domenica 31 luglio 2016

Muri difensivi del Sudan cristiano

Una delle fortezze trovate nel Sudan (Foto: Bogdan Zurawski)
Tra il IV e il VI secolo d.C. furono costruite circa un centinaio di strutture difensive monumentali a 500 chilometri dall'attuale sud Egitto, nel cuore del Sudan. Gli archeologi polacchi hanno appena scoperto alcune delle loro funzioni.
Alcuni di questi bastioni difensivi avevano altezza e larghezza di diversi metri. A seconda del luogo dove sono stati edificati, vennero utilizzate pietre o mattoni di fango, a volte anche pietra e mattoni insieme. I blocchi sono tenuti insieme con malta di fango. Le mura corrono per diversi ettari di superficie.
La svolta nel cercare di capire l'utilizzo di queste strutture è avvenuta con lo scavo di una struttura fortificata rettangolare con una chiesa e nel mezzo del cortile un pozzo. Fino a qualche tempo fa la funzione di questo luogo non era ben chiara. Le mura che lo individuavano non erano dotate di torri angolari e il loro spessore era piuttosto esiguo. Questo ha portato gli archeologi a scartare l'idea di mura difensive.
Un'altra delle fortezze studiate dalla missione polacca in Egitto
(Foto: Bogdan Zurawski)
Quest'anno i ricercatori hanno scoperto delle scale in pietra che portavano alla sommità delle mura ed hanno cercato di capirne quale ne fosse l'uso. Il muro stesso si è rivelato più alto di quanto si fosse creduto prima. Sono state trovate tracce di trabucchi, dei dispositivi balistici che potevano gettare proiettili di pietra fino a 100 metri di distanza. La mancanza di abitazioni all'interno delle mura indica, secondo i ricercatori, la natura difensiva di queste costruzioni. La presenza dell'edificio religioso è rivelatrice del pensiero cristiano-medioevale, che vedeva nella chiesa la migliore delle macchine da difesa.
Le strutture difensive nubiane non avevano guarnigioni permanenti. Erano difesi da persone che vi si rifugiavano per sfuggire al pericolo. Il IV secolo d.C. - spazio temporale nel quale furono costruite queste particolari fortezze - fu il momento in cui crollò il Regno di Meroe ed i confini divennero, pertanto, piuttosto insicuri. Strutture difensive vennero costruite a 20-30 chilometri di distanza l'una dall'altra, intervallate da torri di osservazione che dovevano avvisare per tempo del pericolo.

Fonte:
archaeologynewsnetwork.blogspot.it

Memorie dell'antico monastero di Lindisfarne

La lapide circolare trovata a Lindisfarne (Foto: DigVentures)
Gli esperti del Dipartimento di Archeologia dell'Università inglese di Durham hanno trovato quella che pensano essere la prova dell'esistenza di uno dei primi monasteri insediati sull'isola sacra di Lindisfarne, in Northumberland. Si tratta di un raro esempio di lapide anglosassone.
Questa lapide, di forma ovale e forgiata nell'arenaria, è stata datata al VII-VIII secolo d.C.. Gli esperti pensano che le lettere incise - "Frith" - ancora visibili sull'arenaria, siano la parte terminale del nome di un monaco commemorato appunto dalla lapide. "Frith" è un elemento piuttosto comune nei nomi anglosassoni.
Malgrado la lapide non corrispondesse in apparenza ad una sepoltura, sono stati trovati nei pressi frammenti di ossa, ad indicare che vi era, non lontana, una necropoli. Pietre analoghe sono state trovate solamente a Lindisfarne e ad Hartlepool, dove sorgeva un monastero associato con Aidan, il primo abate di Lindisfarne.
Il primo monastero sulla santa isola di Lindisfarne era, al tempo degli anglosassoni, un importante centro della cristianità. I Vangeli di Lindisfarne sono conosciuti perché splendidamente illustrati e sono considerati uno dei più preziosi tesori religiosi della Gran Bretagna. Il monastero di Lindisfarne è stato uno dei primi ad essere stati saccheggiati dai Vichinghi nell'VIII secolo d.C.. Proprio il ripetersi di questi raid convinse i monaci a lasciare l'isola ed a stabilirsi dove oggi sorge la cattedrale di Durham.
Non è nota la posizione esatta dell'antico monastero di Lindisfarne. I ricercatori hanno indagato il terreno con i mezzi più moderni e sofisticati.

Un altro frammento di statua egizia in Israele

Il frammento della statua egizia trovato a Tel Hazor, in Israele
(Foto: Shlomit Bechar)
Il grande frammento di una statua, risalente al periodo che ha preceduto la fondazione della città di Tel Hazor, è stata trovata dai ricercatori, che ritengono si tratti di un dono o della dedica ad un tempio. Il frammento apparteneva ad una statua egizia a grandezza naturale.
Il frammento, in pietra calcarea, è composta da un paio di piedi scolpiti pertinenti una figura accovacciata, della misura di 45 x 40 centimetri. Il sito di Tel Hazor si trova a nord del Mare di Galilea, in Israele.
Intorno alla base della statua ci sono, incisi, alcuni geroglifici egizi. I ricercatori pensano che la statua avesse la grandezza di un uomo adulto e raffigurasse un funzionario del Paese del Nilo. Probabilmente era in origine posta all'interno della tomba del funzionario o di un tempio. Una prima interpretazione dei geroglifici ha restituito una sequela di lodi al funzionario che, probabilmente, aveva svolto le sue funzioni nella zona prossima all'antica città egizia di Memphis. Ancora i ricercatori non sono in grado di dare un nome a questo funzionario.
Memphis è la città associata al dio Ptah, che proteggeva artigiani e architetti. E forse la statua appena scoperta si trovava in un tempio dedicato a questo dio. Nella stessa area è stato scoperto, tre anni fa, il frammento della statua di una sfinge con l'iscrizione dedicatoria del faraone Micerino (2350 a.C.).
Questa scoperta è particolarmente importante perché piuttosto rara. A Tel Hazor sono state trovate altre statue e frammenti di statue risalenti, però, al Medio Regno egiziano (2055-1650 a.C.) e al Nuovo Regno (1550-1069 a.C.). Tel Hazor venne sicuramente fondata e prosperò come città dopo il Medio Regno egizio. Le statue rinvenute qui furono probabilmente inviate in dono al re di Tel Hazor oppure vennero dedicate in qualche tempio. La condizione in cui sono stati rinvenuti i frammenti porta a credere che le statue siano state deliberatamente distrutte quando Hazor venne conquistata nel 1200 a.C. circa.
Durante gli scavi della città sono stati trovati i resti di quello che sembra essere un palazzo amministrativo.

Fonte:
i24news

sabato 30 luglio 2016

Arbeia, Inghilterra, trovata una statuetta di Cerere

La statuetta della dea Cerere scoperta a South Shields, in Gran Bretagna (Foto: Arbeia Fort)
Una bella statuetta in bronzo della dea romana Cerere è stata trovata nel forte romano di Arbeia, in Inghilterra, nella località di South Shields. Probabilmente si tratta della decorazione di un mobile. Cerere era la dea romana dell'agricoltura, del grano e della fertilità, particolarmente venerata in un luogo come Arbeia che era una base di stoccaggio di tonnellate di grano destinato ad alimentare i soldati romani di stanza lungo il Vallo di Adriano.
Questa è la seconda statuina di divinità trovata ad Arbeia in due anni. Nel 2014 un volontario rinvenne la testa in pietra di una divinità femminile. Questi ritrovamenti sono molto importanti per ricostruire la vita delle truppe che sorvegliavano il Vallo di Adriano.
I visitatori che si recheranno ad Arbeia quest'anno avranno l'opportunità di vedere le due divinità appena ritrovate nel museo locale. Gli scavi sono aperti ai visitatori e continueranno fino a settembre.

