lunedì 15 maggio 2017

L'Efebo di Pompei

L'Efebo di Pompei (Foto: Museo Isidoro Falchi)
Tra le scoperte fatte a Pompei nel corso degli anni, quella dell'Efebo di via dell'Abbondanza è tra le più suggestive. Gli scavi erano stati avviati, nel 1925, nella Regio I, insula VII, per liberare l'atrio di una delle case a schiera che caratterizzavano questa parte della città, quella che ha, all'ingresso, il numero civico 11. Proprio qui Amedeo Maiuri si imbatté in un ritrovamento eccezionale.
La statua dell'Efebo era completamente sommersa da uno strato di cenere e lapilli, nella stessa posizione nella quale era stata provvisoriamente collocata prima dell'eruzione, vale a dire appoggiata all'anta ovest del cubicolo adiacente all'atrio della casa. La statua era stata avvolta in un tessuto (lino o canapa) conservatosi in tracce nei detriti compattati, nei frammenti mineralizzatisi attraverso il processo che riguarda il tessuto a contatto con i metalli, e in quelli carbonizzati sparsi sul pavimento. Ai piedi della statua giacevano due bracci di candelabro del tipo ad intreccio vegetale, che l'Efebo un tempo stringeva in mano in quanto lychnophoros (portatore di lampada).
Nella casa detta dell'Efebo, la statua di quest'ultimo non fu l'unico ritrovamento. Vennero, infatti, estratte notevoli quantità di suppellettili. La casa, al momento dell'eruzione, era in fase di ristrutturazione, forse a seguito dell'acquisto da parte di P. Cornelius Tages, un liberto citato negli archivi del banchiere L. Caecilius Iucundus come personaggio di recente ascesa (commerciante di vino e speculatore edile) che comprò e unì cinque modeste case confinanti per crearne una di maggiori dimensioni.
Pompei, casa dell'Efebo (Foto: artribune.com)
La nuova casa era un dedalo di ambienti a uso privato e di servizio che sfociavano in un giardino circondato da muri su ogni lato, la cui parte meridionale ospitava una fontana ninfeo. Al centro della sala vi erano i letti triclinari in muratura, sui quali prendevano posto gli ospiti al momento del banchetto. I letti erano dipinti con un fregio di stile impressionistico a soggetto idillico-sacrale e paesaggistico-nilotico. Davanti al triclinio, spostato su un lato, era il basamento circolare in muratura che avrebbe dovuto ospitare l'Efebo, destinato ad illuminare i banchetti serali che si tenevano soprattutto nei periodi caldi.
L'Efebo è modellato sull'originale greco del V secolo a.C., anch'esso in bronzo, uscito dalle botteghe di uno degli artisti che solitamente gravitavano attorno ad un maestro. L'archeologo tedesco Paul Zanker, invece, pensa che la statua sia opera di uno scultore eclettico, "che ha usato per il corpo un tipo classico di efebo del periodo intorno al 430 a.C. e lo ha unito a un tipo di testa femminile stilisticamente più antico di una generazione".
La statua è alta 1,49 metri, come l'Apollo Citaredo e l'Anadumenos, il che lascerebbe pensare che ci fosse un canone fisso tradizionale nel raffigurare un efebo del V secolo a.C.. La gamba sinistra risultò, al momento del ritrovamento, nettamente spezzata quasi all'altezza del ginocchio, nel punto di flessione dell'arto. Gli occhi non erano interamente riportati in materia diversa dal bronzo. La cornea, conservata, era anch'essa bronzea ed inserita nella cavità bulbare. Solo le pupille dovevano essere realizzate in pasta vitrea e smalto, ma di esse non si è trovata, purtroppo, traccia.

Fonte:
Liberamente adattato da "Archeologia Viva", maggio-giugno 2017

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