oltre alle parti di tessuto, gli archeologi hanno trovato i sette tipi di cibo menzionati nel Deuteronomio: "un paese di frumento e orzo, e viti, e alberi di fico e melograni; una terra di olio d'oliva e miele". I ricercatori hanno datato i semi al radiocarbonio per confermare l'antichità del sito.
E' la prima volta che sono stati trovati semi di questo periodo in così grande quantità. Il rame estratto dalle miniere, poi, era un prodotto di notevole importanza, ai tempi. Veniva utilizzato per fabbricare e strumenti ed era considerata la risorsa più preziosa in assoluto. A scavare nella miniera di Timna erano sicuramente prigionieri o schiavi. La fusione della roccia nella quale era incluso il metallo richiedeva una grande abilità ed organizzazione.
I ricercatori hanno trovato tessuto non prodotto localmente. Probabilmente proviene dalla Valle del Giordano o dal nord d'Israele. La maggior parte dei tessuti sono stati ricavati dalla lana di pecora, un elemento piuttosto raro per l'epoca.

mercoledì 24 febbraio 2016

Restauri importanti alla Chiesa della Natività di Betlemme

Uno dei mosaici restaurati della Chiesa della Natività
(Foto: AP/Nasser Nasser)
Dopo due anni di lavoro scrupoloso, gli esperti hanno completato la fase iniziale di un progetto di restauro della Chiesa della Natività a Betlemme, uno dei luoghi più sacri del Cristianesimo. Il progetto, parzialmente finanziato dai Palestinesi e portato avanti da un team di esperti Palestinesi ed internazionali, è il più grande restauro a cui sia stata sottoposta la chiesa in circa 600 anni. La rimozione di secoli di polvere ha rivelato mosaici e dato nuova luce ai colori. Anche se i Palestinesi sono in gran parte di religione musulmana, considerano la Chiesa un tesoro nazionale ed uno dei siti turistici più visitati del Paese.
La Chiesa della Natività si trova nella città biblica di Betlemme ed è stata voluta da Elena, madre dell'imperatore Costantino, al di sopra della grotta dove si dice che la Vergine Maria abbia dato alla luce Gesù. La chiesa, malgrado l'altissimo valore spirituale, è stata trascurata per secoli. Fino a due anni fa la pioggia penetrava attraverso il tetto gravemente danneggiato, minacciando le opere d'arte di valore inestimabile che si trovano al suo interno.
Uno dei mosaici restaurati della Chiesa della
Natività (Foto: AP/Nasser Nasser)
Nel 2013 l'Autorità palestinese ha preso le redini del finanziamento del recupero e del restauro al quale hanno contribuito la Chiesa Cattolica Romana, la Chiesa greco-ortodossa e armena e altre chiese, oltre a privati. La ristrutturazione dell'edificio religioso è stata condotta da un team di ingegneri, esperti in restauro e operai sia palestinesi sia italiani, questi ultimi della ditta Piacentini, specializzata nel restauro di siti storici, che ha lavorato su decine di ville, palazzi, chiese e monasteri sia in Italia che in Russia.
Nel corso degli ultimi due anni i restauratori hanno sostituito le travi in legno del tetto più danneggiate ed hanno predisposto una nuova copertura; hanno installato nuove finestre in legno che impediscono le infiltrazioni di acqua ed hanno restaurato migliaia di raffinate tessere musive. Mimmo Nucatola, che dirige gli esperti italiani che lavorano al ripristino dei mosaici, ritiene che le opere musive custodite nella chiesa sono un esempio unico, realizzato da mosaicisti qualificati alla fine del periodo delle crociate.
I mosaici, al momento dell'inizio dei lavori, erano talmente deteriorati che non era possibile vederne i colori e distinguerne nel figure rappresentate. Visitatori e pellegrini dovranno aspettare la fine del 2016 prima di poter ammirare le creature alate e i mosaici dai colori vivaci che sono stati restituiti alla primitiva bellezza.
Dopo aver completato il restauro e la pulitura dei mosaici nella navata centrale della chiesa, gli specialisti si stanno occupando di quelli presenti in un'altra area dell'edificio, dove stanno intervenendo sull'intonaco della parete. Gli operai e i restauratori si stanno occupando anche della facciata esterna in pietra e delle travi di legno. Tra i progetti vi è quello di installare un impianto per il microclima e per controllare la luce del sole, la temperatura e l'umidità all'interno della chiesa.
La chiesa cattolica, quella greco-armena e quella armena condividono la proprietà della chiesa e le spese per il restauro, in base ad un accordo del XIX secolo. Il restauro completo proseguirà attraverso fasi successive e si prevede che la durata completa sarà di tre anni. Alcuni interventi interesseranno i capitelli in pietra e le colonne della chiesa.
Esperti di restauro lavorano sul tetto della Chiesa della Natività (Foto: AP/Nasser Nasser)

Scoperta la tomba di un alto funzionario egiziano

L'ingresso alla sepoltura trovata ad El-Lisht (Foto: Luxor Times)
Ad El-Lisht, in Egitto, è stata scoperta una tomba del Medio Regno scavata nella roccia dalla missione egiziano-americana guidata da Mohamed Youssef, direttore delle antichità del Dahshur e dalla Dottoressa Sarah Parcak, dell'Università dell'Alabama. La tomba si trova a sud della piramide di Sesostri I.
La missione archeologica ha lavorato per documentare e preservare gli scavi all'indomani delle agitazioni del 25 gennaio 2011. La tomba appena scoperta appartiene ad un alto funzionario della XII Dinastia che aveva il titolo di "Portatore del Sigillo Reale".

lunedì 22 febbraio 2016

Il fiore imprigionato nell'ambra

Il fiore di 30 milioni di anni fa, intrappolato nell'ambra (Foto: G. Poinar)
(Fonte: Ansa) - E' rimasto intrappolato per 30 milioni di anni nell'ambra un fiore bellissimo e perfettamente conservato, probabilmente velenoso. Appartiene alla stessa famiglia di piante, le Asteracee, della quale oggi fanno parte girasoli, caffè, pepe, patate e menta. Descritto sulla rivista Nature Plants, il fiore è stato scoperto in una miniera della Repubblica Dominicana.
I suoi frammenti, intrappolati nell'ambra, lunghi poco meno di un centimetro, sono stati studiati negli Stati Uniti da due gruppi di ricerca coordinati da George Poinar, della Oregon State University, e Lena Struwe, della Rutgers University. Secondo i ricercatori il fossile potrebbe avere un'età compresa tra 20 e 30 milioni di anni e, oltre ad appartenere alla famiglia delle Asteracee, farebbe parte anche del genere Strychnos, che comprende l'albero da cui si estraggono due famosi veleni, stricnina e curaro.
Utilizzata come pesticida e veleno per topi, la stricnina ha anche catturato l'immaginazione di scrittori e registi. Per esempio è stata usata nel film "Psycho" dal protagonista Norman Bates per uccidere la madre e il suo compagno. Il curaro, invece, era usato dagli Indios per le loro frecce avvelenate.
"Le specie del genere Strychnos sono quasi tutte tossiche", ha detto Poinar. "Ogni pianta - ha aggiunto - ha i suoi alcaloidi con effetti diversi. Alcuni sono più tossici di altri". Ma, ha rilevato, è stato dimostrato che alcune di queste tossine hanno proprietà utili e persino medicinali. Sono studiate, ad esempio, per il trattamento di infezioni dovute a parassiti, come la malaria.
Attualmente ci sono circa 200 specie d piante del genere Strychnos in tutto il mondo, in forme che vanno da arbusti ad alberi, a rampicanti. La scoperta di questo fiore fossile, secondo i ricercatori, suggerisce che molte altre famiglie di piante correlate potrebbero essersi evolute nel tardo Cretaceo, nelle foreste tropicali.