Fonte:
South Tyneside

Israele, trovato un laboratorio di ceramica di 1600 anni fa

Joppe Gosker all'interno del laboratorio di ceramica scoperto a Shlomi
(Foto: Royee Liran/Israel Antiquities Authority)
Un antico laboratorio per la fabbricazione di ceramica, dotato di un insolito forno in cui sono stati cotti vasi circa 1600 anni fa è stato riportato alla luce nella Galilea occidentale, a Shlomi. Il laboratorio è stato scoperto durante una vasta campagna di scavo di sei mesi, alla quale hanno partecipato, oltre a centinaia di volontari, anche studenti della Shchakim High School di Nahariya.
A detta del direttore degli scavi Joppe Gosker, della Israel Antiquities Authority, il ritrovamento è piuttosto insolito rispetto ad altri dello stesso periodo storico. Il laboratorio è stato meticolosamente tagliato nella roccia, a differenza di analoghe strutture, costruite in pietra, terra e fango. E' composto di due camere, una con un focolare e una seconda nella quale venivano collocati i vasi a raffreddarsi dopo la cottura.
Dagli scarti di ceramica trovati attorno al forno, Gosker ha arguito che venivano prodotti, nella struttura, due diversi tipi di vasellame, tra i quali anfore per il trasporto di cibo via terra e anfore più grandi per lo stoccaggio di vino od olio, che venivano solitamente trasportati via mare.
Le condizioni geologiche sono perfette per l'impianto di un laboratorio del genere. C'è una base di roccia morbida che può essere facilmente estratta ed è in grado di sopportare temperature piuttosto alte. Gosker ha affermato che l'intero sito diventerà un parco archeologico che sarà aperto al pubblico non appena possibile.
Fonte:
jpost.com

La strada liquida dell'oltretomba di Pakal

La maschera funeraria di K'inich Janaab' Pakal,
sovrano maya (Foto: ancient.eu)
Gli archeologi che stanno lavorando nel sito di Palenque hanno scoperto un tunnel sotterraneo nel quale scorre dell'acqua sotto il Tempio delle Iscrizioni, quello in cui è stata trovata la sepoltura di Pakal, antico sovrano maya.
L'archeologo Arnoldo Gonzales ritiene che la tomba e la piramide siano stati appositamente costruite su una sorgente tra il 683 e il 702 a.C.. Il tunnel serviva a portare l'acqua da sotto la camera sepolcrale verso l'esterno, in una vasta spianata di fronte al tempio, consentendo allo spirito di Pakal di percorrere il sentiero dell'oltretomba. Il sarcofago di pietra in cui venne deposto il corpo di Pakal è proprio il veicolo che doveva condurre il sovrano attraverso il tunnel fino all'aperto.
Il tunnel appena scoperto è di circa 60 centimetri di larghezza e altezza. La presenza dell'acqua al di sotto di sepolture importanti è stata già attestata in altri edifici costruiti da popolazioni pre-ispaniche, come, per esempio, a Teotihuacan, dove è stato trovato un altro tunnel per il trasporto dell'acqua.

Fonte:
denverpost.com

Completati gli scavi in Anatolia

Gli scavi nell'antica città anatolica di Pteria (Foto: DHA)
E' stato completato lo scavo archeologico nella zona dell'antica città perduta di Pteria, nella provincia dell'Anatolia centrale di Yozgat. Sono state fatte importanti scoperte.
Il luogo conserva molti tesori storici di notevole importanza che rimandano ad una civiltà fiorita qui nel 600 a.C.. Negli ultimi scavi sono stati dissotterrati alcuni edifici e cortili dell'antica città, sono stati scoperti viali, strade ed oggetti dell'Età del Ferro (600-700 a.C.).

Fonte:
hurriyetdailynews.com

sabato 23 luglio 2016

Virus e batteri lungo la Via della Seta...

I bastoncini per igiene personale trovati in una stazione lungo la via
della seta (Foto: Hui-Yan Yeh, Journal of Archaeological Science)
La Via della Seta, percorsa da personaggi come Marco Polo e Gengis Khan, era un'enorme arteria per il trasporto di tessuti preziosi che collegava la Cina orientale con l'Asia Centrale, il Medio Oriente e l'Europa. La Via della Seta ebbe il suo massimo fulgore durante la dinastia cinese Han (202 a.C. - 220 d.C.).
Dal momento che la Via della Seta era un mezzo di comunicazione tra popolazioni diverse, i ricercatori hanno suggerito che potrebbe essere stata anche "responsabile" della diffusione di malattie come la peste bubbonica, l'antrace e la lebbra dalla Cina all'Europa. Tuttavia finora nessuno ha trovato le prove che queste malattie si siano diffuse proprio lungo quest'arteria dalla Cina all'Europa.
Alcuni ricercatori, provenienti dall'Università di Cambridge e dall'Accademia cinese di Scienze Naturali, ha trovato, tuttavia, la prova della diffusione di virus e batteri pericolosi lungo la Via della Seta. I ricercatori hanno studiato le latrine presenti presso la stazione di Xuanquanzhi, un posto di sosta fortificato lungo la Via della Seta, costruito nel 111 a.C. e utilizzato fino al 109 d.C.. L'edificio si trova in una regione arida che confina con il terribile deserto di Taklamakan.
Durante lo scavo delle latrine gli archeologi hanno trovato bastoni con un panno avvolto attorno ad una delle estremità. Sono molto simili a quelli descritti in antichi testi cinesi dell'epoca. Si tratta di uno strumento di igiene personale, simile alla nostra carta igienica. Parte del tessuto è ancora aderente al bastone malgrado il tempo passato. Sul tessuto sono state individuate, al microscopio, tracce di feci e le uova di quattro specie di parassiti intestinali, che possono sopravvivere anche migliaia di anni nel terreno. Questo indica che alcune delle persone che utilizzarono un tempo la latrina erano infettate con questi parassiti. Le specie rilevate appartengono agli ascaridi, ai tricocefali, alla Taenia e ad una specie di parassita tipico della Cina.
Gli ascaridi e i tricocefali sono parassiti rinvenuti in tutto il mondo ed indicano una scarsa igiene personale. Sono specie che si diffondono per contaminazione da feci umane. La Taenia si sviluppa mangiando carne cruda o poco cotta (di maiale e di manzo). Il virus del fegato può causare dolori addominali, diarrea, ittero e cancro al fegato e si trova solo nelle regioni della Cina orientale e meridionale e in Corea. Si sviluppa soprattutto in regioni paludose e deve passare attraverso ospiti intermedi di un pesce lumaca prima di infettare gli esseri umani. Questi ultimi devono mangiare pesce crudo per infettarsi con questo virus.
Queste scoperte suggeriscono che certamente la Via della Seta è stata responsabile della diffusione di malattie infettive nei tempi antiche e non è improbabile che tra queste vi fossero la peste bubbonica, la lebbra e l'antrace.

Fonti:
theconversation.com
ancient-origins.net

venerdì 22 luglio 2016

Un piccolo studente sardo di duemila anni fa...