domenica 21 febbraio 2016

Lecce, l'altare nascosto della chiesa di Santa Croce

Le scoperte nella chiesa di Santa Croce a Lecce (Foto: pugliapress.org)
(Fonte: pugliapress)  - La chiesa di Santa Croce a Lecce, edificio tra i più studiati perché simbolo per eccellenza della scultura e architettura rinascimentali e barocche pugliesi, continua, nelle pieghe dei suoi muri, a riservarci ancora sorprese. In un'intercapedine, larga circa 80 centimetri, è emerso un intero altare plausibilmente tardo cinquecentesco. Per capire qualche cosa di più su questa ritrovata opera di scultura è stato necessario condurre naturalmente prima di tutto una ricerca nella vastissima bibliografia dedicata a questa famosa chiesa leccese, paradossalmente non si è ancora trovato nulla. Non solo non si sono rinvenute notizie ma, e ciò è ancora più importante, neanche foto né disegni di questo altare e addirittura l'intercapedine in cui si trova nascosta l'opera non è stata segnalata neppure nei rilievi architettonici presenti nelle pubblicazioni più autorevoli dedicate proprio a Santa Croce.
In mancanza di opportune, adeguate notizie sull'argomento ed in attesa di ulteriori che dovessero scaturire dai doverosi approfondimenti in corso, l'opera, oggetto di quella che sembrerebbe essere una vera e propria scoperta, merita almeno una seppur rapida descrizione. Dell'altare è visibile soprattutto e meglio la metà superiore.
(Foto: pugliapress.org)
Al centro è un arco il cui diametro all'intradosso è pari a circa metri 2,92. Sulla ghiera di questo arco (a fasce e modanata), compaiono, equamente distribuite, 7 teste d'angelo (tre a destra, tre a sinistra e l'ultima collocata in chiave); l'arco, poggiante su pilastri con cornice è inquadrato da due colonne corinzie. La trabeazione, riccamente e variamente scolpita, è in parte danneggiata all'altezza della cornice superiore. Particolarmente interessante è il fregio. Su quest'ultimo si dispiega, infatti, una vera e propria processione di angeli ignudi a figura intera sostenenti i simboli della Passione di Cristo (i dadi e la tunica, la scala, i chiodi, la corona di spine etc.). Quegli angeli, partendo dai risalti della trabeazione in corrispondenza delle colonne, procedono in fila, gli uni da destra e gli altri da sinistra, verso il centro del fregio.
(Foto: pugliapress.org)
Nei due pennacchi (ovvero tra l'architrave, l'arco centrale e le colonne laterali) sono inserite, una per parte, le figure intere di due vegliardi. Quello di sinistra ha una barba più lunga dell'altro a destra. Dal punto di vista iconografico questi due personaggi potrebbero essere la rappresentazione di quei profeti che anticiparono nei loro scritti la venuta di Cristo.
Al fine di identificare meglio tali ipotetici "profeti" potrebbe essere utile osservare alcune figure molto simili presenti in due note opere pittoriche raffiguranti entrambe la "Trasfigurazione": la prima (oggi presso il museo Nazionale di Capodimonte a Napoli) dipinta nel 1479 circa da Giovanni Bellini (Venezia, 1433 circa-1516); la seconda realizzata da Lorenzo Lotto (Venezia, 1480-Loreto, 1556/1577) databile al 1510-1512 e conservata nel museo civico Villa Colloredo Mels a Recanati. In entrambi i dipinti, ai lati della centrale figura di Cristo, vi sono due anziani barbuti che le Sacre Scritture ricordano come Mosè ed Elia.
(Foto: pugliapress.org)
Due dettagli (lunghezza della barba e copricapo di uno dei due) presenti nel primo dipinto sembrano significativi perché contraddistinguono in modo analogo anche la figura scolpita (quella meglio visibile) dentro il pennacchio destro dell'altare ritrovato; tali elementi ritornano poi simili anche nel secondo dipinto e in particolare in quel personaggio che, a destra del Cristo, è significativamente identificato in modo inequivocabilmente chiaro come Mosè da un'iscrizione dorata posta sotto la stessa figura. Nel primo dipinto, inoltre, ognuno dei due vegliardi sostiene quello che sembra essere un foglio srotolato; un elemento simile, ma molto più lungo, è sorretto da ciascuno dei due personaggi collocati nei pennacchi dell'altare nascosto nell'intercapedine. Per completezza si aggiunge che non sono state rilevate incisioni fin dove è stato possibile ispezionare l'opera (metà destra superiore); essa, inoltre, a tratti, presenta diversi strati di scialbature (risalenti, evidentemente, al tempo in cui assolveva alla sua funzione sacra).
Non sappiamo quando questo altare (e altri pezzi di colonne che si vedono nella parte alta dell'intercapedine) sia stato reimpiegato murandolo come oggi lo si rileva; non è da escludere che la sua attuale posizione si conseguenza della ottocentesca costruzione del soprastante campanile. L'ampiezza frontale dell'altare farebbe inoltre escludere che si tratti di quello un tempo esistente nell'ultima cappella della navata destra ed eliminato per aprire la porta che conduce negli ambienti dell'attuale ufficio parrocchiale.

Magliano Sabina, antiche fortificazioni e antiche chiese

La cinta delle mura senesi che ha inglobato il muro dell'antica chiesa
(Foto: ilgiunco.net)
Ad una settimana dall'inaugurazione del restauro del Torrione delle mura di Magliano in Toscana, crollato nel novembre 2012, un nuovo reperto chiede attenzione. Si tratta di una parete emersa in un altro punto di crollo delle mura, dove qualche mese fa è venuta alla luce una macina in pietra di un antico frantoio connesso alle mura stesse.
Nella parte bassa, in direzione est, è emerso un muro che apparterrebbe ad un edificio sacro, forse una chiesa, precedente alla fortificazione voluta dai senesi nel XIV secolo. Il muro di quest'ultima finì per inglobare quello della chiesa rendendolo più debole. Il ritrovamento è dovuto all'attività di archeologia preventiva che, in questi casi, è svolta dalla Soprintendenza Archeologica della Toscana.
"Non lo avevamo subito detto ma si è sempre ipotizzato che era un edificio sacro - spiega l'archeologa che opera sul campo, Simona Marianelli - ma in realtà avremmo bisogno di scavare per fare uno studio appropriato, anche perché senza uno scavo adeguato, parlarne è poco più di una congettura. Si tratta di un muro pertinente ad un edificio sacro precedente alla costruzione delle mura senesi, probabilmente crollato in antico e per questo utilizzato nella costruzione delle mura senesi. Il problema è che lasciandolo scoperto dovrebbe sostenere tutta la pressione del terreno retrostante, compromettendo la sicurezza delle mura in quel punto. Al momento - conclude l'archeologa. - non avendo fondi a sufficienza e non potendo scavare ulteriormente intorno al muro, l'unica cosa da fare per mettere in sicurezza quella zona è ricostruire le mura, mettendo in sicurezza il muro. Verrà, quindi, isolato e protetto in modo da conservarlo".

Riaperta la tomba della regina Khennuwa

L'interno della piramide della regina Khennuwa, nella necropoli reale
di Meroe (Foto: P. Wolf/DAI)
Per la prima volta dopo quasi un secolo, sono state riaperte le camere sepolcrali di una piramide reale per un lavoro di ricerca e documentazione. Si tratta di una tomba sotterranea, costruita nei primi anni del IV secolo a.C. per la regina Khennuwa. La camera funeraria è stata completamente decorata con affreschi e testi geroglifici, alcuni dei quali in buono stato di conservazione.
La riapertura della tomba è parte del programma di ricerca e conservazione della Missione del Qatar per le Piramidi del Sudan (AMPS), varato per preservare e studiare più approfonditamente le oltre cento piramidi delle necropoli reali di Meroe.
Quattro secoli dopo che i loro antenati governarono l'Egitto con l'epiteto di Faraoni Neri, XXV Dinastia, VII secolo a.C., i re e le regine di Meroe crearono un vasto impero nel sud del Paese, nei pressi della prima cataratta del Nilo, nell'attuale Sudan. Il centro di questo regno era la città di Meroe, situata a circa 200 chilometri a nord della città di Khartoum. Fino alla caduta del regno meroitico (IV secolo d.C.) i suoi governanti sono stati sepolti in necropoli reali poste tra le montagne esistenti a pochi chilometri ad est di Meroe.
La regina Khennuwa era uno di questi governanti e la sua tomba è una delle prime piramidi di queste necropoli. La forte somiglianza della sua decorazione tombale con quelle della XXV Dinastia, denotano l'influenza delle tradizioni precedenti.
La tomba della regina Khennuwa venne scavata per la prima volta da George A. Reisner del Boston Museum of Fine Arts, nel 1992. Questi, purtroppo, documentò la sua scoperta soltanto con qualche fotografia e disegno a mano, che costituiscono l'unica fonte di informazione a disposizione degli studiosi per quasi un secolo. Ora il nuovo scavo e la riapertura delle camera sepolcrale della regina consente di raccogliere una documentazione più completa anche attraverso l'utilizzo delle moderne tecnologie.

Il vestito più antico del mondo è egiziano

L'antica camicia di Takhan, necropoli egiziana (Foto: UCL Petrie Museum of Egyptian Archaeology)
Il vestito di Tarkhan, una camicia in lino con scollo a "V" attualmente in mostra al Petrie Museum of Egyptian Archaeology, è il più antico indumento tessuto a mano conosciuto al mondo. Le indagini al radiocarbonio hanno, infatti, datato la camicia alla fine del IV millennio a.C.
La camicia venne confezionata in un periodo compreso tra il 3480 e il 3100 a.C. circa e fino a prima delle analisi alle quali è stato sottoposto era il più antico capo vestiario ritrovato in Egitto. Ora è il più antico capo di vestiario del mondo. Ben pochi esemplari di capi realizzati in fibre vegetali o in pelle di animali riescono a sopravvivere all'usura del tempo. Vi sono alcuni capi di vestiario giunti fino a noi e prodotti nella stessa epoca della camicia di Tarkhan, ma si tratta prevalentemente di drappi o mantelli che venivano avvolti attorno ai defunti prima della sepoltura.
I ricercatori dell'Università di Oxford, guidati dal Dottor Michael Dee, hanno misurato il campione del vestito per determinare la quantità di radiocarbonio, un isotopo radioattivo del carbonio, ancora presente nel tessuto. Da questa analisi, in seguito, sono riusciti a determinare il momento storico in cui la camicia venne tessuta. Il lino, infatti, è particolarmente adatto per la radiodatazione, in quanto composto di fibre che crescono in un breve lasso temporale.
Tarkhan è una necropoli egiziana a 50 chilometri a sud de Il Cairo scavata, dapprincipio, dall'egittologo Flinders Petrie nel 1913. Qui è stata scoperta la camicia di lino considerata il più antico indumento rinvenuto finora, ma non è il solo indumento restituito dall'antica necropoli. La camicia è stata inviata nel 1977 al Victoria and Albert Museum di Londra per la conservazione.
L'indumento è composto da tre pezzi di lino molto consistenti, tessuto a mano, con una naturale striscia di colore grigio pallido, con maniche e colletto. Manca l'orlo, per cui non è possibile determinare la lunghezza precisa dell'indumento. Le dimensioni, però, permettono di ipotizzare che appartenesse ad un adolescente oppure ad una donna dalla corporatura esile. Malgrado rimanga poco chiaro il suo uso, è stato possibile stabilire, dal grado di usura e dalle pieghe del tessuto in corrispondenza dei gomiti e delle ascelle, che l'indumento venne indossato durante la vita del suo proprietario. Solo i più ricchi avrebbero potuto permettersi un indumento simile.

Le impronte del passato...

Antiche impronte digitali sono state rinvenute sulla superficie interna del coperchio del sarcofago di un sacerdote vissuto nel 1000 a.C.. Si pensa che le impronte appartengano all'artigiano che creò il sarcofago e che le impresse prima che la vernice che ricopriva il coperchio si seccasse.
Le impronte sono state identificate dai ricercatori del Fitzwilliam Museum di Cambridge, in Inghilterra, in previsione di una mostra intitolata "Morte sul Nilo" e incentrata sull'evoluzione nella decorazione delle tombe egizie nel corso di 4000 anni.
Le impronte dell'antico artigiano sul sarcofago

La tomba della principessa celtica

Una spilla del corredo funerario della nobildonna
celtica (Foto: Consiglio Regionale di Stoccarda)
Una sepoltura, scoperta nel 2009, ha fornito una serie di preziose informazioni su chi vi era sepolto, una nobildonna celtica. La sepoltura si trova sulla riva del Danubio, nei pressi di Heuneburg, nel sud della Germania. Si tratta della più antica e ricca tomba celtica finora tornata alla luce. E' venuta alla luce non lontano dal sepolcro, scavato nel 2005 e risalente allo stesso periodo, di una ragazza il cui corpo era adornato di gioielli preziosi quasi identici a quelli trovati sepolti con la nobildonna celtica. In particolare due spille e due orecchini sono decorati allo stesso modo, al punto che gli archeologi ritengono vi sia stato un legame, in vita, tra le due donne. Si aspettano gli esami del Dna.
La sepoltura è molto ben conservata, la sua camera sepolcrale è in legno, il pavimento di quercia è stato trovato conservato a tal punto che è stato possibile, grazie a questo, datare tutto il complesso. Le querce utilizzate per costruirlo vennero abbattute 2620 anni fa, pertanto la donna a cui apparteneva la tomba morì nel 609 a.C..
Fortunatamente la tomba non è mai stata saccheggiata, così che tutti i tesori con i quali la donna venne sepolta sono stati recuperati. Nel 2010 un'enorme gru prelevò letteralmente la tomba, di 80 tonnellate di peso, e la trasportò in un laboratorio a Stoccarda, dove gli archeologi avrebbero potuto esaminarla, studiarla e restaurarla. La donna, nel suo ultimo viaggio, era accompagnata da gioielli di ambra, oro e bronzo.
Ma c'era ancora una sorpresa, nella già sorprendente sepoltura: i resti di un bambino non identificato. Probabilmente si trattava di un bambino che aveva un qualche legame con la nobildonna con la quale era sepolto. Forse quest'ultima era sua madre. Forse sono morti nello stesso momento a causa di un incidente o di una malattia. Dalla tomba sono stati asportati anche frammenti di stoffa, cibo e altre sostanze organiche.
Il recupero della sepoltura della nobildonna celtica
(Foto: Consiglio Regionale di Stoccarda)
Purtroppo non sono rimaste fonti scritte, cronache o diari, sulla storia dei Celti nel periodo al quale appartiene la sepoltura. Gli archeologi hanno meticolosamente analizzato la tomba ed i resti umani che essa conteneva. Tra questi e le suppellettili preziose sono stati individuati resti di animali e vegetali, la cui analisi può fornire indicazioni preziose sui rituali di sepoltura. I Celti, infatti, utilizzavano le piante che avevano a disposizione nel luogo dove si trovavano.
Gli archeologi hanno stabilito che la donna sepolta nella ricca tomba aveva, al momento della morte, intorno ai 30-40 anni di età. Le collane d'oro e perle ed i gioielli di ambra hanno contribuito ad arricchire le conoscenze sull'arte dei Celti nel VII secolo a.C.. Laser e scanner, utilizzati nell'esame della tomba e del suo contenuto, hanno permesso di ricostruire la tomba così com'era quando venne terminata.
Si crede comunemente che patria dei Celti sia l'Europa Occidentale - Galles, Scozia, Irlanda, Bretagna, Francia - ma le scoperte fatte di recente nei pressi del Danubio suggeriscono che anche l'Europa Centrale era un'area di diffusione e di cultura celtica molto importante.