La tomba dello scolaro sardo (Foto: sardiniapost.it)
L'archeologia sarda conquista il National Geographic grazie alla scoperta della tomba di uno scolaro di duemila anni fa, avvenuta in una necropoli a incinerazione di età romana nelle campagne di Monte Carru, poco distante da Alghero. Gli archeologi, guidati dalla Soprintendenza archeologica per le province di Sassari e Nuoro, avevano rinvenuto la sepoltura quasi dieci anni fa ma solo recentemente ne era stata data notizia sia via stampa tradizionale, sia con il lavoro scientifico di studio dei reperti che sarà pubblicato a breve nella collana "Studi e antichità" dell'Università di Salerno.
Il piccolo quando morì, per cause ancora sconosciute, aveva appena 10-11 anni e aveva vissuto la sua breve esistenza nel piccolo centro agricolo di Carbia. Al momento del funerale furono deposti accanto al corpo un rarissimo kit scrittorio che comprendeva: un regolo mensorio in osso, un calamaio in bronzo, una spatola in ferro per spalmare la cera e frammenti di una tavoletta in osso sulla quale scrivere. Un ritrovamento del genere ha fatto ipotizzare che il bambino fosse uno scolaro, probabilmente veniva da una famiglia agiata ed era verosimilmente destinato a diventare da adulto uno dei personaggi più in vista per censo e cultura dell'abitato rurale. Come peraltro ha rimarcato al National Geographic Alessandra La Fragola, responsabile scientifico degli scavi, l'essere uno studente era un segno di distinzione sociale importante e come tale doveva essere ben riconoscibile anche al momento del decesso, quando l'anima varcava l'Acheronte per andare nel regno dei morti.
Al di là dell'impatto emotivo per una tomba così singolare, c'è anche un aspetto scientifico decisamente importante: fino ad ora non si era mai ritrovato un set da scrittura completo non solo in Sardegna, ma anche nel resto d'Italia. Gli scavi sino ad ora avevano, infatti, riportato alla luce singoli componenti, ma mai tutti insieme. Insomma si tratta di un caso più unico che raro. Inoltre alcuni materiali sono una vera novità per l'archeologia romana nell'isola: la spatola in ferro è la prima in assoluto ritrovata in questa regione. Mancano certo alcuni pezzi come lo stilo di canna o osso e la pergamena; entrambi non si sono conservati per via del terreno acido.
La necropoli di Monte Carru era costituita da 350 individui vissuti in età imperiale tra il I e il III secolo d.C. e la scoperta del corredo per scrivere - come si legge ancora nella rivista americana - apre uno squarcio significativo sull'alfabetizzazione della Sardegna durante il dominio di Roma. Come ha rimarcato Alessandra La Fragola, questa non è l'unica testimonianza ritrovata durante gli scavi a Monte Carru: un altro calamaio è spuntato da un'altra sepoltura, a questo poi si aggiungono iscrizioni graffite sulla ceramica di corredo e un frammento di iscrizione che fanno emergere come le capacità di leggere e scrivere in questa comunità fossero più diffuse di quanto si immaginasse.

Fonte:
sardiniapost.it/cronaca

giovedì 21 luglio 2016

Scheletri dell'Età del Ferro nel Dorset

Uno degli scheletri scoperti nel Dorset
(Foto: Bournemouth University)
Durante lo scavo di una città pre-romana nel Dorset, nei pressi di Winterborne Kingston, sono stati trovati i resti ossei di alcun individui vissuti nell'Età del Ferro.
I ricercatori sperano che analisi delle ossa possano rivelare l'età, la salute, la dieta e le cause della morte delle persone alle quali appartengono i resti. Altri scheletri, deposti tutti in posizione fetale, sono stati trovati in una serie di pozzi ovali nella stessa località. I defunti sono stati deposti sul lato destro, con le mani sotto il mento e la testa rivolta a nord. Alcuni sono stati sepolti con dei pezzi di carne e dei vasi che dovevano contenere delle bevande.
Gli scheletri sono stati scoperti insieme ad una tomba romana in una necropoli della tarda Età del Ferro. Lo scavo ha anche rivelato le tracce di un insediamento di età tardo romana, costituito da cinque edifici con fornaci e forni datati al 300-450 d.C.

mercoledì 20 luglio 2016

Mere, ispettore della Grande Piramide, e il suo "giornale di bordo"

Uno dei papiri che componeva il "giornale di bordo" di Merer con i
particolari tecnici della costruzione della Grande Piramide di Giza
(Foto: Egyptian Ministry of Antiquities)
Per la prima volta vengono rivelati al pubblico i dettagli della costruzione della Grande Piramide. I papiri con i particolari della costruzione saranno visibili al Museo Egizio del Cairo. Si tratta di scritti sotto forma di diario redatti da un ispettore di nome Merer. Questi ha scritto di essere responsabile di 200 uomini ed ha lasciato informazioni riguardanti i procedimenti di costruzione. Il papiro risale al 27° anno del regno di Cheope.
Il documento è stato portato alla luce nel 2013, quando venne trovato era composto da più di 300 frammenti di varie dimensioni e contiene dettagli sulle attività quotidiane degli ispettori per diversi mesi. E' tornato alla luce nel porto di Wadi al-Jarf, sul Mar Rosso e risalirebbe ad almeno 4500 anni fa.
Nel suo diario Merer cita anche un importante centro logistico-amministrativo, chiamato Ro-She-Khufu, che era probabilmente un punto di sosta vicino alla piana di Giza. Questo sito, a detta di Merer, era sotto l'autorità di un funzionario di alto rango di nome Ankhhaef, fratellastro di Cheope nonché suo visir e "capo per tutte le opere del re".
Il diario di Merer, che copre diversi mesi, è composto sotto forma di calendario con due colonne al giorno, nelle quali venivano registrate le operazioni legate alla costruzione della Grande Piramide di Giza e il lavoro alle cave di calcare sulla riva opposta del Nilo. Merer descrive anche il trasporto sul Nilo dei blocchi di pietra estratti dalle cave a nord e sud del Tura.