sabato 20 febbraio 2016

Trovate tre sepolture nella necropoli di Ostrusha, in Bulgaria

Due delle tre sepolture del periodo tardo romano trovate nella Tomba
di Ostrusha (Foto: Meglena Parvin)
Tre sepolture di epoca tardo-romana sono state scoperte durante recenti scavi nella tomba di Ostrusha, uno dei più antichi e famosi tumuli traci, situata nella Valle dei Re Traci, vicino alla città di Kazanlak, nella Bulgaria centrale.
Le tre tombe risalgono alla seconda metà del IV secolo d.C. e sono state trovate nel corso degli scavi effettuati nel tardo autunno del 2015 sotto la direzione della Dottoressa Diana Dimitrova, dell'Istituto Nazionale e del Museo di Archeologia di Sofia. All'interno di due delle tre sepolture sono state trovate delle ossa umane, la terza invece conteneva resti umani cremati. Tutte e tre le tombe avevano la copertura in tegole piane e curve.
Le sepolture fanno parte di una necropoli tardo antica del IV secolo d.C., individuata per la prima volta nel 1992, quando gli archeologi hanno riportato alla luce altre sepolture di epoca tardo romana. La necropoli di Ostrusha è uno dei siti turistici più visitato della Valle dei Re Traci e venne scoperta nel 1993. Quest'ultima scoperta porta il numero totale delle tombe della necropoli a sei, ma altre potrebbero celarsi ed essere scoperte nei prossimi scavi.
Monete in bronzo romane trovate in una delle tre sepolture
(Foto: PressTV)
All'interno della terza tomba, quella che conteneva i resti combusti del defunto, gli archeologi hanno scoperto una serie di interessanti reperti, tra i quali un oinochoe (antico vaso greco per il vino), vasi di vetro, un anello di ferro e un totale di 26 monete romane in bronzo. Queste ultime sono considerate il più prezioso ritrovamento nei recenti scavi di Ostrusha, perché forniscono un misuratore temporale molto specifico che permette di fissare con certezza le date in cui furono seppelliti i defunti della necropoli.
Le monete romane vennero coniate tra il 335 e il 378 d.C., la maggior parte raffigura due degli ultimi imperatori romani: Costanzo II (337-361 d.C.) e Valente (364-378 d.C.). Ci sono anche monete dell'imperatore Giuliano l'Apostata (361-363 d.C.) e di Procopio (365-366 d.C.), l'usurpatore che cercò di rovesciare l'imperatore Valente. Le monete giacevano in un mucchio sul pavimento della terza tomba e gli archeologi ritengono che siano state poste in una borsa di cuoio vicino ai resti umani ivi contenuti.
Un oinochoe trovato in una delle tre sepolture di Ostrusha
(Foto: Meglena Parvin)
Gli scavi di salvataggio, nella necropoli di Ostrusha, sono stati condotti nel tardo autunno 2015. Le operazioni si sono concentrate, in modo particolare, in un punto a nord del tumulo principale di Ostrusha, considerata dagli antichi come il luogo di sepoltura dei loro predecessori, attorno alla quale, pertanto, si sviluppò successivamente l'intera necropoli. Il tumulo ha un'altezza di 20 metri per un diametro di 100 metri e comprendeva anche un tempio dedicato a Sabazio, antica divinità tracia.
L'intera tracia fu conquistata dai Romani nel 46 d.C. e l'aristocrazia del Paese venne integrata nella società romana alla stregua di un'aristocrazia di provincia.
La Valle dei Re Traci è un termine utilizzato per descrivere i numerosi tumuli degli antichi abitanti della Tracia che si trovano nella valle della città di Kazanlak. Il termine è stato coniato dall'archeologo bulgaro Georgi Kitov, specializzato nella storia degli antichi Traci. Si ritiene che nella Valle dei Re Traci ci siano almeno 1.500 tumuli, di cui solo 300 sono stati sinora scavati. Non diversamente dall'egiziana Valle dei Re, la Valle dei Re Traci è il luogo dove vennero prevalentemente seppelliti i governanti e i membri dell'alta aristocrazia dei Traci.

I misteri del muro giordano...

Una delle torri del Khatt Shebib (Foto: APAAME. org)
La mappatura di un antico muro che si estendeva per 150 chilometri in Giordania, non ha dissipato i misteri nei quali è avvolta dalla sua scoperta, tra i quali gli scopi per cui venne costruito.
Conosciuto come il Khatt Shebib, l'esistenza di questo muro venne rilevata per la prima volta nel 1948 da Sir Alec Kirkbride, un diplomatico inglese di stanza in Giordania. Durante un viaggio in aereo, il diplomatico notò un muro in pietra che attraversava la campagna senza alcun senso apparente.
Gli archeologi del Progetto Archeologico Aereo della Giordania hanno indagato quanto rimane di quella che sembra una fortificazione. I ricercatori hanno appurato che il muro corre da nordest a sudovest per una lunghezza di 106 chilometri. Aggiungendo a questa lunghezza speroni e tratti di mura paralleli, si giunge ad una lunghezza di 150 chilometri. Oggi il muro è praticamente in rovina, ma nella sua edificazione primitiva era alto circa un metro e largo mezzo metro. Lungo il Khatt Shebib gli archeologi hanno anche trovato i resti di quelle che sembrano delle torri, cento circa, del diametro compreso tra i due e i quattro metri. Queste torri potevano avere una molteplicità di usi, potrebbero essere state dei luoghi di rifugio oppure luoghi dove trascorrere la notte durante lunghi viaggi. Potevano anche essere delle torri di avvistamento per i cacciatori che percorrevano la valle.
La ceramica trovata nei pressi delle torri ed in altri punti del lungo muro, risale sia al periodo nabateo (312-106 a.C.) che al periodo omayyade (661-750 d.C.). Gli archeologi non sono sicuri che la lunga struttura sia stata edificata da un'entità politica di spessore, ma ritengono che sia l'opera di comunità locali che lo abbiano edificato per le loro utilità. A tutt'oggi lo scopo del muro resta un mistero. La sua altezza ridotta e la larghezza esigua dimostrano che non è stato edificato a scopo difensivo. 

Gran Bretagna: trovata una ruota di legno dell'Età del Bronzo

La ruota in legno rinvenuta nel villaggio di Must Farm
(Foto: Cambridge News)
Nel sito inglese di Must Farm, dove è stata trovata una fattoria dell'Età del Bronzo, gli archeologi hanno trovato una ruota in legno che va ad aggiungersi ad altri significativi reperti lì ritrovati, tra i quali cibo vetrificato, tessuti ben conservati, piatti in legno, lance, coltelli, utensili e gioielli.
Tre delle abitazioni i cui resti sono stati identificati nel sito, sono state bruciate in un incendio e sono crollate sulle loro palizzate, che erano state installate nel fiume. Il sito è stato definito come la Pompei inglese, ma certamente non possiede la spettacolare architettura dell'antica città romana. Malgrado questo, i ricercatori hanno trovato stupefacente lo stato di conservazione del contenuto delle antiche case.
Vasellame trovato nel sito di Must Farm (Foto: Dave Webb -
Cambridge Acrchaeological Unit)
Gli archeologi, che sono guidati da Mark Knight, dell'Unità Archeologica dell'Università di Cambridge, stanno scavando attualmente a due metri dalla superficie di calpestìo. Finora sono riusciti ad estrarre le travi carbonizzate di un tetto circolare ed una serie di pali appartenenti ad una palizzata in legno che proteggeva l'insediamento. Sono state trovate anche le tracce delle persone che abitavano questo villaggio.
La ruota trovata era ancora attaccata al mozzo e si pensa che, dopo il suo utilizzo, sia stata appesa ad una delle pareti di una casa per essere riparata. Gli archeologi stanno, man mano, scoprendo la vita degli abitanti di questo villaggio dell'Età del Bronzo, emerso grazie allo scavo paziente ai margini delle paludi.
Il sito di Must Farm, nel Flag Fen Basin, salì agli onori della cronaca nel 2011, quando vi vennero rinvenute nove imbarcazioni ben conservate. Le case dell'insediamento del Must vennero costruite sopra il fiume ma gli abitanti non avevano, pare l'abitudine di consumare uccelli acquatici e pesce. Piuttosto preferivano cereali, agnello, manzo, maiale.
Fino al ritrovamento della ruota nel fango, si pensava che gli abitanti usassero spostarsi in barca, ma proprio la recente scoperta, abbinata al ritrovamento di quanto rimane dello scheletro di un cavallo, fa pensare che la comunità fosse abituata anche a spostamenti via terra.

venerdì 19 febbraio 2016

Trovata una grande taverna nel sud della Francia

La cucina di quella che sembra essere stata una grande taverna con
tre focolari per la cottura del pane (Foto: Lattes excavations)
Gli archeologi che stanno scavando nel sud della Francia hanno trovato una struttura simile ad un moderno ristorante risalente a 2100 anni fa, una delle prime taverne del Mediterraneo occidentale.
La struttura è di origine romana e venne costruita quando i Romani si impadronirono della regione, abitata fino ad allora da contadini. In un primo momento gli archeologi erano convinti di aver trovato un panificio. In una strada nei pressi di un importante incrocio nella località di Lattara, dove si trova la grande taverna, sono stati trovati i resti di tre mulini e tre forni. In un'altra stanza di fronte a un cortile vi erano dei banchi allineati alle pareti e i resti di un focolare al centro del pavimento.
Nell'ambiente in cui si cucinava sono stati trovati i resti di lische di pesce, mentre nel cortile sono state recuperate ossa di bovini e di ovini. I pavimenti erano ricoperti dalle schegge di coppe, grandi vassoi e ciotole.
L'interpretazione del sito come una taverna è plausibile, secondo alcuni studiosi. Del resto le popolazioni celtiche erano note, nell'antichità, per il loro amore per il vino. Dagli scavi non sono emerse monete e questo potrebbe suggerire che il grande ambiente fosse una sala da pranzo privata.

giovedì 18 febbraio 2016

Trovato un antico villaggio nella Valle del Giordano

Un nuovo villaggio scavato nella Valle del Giordano getta luce, secondo gli archeologi dell'Università Ebraica di Gerusalemme, sul passaggio dall'allevamento all'agricoltura.
I ricercatori hanno riportato alla luce un villaggio preistorico risalente a 12000 anni fa che hanno chiamato Neg II e che si trova a Nahal wadi Ein-Gev, al centro del torrente perenne che scorre verso ovest fino al Mare di Galilea. Gli scavi hanno evidenziato una grande varietà di reperti, tra i quali una sepoltura contenente ancora resti umani, strumenti in selce e strumenti in osso. Si stima che il sito copra 12.000 metri quadrati di superficie.
I risultati delle ricerche attestano che il villaggio presenta caratteristiche sia del Paleolitico che del Neolitico. Il Paleolitico è il più antico e lungo periodo della storia umana. La fine di questo periodo è stata segnata dalla transizione ai villaggi stanziali e dalla domesticazione di piante e animale. Gli archeologi hanno affermato che il villaggio è uno degli ultimi insediamenti, nella regione, risalente al tardo Natufiano, l'ultima cultura del periodo Paleolitico.
La cultura natufiana, sorta tra 15000 e 11000 a.C. è conosciuta attraverso ritrovamenti e località archeologiche presenti in tutto il Levante, Negev, Sinai del sud, Siria e Libano del nord. Gli scavi a Neg II confermano che i gruppi residenti nella Valle del Giordano sono diventati via via più sedentari e di maggiori dimensioni. Questa caratteristica, secondo i ricercatori, corrisponde con una maggiore stabilità climatica nella zona.

domenica 14 febbraio 2016

Luther Sousa, lo studente che ha "scoperto" i reperti di Hatshepsut
(Foto: uwinnipeg.ca)
Tra i 450 oggetti custoditi nella Collezione dell'Università di Winnipeg, negli Stati Uniti, uno studente ha trovato due reperti in legno, una zappa in miniatura ed una serie di bilancieri anch'essi in miniatura, risalenti all'epoca della regina Hatshepsut. Probabilmente si trovavano in un deposito di fondazione del tempio fatto costruire dalla regina a Deir el-Bahari.
Luther Sousa, questo è il nome dello studente, è stato in grado di leggere i geroglifici presenti sugli oggetti ed ha confermato la sua identificazione con reperti dell'epoca di Hatshepsut attraverso un confronto con oggetti molto simili custoditi nel Museo Archeologico di Garstang, nell'Università di Liverpool.
Si tratta di una scoperta molto importante che può aggiungere molti punti alla comprensione della storia egiziana.

Germania, interessanti sepolture mesolitiche

Una delle sepolture di Gross Fredenwalde (Foto: ancient-origins.net)
I ricercatori hanno trovato delle singolari sepolture tra i resti di una delle più antiche necropoli d'Europa, quella di Gross Fredenwalde, in Germania, risalente a 8500 anni fa. Finora sono stati estratti nove scheletri dal sito, tra i quali quelli di quattro bambini di età inferiore ai sei anni, un bambino di appena sei mesi di vita, una donna seppellita con il suo bambino coricato sul ventre e un giovane seppellito in posizione eretta.
L'antropologa Bettina Jungklaus ha affermato che è piuttosto difficile trovare sepolture comuni risalenti al Mesolitico. Si tratta, quasi certamente, di componenti di un gruppo nomade che attraversava queste zone. Solitamente i cacciatori-raccoglitori erano sepolti, in piedi, accanto alle loro abitazioni. La necropoli appena scavata non è un luogo scelto a caso, hanno appurato gli archeologi, ma un luogo ben preciso in cui questi antichi cacciatori-raccoglitori hanno deciso di seppellire i loro morti. Si tratta del primo vero e proprio cimitero trovato nel nord Europa.
Teschio di una donna di 40-49 anni seppellita nel cimitero di
Gross Fredenwalde (Foto: B. Jungklaus)
Questa primitiva necropoli è situata su una collina di poco più di 90 metri di altezza, nel nordest del Brandeburgo, a circa 70 chilometri da Berlino. Gli scavi condotti qui nel 2013 e nel 2014 hanno intercettato le prove dell'esistenza di questo cimitero preistorico, anche se il sito è stato accidentalmente scoperto nel 1962.
Nel 1962 furono trovati tre individui adulti, due maschi ed una femmina, e tre bambini. Lo scheletro femminile era stato deposto con un bimbo sul ventre. Gli scheletri erano dipinti d'ocra e possedevano un corredo funerario composto da 17 lame in selce, 41 ciondoli ricavati dai denti di cervi rossi, quattro punteruoli in osso e un pugnale di osso forato. E' stato possibile associare solo alcuni dei 41 ciondoli trovati ad un individuo specifico, nella fattispecie un bambino, al quale erano stati disposti attorno al cranio. Probabilmente i denti di cervo erano la decorazione di una sorta di cappuccio. Il pugnale d'osso trova dei riscontri nella cultura Kongemose, della Scandinavia meridionale.
Le ossa di un ragazzo di 24-27 anni di età risalgono a circa 7000 anni fa e questo lo porta ad essere uno dei membri di un gruppo di cacciatori-raccoglitori più recente. L'analisi delle ossa suggerisce che il giovane non ha svolto lavori pesanti nella sua breve vita, forse si trattava di un artigiano che lavorava la selce. Sepolture analoghe a quelle trovate in Germania sono state scavate a Olenij Ostrov, in Russia e questo porta a pensare che ci siano influenze orientali sulla cultura europea nel Mesolitico.