Fonte:
ancient-origins.net

domenica 17 luglio 2016

Enheduanna, Grande Sacerdotessa di Inanna, donna e poetessa

Il disco di alabastro che riporta il nome di Enheduanna
(Foto: angelfire.com)
Il sito della città sumera di Ur è uno dei luoghi più affascinanti del mondo, situato nei pressi dei due grandi fiumi Tigri ed Eufrate. In questo contesto paradisiaco, una donna, la prima della storia, compose 42 inni dedicati ai templi di Sippar, Esnunna, Eridu. Il suo nome era Enheduanna e significa "alta sacerdotessa, ornamento del dio (o della dea)", vissuta nel 2285-2250 a.C. circa. Era figlia del famoso re Sargon e della regina Tashlultum.
Il nome di Enheduanna è stato scoperto su due grandi sigilli del periodo di Sargon. Entrambi i manufatti sono stati trovati nella necropoli reale di Ur. Ma il manufatto più importante legato ad Enheduanna è un bellissimo disco di alabastro. Il disco è stato rinvenuto ad Ur, nel Giparu che era, con tutta probabilità, la casa della poetessa. Il disco è stato datato al 2000-1800 a.C. ed è stato trovato vicino la statua di una sacerdotessa, probabilmente la stessa Enheduanna. L'iscrizione recita: "Enheduanna, sacerdotessa moglie del dio Nanna, oppure sacerdotessa di An (dio del cielo)". Il suo nome di nascita era semitico, poiché proveniva da Akkad, ma prese un nome ufficiale sumero: "En" (Sacerdote/Sacerdotessa), "Hedu" (ornamento), "Ana" (del cielo).
Le tavolette con gli inni di Enheduanna
(Foto: notablewomen.wordpress.com)
Sul disco Enheduanna è rappresentata nell'atto di celebrare una cerimonia religiosa in onore di Inanna. La sacerdotessa offre libagioni rituali alla dea ed è vestita con il tradizionale abbigliamento di Somma Sacerdotessa. Accanto a lei due servitori. Il retro del disco, simbolo di Nanna, il dio della luna al quale era consacrata la vita di Enheduanna, riporta una breve traccia biografica della sacerdotessa.
Enheduanna fu l'unica figlia femmina dei cinque figli di Sargon. Di sua madre Tashlutum non si sa molto. Era sicuramente la moglie legittima del sovrano e parlava la lingua accadica, mentre Enheduanna compose in sumerico. Raggiunta l'età adulta, la giovane principessa venne consacrata al dio della luna Nanna con delle nozze sacre che si svolsero nel tempio di Ur. Questa cerimonia fuse, in un sincretismo perfetto, l'Inanna sumerica con l'Ishtar semitica e inaugurò un ruolo che venne seguito dalle principesse accadiche centinaia di anni dopo la caduta dell'impero accadico.
Enheduanna organizzò e presiedette il complesso templare della città di Ur, il cuore stesso della città, e non abbandonò il padre neanche durante un tentativo di colpo di stato effettuato da un ribelle sumero di nome Lugal-Ane (identificato con Lugalzzaggisi), che la costrinse all'esilio. Uno dei compiti che aveva Enheduanna nella regione di Sumer era quello di mantenere la popolazione sotto controllo grazie alla religione di cui era una delle massime rappresentanti.
Enheduanna, particolare dal
disco di alabastro trovato ad Ur
(Foto: notablewomen.wordpress.com)
Questo episodio traumatico della sua vita venne riportato da Enheduanna, talvolta in termini oscuri, nel poema Ninmesarra. L'opera prende dapprincipio la forma di invocazione, affinché gli dei liberino la sacerdotessa dall'esilio e si conclude con l'invocazione ad Inanna e con il ritorno vittorioso della dea e della sua sacerdotessa nel santuario di Ur. Con la vittoria di Sargon sugli insorti, Lugalzzaggisi venne rinchiuso in una gabbia ed esposto sulle mura di Nippur dopo essere stato accecato e castrato.
Enheduanna crebbe alla corte di un re molto influente e potente. Sargon era un sovrano ma anche un capo dell'esercito molto importante, che condusse vittoriosamente diverse campagne militari. Quando il re ed il suo esercito erano impegnati in conflitti in terre difficili e lontane, Enheduanna scriveva poesie per allietare gli dei e le dee. Sperava, così, che le sue parole avrebbero toccato i cuori delle divinità affinché queste ultime sostenessero il padre Sargon. Quest'ultimo è considerato, oggi, uno dei più grandi sovrani sumeri.
Enheduanna continuò a scrivere poesie e a ricoprire il ruolo di sacerdotessa anche durante il regno del fratello Rimush. Proprio quest'ultimo ispirò la poetessa nello scrivere una delle sue poesie più famose, l' "Esaltazione di Inanna". Questo poema è diventato una sorta di capsula temporale che ha permesso di salvare l'affascinante culto della divinità femminile per le generazioni future.
Dopo la morte di Sargon Enheduanna dovette assistere alla morte di due dei suoi fratelli succeduti al padre e al terribile evento sismico che sconvolse tutta l'area della Mesopotamia, radendo al suolo il suo tempio. Questi eventi sono stati rintracciati nelle accorate poesie della sacerdotessa.
La "Casa della Luce" di Enheduanna, lo ziggurat di Ur, come doveva
essere e come appare ora (Foto: notablewomen.wordpress.com)
Un'altra delle sue composizioni più note composizioni, oltre al citato Inninmehusa (l' "Esaltazione di Inanna"), è Ninmesarra ("La Signora dal grande cuore") anche questo un inno alla dea Inanna che, molti secoli dopo, sarà identificata con la greca Afrodite. Il suo modo di scrivere è molto personale e diretto. Le sue composizioni fanno rivivere le principali divinità mesopotamiche e indicano dove si trovano i loro templi, ma sono soprattutto preghiere che emanano umanità, parlano di speranza e narrano dei timori della vita di ogni giorno. Enheduanna restò sacerdotessa per oltre quarant'anni.
Sargon ripose grande fiducia in sua figlia, affidandole il compito delicato di fondere le credenze religiose e le divinità dei Sumeri con quelle degli Accadici, in modo da dare la necessaria stabilità interna al suo regno. Le composizioni religiose di Enheduanna, attraverso i Babilonesi, hanno influenzato e ispirato le preghiere e i Salmi della Bibbia ebraica e gli inni omerici della Grecia. In queste composizioni, seppure debole, sopravvivono gli echi dell'arte di questa donna straordinaria.
E' difficile stabilire quali siano le opere che si ritengono ispirate da Enheduanna e quali siano, al di là delle opere citata, quelle scritte da lei. Molte composizioni sono datate a centinaia di anni dopo la sua morte. Probabilmente Enheduanna usava esibirsi e recitare le sue poesie durante i rituali sacri. Non si tratta di una figura leggendaria: Enheduanna è realmente esistita e la sua esistenza è stata confermata dai suoi scritti, anche se non si conoscono le vicende della sua vita e quando sia morta. Al giorno d'oggi il suo nome sembra essere stato dimenticato. Non si sono avute più scoperte legate alla sua storia, dopo il ritrovamento del disco di alabastro, scoperto dall'archeologo inglese Sir Leonard Woolley nel 1928. Resta il fatto che Enheduanna è una delle rare poetesse che, accanto alla greca Saffo, ha avuto un grande impatto sulla cultura e la poesia di tutti i tempi. Dopo più di 4000 anni Enheduanna è ancora fonte di ispirazione per scrittori contemporanei che compongono poesie rifacendosi al suo stile.

Fonti:
ancient.eu
cddc.vt.edu/feminism/Enheduanna.html
ancient-origins.net

sabato 16 luglio 2016

Cipro, trovato un raro mosaico romano

Particolare del raro mosaico romano trovato a Larnaca (Foto: AFP Iakovos Hatzistavrou)
Nella città costiera di Larnaca, sull'isola di Cipro, è stata scavata una parte di un raro mosaico di epoca romana, lungo 19 metri e largo 7. Il mosaico raffigura, con tutta probabilità, le fatiche di Ercole.
Secondo il dipartimento di antichità dell'isola di Cipro, il mosaico è la riprova che Kition, l'antica città sulla quale è sorta l'attuale Larnaca, ha svolto un ruolo importante nello sviluppo della cultura romana sull'isola. Tuttavia finora i ritrovamenti di epoca romana erano stati piuttosto rari, a Larnaca.
Cipro rimase sotto il dominio romano dal 31 a.C. alla fine del IV secolo d.C.

Fonte:
abc.ne.au/news

Antico palazzo anglosassone individuato in Scozia

Gli scavi di Aberlady e le fondazioni di un grande edificio di
epoca anglosassone (Foto: East Lothian Courier)
Gli archeologi hanno portato alla luce parte delle strutture di quel che credono essere il più grande edificio anglosassone finora trovato in Scozia. Le fondamenta di quello che potrebbe essere stato un monastero oppure una sorta di palazzo reale, risalgono a 1200 anni fa e sono stati scoperti ad Aberlady.
L'analisi di un osso di animale trovato nei pressi hanno confermato la datazione del complesso ad un periodo compreso tra il VII e il IX secolo d.C.. La struttura, all'origine, doveva essere di 40 x 20 metri. Lo scavo è avvenuto tra aprile e maggio a cura della AOC Archaeology Group con l'aiuto della locale comunità. L'obiettivo fissato era quello di scoprire i resti di un'antica sala in legno anglosassone, dopo che era stata rinvenuta una grande concentrazione di oggetti metallici della stessa epoca.
Aberlady si trovava su un percorso di pellegrinaggio tra Iona e Holy Island e la conferma è arrivata anche dal ritrovamento di un frammento di croce dell'VIII secolo. Lo scavo attuale ha portato ad individuare una grande struttura con fondazioni di pietra di un muro lungo il lato corto.
Durante gli scavi è stata anche individuata un'area pavimentata, probabilmente posta all'aperto, in cui vi è una sorta di fossa. questa potrebbe essere la base in cui veniva inserita una croce di VIII secolo, la Croce di Northumbria, la cui ricostruzione si trova nel Memorial Garden di Aberlady.