venerdì 12 febbraio 2016

Lucca, trovato un misterioso sarcofago in piombo

Il sarcofago in piombo rinvenuto a Lucca (Foto: Il Tirreno di Lucca)
(Fonte: Il Tirreno di Lucca) - Una tomba a cappuccina, contenente un sarcofago di piombo, chiuso e del quale ancora non si conosce l'occupante. C'è anche un pò di mistero nei reperti ritrovati a San Filippo durante i lavori per la nuova strada dell'ospedale.
I resti - come ha spiegato il direttore degli scavi Alessandro Giannoni, ospite alla presentazione del libro "I signori delle rupi" - risalgono a vari periodi della lunghissima dominazione romana. Tra l'altro ci sono un'antica strada, diverse fosse per le sepolture, un recinto funerario e vari oggetti d'uso quotidiano come una brocca in bronzo, dalla fattura raffinata e simile a quelle di Pompei.
Ma la star è senza dubbio la tomba alla cappuccina, tipica dell'età imperiale e detta così perché veniva realizzata con il tetto - in tegole o lastroni di pietra - a forma del cappuccio di un frate. Inusuale non è il tipo di sepoltura, quanto il suo contenuto: il sarcofago in piombo, completo di cerniere ai lati e paragonabile ad una bara zincata odierna. "In Italia - dice Giannoni - ne sono stati trovati solo una decina. E in Toscana è l'unico".
Cosa ci sia dentro, ancora non si sa perché per aprire la cassa servono varie autorizzazioni ufficiali. Così è stata caricata su un furgone e portata alla Soprintendenza archeologica fiorentina, dove sarà aperta e poi sottoposta a restauro.
Sull'occupante della cassa si fanno diverse ipotesi. Potrebbe essere un forestiero che fu sepolto lontano dalla terra natale, in particolare dall'Emilia, dove l'uso del sarcofago in piombo era il più diffuso in Italia. Ma potrebbe essere anche un lucchese per la cui sepoltura fu scelto il modello emiliano, che si stava propagando nelle province dell'impero. Del resto Lucca aveva un ruolo importante sulle vie che dall'Italia settentrionale portavano a Roma.

Milano, intercettati i resti delle terme di Massimiano

 I lavori della M4 di Milano, fermi dove si sono intercettati i resti delle
terme di Massimiano (Foto: Corriere della Sera Milano)
(Fonte: Corriere della Sera di Milano) - Dagli scavi di M4 riemergono altri reperti delle terme dell'imperatore Massimiano. Le ruspe che hanno portato alla luce un tratto di muratura in mattoni e tufo stavano scavando una trincea in corso Europa, all'altezza di via Cavallotti, in previsione dello spostamento e rifacimento/ampliamento della fognatura. Un cantiere, questo, già individuato tra i più complessi dell'intero tracciato della linea Blu, dall'aeroporto di Linate al capolinea di San Cristoforo, insieme al nodo di Dateo - dove il tunnel della metropolitana dovrà passare sotto quello del Passante ferroviario, scendendo fino a trenta metri di profondità - e alle stazioni di calaggio delle talpe, in Tricolore e Solari. E che ora potrebbe necessitare di tempi supplementari. [...]
Le prime tracce dell'edificio imponente, che il poeta latino Ausonio definì "terme erculee" nel trattato "Ordo nobilium urbium", erano note sin dal 1959, quando nel centro storico iniziarono gli scavi in trincea per realizzare le nuove fognature. Oggi porzioni importanti di pavimenti mosaicati sono in mostra al Museo Archeologico. E la Soprintendenza ai beni archeologici ha da tempo mappato le aree occupate dalla città romana.
A breve inizieranno i sopralluoghi degli archeologi e il presidente della società M4, Fabio Terragni, spiega: "La Soprintendenza è stata immediatamente allertata, non appena sono emersi i primi resti. La vecchia fognatura corre all'interno delle terme e si è pertanto concordato che verrà scoperchiato l'intero tracciato. Poi si deciderà con la Soprintendenza come procedere, non escludo che sia necessario modificare il tracciato del nuovo impianto se verranno alla luce resti importanti".
Molto s'è scritto sulle terme che l'imperatore Massimiano nei primi anni del quarto secolo dopo Cristo aveva fatto costruire nella zona d'espansione urbana, fuori della cinta quadrata. Nei precedenti scavi furono recuperati pavimenti a mosaico e in opus sectile, una tecnica di ornamentazione raffinata che utilizzava tessere di marmo e pietre tagliate. Ma nell'Ottocento erano già riemersi il torso di Ercole e busti. E cimeli si possono trovare nella piazzetta San Vito. Le terme furono edificate su una pianta rettangolare di oltre 13mila metri quadrati, l'angolo nord-occidentale avrebbe toccato corso Vittorio Emanuele. Una palestra porticata occupava il lato settentrionale, mentre gli ambienti termali veri e propri si trovavano sul lato meridionale con un calidarium (la parte destinata ai bagni in acqua calda) "ad absidi contrapposti".

giovedì 11 febbraio 2016

Londra, emerge un affresco di epoca romana

Il frammento di affresco trovato a Londra (Foto: MOLA)
Quasi sei metri al di sotto delle strade di Londra, gli archeologi hanno scoperto i frammenti di un affresco romano con raffigurazioni di cervi e uccelli che, un tempo, decorava la casa di un ricco abitante di Londinium.
L'affresco appena scoperto pare giacesse a faccia in giù nel terreno, forse perché la parete sulla quale si trovava venne abbattuta e sigillata intorno all'anno 100 d.C., quando i Romani prepararono la zona per la costruzione della basilica e del foro cittadino. Gli affreschi sono di gran lunga più fragili dei manufatti in pietra e metallo. L'affresco di Londra era stato creato su una superficie di appena un millimetro di spessore ed è una delle più antiche opere del genere trovate nella Britannia romana.
L'affresco è stato delicatamente asportato dal terreno in 16 sezioni, ancora coperto di terra. Aveva pannelli rossi ai lati e al centro e c'erano pannelli verticali verdi e neri con cervi, alberi ed uccelli di colore blu-verde. I ricercatori stanno ancora studiando la pittura e sperano, alla fine, di avere un'idea più completa della vita a Londra in epoca romana.