Fonte:
East Lothian Courier

Aversa, scoperto parte del percorso dell'acquedotto del Serino

L'ingresso dell'acquedotto del Serino appena scoperto
ad Aversa (Foto: pupia.tv)
A seguito di lavori di bonifica dell'area di via Cappuccini è stato portato alla luce, ad Aversa, l'antico acquedotto del Serino. La pulizia dell'area è avvenuta ad opera di Campania Ambiente (società della Regione Campania). Grazie ad un finanziamento regionale ottenuto dalla Città di Aversa.
Grazie a questa opera di bonifica un pezzo dell'acquedotto del Serino riemerge dall'oblio nascosto da rovi ed erbacce dietro al quale si celava.
La scoperta eccezionale è avvenuta quasi per caso: i lavoratori di Campania Ambiente stavano bonificando l'area dall'incuria e sporcizia che la fa da padrona.
L'antico punto di arrivo dell'acquedotto di Serino per Aversa si trova proprio in via Cappuccini, di fronte a ciò che resta dell'antica facciata della chiesa conventuale. Una zona che oggi è spesso ricettacolo di rifiuti e nei cui pressi sorge una delle due isole ecologiche cittadine gestite dalla Senesi.
L'acquedotto romano del Serino fu costruito in epoca augustea per risolvere il problema dell'approvvigionamento idrico della città di Napoli. La grandiosa opera di ingegneria idraulica partiva dalla sorgente del Serino, posta nei pressi del monte Terminio, e giungeva fino alla Piscina Mirabilis, a Miseno: un percorso di 96 chilometri. L'acquedotto riforniva 8 città e svariate villae. Comprese le diramazioni, dunque, si arrivava a 140 chilometri di percorso, che rendevano l'acquedotto il più lungo costruito fino al V secolo d.C.
Per gran parte del percorso l'acquedotto correva all'aperto su arcate in laterizio, delle quali resta traccia a Napoli nella zona dei Ponti Rossi. Questa struttura era l'accesso settentrionale della condotta alla città.

Fonte:
pupia.tv

mercoledì 13 luglio 2016

Filistei, un mistero svelato?

Un teschio umano rinvenuto nel sud di Israele, potrebbe aiutare i
ricercatori a risolvere, finalmente, il mistero delle origini dei Filistei
(Foto: Tsafrir Abayov, Leon Levy expedition ad Ashkelon)
Alcuni ricercatori hanno portato alla luce, nel sud di Israele, la prima necropoli noto dei Filistei. Questa scoperta può rivelare l'origine della famosa popolazione biblica, che costituì parte dei cosiddetti Popoli del Mare.
In realtà la necropoli è stata scoperta nel 2013, ma gli archeologi ne hanno mantenuto segreta la scoperta per tre anni, per consentire il completamento degli scavi. Un esame approfondito delle sepolture fornisce supporto all'idea che i Filistei provenivano dal Mar Egeo e che avevano legami piuttosto stretti con i Fenici.
Secondo il National Geographic questa necropoli filistea si trovava al di fuori della città di Tel Ashkelon, uno dei più importanti insediamenti filistei, nonché porto della regione tra il XII e il VII secolo a.C.. Gli archeologi scavano qui da trent'anni e sono guidati da Lawrence E. Stager, che guidò la spedizione di Leon Levy ad Ashkelon fin dal 1985.
Sepoltura infantile scavata ad Ashkelon
(Foto: Melissa Aja, Leon Levy expedition
ad Ashkelon)
La necropoli, che risale ad un arco temporale compreso tra l'XI e l'VIII secolo a.C., contiene di resti di più di 211 persone. Proprio questa massiccia presenza di sepolture è stata un vantaggio per gli archeologi, che possono disporre dei resti di persone di età, sesso e condizione sociale differenti. Le tombe non sono state saccheggiate e sono rimaste indisturbate per millenni e questo costituisce un ottimo spunto per la ricerca delle origini dei Filistei.
Da un'analisi delle ossa degli inumati non è stato trovato alcun trauma, a riprova che le persone sepolte nella necropoli sono morte di morte naturale e non a causa di qualche evento traumatico come una guerra. Sembra che i Filistei fossero molto diversi dai Cananei e dai montanari ad est del paese. Le sepolture sono in qualche modo differenti da quelle delle altre culture del Medio Oriente. Circa 150 persone sono state cremate e sepolte in fosse di forma ovale. I resti di quattro di costoro sono stati depositati in sepolture a camera, con pratiche molto simili a quelle delle culture del Mar Egeo. Sono state anche individuate almeno sei camere sepolcrali con sepolture multiple.
All'interno delle tombe sono stati trovati diversi oggetti: ciotole, vasi, punte di lancia e di freccia, contenitori per profumi e, in alcuni casi, anche gioielli. Le ultime ceramiche depositate risalgono al VII secolo a.C., a testimonianza che in questo periodo le camere funerarie vennero chiuse definitivamente. Ora si attendono i risultati degli esami del Dna.
I Popoli del Mare, dei quali facevano parte i Filistei, erano un'antica coalizione che combatté contro le principali civiltà mediterranee tra il 1276 e il 1178 a.C.. Tra essi vi erano gli Sherden, i Sheklesh, i Lukka, i Tursha, i Peleset e gli Akawasha. La mancanza di prove sull'origine di ciascuna componente di questa eterogenea coalizione ha fatto discutere la comunità archeologica per decenni. Gli studiosi sono convinti di aver identificato queste diverse componenti dei Popoli del Mare come Etruschi, Troiani, Italiani, Filistei, Micenei e addirittura Minoici.
Dapprincipio si pensava che i Filistei fossero originari di terre limitrofe alle grandi vie d'acqua, ma la nuova scoperta depone contro questa teoria. Tel Tayinat, antica Kunulua, in Turchia, che un tempo si pensava fosse una terra invasa dai Filistei, in base alle nuove ricerche ed ai recenti ritrovamenti, potrebbe addirittura essere il luogo di origine di questa misteriosa popolazione.
Ora bisogna dimostrare la relazione tra quest'antica base filistea nel remoto sudest della Turchia e la terra d'origine di questa popolazione, in modo da collegare la presenza dei Filistei nel Mediterraneo al momento del crollo delle antiche civiltà.