Migranti nella Roma degli imperatori

Il teschio di uno degli individui sepolti in una necropoli romana,
probabilmente proveniente da un altro luogo (Foto: K. Killgrove)
In una necropoli poco fuori Roma, sono stati analizzati gli scheletri di tre adulti e di un adolescente e si è scoperto, attraverso l'analisi dei denti, che si trattava di migranti che stavano andando verso la città. Tutti e quattro sono vissuti in un periodo compreso tra il I e il III secolo d.C. e sono sicuramente i primi individui che possono identificarsi come migranti durante l'età imperiale romana, quando Roma era una fiorente metropoli dove vivevano un milione di persone che si spostavano in continuazione.
I ricercatori hanno stimato che circa il 40 per cento della popolazione di Roma, in questo periodo, erano schiavi (alcuni nati nell'Urbe, altri acquistati all'indomani delle campagne militari) mentre il 5 per cento della popolazione era costituito da migranti che provenivano da fuori.
Le ricerche degli archeologi sono partite da due necropoli che si trovavano, all'epoca, fuori delle mura di Roma, nell'attuale quartiere di Casal Bertone, nella zona est della città, e nella zona dell'Europarco, a sud. Per scoprire le origini delle persone sepolte in queste necropoli, i ricercatori hanno analizzato gli isotopi contenuti nei loro denti, in particolare nei molari. Lo smalto dei molari, infatti, conserva parti infinitesimali di quello che le persone mangiavano e bevevano nei loro primi anni di vita. Sono, in pratica, una sorta di macchina del tempo.
Una combinazione di questi isotopi ha rivelato che due dei defunti, un uomo e un adolescente, erano sicuramente giunti a Roma da qualche altra parte dell'impero. Avevano livelli di isotopi di stronzio che indicano che la loro infanzia è trascorsa in un luogo dove le rocce sono piuttosto antiche, mentre l'Italia è, dal punto di vista geologico, piuttosto giovane. Si pensato che il luogo di origine potesse essere la zona alpina, anche se non se ne ha certezza assoluta.
L'adolescente, in particolare, sempre secondo i risultati forniti dall'analisi degli isotopi di stronzio, proveniva da un luogo dove abbondava la pietra calcarea o il basalto e dove il clima era caldo, probabilmente il nordafrica. Quattro altre persone (due di età compresa tra i 7 e i 12 anni, un maschio di età compresa tra gli 11 e i 15 anni ed una femmina di 16-20 anni) non erano nativi di Roma.
Per quale motivo queste persone siano state sepolte in necropoli romane non è ancora dato di sapere. Probabilmente si trattava di schiavi, oppure erano volontariamente migrati nell'Urbe in cerca di fortuna.
I ricercatori stanno ora lavorando in un'altra necropoli fuori Roma e prevedono di portare a compimento altri studi sugli isotopi e sul Dna. Comprendere le migrazioni può portare ad una comprensione più profonda dello sviluppo dell'Urbe, soprattutto per quanto riguarda la vita e la cultura della gente che l'abitava.

Scoperto un tesoretto medioevale in Danimarca

Una delle monete del tesoretto scoperto nello Jutland (Foto: Museo di Viborg)
Un gruppo di "cercatori di tesori", armati di metal detector, ha scoperto in un campo dello Jutland un tesoro composto da 700 vecchie monete. Il luogo sarà presto oggetto di scavo da parte degli archeologi.
Le monete risalgono ad un periodo turbolento della guerra civile danese ed ora sono in mostra presso il Museo di Viborg. Si pensa che il tesoretto sia stato nascosto nella prima metà del 1300, un periodo di disordini interni in Danimarca, che culminò nella fine temporanea del governo reale. L'instabilità del periodo ebbe riflessi sul conio delle monete, che è di scarsa qualità e di basso contenuto d'argento.

Passaggio coperto romano scoperto a Colchester

Resti del passaggio coperto emerso a Colchester
(Foto: telegraph.co.uk)
I resti di un passaggio coperto romano sono stati scoperti a Colchester, in Gran Bretagna. Si tratta di una delle scoperte più spettacolari degli ultimi decenni. Il passaggio è stato scavato per 120 metri di lunghezza e si trovano su un terreno in cui avrebbe dovuto essere edificato un condominio.
Alcune sezioni del portico erano state rilevate negli ultimi 60 anni, ma è stato solo quando è stato demolito un blocco di edificio esistente sul posto che gli archeologi si sono resi conto della portata e del significato dei resti. Il portico è stato costruito alla fine del I secolo d.C., in seguito alla distruzione della città all'indomani della ribellione della regina Boudicca.
Il passaggio coperto è delimitato da una linea di archi su entrambi i lati, per fornire un passaggio riparato ai pedoni e fu costruito come struttura che fronteggiava il tempio di Claudio, edificato 50 anni prima. Durante il saccheggio della città, nel 60 o 61 d.C., Boudicca aveva razziato quanto contenuto nel tempio, dove si erano rifugiati gli abitanti dell'antica Colchester.
Gli archeologi affermano che la scoperta di questo passaggio coperto è la conferma della forza e della raffinatezza della cultura romana a Colchester, prima città romana della Gran Bretagna, fondata dai soldati romani in pensione. Un monumento analogo per dimensioni si trova in quella che era, un tempo, la Gallia, vale a dire l'attuale nord della Francia, ed è lunga 70 metri.

Le miniere di argento di Thorikos

Thorikos, resti dei luoghi in cui avvenivano i processi di lavorazione
dell'argento, che qui veniva separato dal piombo (Foto: Alun Salt/CC)
Thorikos è un'antica città dell'Attica con una singolare caratteristica: una rete di circa 5 chilometri di gallerie dove si estraeva argento che si snodano proprio al di sotto dell'acropoli cittadina. Gli schiavi, un tempo addetti a questo reticolo di pietra, devono aver avuto vita durissima per estrarre il prezioso materiale che, un tempo, contribuì alla grandezza di Atene.
I ritrovamenti di ceramica e di strumenti ricavati dalla pietra vulcanica sedimentata attestano che queste miniere furono sfruttate sin dal 3200 a.C.. Prima della scoperta delle miniere d'argento di Thoriko, gli archeologi pensavano che la città si approvvigionasse del prezioso minerale nella regione di Laurion.
Gli scavi nelle antiche miniere di Thorikos sono condotti dall'Università degli Studi di Utrecht e dalla scuola belga ad Atene e sono guidati da Denis Morin e dal Professor Roald Docter. I minatori che lavoravano nelle miniere di Thorikos dovevano fronteggiare condizioni davvero inumane: un caldo soffocante, spazi angusti, carenza di ossigeno. Sulle pareti di pietra sono visibili ancora i segni degli strumenti utilizzati, le tracce delle lampade ad olio e le aree in cui la roccia veniva frantumata. La maggior parte dei minatori erano schiavi.
Uno dei tunnel più bassi della miniera di Thorikos (Foto: Ghent University)
Le miniere si trovano ai piedi dell'acropoli di Thorikos, che si affaccia, a sua volta, sul porto di Lavrio. Sono costituite da una rete di camere, pozzi e gallerie i cui soffitti sono, talvolta, a 30 centimetri appena dal suolo. L'esplorazione di queste miniere è difficile anche per gli archeologi impegnati negli scavi, che devono utilizzare tecniche di speleologia alpina. Alcune delle gallerie presenti non sono state visitate da ben 5000 anni. Al momento le miniere di Thorikos sono la più grande rete sotterranea trovata in questa parte del Mar Egeo. Già sfruttate tra il IV e il III millennio a.C. fino al V e IV secolo a.C., queste miniere d'argento costituiscono il distretto minerario più importante della Grecia, alla base del dominio di Atene sul mondo dell'Egeo.
Dopo la guerra del Peloponneso (434-401 a.C.), vi fu un grave spopolamento della regione. Nel 300 a.C., la produzione d'argento si spostò nella regione del Laurion. All'epoca Atene deteneva saldamente il potere sull'estrazione del prezioso minerale. Thorikos è una delle più antiche città dell'Attica, uno dei dodici insediamenti che l'eroe greco Teseo unificò, secondo la leggenda. Venne abitata ininterrottamente dal 4500 a.C. fino al I secolo a.C.
Nel corso degli anni gli archeologi hanno scavato la parte in cui sorgeva l'insediamento preistorico, fino all'insediamento storico, con la sua necropoli, un teatro e il quartiere industriale. Le miniere di Thorikos si esaurirono in epoca romana, al punto che il generale romano Silla distrusse, nell'86 a.C., la città, che venne successivamente ripopolata e continuò a prosperare fino al VI secolo d.C., quando popolazioni slave invasero l'Attica