Fonte:
ancient-origins.net

Bulgaria, trovati i resti smembrati di una principessa dei Traci

Gli archeologi Lyuben Leshtakov, a sinistra e Nikolay Ovcharov, a destra,
mostrano la sepoltura della nobildonna trace appena trovata
(Foto: 24 Chasa daily)
I resti di una nobildonna Tracia, ritualmente smembrati, sono stati trovati unitamente a gioielli di bronzo e d'argento in una sepoltura dei monti Rodopi, in Bulgaria. I ricercatori stanno, ora, cercando di capire se i resti della cosiddetta principessa Tracia, siano stati separati durante delle cerimonie religiose di 2300 anni fa. Lo smembramento era un onore riservato, tra i Traci, ai nobili ed ai rappresentanti del clero. Tra i resti della donna vi era anche una moneta d'argento, probabilmente collocata in bocca alla defunta per garantirle in passaggio attraverso lo Stige e l'Acheronte.
Il corpo della donna era stato fatto in cinque pezzi, il cranio era stato poggiato su due rocce, su un diadema d'argento. La sepoltura contiene quasi 60 pezzi di bronzo e d'argento, tra i quali la tiara, degli orecchini, anelli, collane e perline. La sepoltura risale al IV secolo a.C., all'epoca di Alessandro Magno, che dominò un impero che si estendeva dalla Macedonia e dalla Grecia fino all'Afghanistan e all'India.
La sepoltura è tra le più ricche trovate finora appartenenti alla stessa epoca e si trova a soli 4 metri da un altare in pietra trovato dall'archeologo dilettante Alexander Mitushev, che sta finanziando gli scavi. Proprio la vicinanza tra la sepoltura e l'altare, in aggiunta allo smembramento del corpo della defunta, hanno portato gli archeologi a pensare che il sito fosse, un tempo, un centro per celebrazioni rituali di natura orfica, all'epoca molto in voga in Tracia. Orfeo stesso, infatti, venne smembrato, dopo la morte, dalle Baccanti. I suoi resti vennero gettati nel fiume Maritsa.
Ora gli archeologi stanno accuratamente analizzando i resti presenti nella sepoltura per accertarsi se più di una persona sia stata sepolta insieme con la donna. Saranno, poi, in grado di stabilire se effettivamente i resti scheletrici sono quelli di una donna. L'identificazione è, infatti, avvenuta solo per la presenza della tiara, un foglio molto sottile d'argento, ora in pessime condizioni.

Fonte:
ancient-origins.net

Leicester: trovata la sepoltura di un ufficiale romano

La fibbia della cintura trovata nella sepoltura del militare romano a Leicester
(Foto: University of Leicester)
Gli archeologi dell'Università di Leicester hanno recentemente scavato una necropoli tardo romana sulla Western Road, nella pare orientale di Leicester. Sono stati repertati 83 scheletri. Una delle sepolture sembra essere stata scavata nel fango indurito della riva occidentale del fiume Soar, a sudovest della città romana. Nella tomba sono stati trovati i resti di un uomo di mezza età, con una cintura riccamente decorata, che rimanda a quelle comunemente indossate dai soldati romani o dai funzionari tra la seconda metà del IV e l'inizio del V secolo d.C.
La fibbia della cintura era decorata con teste di delfini e con cani accovacciati. Cinture con fibbie simili sono state trovate in altre necropoli tardo romane a Dorchester, sul Tamigi, ed a Winchester ma anche in Belgio. I ricercatori hanno dimostrato che queste cinture sono state utilizzate in tutto il nordest della Francia, in Belgio e lungo la frontiera orientale dell'impero romano, lungo i fiumi Reno e Danubio, dove erano di stanza le legioni di Roma. In particolare la cintura indossata dall'uomo  i cui resti sono stati rinvenuti a Leicester rimanda ad una cintura indossata dall'élite militare romana nel tardo impero.
L'uomo al quale apparteneva la cintura, al momento della morte aveva tra i 36 ed i 45 anni. Malgrado la sua infanzia non fosse stata priva di problemi di salute, la sua vita adulta era stata ben diversa. Ad un certo punto si era fratturato l'avambraccio sinistro, un infortunio che era guarito piuttosto bene, ma che aveva lasciato indebolito il polso. Si tratta di una frattura conosciuta con il nome di "frattura parata", causata alzando il braccio per parare un colpo. L'uomo aveva danneggiati anche i muscoli del braccio destro superiore e la spalla. Queste lesioni erano, con tutta probabilità, causate da una eccessiva distensione dei muscoli, dovuta a movimenti di lancio e sollevamento.
Le lesioni presenti sullo scheletro di Leicester sono coerenti a quelle usualmente riscontrate su personale militare, il che fa pensare che l'uomo fosse un membro dell'élite dell'esercito romano.

Fonte:
Sciencedaily.com

mercoledì 6 luglio 2016

Israele, la sepoltura della sciamana

Le ossa della donna misteriosa sepolta in una grotta in Israele
(Foto: Naftali Hilger)
Una donna minuta, sepolta in una grotta israeliana 12000 anni fa era, con tutta probabilità, una persona di un certo rango sociale. Venne sepolta, infatti, con una cerimonia fastosa e con 86 tartarughe. Dopo anni di analisi, gli esperti hanno ricostruito le varie tappe del rituale funebre, svoltosi in sei fasi, che era una celebrazione alla posizione sociale che la donna aveva ricoperta in vita.
Leore Grosman, professore presso l'Istituto di Archeologia dell'Università Ebraica di Gerusalemme, ha scoperto la sepoltura nel 2005, in una grotta chiamata Hilazon Tachtit, situata nella Galilea occidentale, nel nord di Israele. La grotta era servita da luogo di sepoltura per almeno 28 persone vissute nel periodo natufiano (15000-11500 a.C.). La tomba della donna si distingueva dalle altre, dalle quali era separata da un divisorio di pietra. Il corpo della defunta era circondato da oggetti disposti con cura particolare.
Lo scheletro della donna è alto circa 1,50 metri. La donna è probabilmente morta a 45 anni di età ed è stata deposta con cura estrema su strati di sedimenti, conchiglie, gusci di tartaruga, gesso e corna di gazzelle. Attorno al corpo sono stati trovati teschi di martora, una coda di vacca, il bacino di un leopardo, l'ala di un'aquila ed un piede umano. Grosman pensa che l'occupante della sepoltura era, probabilmente, una donna sciamano. Quest'ultima venne sepolta in sei fasi. La prima era costituita dal tracciare la forma ovale della sepoltura nel pavimento della grotta. Successivamente il fondo della tomba venne riempito di fango, strati di calcare e altri sedimenti. La seconda e terza fase interessò il rivestimento della sepoltura a pozzo con blocchi di calcare, conchiglie, corna di gazzella e carapaci di tartaruga. I manufatti furono, quindi, coperti da uno strato di cenere e detriti e da strumenti in pietra scheggiati. Nella quarta fase il cadavere della donna venne deposto nella buca in posizione accovacciata, con gusci di tartaruga inseriti sotto la testa e il bacino. Altri gusci ed ossa di animali vennero posizionati in cima e intorno al corpo.
Molti dei gusci di tartaruga appartengono ad animali di cui i presenti al funerale si sono cibati durante il pasto rituale. Nella quinta fase di sepoltura, la tomba venne riempita con i resti del banchetto funebre. L'ultima fase ha contemplato la posizione di un blocco triangolare di calcare nella parte superiore della tomba.