Scoperta una interessante sepoltura ad Aydin

Interno della camera sepolcrale dove sono state trovate tre deposzioni
ed un unico corredo funebre (Foto: Milliyet)
Nei pressi della città di Aydin, in Turchia, è stata portata alla luce una camera sepolcrale con tre deposizioni. Aydin è, peraltro, molto nota proprio per i numerosi siti archeologici che vi si trovano, testimonianza di civiltà risalenti a 7000 anni fa. Secondo i giornali locali, la camera sepolcrale è stata trovata nel sito archeologico di Tralles (Tiral/Tralleis), una delle città antiche più importanti dell'attuale Turchia, da un un gruppo di archeologi guidati da Yilmaz Akkan, direttore del Museo di Aydin.
Quanto è stato rinvenuto è importante per raccogliere informazioni sulle professioni e lo stile di vita delle persone sepolte, nell'antichità, nei pressi di Aydin. Tra i reperti, una maschera in argilla che, unitamente ad altri manufatti, sembra suggerire che qui vennero sepolti personaggi che avevano a che fare con il teatro, forse attori. Purtroppo le ossa ritrovate all'interno della sepoltura sono piuttosto danneggiate. Finora gli archeologi hanno catalogato 37 oggetti facenti parte del corredo funebre, tra cui scatole per la cremazione, bottiglie a goccia e porta-olio a forma di agnello. La maschera d'argilla è forse uno dei pezzi più importanti tra quelli finora trovati.
Alcuni oggetti del corredo funebre trovati nella sepoltura di Aydin
(Foto: Sabah)
Rimane un mistero l'unicità della maschera: nessun altro reperto analogo è stato finora trovato negli scavi di Aydin. I manufatti sono databili tutti ai primi anni del periodo ellenistico dell'impero Romano. Non ci sono, al momento, dati certi sulla quantità delle persone sepolte in questo luogo. Agenti di polizia sorvegliano i sito per prevenirne il saccheggio. I manufatti, di valore inestimabile, faranno presto parte della collezione del Museo di Aydin.
Si ritiene che Aydin sia stato un importante insediamento fin dalla fondazione, quando si chiamava Tralles. Il geografo Strabone la riteneva tale e cita la sua esistenza almeno intorno al IV secolo a.C.. In epoca augustea la città fu devastata da un terremoto e fu ricostruita con il nome di Cesarea. Era famosa per la sua imponente architettura, la vicinanza a molti edifici teatrali (Mileto e Nysa sul Meandro, per citarne alcuni) e per la sua posizione strategica. Sembra si trattasse di un luogo dove la vita scorreva felicemente. In tempi più vicini agli attuali, Tralles ha dato al mondo uno dei due architetti che idearono e costruirono Santa Sofia a Costantinopoli, Antemio di Tralles.
La scoperta di questa sepoltura è stata fatta durante la ricostruzione, nel 2012, della città di Aydin, danneggiata da un terremoto. 

La Città Bianca, scavi e misteri

Immagine aerea del luogo dove sono stati trovati i resti della
Ciudad Blanca (Foto: National Geographic)
Gli archeologi hanno riportato alla luce più di 200 reperti molto interessanti, tra sculture e reliquie, in quella che si ritiene la leggendaria Città Bianca, all'interno della giungla in Honduras. I risultati clamorosi di appena quattro settimane di scavi stanno dando un contributo alla conoscenza di questa misteriosa città.
Le ricerche sono iniziate circa due anni fa. Si sapeva dell'esistenza, all'interno della giungla, di una misteriosa città perduta. Le prospezioni aeree hanno, in effetti, rivelato delle sussistenze artificiali. La Città Bianca (Ciudad Blanca) è nota anche con il nome di "Città del dio Scimmia". Una prima spedizione archeologica ha rivelato l'esistenza, là dove erano state individuate le rovine, di ampie piazze, di cumuli di terra, di una piramide e decine di manufatti finemente scolpiti, appartenenti ad una civiltà ancora sconosciuta.
Il National Geographic riporta che nelle ultime quattro settimane di quest'anno, il team archeologico guidato dal Dottor Chris Fisher della Colorado State University, ha raccolto più di 200 reperti tra i quali sculture di animali, vasi rituali in pietra decorati con teste di animali e motivi geometrici e quelli che sembrano essere dei troni (metates), alcuni dei quali recano dei segni che hanno lasciato perplessi i ricercatori: si tratta di motivi a croce e a fasce che somigliano a motivi maya che raffigurano il cielo notturno e che si trovano impressi sulle sculture rappresentati uomini o divinità seduti, rinvenuti a Chichen Itza, in Messico. Tra le scoperte più importanti portate alla luce lo scorso anno, vi è quella di una scultura raffigurante uno sciamano nella sua trasformazione spirituale in giaguaro. La figura indossa un casco e si ritiene risalga al 1000-1400 d.C.. Alcuni ricercatori hanno avanzato l'ipotesi che l'immagine sia collegata al gioco rituale della palla, molto popolare nelle civiltà mesoamericane.
Un esempio di metate (trono) cerimoniale dal Costa Rica, cultura
Nicoya (300-700 d.C.)
La scoperta di questi troni è molto importante, dal momento che in altri centri archeologici del Centro America sono associati a sepolture di persone di alto rango e di sovrani. I manufatti della Città Bianca erano stati dapprincipio deposti tutti insieme su un piano di argilla rossa, attorno all'immagine di un avvoltoio. Molti dei vasi collocati attorno a quest'ultima avevano una forma umanoide, con testa triangolare, occhi vuoti e bocca aperta. Si ritiene che queste figure umanoidi siano la rappresentazione della morte.
Sono state anche raccolte prove della rottura rituale degli oggetti e dei manufatti, che rientra nella pratica ben conosciuta dei popoli delle Americhe. Si ritiene che il rito sia stato effettuato in connessione con la chiusura rituale della città, nel momento in cui l'abitato venne effettivamente abbandonato. In quel momento gli ultimi abitanti radunarono tutti i loro oggetti più preziosi e quelli sacri e li lasciarono, dopo averli rotti, in offerta alle divinità del luogo. Rompere gli oggetti, si pensa, consentiva agli spiriti di liberarsi.
Un momento del viaggio della spedizione scientifica  che si appresta
a studiare i ritrovamenti emersi nella giungla di Mosquitia
(Foto: National Geographic)
Il motivo per cui la Città Bianca venne abbandonata rimane sconosciuto e, forse, tale sarà per molto tempo. Una delle ipotesi è quella che gli abitanti siano stati contagiati da qualcuna delle malattie portate dall'invasore spagnolo, che decimò, è stato accertato, il 95% della popolazione indigena del Centro America.
La leggendaria Città Bianca si dice sorgesse nella foresta pluviale di Mosquitia, nell'Honduras orientale. Il conquistatore spagnolo Hernàn Cortés, che pensava di essere in possesso di notizie più che affidabili sul luogo dove sorgeva, non riuscì, però, mai a trovarla. "Ho informazioni affidabili sull'esistenza di provincie molto estese e ricche, e dei potenti capi che le governano", scriveva Cortés nella "Quinta lettera" al re di Spagna Carlo V. "Uno di questi è chiamato Hueitapalan [...]. Le testimonianze su una particolare provincia sono così meravigliose che, anche tenendo conto delle esagerazioni, pare superi il Messico in ricchezze".
Nel 1927 il pilota Charles Lindebergh riferì di aver visto dei monumenti costruiti con pietra bianca mentre sorvolava l'Honduras orientale. Nel 1930 cominciarono a circolare voci su una città chiamata la "Città del dio Scimmia", identificata con la Città Bianca, e nel 1939 l'avventuriero Theodore Morde dichiarò di aver trovato e raccolto migliaia di manufatti e di averli portati negli Stati Uniti. Secondo Morde gli indigeni raccontavano che in quel luogo era stata seppellita una gigantesca statua del dio scimmia. Morde non rivelò mai la posizione precisa del luogo della sua scoperta, poiché temeva chepotesse essere saccheggiato e morì prima di tornarvi.

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...