Fonte:
Live Science

martedì 5 luglio 2016

Scoperto un complesso abitativo sulla via Ostiense

L'area del mausoleo (Foto: AdnKronos)
Una scoperta archeologica nata in un'area destinata alla costruzione di una chiesa ortodossa per la comunità rumena. A Roma sono stati svelati i resti di un mausoleo del I secolo d.C., un complesso termale e un'area destinata alla sepoltura. Reperti individuati in una zona privata, sulla via Ostiense, in località Casal Bernocchi - Malafede, destinata alla costruzione della chiesa ortodossa dell'Ingresso del Signore in Gerusalemme.
Alla scoperta, messa a segno tra aprile e luglio 2015 e presentata oggi dal soprintendente speciale per il Colosseo e l'Area archeologica centrale di Roma Francesco Prosperetti, ha preso parte in modo attivo la comunità rumena. Le indagini di archeologia preventiva, infatti, sono state condotte spalla a spalla dagli archeologi della Soprintendenza e da operai specializzati rumeni, tutti volontari non retribuiti. Operai che hanno acquisito le loro competenze in materia archeologica avendo già lavorato in cantieri archeologici in vari punti di Roma. Gli scavi sono stati presentati sei mesi dopo la loro conclusione, nel momento in cui la Soprintendenza ha dato il nullaosta alle modifiche al progetto per la costruzione della chiesa ortodossa, che si sono rese necessarie per la presenza dei reperti antichi.
Le indagini, con la direzione scientifica dell'archeologo Alessandro D'Alessio, condotte in una zona finora a uso agricolo ed estranea a moderni interventi edilizi, hanno portato alla luce un contesto archeologico (forse un vicus, cioè un borgo rurale) che copre un periodo compreso tra il I e il V secolo d.C., di complessa stratificazione e interpretazione, ma in buon stato di conservazione.
Il mausoleo presenta due fasi costruttive ben distinguibili: la più antica è inquadrabile tra il I e il II secolo. Si tratta di un ambiente rettangolare, con il fronte principale in direzione della via Ostiense e muri in opera mista di reticolato e mattoni che accolgono delle nicchie quadrangolari identificate come cinerari, per sepolture di donne. Il pavimento a mosaico, in tessere nere su fondo bianco, raffigura un kantharos, una coppa dalla quale fuoriescono tralci d'edera: la decorazione è scandita all'interno di una cornice rettangolare.
La seconda fase del mausoleo è costituita dalla realizzazione di un ambiente di modeste dimensioni, ricavato tramite un muro absidato realizzato con materiale di reimpiego, con pareti interne intonacate di rosso. Vari elementi portano a datare l'abbandono dell'edificio tra il IV e il V secolo. L'impianto termale è caratterizzato da pavimenti con mosaici a campo bianco delimitati da cornici a doppio filare in tessere nere, tipici del repertorio geometrico di fine II secolo e della prima età severiana, nonché porzioni di intonaco dipinto in rosso e giallo antico anch'esse a motivi geometrici.
Di un ambiente absidale pavimentato in coccio pesto, probabilmente una sudatio o un laconicum (rispettivamente sauna umida e secca), si conserva l'ipocausto, caratterizzato da suspensurae costituite da pilae di bessali piuttosto ben conservate. Il riscaldamento delle acque era assicurato da due praefurnia, l'uno addossato ad ovest della struttura absidata e l'altro situato a sud degli ambienti termali, dove sono state rinvenute opere di canalizzazione che probabilmente conducevano a una cisterna per l'approvvigionamento idrico dell'intero complesso.
Il settore occidentale dell'area è interessato dalla presenza di un lungo muro in opera laterizia, cui si addossa una necropoli con molteplici tipologie di sepolture (a cappuccina, a copertura piana e a enchytrimos - sepolture in anfora).
Pochi gli elementi di corredo rinvenuti: un anello, bracciali e, in particolare, emissioni monetali che permettono di proporre una datazione tra il II e il III secolo. I materiali ceramici, per la maggior parte anfore reimpiegate come copertura delle deposizioni, consentono di estendere la forchetta cronologica fino al IV secolo.
Le analisi antropologiche delle sepolture, a cura di Paola Catalano, indicano un'età media compresa tra 20 e 40 anni, con una discreta frequenza di individui più anziani; bassa invece la mortalità infantile. I maschi sono più rappresentati rispetto alle femmine, per le quali la speranza di vita era inferiore; il campione di popolazione è socialmente medio-basso, caratterizzato da uno stile di vita modesto, ma con condizioni lavorative non eccessivamente usuranti.

Fonte:
AdnKronos

sabato 2 luglio 2016

Le meraviglie sommerse di Panarea

Anfore intatte nel relitto Panarea III (Foto: corriere.it)
Panarea, localizzati quattro relitti romani del I e II secolo d.C. con centinaia di reperti intatti. Divieto di immersione, pesca e ancoraggio. Ma ci sono anche i danni causati da pesca a strascico.
Il mare attorno a Panarea, la più piccola delle isole Eolie che in estate attira vip e personaggi dello spettacolo, è sempre più meta degli archeologi marini e subacquei di alto fondale. Nel profondo blu, compreso tra gli 80 e i 170 metri sul versante che guarda gli scogli di Basiluzzo e Lisca Bianca, nel 2010 gli archeologi siciliani della Soprintendenza del mare hanno localizzato e fotografato quattro spettacolari relitti di epoca romana (I e II secolo) carichi di centinaia di anfore intatte, che giacciono adagiate sul fondo. Erano navi commerciali romane di medie dimensioni, adibite al trasporto di grano, vino e garum (una salsa di pesce molto apprezzata all'epoca) che, troppo cariche, verosimilmente imbarcando acqua fecero naufragio inabissandosi lungo la trafficatissima rotta tirrenica tra la Sicilia e la costa meridionale italiana.
Nelle prossime settimane gli archeologi della Regione, che hanno localizzato con esattezza i carichi e iniziato la mappatura del sito tra il 2009 e il 2011 grazie all'impiego del Rov (Remotely Operated Vehicle) insieme all'équipe americana della Fondazione Aurora Trust, si preparano a tornare sui fondali. Obiettivo, continuare a studiare i reperti, grazie all'intervento dei sub esperti in immersioni di alto fondale che utilizzano le sofisticate tecniche di rebreather. E iniziare a progettare una strategia di controllo con le telecamere di profondità.
Anfore ritrovate nei relitti di Panarea (Foto: corriere.it)
La questione dei furti clandestini di reperti, per i mari siciliani, è una piaga antica. Sul relitto a 85 metri, oltre a danni alle anfore ridotte in cocci, sono state rilevate tracce di alterazioni, forse cavi d'acciaio utilizzati per un tentativo di furto, secondo quanto rilevato negli anni passati dagli esperti della regione. "Il progetto Archeorete, partito alle Eolie nel 2009, continuerà anche quest'estate", spiega il soprintendente del Mare della Sicilia, l'archeologo Sebastiano Tusa. "Tra fine luglio e inizio agosto ritorneremo a lavorare sul relitto Panarea III, il più bello, quello che ha già restituito un altare portatile, su cui sono incise tre lettere che consentono di individuarne la proprietà, e i vasi cilindrici adibiti al trasporto del miele. L'alta profondità a cui giacciono i reperti costituisce un buon deterrente contro i furti", continua il Soprintendente. "Pensiamo che non sia affatto facile trafugare materiali a 100 metri sott'acqua e che la rete di informatori, primi tra tutti i diving locali, che abbiamo attivato negli anni è sempre efficace".
Sui siti, intanto, sono state apposte ordinanze di divieto di immersione, pesca e ancoraggio, su cui vigilano le forze dell'ordine, Carabinieri e Capitaneria di Porto. Il pericolo maggiore però è costituito dalle reti a strascico con i loro congegni metallici che, al passaggio, distruggono le anfore nella parte summitale. "Per evitare questo scempio l'unica arma è sensibilizzare le marinerie costiere di Messina e Reggio Calabria che si spingono sino a queste acque", conclude Tusa. "Stiamo inoltre pensando a un bando per un progetto internazionale per realizzare la rete di telecontrollo per proteggere l'area, con un sistema simile a quello già sperimentato sui relitti delle isole Egadi, a Levanzo e Favignana".

Fonte:
corriere.it/ambiente

Per non dimenticare Masseria De Carolis

Resti della villa con ipocaustum (Foto: vesuviolive.it)
La Masseria De Carolis, a Pollena, in Campania, così detta dal nome del generale De Carolis che riscoprì il complesso archeologico dimenticato. Nel 1988 sono stati identificati i resti di una grande villa romana presso il Comune di Pollena Trocchia. A quel tempo l'area era occupata da una cava e le scavatrici avevano parzialmente danneggiato le murature, ma nonostante questo furono riconosciuti degli antichi granai del II secolo d.C.; poco tempo dopo l'area era occupata da una discarica abusiva, miseramente ricoperta di spazzatura e solo nel 2005 sono riprese le ricerche archeologiche che hanno ricostruito la storia della villa e restituito in parte dignità al sito, scoprendo inoltre che si trattava, non di una mera "villa rustica", ma di un vero e proprio complesso termale che ha resistito alle eruzioni del Vesuvio.
Nel calidarium è stato ritrovato inoltre un corpicino umano con una moneta romana di Marciano (imperatore bizantino originario della Tracia, dal 450 al 457 d.C.) e resti di sacrifici o banchetti con evidenti tracce di bruciato. Nel tepidarium sono stati ritrovati invece due corpicini sepolti vicini, molto probabilmente riconosciuti dagli archeologi come due neonati fratelli o gemelli, segno inequivocabile che denota che, in quel tempo l'edificio era caduto in disuso e quindi riadoperato come necropoli per effettuare sepolture.
Uno degli scheletri ritrovato nella Masseria De Carolis
(Foto: Apolline Project)
Gli scavi del 2010 fino a oggi sono continuati grazie all'Apolline Project che coinvolge in ogni campagna di scavo studenti in Archeologia provenienti dai luoghi più disparati: gli italiani dall'Università degli Studi di Napoli Federico II e dalla Suor Orsola Benincasa; inglesi dalla University of Oxford, ma anche tedeschi, spagnoli e giovani studenti americani dalla Brigham Young University degli States. Infatti proprio grazie a questa caratteristica di collaborazione tra Istituzioni locali, istituti di formazione e giovani studenti, che hanno lavorato con passione, impegno e dedizione, sembra finalmente possibile una rivalutazione concreta di un patrimonio territoriale troppo spesso dimenticato, offuscato dall'indifferenza e dall'incuria, che spesso riesce a fare più danni delle intemperie e del naturale scorrere del tempo.
Pertanto nel 2011 la European Association of Archaeologists (la più grande associazione europea degli archeologi), decise di conferire l'Heritage Prize al Sindaco di Pollena, Francesco Pinto e al Direttore dell'Apolline Project, Girolamo Ferdinando De Simone durante la seduta plenaria del XVII Convegno Internazionale che si tenne a Oslo, in Norvegia.
Il sito di Masseria De Carolis (Foto: Girolamo Ferdinando De Simone)
Ben 14 ambienti (di cui alcune fornaci per riscaldare l'acqua, depositi per la legna e cisterne) del grande complesso termale a ridosso della scarpata, costruito sopra le ceneri dell'eruzione, sono probabilmente databili al II secolo d.C.; tra la fine del IV e del V secolo il sito divenne più povero; infatti gli ambienti termali cessarono di essere usati e anche i magnifici pavimenti con ipocausto vennero rimossi e probabilmente riutilizzati altrove (restano visibili alcuni pilastrini che lo sorreggevano). Nel 472 il sito fu parzialmente distrutto e coperto da un'altra eruzione vesuviana, ma poco dopo l'area venne nuovamente abitata, come dimostrano alcune strutture trovate a una quota più alta; l'area venne poi nuovamente e definitivamente sepolta dalle successive eruzioni del 505 e del 512 d.C.: questa è tutta la stratigrafia che ha permesso di dare una datazione precisa delle varie fasi del sito archeologico.
Masseria De Carolis, i balnea romani (Foto: Apolline Project)
Le analisi antropologiche e paleopatologiche condotte sui resti trovati nella Masseria De Carolis ha portato alla definizione delle sepolture di 4 scheletri neonatali, uno scheletro di un bambino di età compresa tra i 5 ed i 9 mesi, così come una mascella appartenente ad un adolescente di età compresa tra i 12 mesi ed i 3 anni. La causa della morte di quest'ultimo è stata individuata nell'infiammazione del periostio, la membrana sottile che copre la superficie esterna delle ossa. Sono state recuperate anche delle ossa danneggiate di un'adolescente di sesso femminile di 15 anni di età e le ossa di un adulto di età superiore a 40 anni, i cui arti erano altamente sviluppati, indicando che, durante la vita, l'uomo ha fatto affidamento sull'uso delle braccia per trasportare pesi.
Oltre alla flora e alla fauna ivi ritrovata che ha permesso anche ai paleobotanici di studiare l'alimentazione che caratterizzava questo sito, dalla Masseria De Carolis è emersa tanta ceramica, che ha permesso agli archeologi di ipotizzare i vari scambi commerciali marittimi che interessavano la zona di Pollena, inoltre un piano di calpestio realizzato in tante tessere riproducenti uno splendido mosaico è stato scoperto durante gli scavi. Nelle zone scavate è emerso anche un pozzo, ma anche monete, resti di vetri riconducibili a delle finestre, foglie e gusci di paguri concrezionati. Nel 2014 la Masseria De Carolis è stata valorizzata grazie agli eventi de Il Maggio della Cultura e per far sì che la popolazione possa beneficiare di un patrimonio così importante, non possiamo far altro che sperare che opere e progetti del genere continuino in cooperazione con le Istituzioni per permettere agli amanti della storia di fare magici tuffi nel passato.

Fonti:
vesuviolive.it
Apolline Project

Ritorno dei "Binari della Cultura in Sicilia"

(Foto: Giornale di Sicilia)
Parte la nuova stagione dei "Binari della Cultura in Sicilia": treni storici che percorrono vecchie tratte ferroviarie. L'iniziativa è promossa dall'assessorato regionale al Turismo, in collaborazione con la Fondazione Ferrovie dello Stato e Trenitalia. Il programma prevede diciotto treni d'epoca speciali su tre importanti direttrici culturali dell'isola: Valle dei Templi, Barocco del Val di Noto e Taormina.
Domenica 3 luglio è organizzato il primo viaggio: "Il Treno dei Templi" da Agrigento a Porto Empedocle. A bordo delle automotrici del 1970 ALn668.1600 i turisti potranno godere di un viaggio volutamente lento per apprezzare i suggestivi paesaggi attraversati, visitare il Parco Archeologico della Valle dei Templi Patrimonio Unesco, gratuitamente in concomitanza con la prima domenica del mese, il Giardino della Kolymbetra, con un biglietto di ingresso speciale riservato ai viaggiatori del treno storico.
Chi invece preferirà il mare all'area archeologica, potrà raggiungere Porto Empedocle e quindi la Scala dei Turchi. L'iniziativa sarà ripetuta tutte le prime domeniche dei mesi di agosto e settembre, e ogni sabato di luglio e agosto.
Sui tre treni storici "Il Treno del Barocco", "Il Treno dei Templi" e "Il Treno del Mito" i turisti avranno la possibilità di percorrere, itinerari suggestivi dell'isola, da Siracusa e Donnafugata, Comiso, Scicli e Ragusa, Noto e Modica. E ancora da Agrigento a Porto Empedocle e da Catania a Taormina, dove i treni resteranno attivi fino all'una di notte, in concomitanza con l'iniziativa "Anfiteatro Sicilia", promossa sempre dall'assessorato al Turismo.

Fonte:
Giornale di Sicilia

Trovato il palazzo di Dario a Pasargade

La sala delle udienze a Pasargade (Foto: Proprio in questi giorni gli archeologi iraniani stanno riportando alla luce una nuova meravi...